IX.
PAUROSI
E TIMIDI
Wolfango
Goëthe racconta nella sua Autobiografia: "L'architettura antica della
nostra casa coi tanti angoli oscuri era fatta apposta per suscitare nell'animo
d'un fanciullo spavento e timore e disgraziatamente si aveva il principio in
casa nostra che ai fanciulli bisogna togliere presto il sentimento della paura,
coll'avvezzarli a tutto ciò che lo può ispirare.
Si pretendeva
quindi che noi dormissimo soli, e quando, vinti dalla paura, lasciavamo i
nostri letti per ricoverarci presso la gente di servizio si vedeva a un tratto
comparire nostro padre colla veste da camera messa al rovescio, trasformato in
ispauracchio, che ci ricacciava nei nostri letti. Ognuno immagina facilmente il
risultato poco felice di tal sistema. Come mai potrà liberarsi dalla paura chi
si vede stretto da due cose che l'ispirano?
Mia madre,
carattere brioso e armonico e desideroso di accontentar tutti, immaginò uno
spediente pedagogico molto migliore. Era il tempo delle pesche. Essa ci promise
di darci un'abbondante colazione di questi frutti ogni volta che sapessimo
vincere la paura della notte. Questo nuovo metodo ebbe un risultato felice che
contentò tutti".
Non credo che
in tutti i casi una bella pesca possa persuadere un ragazzo pauroso a digerire
la sua paura. A guarire questa malattia, in cui spesso c'entrano i nervi più
che non si creda, bisogna molto riguardo e molta carità. Alla paura non si
comanda e molto meno si posson fare delle dimostrazioni. L'unico mezzo per
salvarsi dalla bestia nera è di schivarla, girando al largo più che si può, fin
che vada lontano da sè. Ridere d'un fanciullo che ha paura del buio o d'un
brutto cane o d'un pitocco schifoso, trattarlo da sciocco e da coniglio, non è
nè giusto nè pietoso. Uomini con tanto di barba hanno paura di cose che
farebbero ridere un fanciullo. Non parlo delle mie delicate lettrici che
strillano e svengono alla vista di un topo, di un ragno, di un pipistrello.
Tutti abbiamo i nostri peccati in fatto di paure e di fantasmi e di
irritabilità nervose. È naturale che i fanciulli più sensibili e più inesperti
ne soffrano di più.
Buona e
vecchia regola cento volte predicata è di non metter in mente ai fanciulli
paure sciocche col racconto dell'orco, delle streghe, dei folletti ecc. Giova
fin dai primi anni avvezzarli alle tenebre prima che ne abbiano paura, cioè
prima che colla loro imaginazione vadano a popolarle di fantasmi. Si osserva
generalmente che i più paurosi son sempre i più grandicelli, quelli che pensano
e ragionano di più. Non abituate i vostri figliuoli a dormir col lume acceso.
Non fateli dormire in camere lontane, isolate, dove sentano troppo la
solitudine; ma non teneteveli troppo addosso. Essi devono distaccarsi da voi a
poco a poco. Non dite mai a un fanciullo che va a cercare qualche cosa in una
stanza lontana, di sera: - Non aver paura... - È proprio la maniera di ricordargliela.
E se torna colla faccia un po' smorta, non tormentatelo, ma ditegli francamente
che alla sua età avevate paura anche voi, proprio come lui, forse peggio di
lui, e raccontategli qualche aneddoto della vostra semplicità. Questa sarebbe
la paura del niente.
C'è anche la
paura dei pericoli, dei luoghi, delle bestie, delle persone, che fino a un
certo punto merita rispetto, perchè è una forma di difesa che la natura
suggerisce al più debole. La parte morbosa si vince col condurre il fanciullo
vicino al pericolo, col dimostrargli quanto esageri colla sua paura, col
passare due, tre, quattro volte nei luoghi a lui più sospetti in sua compagnia.
In quanto alle miserie umane che fanno senso ai ragazzi, parlatene in nome
della pietà, e la paura si trasformerà in compassione e in benevolenza.
