II.
NON
BASTA PREDICAR BENE
Fu celebre in
Milano alcuni anni fa l'avvocato N. uomo di ruvida ed energica eloquenza, di
selvatica bonarietà, che conservava nei tratti e nelle espressioni tutta la
sincerità della sua origine popolana.
Una sera
d'estate egli sedeva nel giardinetto dell'elegante caffè Cova nell'ora del più
gran concorso, circondato dai soliti amici e ammiratori, che convenivano ad
ascoltare volentieri l'arguta maldicenza, con cui il famoso penalista sapeva
tagliare i panni sul dosso a colleghi e ad avversari.
Quella sera aveva
condotto a prendere il sorbetto un suo nipotino, ragazzo sugli otto o nove
anni, a cui il vecchio burbero, che non aveva figliuoli, voleva un gran bene.
Non so come si venne a parlare di scuole, di figliuoli e del modo di educare: -
A me piace sempre trattare i ragazzi come si trattano gli uomini - diceva col
suo tono rauco e rabbuffato il famoso avvocato - cioè mi piace ragionare e
farli ragionare. I figliuoli non sono cani, ma è la bella maniera, la
persuasione, la logica che ci vuole. Così il ragazzo impara a ragionare e a
distinguere col suo cervello il bene dal male, diventa un essere logico e non
una macchinetta....
A questo
punto della bella predica Giacomino, arrivato alla fine del sorbetto, che al
Cova non è mai troppo abbondante, credette lecito di dare una leccatina al
piattello, commettendo un atto poco pulito certamente per qualunque sito, ma
addirittura sconcio in un luogo così aristocratico e così frequentato. Lo zio,
che stava dimostrando la forza educativa della bella maniera e della persuasione,
offeso, irritato da quell'atto senza decenza, colla stessa mano che teneva in
aria quasi a fabbricare il suo essere logico - To'.... impara a leccare i
piattelli, animale! - fece e lasciò cadere nell'impeto della collera un tal
manrovescio sulla zucca di Giacomino, che ragazzo, sedia, vassoio, piattello e
tazza dell'acqua andarono a rotolare d'un colpo sotto il tavolino. Il ragazzo
abituato a questo genere di dimostrazioni si rialzò alla meglio, sforzandosi di
non piangere; ma gli amici, che cominciavano a credere alla teorica della
persuasione e delle belle maniere, non potettero trattenere una risata, che
sforzò a ridere nella barba anche il burbero benefico. Giacomino ebbe in
compenso un altro sorbetto.
L'aneddoto
piccolo in sè dimostra che a far delle teoriche educative ci arrivan molti:
spesso ci arrivano anche coloro che non sanno far altro. Una cosa è il dire e
il dar precetti e il riconoscere quel che è buono e ragionevole: un'altra cosa
è il saper applicare e praticare queste leggi e il non guastarle col proprio
temperamento.
Non c'è
maestro d'abbicì che non si creda in caso di scrivere un libro di massime: ma
pochissimi sono coloro, che non sacrificano le più belle massime del mondo ai
risentimenti, ai vizi del loro temperamento o alle piccole ragioni del loro
tornaconto. La maggior parte di quelli che credono di ben educare, più che
condurre, urtano, e se qualche volta l'urto è per caso in senso buono, il più
delle volte manda l'allievo a rotolare sotto i tavolini e obbliga a un eccesso d'indulgenza
che guasta in un altro senso. Per educar bene ci vuole, oltre al cuore e al
cervello, una mano eguale come quella del tessitore; non l'impazienza, ma la
continuità, non le scosse nervose che scompaginano i fili della tela, ma la
volontà scorrevole e forte che opera senza stridere.
I rimproveri
che scattano, non dal risentimento della ragione, ma dalla foga e dalla
sovrabbondanza di un temperamento troppo eccitabile, sono armi che si scaricano
in isbaglio, son colpi perduti, che vuotano l'arme senza vantaggio e possono
anche uccidere un innocente. Nell'educazione il temperamento dell'educatore può
essere un bonissimo servitore; ma è sempre un cattivo padrone.
