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Emilio De Marchi
I nostri figliuoli

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  • PARTE PRIMA
    • XI.   EDUCATE CON BUON UMORE
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XI.

 

EDUCATE CON BUON UMORE

 

 

"Dobbiamo ogni volta che si presenta aprire alla gaiezza, porte e finestre, non esitare a riceverla, come facciamo spesso, volendo prima renderci conto se abbiamo motivo d'essere contenti.

La gaiezza è, per così dire, il denaro contante della felicità: tutto il resto non è che il biglietto di banca: essa sola può darci la felicità in un presente immediato. La gaiezza è il supremo bene. Per acquistarla niente vi contribuisce meno della ricchezza e più della salute..."

Così, molto bene, da par suo, scrive in certi suoi saporiti aforismi Arturo Schopenhauer, parlando della vita e de' suoi beni apparenti e reali.

Se la gaiezza è il premio del vivere, non si dovrebbe mai cessare dal raccomandare ai genitori, ai maestri, agli istitutori, ai distributori della sapienza e della virtù, alle balie e alle bidelle che hanno in custodia l'infanzia: - Per carità, procurate di educare con buon umore, se volete che l'animo dei figliuoli si apra alla serenità e alla rugiada. Certe faccie arcigne, annuvolate, chiuse come vecchi scrigni, certi musi fossili, che abbiamo visto nei nostri collegi e sulle cattedre delle nostre scuole, eran fatti più per spaventare, che non per invitare delle anime allegre a sedersi al banchetto del sapere. Certi predicatori fanno di tutto per rendere la virtù noiosa e antipatica. La virtù che non sa ridere è per lo meno una virtù malata al fegato: non di rado è malata al cuore. Molti disgraziati muoiono senza conoscere e senza amare il bene, perchè hanno avuta la sfortuna d'incontrarlo la prima volta sotto la figura d'un brutto cane ringhioso.

 

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Si devono abituare i ragazzi a soffrire? - Ecco quel che risponde Francesco Droz, nel suo trattato sull'Arte di essere felice, che fu premiato dall'Accademia francese: - Dicesi che sia utile collocare la scuola del dolore nell'età in cui le sofferenze sono più leggiere. C'è in questo un po' di vero e un po' di falso. Se le pene della fanciullezza ci paiono facili a sopportare, gli è perchè sono lontane da noi e non ne abbiamo più paura; ma il fanciullo che passa un anno sotto la ferula d'un maestro severo è infelice più meno d'un uomo fatto, che venga per un anno privato della sua libertà; e dirò ancora che costui è meno da compiangere in quanto un uomo fatto può trovare aiuto e forza nella sua ragione e nel suo carattere. Come possiamo pretendere che i bambini sacrifichino il presente all'incerto avvenire? potremo restituire quel che togliamo loro? Forse l'istante in cui li allontaniamo dalla felicità è il solo ch'era dato loro di godere. Se c'è un conforto nella sventura di perdere un figliuolo è di poter dire: - ho almeno cercato di renderlo felice nei pochi giorni in cui mi è stato affidato. - Tocca alla natura provarli coi dolori; nostro compito è d'insegnar loro l'arte di raddolcirli. Non è mai senza compassione che io vedo un bambino rimpiangere il suo balocco infranto e piangere il suo uccellino morto: è la natura che gli le prime lezioni di dolore e lo prepara a sopportare un giorno più amare perdite. Noi dobbiamo secondarla prudentemente e per consolare il bambino infelice non affrettiamoci a sviare il corso delle sue idee fuggitive e a cancellare un dolore con un piacere. Bisogna pure che i piccini esercitino il loro coraggio e la ragione infantile: noi dobbiamo aiutarli col prendere parte alle loro afflizioni e così prepareremo l'animo loro in modo che senza lamento sopporteranno il giogo della necessità..."

 

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Si teme che un sistema troppo gaio di educazione non prepari abbastanza l'animo dei giovani a sopportare le peripezie della vita, o abbia a rendere più neri i giorni cattivi in confronto dei giorni troppo felici. Si teme che la troppa felicità abitui all'egoismo... e anche in questo c'è una parte di verità. Ma non si dice che l'educazione abbia a essere un perpetuo teatro; si raccomanda che non sia una cripta o un ossario. Lasciate entrare la felicità da tutte le parti, come entra il sole in un locale con molte finestre: ciò che vi si proibisce è di andare apposta a chiudere le imposte per fare il buio. Se poi le giornate saranno piovose, pazienza! i bambini sopporteranno la pioggia nella speranza del bel tempo.