*
* *
C'è una paura
che è tutta timidezza. Guido davanti alle persone estranee diventa rosso, perde
la voce, casca sulle gambe, e fa la figura d'un babbeo, mentre in mezzo a' suoi
è il capo della banda e ha voce e spirito per dieci. Se lo mandan fuori a
comperare un giornale o un francobollo, si rifiuta, gli vengono i lagrimoni
agli occhi, ha paura, cioè ha suggezione della gente che passa, dell'uomo dei
giornali, del bottegaio; a scuola non essendo da meno degli altri, fa sempre
una figura meschina perchè legge male, recita male la sua lezione, e non osa
rispondere quel che sa per mancanza di fiato.
Questa
timidezza morbosa è una malattia morale che bisogna vincere a tempo, perchè se
passata una certa età, resta nel sangue, può essere cagione d'infelicità per
tutta la vita. In un mondo in cui si fa a chi più piglia, guai ai timidi! Molti
che non hanno saputo farsi valere a tempo, son rimasti per sempre in una
posizione inferiore ai loro meriti, avviliti, sdegnosi, scontrosi, incapaci di
rendere nemmeno l'interesse di quel ricco capitale d'ingegno, di volontà e
d'onestà di cui natura li aveva dotati. Molti altri che passano per superbi
taciturni non sono che timidi corazzati di silenzio. Questo è un gran male per
chi soffre del proprio carattere, ma è anche una perdita grave per il bene
generale, perchè dove non va un timido onesto, volentieri siede un intrigante e
spesso un poltrone che ha il solo merito d'arrivare a tempo. Un timido non
potrà mai diventare un oratore, un autore drammatico, un musicista, un
intraprenditore di costruzioni, un giornalista, un direttore d'istituti, un
presidente di qualche cosa..., vale a dire che una quantità di carriere son
precluse a un uomo che potrebbe per ingegno e coltura distinguersi in tutte. Un
timido è un infelice che molte volte fa infelici quelli che lo circondano. La
forza che non si sa spendere di fuori, concentrata in casa e in se stessi, ci
rende intolleranti, brontoloni, burberi, inutilmente buoni e benefici.
A vincere la
timidezza non c'è che un rimedio: esercitarla. Sulle prime si soffre, ma a poco
a poco l'anima si rinforza e si soffre meno. Andando per gradi s'impara a
conoscere la gente, a stimarla di più e anche di meno, si acquista una miglior
opinione di sè: qualche piccolo buon risultato incoraggia, l'abitudine dà alla
pelle una minore sensibilità, ci s'indurisce nel vivere, e si cammina,
soffrendo sempre un poco, ma si cammina colla sicurezza che per parte nostra
non saremo mai uomini sfacciati e prepotenti. Il bisogno e il sentimento d'un
gran dovere a compiere può essere un forte stimolo per un uomo timido e
modesto: e ciò spiega come aristocrazia nostra continui a restar indietro nel
governo del mondo. Non avendo bisogni urgenti per vincere la timidezza e la
paura dei primi esperimenti, essa rimane timida e paurosa per sempre.
Tocca a chi
educa premere sulla naturale timidezza del fanciullo, spingerlo avanti, esporlo
ai primi fuochi, abituarlo, come si dice, all'aria del mondo. Non tenetevi il
vostro Guido in grembo, non covatelo col tepore della vostra eterna protezione,
ma ogni piccola occasione sia buona per servirsi di lui; adoperatelo come
fattorino, come messaggiero d'ambasciate, come segretario; mandate lui a far la
spesa, a pagar la pigione, a pagar le tasse, a trovar gli amici malati, a tener
compagnia ai vecchi, a leggere il giornale alla nonna; fate ch'egli possa
recitare su qualche teatrino, che canti, che suoni in pubblico; non lasciategli
tregua, fin che non vi pare che abbia acquistata la forza necessaria a un uomo
per non essere urtato e soprafatto.
Guido nelle
prime classi era sempre tra quelli che le pigliavano dai compagni. Quando
veniva a casa a lamentarsene e a piangere, il babbo gli dava il resto e gli
dimostrava in modo reciso che un uomo non deve mai lasciarsi sopraffare dai
prepotenti. Contro ogni precetto evangelico gl'insegnò anche la maniera di
appioppare all'inglese un buon colpo nello stomaco e gli raccomandò di farsi
onore. La prima volta che Guido mandò ruzzolone un prepotente con un bel pugno
dato secondo tutte le regole della box fu un altr'uomo, si sentì guarito
e passò in mezzo ai compagni come un oggetto di meraviglia. La timidezza non si
può cacciar fuori, se non sostituendovi il sentimento della propria forza e del
proprio valore. L'angelo custode deve qualche volta cedere il posto al diavolo.