Càpita
qualche volta che un temperamento troppo forte, venendo a urtare in un soggetto
troppo delicato, lo guasti per sempre o perchè lo avvilisce o perchè lo
snatura. Il debole spaventato è uno a cui mancano le forze: che vale frustare
un cavallo sfinito?
Ho conosciuto
uno di questi padri troppo rigorosi, che aveva un culto così solenne della virtù
e un senso così alto dell'autorità paterna, da non permettere ai figliuoli
d'aprir la bocca, se non interrogati su cose di grande importanza. A pranzo si
taceva come in un convento: il ridere forte era sconvenienza, il rider per
nulla sciocchezza, il dormire un po' a lungo indegno dell'uomo, il mangiare con
troppo gusto foga bestiale. Il far il bene era la regola, quindi inutile la
lode a chi fa bene, come non si loda il sole quando ritorna al mattino. L'idea
del male, del disordine morale, del debito, della dissolutezza giovanile non si
discuteva neppure, come non si parla di cose che non ci riguardano. Non
ammettevasi nemmeno in ipotesi che uno di casa potesse, passando vicino a
qualche cosa di sporco, insudiciarsi un pochino la manica. E i figliuoli eran
così persuasi di questa fatalità morale, che per paura di mettere il piede in
fallo non si arrischiavano quasi a camminare. Così da un padre forte e
austerissimo discese una famiglia di ragazzi timidi, paurosi dell'ombra
propria, sempre indecisi, che dopo aver tentennato in varie cose, finirono per
mancanza di presenza di spirito in umili impiegucci senza gloria e senza
responsabilità. Uno solo più vivo degli altri, avendo cercato ribellarsi, andò
a cader peggio. Messo in collegio imparò subito a falsificare gli attestati
scolastici, tale e tanta era in lui la paura di tornare a casa con qualche
punto al di sotto del bene. Per coprire i falsi dovette imparare anche l'arte
del mentire con prontezza senza arrossire: per comperare il silenzio dei complici
pericolosi dovette più d'una volta pigliar del denaro in casa, e non bastando,
pigliar anche quello in prestito dagli strozzini. Scoperto, la paura di
confessare questi delitti a un padre così terribilmente virtuoso, riempì
l'animo del nostro timido colpevole di tanto terrore, che preferì fuggire e
darsi a una vita d'avventure. E se ne andò per molti anni reietto e maledetto,
vivendo un po' della pietà dei parenti, un po' mendicando la vita in uffici
degradanti, perseguitato dalla voce che insegue sempre i colpevoli, nell'ombra
gelida della diffidenza e della paura. L'austero padre ne morì di dolore e
l'ultima parola che scrisse nel testamento fu una sciagurata imprecazione al
Caino, che aveva disonorato il nome di una intemerata famiglia. Il vecchio intemerato
scese nella tomba colla coscienza della sua infelicità, non con quella della
sua incapacità educativa e della sua colpa.
*
* *
Son due casi
di persone colte, educate al senso delle cose, che credevano d'applicare dei
princípi: ma quanti altri casi potrei recar qui di persone meno colte, o
ignoranti del tutto, alle quali la natura assegna il santo e nobile ufficio di
educare e non sanno nemmeno da che parte s'incominci. Come può educare gente
che non fu mai educata? Chi dà il diritto a certi vetturali di guastare l'anima
d'un uomo, come non guasterebbero peggio il corpo d'una bestia? A qual prezzo
hanno acquistato questo sacro diritto? Perchè un uomo in un momento
d'ubbriachezza ha generato un figliuolo, basta per riconoscere in lui la
dignità di padre? può la società, che dall'unione di tutte le famiglie ritrae
la forza sua, riconoscere questa dignità in persone, che ammaestrano la prole
come si fa colle scimmie? e perchè non potrà togliere quest'autorità a chi non
è degno, come leva i diritti al ladro e all'incendiario? Guastare un uomo non è
qualche cosa di peggio che scassinare un uscio o dar fuoco ad un pagliaio?
Ecco un
gruppo di questioni che una Strenna non potrebbe per ora risolvere senza
diventare un libro troppo serio e forse anche un poco pericoloso; lasciando al
lettore la fatica di rispondere, citerò altri esempi, osservati da me, e che
son troppo frequenti per non essere creduti: anche questa volta si tratta di
gente, che credeva di dare ai figliuoli quel che si dice la loro brava educazione.
