VIII.
RAGAZZI
DISTRATTI, EGOISTI, POLTRONI ECC.
Abituate
presto i vostri figliuoli a quegli esercizi che tendono a rinvigorire la fibra morale,
specialmente a quelli che aiutano a vincere la distrazione, l'egoismo e la
poltroneria.
I nostri
figliuoli, se anche sono di buona indole, lasciati a loro stessi facilmente si
stortano per la naturale loro esilità verso cattive tendenze o inselvatichiscono
come piante abbandonate. Le stesse debolezze della loro natura s'induriscono e
diventano altrettanti gruppi di ostinazione e di cattiveria.
Una mente
forte finisce col diventar caparbia e superba. Una volontà viva si fa violenta,
una natura mite s'intenerisce troppo e casca nella nullaggine: un'indole
riflessiva e prudente, se la si lascia incantare, finisce col perdere la forza
del risolvere e dell'operare: la forza fantastica svampa in bizzarrie e in
sbadataggini: il coraggio si fa crudeltà... Insomma il germe, in luogo d'un
frutto dolce, non ci dà che un nocciuolo duro, o uno spino, o una buccia vuota.
Se ciò
avviene, la colpa non è della pianta, ma di chi la coltiva. Come opporsi a
queste tendenze oblique? ci si arriva studiando attentamente l'indole del
nostro bambino e un poco la nostra. È di natura distratta il vostro fanciullo?
Ebbene, mi occuperò in modo speciale di raccogliere la sua attenzione ogni
momento e sulle minime cose. L'obbligherò a rendermi continuamente dei piccoli
conti su ciò che fa, che vede, che sente a dire, che legge: loderò in modo
speciale i suoi primi saggi di attenzione e di precisione; starò attento perchè
stia sempre attento.
*
* *
Una buona
madre che aveva una bambina molto dissipata, irriflessiva, volage e
balorda, la guarì a poco a poco con una cura paziente di lente e minuziose
osservazioni. - Gina - le diceva - va a vedere quante zampe ha una mosca. - La
Gina non si era mai curata di contarle: e lo sforzo di osservare e di contare
le zampe d'una mosca fu per una volta un esercizio non inutile. Dopo la mosca
venne la volta dei ragni e delle formiche. Qualche altra volta la mamma dava a
Gina una matita e l'obbligava lì per lì a disegnare su un pezzo di carta a
memoria la figura d'un animale comune, d'una pianta, la foglia di un fiore
ordinario, e non c'era pace, finchè o bene o male, lo scarabocchio non usciva
nelle sue linee sommarie. Allora mandava la Gina a confrontare il disegno sul
vero e obbligava la bambina a correggere. Servivano a raccogliere l'attenzione della
distratta i così detti giuochi di pazienza, i rompicapi diversi, che si
combinano su disegni, l'infilare delle perline a colori alternati, il mettere
insieme dei piccoli mosaici coi sassolini del viale: e così a poco a poco, la
pianticella sfarfallata che andava prima in sole frasche, fu corretta e
raccolta.
- Sapesse
quanta fatica mi è costata questa cura! - mi diceva la buona signora.
- Perchè?
forse la Gina si ribellava?
- Tutt'altro,
essa era sempre docile e obbediente. Ciò che pesava a me era lo sforzo
d'inventare sempre qualche nuovo artificio e più ancora quello di aspettare che
fosse eseguito. Per vincere una cattiva tendenza nei nostri figliuoli non basta
gridar loro: - correggetevi! - bisogna correggere, bisogna vincere dapprima la
nostra forza d'inerzia, turbare il nostro equilibrio, consumare una certa
quantità di energia viva e non sempre se ne ha d'avanzo. O si è stanche, o si è
tribolate da altri pensieri, o ci si sente poco bene, o ci si stufa: eppure chi
non sa fare questi sforzi sopra sè stesso non saprà mai educare. Le debolezze
dei nostri figliuoli bisogna prima vincerle in noi.
*
* *
Cleto, un
ragazzo d'indole furiosa e prepotente, quando entrò in collegio era già
arrivato a quell'età in cui la forza naturale del carattere non si può
facilmente piegare; ma siccome c'era in lui un fondo di bontà e di generosità,
così non rinunciai all'impresa di domare il piccolo selvaggio. Per un po' di
tempo finsi di non vedere i suoi atti di petulanza e di tirannia verso i
compagni più deboli; ma colsi presto l'occasione per cambiargli di posto, lo
collocai vicino a un compagno mingherlino, malaticcio, un po' corto di
cervello. Poi tirato in disparte il sor prepotente, con un tono serio serio,
gli feci un discorso presso a poco così: - Senti, Cleto, ti metto vicino a
Giovannino, perchè voglio che tu me lo aiuti un po', che me lo protegga e che
me lo difenda da quelli che lo pigliano a perseguitare. Tu sei forte, hai molta
memoria e potrai anche aiutarlo ne' suoi doveri. Vedi come è patito e sofferente?
fagli un po' da babbo... - Mentre poco prima Giovannino era la vittima del
forte, da quel dì divenne il suo protetto, il suo tesoro. E imparando così a
gustare le dolcezze della bontà, quasi insensibilmente Cleto divenne da quel
giorno anche verso gli altri più mansueto e più rispettoso. Bisogna saper dare
ai ragazzi il gusto del bene e innestare le loro debolezze sulle loro migliori
qualità.
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