IV.
NOI
SIAMO NEI NOSTRI FIGLI.
Per educare
bene i figliuoli bisogna prima conoscerli, ma conoscerli bene non si può, se
non conosciamo prima noi stessi, che li abbiamo messi al mondo. Ciò ritorna a
dire che per educare bisogna essere educati.
I nostri
figli, è stato scritto in un'altra Strenna1, sono spesso la parte
migliore di noi stessi; ma ciò non toglie che qualche volta possano essere la
parte peggiore. In generale avranno molto di noi nelle buone e nelle meno buone
qualità, a cominciare dagli umori e dal temperamento fino alle simpatie e alle stramberie.
Si dà non di rado che i figli non siano altro che la risultante finale, la
continuazione, lo svolgimento naturale d'un germe, che spesso rimase incompleto
nei padri. Giovanni Santi, mediocre pittore, fiorisce in Rafaello; un modesto
sonatore di corno trionferà in Gioacchino Rossini, suo figliuolo. Riteniamo
dunque che la chiara conoscenza di noi stessi è già una buona bussola per bene
orientarci nell'indole dei nostri figliuoli.
La memoria di
quel che abbiamo più amato e odiato da ragazzi, le angoscie sofferte per le
piccole cose, le ineffabili noie lentamente digerite negli anni della giovanile
aspettazione, le ripugnanze istintive per certi gusti, gl'impeti e gli
scoraggiamenti tra cui navigò la nostra vita sono altrettanti documenti di quel
che possiamo trovare in chi è nato da noi. Molto intende chi molto ricorda: il
primo libro di pedagogia siamo noi stessi.
Con questa
scorta o vademecum di noi stessi potremo spiegarci dei misteri
nell'animo involuto del nostro bambino. Qualche volta vi scopriremo una
vocazione che non ha potuto attechire in noi, o aggravata una cattiva tendenza
che non ebbe tempo di svilupparsi. Non sempre da un sonatore di corno nasce un
Rossini, ma quasi sempre da un padre indolente deriva un figlio indolentissimo,
se non ci si pone un rimedio. Credere in tutto e per tutto alla fatalità
dell'ereditarietà, come vogliono questi scienziati e come ha dimostrato a
esuberanza lo Zola in venti romanzi, non è il caso; è bene ammettere in ogni
individuo qualche cosa che vien da altrove. Ma molto si trasmette e una chiara
conoscenza di noi stessi è già una buona carta per orientarci nell'indole dei
nostri figli. Così opereremo con più giustizia e con più compassione; non
incolperemo i nostri figli di cattiverie, che abbiamo loro inflitte mettendoli
al mondo, e non correremo il rischio di castigare troppo severamente negli
innocenti le nostre colpe trascurate.
Quando vedete
un padre furioso battere bestialmente un suo ragazzo petulante, dite pure che
quell'uomo batte sè stesso un po' in ritardo. E se vedete una mammina carezzare
e leccare un suo caro frugolo indolente, dite pure che essa continua a
carezzare la sua pigrizia.
In ogni
piccola vanitosa chiacchierina traluce e parla sempre una vanità e una
leggerezza più lontana, che non è difficile scoprire, tornando indietro qualche
passo.
Se i precetti
assoluti valessero qualche cosa in questa serie di rapporti diffettivi che si
chiama vita, si dovrebbe scrivere che il miglior mezzo per avere dei figli buoni
e virtuosi è quello di dar loro genitori buoni e virtuosi; ma siccome bisogna
contentarsi sempre del minor male, è già molto se i genitori sanno prevedere
nei loro figli i difetti che non hanno saputo correggere in loro stessi.
Così nei
figli nostri noi diventiamo migliori; educando ci educhiamo. Dove possiamo noi
trovare maestri più cari e più amabili? come condurre le sacre leggi e i dolci
vincoli di natura a una maggiore espressione morale? Buoni non si può essere
per conto nostro? Pensiamo che pei figli nostri non si è mai buoni abbastanza.
È in questo invito soave che ci viene dai piccini che troviamo la forza
d'essere grandi. È in questo senso che la paternità riveste il carattere d'una
missione civile e religiosa, è in questa missione che l'uomo non è soltanto un
animale della terra.