*
* *
Era mio
vicino di casa e abitava un appartamento dirimpetto al mio un modesto impiegato
dell'archivio, il quale aveva un figliuolo che capiva poco il latino. Il buon
padre, volendo che il ragazzo approfittasse anche lui della bella lingua dei protocolli,
si metteva ogni sera d'estate dietro il tavolino del figlioletto, mentre questi
attendeva ai doveri di scuola, e aperto il libro degli esercizi, cominciava di
solito con questo preludio: - Ora vediamo il sor asino alla prova... - Si noti
che le finestre erano aperte e che la voce squillante del padre educatore
passava sopra i tetti. I casigliani, che in quelle ore d'estate stavano alle
finestre a prendere un po' di fresco, erano dunque invitati ad assistere alle
prove del sor asino. Il quale asino diventava un somaro al primo scarabocchio,
e il somaro un somaraccio, e siccome i somari meritano d'essere picchiati, ecco
scapellotti massicci piovere sulla zucca rossiccia del piccolo Tito Livio a
ogni minima sconcordanza. Il povero educando sentendosi scombussolare sotto
quei colpi le caselle delle declinazioni, capiva ancor meno; e più il padre
zelante strillava coi diti aperti per fargli intendere la regola dell'ut
e del quamquam, tanto meno il ragazzo era in grado di intendere. Non
bastando gli scapaccioni, il padre maestro provava a scoterlo sulla sedia, a
schiacciargli il muso sulla grammatica, finchè qualche vicina pietosa non
usciva a gridare che quella non era la maniera d'educare i figliuoli. - II
libero cittadino, offeso ne' suoi diritti domestici, rispondeva che di suo
figlio era padrone lui, e che quando un padre procura di dare a un asinaccio la
"sua brava educazione" la gente non dovrebbe metterci il naso.
Il ragazzo,
che capiva d'avere ne' casigliani dei santi protettori, cominciava a strillare
come un aquilotto; e allora alle tranquille meditazioni filologiche succedeva
la casa del diavolo. Volavano sedie, ballavano tavolini, urlava il padre
irritato, schiattiva il figlio inseguito, e qualche volta la lezione educativa
finiva con una rottura di vetri, che il figliuolo doveva pagare a poco a poco a
furia di mortificazioni sulla colazione e sul desinare.
Quel povero
padre archivista soffriva sinceramente d'aver un figliuolo così testardo; nè si
accorgeva nella sua buona fede che l'asino era lui.
*
* *
Nella stessa
casa abitavano certi coniugi Cuci, di Napoli, piovuti a Milano dopo una lunga
serie di peripezìe domestiche con un nidiata di bambini dagli otto anni in giù.
Di che cosa vivessero e come nutrissero i figliuoli, non si è mai potuto
capire. Il marito usciva la mattina dopo aver regolarmente picchiata la moglie,
che forte e robusta come una montanara, sapeva magnificamente difendersi colle
molli del camino. Poi usciva anche lei e perchè la gente non rubasse i bambini,
li chiudeva in casa, vestiti sì e no, coi letti disfatti, spesso col fuoco
acceso. Venivano da quelle stanzuccie strilli, schiamazzi, lunghi
piagnucolamenti di bimbi in camicia, che tiravano per la casa le coperte del
letto e invocavano la mamma. Quando questa, rientrando dopo le sue misteriose
escursioni, trovava la casa in disordine, picchiava a destra e a sinistra senza
distinzione di sesso; se la sera rientrava il marito ubbriaco, la musica era
perfetta. Con tutto ciò non mancavano i giorni di tenerezza, quando marito e
moglie e i cinque figliuoletti, ravviati con qualche cura, uscivano insieme a
prendere un sorbetto o a far una passeggiata sui bastioni. Guai a colui che
avesse toccato un capello a uno di quei vezzosi piccini! L'ultimo dei
maschietti andava quasi sempre vestito da bersagliere e il babbo se lo portava
attorno in braccio con una specie di ostentazione patriotica, come se mostrasse
Luciano Manara. Eran bei bambini biondi, delicati, ma sporchi, ignoranti,
turbolenti, sempre alle man tra loro, senza rispetto per nessuno: nelle contese
tra babbo e mamma ne pigliavan sempre, ma poi si faceva la pace. Papà sonava la
chitarra e quando non era troppo ubbriaco, intonava volentieri una canzonetta
di Piedigrotta. Data la nota e il tono cantavan tutti come merli in quelle
quattro stanzette aperte in cui entrava il bianco raggio della luna.