Certi sistemi monacali di fare il raccoglimento per forza e la musoneria per forza nell'animo dei giovani sono semplicemente attentati contro natura. E nei sistemi monacali metto anche la disciplina dei collegi militari, dove l'angheria e il meccanismo fanno di tutto per togliere alla giovinezza la libertà dei movimenti, che è il primo bisogno della vita e la prima condizione della felicità. A diminuire questa già scarsa dote di contentezza, che natura a ciascuno dei nostri figliuoli, concorrono da tutte le parti i programmi scolastici sovracarichi di scienza e di noia, le troppe grammatiche, la troppa analisi, la troppa carta scritta e inghiottita; e per colmo di sciagura, vi concorre fin la così detta ginnastica educativa, inventata, io credo, da un capo contabile di un distretto di provincia durante una quaresima piovosa. Che Dio salvi i vostri figliuoli dalla ginnastica scolastica a movimenti composti e persino razionali! Che sollievo per un ragazzo che desidera fare una bella corsa...3! e che grandi vantaggi ne ricava la fibra del nostro paese!

Se poi si guarda più in basso, alla povera gente che lavora, vien da piangere, quando si vede la fanciullezza scalza e slavata obbligata a non giuocare mai e a lavorar sempre. Gli assistenti dei filatoi che passeggiano nelle corsie popolate di fanciulle dai dodici ai quindici anni, quando si accorgono che il lavoro, dopo otto o nove ore langue, che le mani perdono l'impulso e si addormentano sulle ruote e sulle bacinelle, per rianimare gli spiriti e per non perdere un filo del matassino, permettono alle lavoratrici di cantare. Son le nenie lunghe e piagnulose che escono dai nostri filatoi, dove c'è di tutto, tranne che dell'allegria. In certi stabilimenti verso sera entra una suora maestra e intona il rosario. Il brontolio delle avemarie si mescola al rumore delle ruote e così si aggiunge un altro filo al matassino. Poi le bambine vanno a dormire e dormono un sonno duro, materiale, senza sogni. Forse chi si diverte di più in quest'antica patria del carnevale sono gli uomini seri.


 

 

 




3 Contribuisce ancora a dissipare la serenità nelle nostre scuole, oltre alla congerie indigesta dei programmi, la poca attitudine di molti insegnanti a vivificare l'insegnamento e la nessuna conoscenza che certi dotti cattedratici hanno della natura e dei bisogni dell'animo giovanile.

Quelle qualità alla buona, che facevano dei nostri vecchi maestri eccellenti educatori, anche quando non brillavano per eccesso di dottrina e per numero di pubblicati volumi, col sistema attuale dei concorsi non avrebbero modo di valere e di farsi apprezzare. Le commissioni giudicano l'insegnante sul libri che fa, non mai o ben di raro su quel che sa insegnare, sul modo che insegna, sugli uomini che fa. Anime di ghiaccio son mandate a infiammare anime di scolari: nessuna meraviglia se la scuola diventa una ghiacciala. Così dev'essere e così sarà fin che nel maestro delle nostre scuole secondarie non si cercherà il maestro prima, l'erudito e l'archivista poi. Un dotto trattato di strategia, ch'io sappia, non ha mai procurato a nessun nano il grado di colonnello. Invece basta una grammatica o un nuovo prospetto di verbi irregolari per fare d'un pedante, d'un sordo, d'un balbuziente un professore di ginnasio o di liceo, vale a dire un distributore di idee, di sentimenti, di gusti, di opinioni che non ha o che non sa esprimere. Il gusto per gli studi classici non è mai tanto scaduto in Italia come dal giorno che salirono sulle cattedre dei licei i nostri giovani filologi così bravi nei libri; e col gusto dei classici venne meno il gusto di quel bello ideale che è la simpatia delle cose. Mancando lo scopo morale di questi studi, vien naturale di domandare a che cosa servono, e se non è meglio studiar ragioneria. L'insegnamento vuol essere cosa viva, vivificante, lieta come il vivere. La noia è il sonno dell'anima, il sonno simbolo della morte; con questo di più che tra le varie noie che affliggono il mondo quella che viene dagli eruditi, forse perchè più concentrata, è la più efficace

In quanto alla ginnastica ecco l'opinione d'un fisiologo, il Mosso:

"La ginnastica delle scuole è ora tutta indirizzata allo sviluppo delle braccia, non tiene quasi conto delle marcie e non tende, come dovrebbe essere suo scopo unico, a rendere robusta la gioventù. Dobbiamo cambiare e dare maggiore importanza alla marcia, alla corsa di resistenza e alla corsa di velocità... Fino a questi ultimi anni gli educatori e i fisiologi s'erano limitati a dire che la ginnastica tedesca era inutile e noiosa; ora si comincia a dire che è dannosa. E lo diciamo perchè essa troppa importanza allo sviluppo delle braccia in confronto delle gambe". (Nuova Antologia, 1 ottobre 1893).






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