*
* *
"Pensate
che i fanciulli hanno una finezza di criterio e una delicatezza d'impressione
che quelli che non l'osservano attentamente, non suppongono nemmeno. Essi hanno
l'istinto dell'equità e certe parole aspre e ingiuste buttate là da noi a caso
restano impresse nel fondo del loro cuore e se ne ricordano per tutta la vita.
Pensate che nel vostro figliuolo c'è un uomo, l'affezione del quale scalderà la
vostra vecchiezza: rispettatelo se volete che vi rispetti e ritenete pure che
non c'è un granellino di semente che buttato in un piccolo cuore presto o tardi
non produca il suo frutto. Noi abbiamo sul nostro fanciullo un'influenza enorme
e, diciamolo, tanto più spaventevole quanto più è forza riconoscere che spesso
noi l'esercitiamo senza accorgercene e quasi a nostro dispetto. La nostra vita
è la soglia della sua: è attraverso ai nostri occhi ch'egli ha veduto fin da
principio. Approfittate, o giovani padri, dei primi istanti di candore del
vostro bambino; cercate di penetrare nel suo piccolo cuore, quando è lì lì per
aprirsi e collocatevi dentro solidamente. Essere amato da una creatura che si
ama non è questo il grande problema della vita, il solo forse che merita degli
sforzi costanti?" (Gustavo Droz,
l'Enfant).
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"Il
bambino tutto riferisce a sè stesso: è un piccolo egoista che inconsciamente
lotta per l'esistenza non d'altro curandosi che del proprio piacere.
L'educatore deve rivolgere la sua attenzione a questa tendenza naturale.
Sarebbe irragionevole tentare di soffocare questo sentimento che è parte
integrante della natura umana e un fattore potentissimo della vita sociale:
bisogna però moderarlo col far sorgere nell'educando il senso opposto, cioè
l'amore degli altri, il quale serva d'equilibrio. I genitori in generale
pongono poca cura nell'educare l'amore di sè; anzi facendo nella famiglia
centro di tutto il figlio, lo abituano ad avere molte pretese, cioè a conoscere
troppo i propri diritti e poco i propri doveri. I figli di soverchio
accarezzati, allorquando entrano per la prima volta in società con altri, non
trovando da parte di questi tutte quelle attenzioni che erano soliti ricevere
in casa, si trovano assai a disagio e crescono solo con gran dolore o non
riescono del tutto a sacrificare l'amore di sè per adattarsi a vivere cogli
altri". (Credaro, in Dizionario
di Pedagogia).
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"Se ogni
fanciullo prendesse uno sviluppo corrispondente a quello che sembra indicato dal
suo carattere primitivo non avremmo nel mondo che uomini di genio". (Goëthe).
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"Si può
definire il fanciullo come una persona che non conosce sè stessa. Lasciando
stare poche eccezioni, l'infanzia in generale è felice e buona, felice senza
saperlo, buona senza volerlo. Qualche bisbetico pretende di trovare già della
cattiveria nel fanciullo: non credetegli. Io non voglio dire che il fanciullo
non faccia qualche volta del male e qualche volta che non lo faccia
volontariamente; più tardi vien anche l'età in cui le idee del bene e del male
cozzano in lui; ma la prima infanzia è buona e ingenua". (Fanet).
"Il
fanciullo è il padrone della società. Indipendente, irresponsabile,
contemplando dal suo cantuccio sfilanti a lui d'intorno uomini e fatti, egli li
giudica, egli si pronuncia in merito colla vivace stringatezza propria
dell'infanzia; potrete voi adularlo, ma egli non vi adulerà". (Emerson).
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"Il
fanciullo ha in sè qualche cosa di divino, perchè la sua piccola anima ha
lasciato il soggiorno e la compagnia degli dei molto tempo dopo la nostra. Egli
se ne ricorda di più e se anche non sa o non vuole parlarcene, il suo occhio
limpido, il suo fresco sorriso, la sua voce dolce lo tradiscono. E una grazia
divina che incanta il cuore degli uomini". (La Strenna).
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