Babbo e mamma
avrebbero dato il sangue per i loro cari "piccirilli"; ma era
un amore ubbriaco, che ispirava un ubbriaco sistema di educazione.
Ero alle mie
prime armi - mi raccontava un giorno la buon'anima del professor Marchini - e
in grandi strettezze di mezzi. La laurea mi aveva portato via gli ultimi
risparmi dell'annata e i miei di casa, più che a darmene, aspettavano che io
cominciassi a restituire. I mesi delle vacanze passarono senza lezioni e senza
offerte: già cominciavo a disperare, quando un prete del mio paese mi propose
di entrare in una casa di signori in qualità di precettore e di maestro d'un
giovinetto sui quindici anni, futuro erede d'un gran nome e d'una grande sostanza.
Per quanto mi
facesse male l'idea di chiudermi in gabbia, pure, visto l'andamento della
stagione, accettai subito e rimpannucciatomi con denari presi a prestito, mi
presentai, non dispiacqui al conte e alla contessa e coi primi di novembre
entrai a far parte della famiglia. Per un uomo nato in una fattoria, abituato
alla giacca e alla pippa del cacciatore non fu un piccolo sacrificio il dovere
star sull'etichetta dell'abito nero, sempre in quinci e in quindi nei discorsi,
nei complimenti, nelle riverenze. Non tutti son nati per far la vita del
signore e uccel di bosco non ama la gabbia d'oro; ma non mi aveva il mio
professore di pedagogia parlato dell'opera dell'educatore come di una missione
di sacrificio? lo spirito d'un signore davanti alla scienza ha gli stessi
diritti dello spirito d'un poveretto e se altri, migliori di te (dicevo a me
stesso) si sacrificano a una vita di stenti, in cima a una montagna, per la
redenzione morale delle plebi, puoi anche tu, Giacomo, sacrificarti a mangiare
tre piatti a tavola per redimere un conte. Questo giovinetto un giorno sarà
padrone di due o tre milioni; tu non hai milioni, Giacomo, ma hai delle idee.
Se puoi innestare delle buone idee sui milioni del tuo discepolo, non vedi
quanto bene puoi fare a lui, alla patria, all'umanità?
Con questi
propositi dètti principio alle mie lezioni di latino, di greco e di bel
comporre. Ma avevo fatto i conti senza l'oste, e l'oste era questa volta,
parlando con poco rispetto, l'illustrissimo don Momolo, mio scolaro, un bel ragazzotto
sano e robusto, pieno di vita e di prepotenza, che amava più il suo cane da
caccia e il suo puledro che non tutti gli eroi della Grecia e di Roma presi in
un mazzo.
Sapeva
d'essere ricco, sapeva che avrebbe ereditato alla morte di uno zio un immenso
patrimonio, sapeva che la mamma era debole e il babbo inconcludente, quindi
comandava a bacchetta, per non dire a bastone, trattando la servitù come
bestie, ignorante sì, ma altrettanto pieno di sè, come se il mondo fosse stato
fatto pe' suoi piedi.
La prima
volta che ci trovammo soli davanti al tavolino, accese una sigaretta e mi disse
tra una fumata e l'altra: - Senta, sor Giacomo, lei capisce che io di queste
sue grammatiche non so che farne e che se mi rassegno è per non disgustare il
principe mio zio. Anche per far piacere a quella buona gente là (voleva dire i
suoi genitori) mi rassegno a star qui con lei qualche ora al giorno; ma vediamo
di non tormentarci a vicenda. Lei spieghi, io cercherò di capire, ma se non
capisco non si disturbi. Dica a mamà e a papà che le cose van bene e così
vivremo in pace. Per lei, è tanto fiato risparmiato, lavora meno e non ci perde
nulla, per me è tanta salute. Coll'altro suo predecessore si era fatto così e
si andava benone.