Che cosa di
più divino sulla terra d'una madre che educa un bel sentimento in un piccolo
cuore? come può esservi un uomo più nobile e più forte di colui che sorregge
colla mano un giovinetto attraverso un passo scabroso?
E se possiamo
a due belle domande aggiungerne una terza meno lusinghiera, ci sia dato di
chiedere ancora: - Quanti intendono questa missione?
*
* *
Si son
maritati per desiderio di stare insieme, per cieco amore, come si dice, e la
conseguenza fu un certo numero di figliuoli. Ora che i figli ci sono, è
naturale che i genitori li faccian crescere mediante un certo consumo
quotidiano di pane e di pietanza e che li mandino vestiti come vuole il decoro
della famiglia. Arrivati a una certa età, andranno a scuola o in collegio,
impareranno quel che imparano gli altri, si avvieranno a una professione, ma
tutto questo avviene per una forza naturale di successione, per il contraccolpo
d'una cosa sull'altra, spesso per un disimpegno, non perchè il babbo e la mamma
abbiano nel cuore un'idea e sotto gli occhi un piano di educazione. Il babbo ha
la sua politica, i suoi affari in borsa, la sua candidatura, i suoi libri, i
suoi giornali, gli amici del club, quando non ci sono anche delle amiche; la
mamma ha da pensare alle sue telette, ai ricevimenti, ai teatri, alla sua
influenza morale sulla carriera del marito, al suo salotto. L'uno e l'altra
sanno che ai figliuoli non manca nulla e basta. Per i primi anni stanno nelle
mani della servitù, poi in quella dei maestri, delle istitutrici o delle suore:
poi passano, quasi senza fermarsi, i giovinotti nel bel mondo, le ragazze,
sposate, dotate e imbrillantate, nella casa dei mariti.
Questa
successione di cose è quel che dicesi in generale dare una buona educazione.
Non sempre riesce male, se l'indole è naturalmente buona, se i casi si
coordinano da sè con una certa armonia; ma basta l'urto tra due cose per sviare
una volontà, per guastare un carattere, per rovinare un uomo. Dove manca un
affetto che sorveglia giorno e notte, dove manca un cuore che nota i minuti che
passano, ivi non può essere vera educazione. Il denaro può pagare lautamente
degli educatori mercenari, ma non può sostituire ciò che non si paga: l'amore.
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* *
Peggio vanno
le cose quando tutta la famiglia poggia sul falso, perchè tra marito e moglie
non c'è accordo di sentimenti, ma solamente un equilibrio apparente mantenuto
da convenienze e da convenzioni sociali, da rispetti umani, da un freddo
cerimoniale d'ordine, da regole più di galateo che di cuore. È una disgrazia
nascere in queste case, anzi son d'opinione che tali figliuoli non dovrebbero
nascere. Generati nell'equivoco da due persone che non si amano e forse non si
stimano, devono portar nel sangue il germe dell'equivoco e della falsità. Non
sono fiori nati al sole aperto dell'amore, ma poveri fiori di serra, che l'arte
e l'industria dei giardinieri seguiterà a guastare fino alla fine. Da queste
famiglie escono certe nature moralmente rattrappite e arzigogolate come
orchidee, alle quali manca ogni profumo di bontà e di simpatia. Le malattie
morali della nostra fine di secolo, la morbosità e la nevrosi di certi cuori e
di certi cervelli giovanili, quel non so che di degenerato e di decadente che
logora le stesse manifestazioni dell'arte moderna, sono conseguenze in gran
parte dei falsi connubi. Dalla radice la crittogama si comunica a tutta la
pianta e i frutti imbozzacchiscono sui rami.
Bugiarda è la
pace domestica, bugiardo il rispetto apparente, bugiardo il sorriso della
mamma, bugiardi i grandi affari che tengono il babbo fuori di casa; bugiarde
sono fin le lagrime che commuovono qualche volta il piccino, quando la mamma
agitata, sconvolta se lo piglia sui ginocchi e cerca alla sua creatura un
soffio d'innocenza e di sincerità. Bugiardi sono i servitori, i parenti, i
conoscenti che mentiscono un rispetto, una stima, un'amicizia che non provano.
