X.
RAGAZZI
SVOGLIATI
Mi domandano
spesse volte come si fa a dar la voglia di studiare e di lavorare a un ragazzo,
che di voglia ne ha poca o punta. Questa mancanza di volontà nei figliuoli è la
disperazione dei poveri padri e delle povere madri, che pur di vedere i
figliuoli bene avviati, non guardano a spese e a sacrifici; e molte volte si
trovano con un pugno di mosche in mano. Nè rimproveri, nè castighi, nè consigli
di maestri, nè mutamento di collegio, nè premio o mortificazione hanno potuto
trasfondere in un ragazzo sano, grande e grosso quel po' di volontà necessaria
a impedire che un uomo resti una botte vuota.
Non nego che
vi sian casi cronici di malavoglia, che possono derivare dalla debolezza organica
di un individuo; ma un caso o due non bastano a giustificare i cento casi
d'infingardaggine più o meno intermittente, da cui son presi i ragazzi
specialmente dai dieci e dai dodici anni in su.
Intanto è
utile aver presente che l'attività è la forma più vivace della vita; quindi
l'inattività sarebbe non un vizio di natura, ma un vizio d'educazione, contro
natura. Il bambinello fino dai primi mesi non cerca e non desidera altro che di
far qualche cosa e gode degli sforzi che può fare da solo, del sentimento che
comincia ad avere della propria attività. Più tardi l'attività si trasforma in
una quantità di giuochi inesauribili, che stancano prima il corpo che non la
volontà di giuocare; e sul tramontare della vita il poter fare qualche cosa non
è forse la gioia e l'orgoglio del vecchio cadente? e i ricchi che non hanno
nulla a fare non si consolano con una quantità d'esercizi inutili di sport?
Dunque la
malavoglia non è un male naturale, ma un male che si prende, un guasto nella
macchina che si deve poter riparare e si deve riparare prima che la macchina
irrugginisca e diventi inservibile. Il ragazzo è qualche volta il minor
colpevole. È stata una sequela di piccole trascuranze da parte di chi lo doveva
sorvegliare, di piccole inerzie materne, di piccole rinuncie, di molti lasciar
fare, lasciar stare, di vedremo... faremo... penseremo domani, con cui parenti
e istitutori hanno ritardato l'impiego di quella giovanile attività; la quale
intanto che aspettava, si è addormentata.
Qualche altra
volta la troppa trepidazione di una donna per la salute del suo figliuolo ne ha
guastato lo stomaco e la volontà. Qualche altra volta si scopre che il ragazzo
mangia troppo e troppa roba succolenta: occupato a digerire e a smaltire una
grande quantità di vittovaglie, al piccolo allievo non resta volontà di far
altro.
Qualche altra
volta invece non si tratta che di un ragazzo fuori di posto. Si sa che la forza
della volontà aumenta in proporzione dei successi che si ottengono, e che molti
intristiscono soltanto perchè non possono trovare un campo per manifestare
degnamente quel che sono e quel che valgono. Un cantante che si sente fischiato
tutte le sere è un prodigio se non perde presto la volontà di cantare. Così un
ragazzo messo a studiare o a fare cose in cui non riesce, in cui fa sempre
l'ultima figura, perde il coraggio e col coraggio la volontà.
I rimproveri,
i consigli, i castighi e anche le bastonate possono qualche rara volta ottenere
lo scopo di risvegliare un ragazzo indolente, quando il male non è vecchio; ma
non basteranno i bottoni di fuoco a scuotere la pigrizia d'un ragazzo
condannato a farsi dare eternamente dell'asino. In questi casi i digiuni, i
calci, il bastone, i castighi degradanti non farebbero che ammazzare del tutto
quel po' d'energia che ci fosse. Pungere con una lesina un soldato affranto non
è il miglior modo per farlo camminare; meglio è ristorarne le forze a poco a
poco fin che può andare da sè. Se ogni male ha la sua cagione, cominciamo
dunque a cercare il perchè della svogliatezza del nostro figliuolo, e
provvediamo in merito, come dicono i legali. Qualche volta scopriremo che
abbiamo messo il ragazzo col viso contro un muro e ciechi, ostinati,
irragionevoli, pretendiamo che cammini contro il muro. Troveremo forse che agli
strapazzi e alle violenze il ragazzo è sordo, mentre sente la voce della
persuasione e della dolcezza; noi invece col seguitare a urlare e a pestare
pretendiamo far sentire un sordo. In questo caso la sua malavoglia non è che la
figliuola della nostra cocciutaggine. Cambiamo programma, cambiamo sistema,
cambiamo strada e la volontà del nostro figliuolo ci verrà incontro allegra e
festosa. Se il vostro figliuolo ha la natura della vite, a che vi ostinate a
mantenerlo in risaia? Voi avete il torto di tenere il vostro figliuolo quasi sempre
solo, in un ambiente annebbiato e annoiato, tra esercizi monotoni, in una
bonaria ma asfissiante protezione; controllate tutti i suoi passi e tutti i
suoi respiri: gli date a mangiare sempre la stessa minestra colla bella ragione
che la mangiate anche voi da cinquant'anni e che vi ha sempre fatto bene;
levate l'aria e la luce alla pianta, e vi meravigliate che intristisca. Non
omnibus omnia; che in volgare vien a dire: quel che fa bene a uno fa male a
un altro.