- C'è già
stato un altro prima di me? - domandai.
- Dica due o
tre, tra cui un prete pedante che si rese impossibile per la sua sporcizia.
L'ultimo era più ragionevole, ma sul più bello mi accorsi che mi rubava le
sigarette. Speriamo che con lei si possa trovare un modus vivendi...
dico bene in latino?
Lascio
immaginare l'effetto che un discorso di questa natura in bocca a un ragazzo di
quindici anni produsse sulla mia povera pedagogia. Il primo sentimento fu di
ribellione, cioè di prendere il cappello e di andarmene; ma la povera contessa
al mio risentimento si commosse fino alle lagrime, mi pregò di aver pazienza,
di non dare importanza alle parole. Le avevano detto molto bene di me e ormai
la stagione era troppo inoltrata per poter trovare un altro personale. Don
Momolo non poteva naturalmente frequentare le scuole pubbliche, dove s'insegna
un po' di tutto, e lo zio principe pretendeva che fosse istruito almeno nei
classici. Ora stava per entrare in un'età pericolosa e guai se non avesse avuto
sempre al fianco una brava persona prudente! Io dovevo fare insomma da
contrappeso alla sua giovanile sfrenatezza e impedire che lo zio principe si
disgustasse d'un nipote così poco disciplinato.
- Proveremo
tre mesi - dissi - ma voglio carta bianca. Se dopo tre mesi non vedo un
miglioramento, dichiaro fin d'ora che cambio mestiere. - Noi ci fidiamo di lei
- esclamarono colla voce piagnucolosa quei due poveri genitori spodestati; e
confesso che in quel momento provai una certa compassione della loro debolezza.
Buoni, teneri di cuore, innamorati e superbi di quel loro maschiotto, unico
erede d'un gran nome e d'una grande sostanza, avevano cominciato fin dai primi
anni a rinunciare ai loro poteri. Tutto era bello quel che veniva da Momolino,
anche gli schiaffi e le insolenze. Tutto era ben fatto quel che faceva lui,
anche quando metteva le mani nei piatti della salsa e la salsa in faccia alla
gente. Tutto doveva inchinarsi davanti a don Momolino e se don Momolino diceva
che il sole era polenta, non bisognava contraddirlo, ma: sì, signorino, il sole
è polenta, sono io l'asino, il sapiente è lei... - Così per una serie lunga di
amorose vigliaccherie, padre, madre, parenti, servi, maestri avevano messo
insieme quel bel tipo di ragazzo, ingordo nel mangiare, intemperante nel bere,
già bisognoso di liquori alla sua età e con quel temperamento, manesco con
tutti, fin colle ragazze... E io dovevo colla mia pedagogia, co' miei Romani e
co' miei Greci far da contrappeso a questo colosso, redimere uno spirito,
domare la belva. Era possibile sbagliare nel metodo; fallita la forza
dell'amore e della persuasione, chi garantiva che potesse giovare la forza
della forza? Il ragazzo era troppo forte egli stesso, troppo padrone della
situazione e del cuore de' suoi per non saper resistere a un giovine pedagogo
armato fino ai denti di cronologia e di verbi. Se un giorno io avessi respinta
una sua insolenza con un'altra e il futuro principe avesse alzata una mano, a
me, naturalmente, non restava che di stritolarlo, o di metterlo sotto i piedi,
sistema non ancora approvato dalla pedagogia sperimentale e il meno adatto
forse per la buona educazione d'un giovine signore. Basta - dicevo per
consolarmi - -tre mesi non sono la morte d'un uomo; mordere non mi può mordere:
o almeno speriamo che non sia idrofobo.
Cominciai a
tenere un contegno riservatissimo, corretto, senza adulazioni e senza sgarbi,
una vera posizione verticale, come dev'essere sempre la linea dell'educatore.