Come può in
quest'aria satura di menzogna crescere e svilupparsi una coscenza onesta e
sincera? Se il piccino potesse parlare da filosofo, ecco quel che dovrebbe dire
a' suoi genitori: "Voi mi avete messo al mondo senz'amore e senza
desiderio: io vi ho seccato fin dal principio, vi secco e vi seccherò sempre,
perchè io sono, per voi una bugia incarnata. Io non vi ho chiesto di mettermi
al mondo; ma ora che ci sono, ho diritto alla mia parte di sole, di pane e di
amore; ciò che non mi vien dato io ruberò. La bugia genera il ladro. Io sarò
dunque il ladro della vostra casa, dissiperò il vostro patrimonio, ingannerò
anch'io una donna, quando sarà la mia ora, le ingannerò tutte, barerò al
giuoco, falsificherò qualche firma, mentirò a tutti e a me stesso, sarò insomma
quel che mi avete fatto, un uomo falso".
Son cose che
fanno pena solo a pensarle, non è vero? eppure se si risale a cercar l'origine
delle molte e spaventose catastrofi, che sgomentano i tempi nostri, a Parigi, a
Roma e un poco dappertutto, al di là o al di qua del solito cherchez la
femme, si trova sempre una coscienza falsa.
E il filosofo
che volesse risalire più in su, dove non arriva il giudice istruttore, fino
all'origine di quella coscienza, troverebbe quasi sempre la responsabilità di
altre coscienze false, che usurparono alla natura i santi nomi di padre e di
madre.
*
* *
C'è infine
della gente - e forse ce n'è troppa - che nel matrimonio non vede che sè
stessa, i suoi comodi, il piacer suo. Per costoro i figli sono un di più, per
non dire un di più noioso. Questi bravi egoisti credono che la religione e la
sapienza degli antichi e dei moderni legislatori non abbiano fatto altro che
promovere e stabilire le leggi della loro personale felicità. Innamorati o
gelosi, dopo i loro beatissimi amplessi, non c'è nulla che più li occupi quanto
le piccinerie e i pettegolezzi del loro amor proprio. Sono costoro gli egoisti
del matrimonio, pei quali i figliuoli e il pensiero della loro educazione
guastano la digestione dell'amore. Questa razza di gente, facendo sè stessa
centro del mondo e non operando che all'incremento della loro illustrissima
personalità, non vedono nella istituzione del matrimonio che un meccanismo
della loro felicità, non già un contratto e un'obbligazione di due convenuti
verso dei terzi, che una volta incomodati, hanno diritto di essere ascoltati e
rispettati. I figliuoli per i beati egoisti (tra cui il numero maggiore è forse
di egoiste) più che a consolare e rallegrare la casa, nascono a disturbare una
grande quantità di bei progetti e a rompere i sonni tranquilli del babbo e
della mamma. E son poi questi stessi signori egoisti che al primo malumore
invocano a grandi stridi la legge del divorzio. Se il meccanismo è guasto e non
fabbrica più quella certa quantità di felicità giornaliera di cui hanno
bisogno, gridano che il matrimonio è una galera, una catena corta, una cosa
irragionevole; mai vien loro in mente che il matrimonio è fatto per l'interesse
e per la protezione dei minorenni e nell'interesse generale della società. Le
religioni e le leggi che consacrarono il matrimonio non videro in esso che uno
scopo, precisamente quello che i beati egoisti non vedono - i figliuoli - eredi
naturali della vita, del progresso e dei beni del mondo. Che deve importare al
legislatore il tenero amplesso di due amanti? Ma i signori egoisti si ostinano
a non veder che sè stessi, anche in mezzo a una dozzina di figliuoli.