Insomma delle
somme, per vincere la pigrizia dei nostri figliuoli bisogna cominciare a
vincere la nostra, studiare l'indole del ragazzo, veder quel che gli fa male,
quel che lo impedisce, rimuovere gli ostacoli, cambiargli l'ambiente come si
cambia la terra ai vasi di casa; bisogna essere alacri e svegli per parte
nostra, perchè pigrizia per pigrizia fa pigrizia.
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* *
A dare la
soddisfazione morale del successo che conforta è bene non pretendere dal nostro
allievo uno sforzo superiore alla sua età e capacità, L'ambizione di fare dei
sapienti precoci è la cagione più d'una volta che immiserisce le più fresche
energie. Non si può amare ciò che ci punge. Le cognizioni acquistate
faticosamente e continuamente in mezzo alle spine e alle ortiche devono finire
col diventare odiose: e la volontà non si sveglia se non trova piacere e
simpatia per ciò che fa. Un allievo che era l'ultimo della sua classe, dove lo
si voleva mantenere per forza, divenne il primo di una classe più indietro e
rimase sempre il primo fino a compimento dei suoi corsi, e oggi è ancora uno
dei primi industriali della sua città. L'ambizione di correre più degli altri,
è una ambizione sciocca per chi ha le gambe corte. Quando il lavoro è un
equilibrato esercizio colle forze naturali, allora soltanto è lavoro sano,
proficuo, piacevole, che rende più di quel che costa. Pretendere che un ragazzo
lavori allegramente in pura perdita o pretendere da un ragazzo ciò che non si
oserebbe chiedere nè a uno stoico nè a uno scettico che faccia professione di
filosofia, e nemmeno al più modesto venditore di castagne. Mettete in disparte
le straordinarie ambizioni; e contentatevi di un modesto interesse. Chi vuol
fare troppe speculazioni sulla volontà e sulle forze de' suoi figliuoli,
arrischia di perdere col tempo interessi e capitale.
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La volontà
che contrasta alla vocazione e all'indole naturale è una lama che si consuma
sulla pietra a vantaggio di nessuno. Non insistete a voler fare del vostro
figliuolo un avvocato o un dottore per forza. Mentre siete a tempo, se vi pare
che la sua volontà urti in una ripugnanza naturale, fatevi coraggio, desistete
con una risoluzione energica, anche con qualche danno vostro, dal grande ideale
che avete sognato. I conti bisogna farli coll'oste, cioè colle cose e cogli
uomini, non coi sogni. Il vostro futuro avvocato non vuol saperne di latino?
ebbene mandatelo altrove, all'estero, in commercio, fatene fuori un buon
contabile, un fior di commesso viaggiatore, un procuratore di banca; si vive
benissimo anche senza sapere il latino: anzi i professori che confrontano i
loro stipendi con quelli dei banchieri e dei commessi viaggiatori dicono che si
vive meglio. Un buon maitre d'hôtel che sa tre o quattro lingue e che
guadagna dieci mila lire all'anno è più utile e rispettabile d'un cattivo
avvocato senza clienti. Lasciate correre la volontà nella sua china e vi moverà
molini e gualchiere: imprigionatela in un pregiudizio e vi marcirà dentro. Il
chierichetto annoiato, slombato, può diventare un eccellente marinaio; un
cattivo liceista può avere in sè la stoffa d'un magnifico agente di campagna.