Quando tornò a ripetermi il suo famoso programma di studio, risposi
semplicemente: - Parlo al gentiluomo, non all'allievo. Capisce che io non posso
accettare e nemmeno ascoltare simili proposte, ma d'altra parte non voglio
essere nemmeno il suo carceriere. Proviamoci a vicenda tre mesi; se non
c'intenderemo, ci lascieremo da buoni amici. Nè lei ha bisogno di me, nè io fortunatamente
ho bisogno di lei. Riconosco anch'io che lo studio per un giovine vivace e
ricco come lei possa sembrare una gran noia. Lo so per prova, perchè è stata
una noia anche per me. - Che? anche lei si è annoiata? - Mortalmente. Alla sua
età preferivo dar la caccia ai fringuelli, ma poi ci ho pigliato gusto, come
vede, e vivo coi libri. Per me il caso era un po' diverso; io dovevo farmi una
posizione e mettermi in grado di guadagnarmi il pane; lei non ha nessuna
necessità di sacrificarsi. Provi questi tre mesi; se dopo sentirà di non poter
resistere, io persuaderò i suoi genitori a non tediarla più. Non è necessario
che tutti siano sapienti a questo mondo: anzi... - e lasciai capire che è quasi
un bene che i ricchi siano un po' ignoranti.
Il discorso
parve a don Momolo così nuovo e così originale, che mi guardò con occhi
meravigliati e non osò replicare; e siccome non cessava dal rotolare sigarette,
gliele tolsi di mano, con bella maniera, dicendo: - Senta, io ho un vizio più
brutto del suo: fumo nella pippa. Troverebbe decente che io affumicassi di
tabacco trinciato il suo gabinetto? Dunque facciamo un sacrificio a vicenda. -
Sulle prime parve sorpreso lui stesso di non poter respingere questi comandi;
abituato a vincere sui deboli, non capiva questa forza che gli resisteva, non
capiva dove fosse e come fosse. Era semplicemente la forza morale che ha sempre
vinto e dominato gli istinti; è la forza del fraticello inerme che arresta il
cavallo del barbaro conquistatore: è la forza che vien dall'età e dall'esperienza,
che serve di freno agli impeti irragionevoli della natura.
I nostri
studi nei primi tempi non furono mai eccessivi. Lasciando in disparte le
aridezze grammaticali, mi distesi a raccontare quanto di più interessante e di
più curioso offre la storia degli antichi popoli, gli usi e i costumi dei Greci
e dei Romani, il segreto delle loro vittorie, l'ordinamento dei loro eserciti,
il modo e la tattica delle loro battaglie, la foggia delle vesti e delle armi
offensive e difensive. Parlavo passeggiando per la stanza, disegnando col gesso
sulla tavola nera le figure e i punti strategici, schiarendo il discorso con
libri illustrati e colla rappresentazione dei monumenti, delle statue e delle
rovine. Furono per don Momolo quindici giorni di passatempo delizioso, talchè
ebbe a dire con suo padre che lo studio fatto in questa maniera era un altro
paio di maniche.
In capo ai
tre mesi rinnovammo il contratto. Don Momolo cominciò a stimare il suo maestro
e a far qualche cosa; io già speravo che avrei a poco a poco rifatta la
coscienza del mio allievo, ma, povero a me, non ho potuto rifare quella de'
suoi genitori. Qualcuno andò a raccontare alla pia contessa che io ero un po'
troppo liberale nelle mie idee, che nella storia non dicevo sempre bene dei
papi, che non biasimavo abbastanza gli orrori della rivoluzione francese, che
mangiavo di grasso il venerdì. Raccolsero un piccolo consiglio di famiglia e
dopo aver pesato il pro e il contro, con bella maniera mi mandarono a dire che
intendevano mettere don Momolo in un collegio all'estero, presso i padri
gesuiti di Lione. In premio de' miei buoni servigi oltre il convenuto mi
regalarono una bella pippa di schiuma. - Che Dio vi benedica! - dissi in cuor
mio, non senza un po' di amarezza.
Don Momolo
oggi è uno dei più sfrenati giocatori; e giuoca, io credo, per dimenticare il
male che ha fatto a' suoi e a sè. In mezzo alla sua rovina non ha conservato
che una passione, voglio dire una certa manìa per le cose antiche.
Chi aggiusta
il capo a certi genitori?
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