V.
DEBOLEZZE
DI CUORE.
On meurt d'être aimé trop comme de
ne
pas l'étre.
Coppée.
Un falso
amore è quello dei parenti che vogliono troppo bene, se questo troppo bene è
frutto di debolezza. L'amore è o almeno vuoi essere il godimento della propria
energia; mentre all'incontro certe svenevolezze sentimentali non possono
derivare che da esseri languidi, malaticci, amanti dei propri comodi,
indifferenti alla loro missione, fatti più per essere carezzati che per carezzare.
So che è un
argomento ingrato specialmente al cuore tenero delle mammine. E veramente secca
anche a chi predica di dover dir male di un affetto che non conosce limiti e
restrizioni, che è fiamma ardente e fiamma del cuor di madre in un mondo
dominato dall'egoismo e dall'odio. È così difficile trovare un altro amore così
puro e così disinteressato che, ripeto, il far delle proibizioni è come un
voler gettare della cenere nella lampada dell'altare. Ma l'esperienza, una
nonna che non perdona, deve insegnare alle madri troppo amorose che mai dalla
debolezza è potuto derivare alcun bene. La forza vien dalla forza, dice, non la
pedagogia, ma la meccanica morale.
A molte anime
gentili e pietose ripugna l'esercizio della forza. La carità adorabile di
queste creature le porta a sacrificarsi tutte quante sull'altare degli altri e
a dare sè stesse in olocausto ogni qual volta si domanda un sacrificio. Sono le
Ifigenie dell'amore. Tutti ne conosciamo di queste anime care e ardenti, che
mettono dell'entusiasmo a sacrificarsi anche per della gente che non merita
nulla, che a nessuna causa buona rifiutano il loro cuore, che nessuna
ripugnante miseria trattiene e respinge. Non è dunque a meravigliarsi che ci
siano delle madri che si fanno in briciole e si consumano per il bene dei loro
figliuoli.
- "Il
mio ideale - esclamava sempre la buona vedova Terassini, mentre carezzava la
testolina bionda dell'unica sua figliuola - il mio ideale è di maritare Cecilia
a un buon uomo di campagna e di andare a far la serva a lei e a' suoi
figliuoli." C'è veramente una specie di spirituale voluttà in questo soigner
le nostre creature fino all'infinito, accontentando ogni loro capriccio,
bevendo le loro lagrime, raddolcendo i minuti della loro vita, attaccandoci
insomma al loro tronco che cresce e frondeggia sul nostro capo. Ma c'è anche un
pericolo; che delle due piante una diventi parassita dell'altra. E allora
toccherà naturalmente alla più giovine mantenere la più debole; ossia finiremo
con questo nostro attaccamento a succhiare l'energia, la volontà, l'originalità
e la sovrabbondanza dei nostri figliuoli, che ci ripagheranno coll'arido
egoismo dei deboli. In quanto alla signora Terassini fu beata quel dì che
credette di aver raggiunto il suo ideale. Trovato il buon uomo di campagna, onesto
e ben provveduto come se lo sognava, accompagnò la figliuola e si collocò in un
angolo della nuova casa in attesa dei figliuoli. Ma Cecilia abituata alle
delicatezze e alle viziature materne, a non essere mai contraddetta, a veder
nascere le rose sotto i piedi, stentò a rassegnarsi ai modi alquanto recisi del
suo galantuomo di campagna, che aveva il vizio di fumare nella pippa e di
dormire in compagnia del suo can di caccia. Prima dei figliuoli nacquero dei
guai. Quando avrebbe avuto bisogno di buoni consigli e anche di energia, la
sposina trovò la "serva di casa" pronta a compassionarla, a
compatirla, ad asciugare coi baci le preziose lagrimette, a ingrandire i mali
per avere una vittima più grande da consolare. In questo modo sotto le carezze
si spense l'ultima resistenza morale di una ragazza già troppo delicata. Il
resto del romanzo s'indovina. Un signore vicino fece parere ben presto il buon
uomo di campagna più ruvido e grossolano. Quando il marito aprì gli occhi,
cacciò via la moglie e colla moglie la sua serva, come si caccia una
manutengola.
Esempi di
beniamini, che risposero coll'ingratitudine e col disprezzo alle morbide
dolcezze materne, non mancano nei libri e ognuno ne può raccontare qualcuno; ma
gli esempi non giovano, se non entra la persuasione, e la persuasione non entra
se non accettiamo la discussione nelle questioni di cuore.
*
* *
L'aurea
sentenza che al cuore non si comanda è una di quelle massime stampate su una carta
che fa coll'oro un agio del cinquanta per cento. Se guardiamo al di sotto
dell'aurea apparenza, troviamo spesso dell'egoismo o della pigrizia bella e
buona. Perchè non si deve comandare al cuore se la legge impone di comandare al
sangue, all'istinto e fino alla fame? E se questo benedetto cuore m'inganna,
dovrò sacrificare i miei figli a un inganno?
L'igiene mi
dimostra, per esempio, che i dolciumi guastano lo stomaco dei ragazzi e che uno
stomaco guastato in principio è causa perpetua di malanni, di svogliatezza,
d'ipocondria, di misantropia. Può una madre rimpinguare il suo bebè di
torte e di leccornie, rovinargli la digestione, renderlo ottuso ai cibi
semplici e naturali, farne un eterno incontentabile, un gourmand noioso
e e stupido per la bella ragione che al cuore non si comanda? - La petulanza
non ha mai reso simpatico e felice nessuno a questo mondo. Può una madre
permettere che il suo bebè manchi di rispetto alla gente, salti sulle
sedie e sui tavoli, metta le mani dappertutto, motteggi i vecchi, i maestri, i
disgraziati, si mostri insomma scioccamente spiritoso per dar piacere e gusto
al cuore? Quel che non fa la madre a tempo farà il tempo fuori di tempo. Il
ghiottone vivrà stupido, il petulante morirà disprezzato. Il pigro non scosso
quando era ancor possibile muovere delle forze, finirà irrugginito: il
libertino consunto. E le madri loro moriranno di crepacuore e di rimorsi.
Negare certe
leggi di dinamica morale è un voler negare la natura per contentare un cuore
irragionevole, o in altre parole è un porre il nostro egoismo travestito di
benevolenza e la nostra pigrizia camuffata di bontà al posto della natura e del
dovere.
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