Ma i cambiamenti, se occorrono, bisogna farli presto, senza rincrescimento,
senza rimproveri, senza rimpianti: non è colpa dell'acqua se non è vino, e non
c'è nulla di più inutile come il pretendere che l'acqua diventi vin vecchio. E
se la vigna vi ha dato del vino squisito, badate a non buttarmelo via, a non
sciuparmi la ricchezza d'un ingegno vivo e ardente in qualche negozio senza
conforti ideali, per l'avarizia di sfruttare un beneficio casalingo o
l'avviamento d'una bottega. Chi è nato per essere un buon pittore sarà sempre
un magro contabile e un cattivo negoziante di candele.
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Un buon
contravveleno della pigrizia è l'amor proprio. Tenete elevato e confortato nel
fanciullo il sentimento della sua abilità, qualunque essa sia, lodatelo
volentieri, quando merita, per quel poco che sa fare, e il resto verrà
naturalmente da sè. Mostrate in tutte le occasioni che vi servite di lui, che
fate a fidanza sulla sua abilità, affidategli qualche volta impegni superiori
in cui sia in giuoco qualche po' d'ambizione e vedrete la volontà riscaldarsi
alla fiammella colorita della vanità.
Di solito,
nelle case dei ricchi e dei poveri, si segue il sistema opposto, invece di
eccitare si deprime. Le saggie madri credono che non si debbano mai lodare le
ragazze per non suscitarne la vanità. I padri austeri, fissi nell'opinione che
i figli devono stare al loro posto, non si permettono mai di trattarli da
amici. Molti non vogliono lodare anche quando son persuasi che la lode è
meritata: non vogliono dire una buona parola mai, o per rozzezza di spirito, o
per non mostrarsi deboli, o per quella scontrosità selvatica che non sa trovare
una voce soave. Quindi ai deboli manca sempre l'aiuto d'un buon
incoraggiamento, mentre non manca mai la tempesta dei rimproveri e dei colpi di
bastone: di qui la sfiducia, l'amarezza, il malcontento, l'avvilimento
nell'animo dei figliuoli, che non vedono mai applicata la legge della
giustizia. Di qui la nessuna voglia di far bene, che è il primo passo al mal
fare.
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Se il vostro
ragazzo non sa fare che l'arrotino, incoraggiatelo. L'arrotino salverà l'uomo.
(La Strenna).
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Nell'educare
bisogna saper unire un cuore di madre allo spirito di un uomo. (Girard).
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L'educazione
deve saper sviluppare nel fanciullo l'ideale, ossia il divino che
vi è nascosto in germe e provocarne lo sviluppo spontaneo. (G. P. Richter).
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La peggior
maniera per farsi intendere dai nostri figliuoli è quella di gridar troppo. (La
Strenna).
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Euripide ci
rappresenta Ercole amante dei bambini. Ercole è il simbolo della bontà unita
alla forza. Garibaldi amava i bambini: e questo è il simbolo dell'eroismo unito
alla delicatezza. Socrate diceva: Amo i fanciulli e imparo più cose da loro che
non da tutti i vostri retori e i vostri sofisti. Socrate era il simbolo della
bontà unita alla sapienza. Cristo disse che dei fanciulli è il regno de' cieli
e non mai la santità fu più bella come quando egli volle che i fanciulli
andassero a lui. Perfino i tristi, i ladri, gli assassini si lasciano
intenerire dalle grazie dell'infanzia. Anche il leone di Firenze ebbe pietà di
Orlanduccio. Solamente gli sciocchi e i pedanti temono la compagnia dei
fanciulli. (La Strenna).
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Dio ha armato
l'infanzia e l'adolescenza di grazie e di allettamenti loro particolari: le
rese invidiabili e seducenti e i loro diritti, fondandosi sulla natura loro
spontanea ed amata, non possono essere ripudiati. Il fanciullo è il padrone
della società. (Emerson).
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Ai caratteri
precipitosi imponete la necessità di camminare lentamente, di scrivere
lentamente: ai caratteri indecisi quella di agire con prontezza. Date agli
astratti sempre assorti ne' loro pensieri l'abitudine di guardare in faccia e
di parlare distintamente ad alta voce. Queste abitudini hanno sull'anima e sul
corpo un'incredibile influenza. (Feuchtersleben,
Igiene dell'anima).
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I precetti
teorici possono contribuire molto a creare il senso morale; ma il maggior risultato
lo si deve aspettare dall'azione continua dell'educatore sulla coscienza e
sulla volontà. Lo spirito dei fanciulli non è tanto un vaso che noi dobbiamo
riempire, quanto un focolare che bisogna accendere.
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