Quando ci son
dei figli, il matrimonio non è più un numero divisibile per due e molto meno
per quattro. Un uomo e una donna non si maritano per sfruttarsi a vicenda. Chi
ha questo gusto non ha bisogno d'incomodare la parrocchia, lo Stato civile, due
paia di testimoni e una mezza dozzina di carrozze di gala. Un matrimonio è
un'obbligazione che due incontrano verso la società civile, che promette alla
sua volta la protezione delle leggi: e - fin che ci sarà - sarà sempre un atto
giuridico a beneficio di un terzo interessato, che ha diritto di essere sentito
in giudizio e di dire anche lui le sue ragioni nelle differenze del signor
padre e della signora madre. Se poi c'è anche un quarto o un quinto, hanno
diritto anche loro di essere sentiti. E se qualcuno è a balia, bisogna
aspettare che possa capire e giudicare. Che due coniugi bisbetici provvedano
all'infelicità dei loro figliuoli, senza sentire nemmeno il loro parere, è cosa
che grida vendetta in cielo, ossia in ogni cuore che abbia senso d'umanità.
Queste son le
cose che andrebbero stampate in oro nella sala del sindaco: o meglio ancora
giova stampare nel cervello dei nostri figliuoli grandi che il matrimonio è una
cosa seria, molto seria, tanto seria, che in certi casi se ne può far senza;
che non è tutta una festa d'amore come s'immaginano le nostre ragazze, che
sognano il velo bianco, la corona di fior d'arancio e le armonie dell'organo,
ma una catena d'anelli d'oro d'argento e di ferro, che si sopporta bene
soltanto da chi ha la robustezza di compiere il suo dovere fino in fine. Maritarsi
per la smania di maritarsi è un gettarsi nell'acqua senza saper nuotare;
maritarsi per impazienza e per vanità è una imperdonabile leggerezza.
L'impazienza è un'impudica consigliera, la vanità una sciocca madrina.
Care e
simpatiche ragazze, che oggi ridete così volentieri, pensate sempre che,
maritandovi, potreste avere una dozzina di figliuoli.
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* *
Le cose che
siam venuti dicendo miravano a dimostrare che dove non c'è armonia, affetto, ordine
tra i genitori e nella casa, è inutile pretendere che vi siano dei figliuoli
bene educati. In questi casi i genitori sono i traditori dei loro figli. Nessun
codice umano li può colpire, ma essi saranno fin troppo puniti
dall'indifferenza o dal giudizio finale che i figliuoli infelici porteranno
sopra di loro.
Ma anche là
dove regna l'armonia e la pace e dove non mancano le più belle intenzioni,
vediamo spesso venir meno lo spirito educativo o per un pregiudizio di cervello
o per un pregiudizio di cuore. Dove non guastano i pregiudizi, guasta non di
rado la debolezza: pregiudizi e debolezza son poi sempre figli della santa
ignoranza. In ogni caso noi guastiamo un'anima, cioè, dopo aver sofferto tanto
a mettere al mondo una creatura e a levarla di fascie, con tutte le migliori
intenzioni e col miglior volere del mondo, facciamo di tutto per renderla
infelice.
«Quando si
pensi quale delicato congegno sia il cuor del fanciullo, quando si pensi che
celestiale splendore sia quello dell'anima sua e si ricordi come ogni più tenue
impressione può recare uno squilibrio nelle fibre di quel cuore e ogni
impercettibile moto turbare la radiosa serenità di quell'anima; quando si
sappia che un momento di sconforto, un istante di noia possono forse informare
tutta una vita, allora ogni parola, ogni sillaba acquistano singolare valore:
allora ci persuadiamo che in questo piccolo mondo dell'infanzia sono la
divinità del mistero e la terribilità dell'infinito, che in esso le minime
cose, vedute col microscopio del cuore diventano grandi, onde ciò che
all'occhio profano apparisce trascurabile, da trascurare non è2». Quel
che qui è detto dell'infanzia si può e si deve ripetere d'ogni altra età: la
comunicazione di spirito tra i figli e i genitori non ha mai ora per cessare e
guai se cessa!
I nostri
figliuoli li abbiamo nella mano, li alleviamo, li plasmiamo noi per più di
vent'anni. La loro felicità futura risiede in molta parte nella nostra
previdenza presente. Se non potremo dar loro una gran fortuna, potremo sempre dare
una
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