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PARTE SECONDA
I.
PREMI
E CASTIGHI
Tempo fa,
invitato a discorrere sull'efficacia dei premî e dei castighi nell'educazione,
un maestro di mia vecchia conoscenza, così prese a dire:
"La
questione dei Premî e dei Castighi o in altre parole: Quale
importanza si debba dare nell'educazione moderna alla Rimunerazione e alla
Riprensione è di quelle che si possono dire non risolte mai
definitivamente, ma che invece, seguendo il corso del tempo, sono costrette
rapidamente a trasformarsi, e ad adattarsi continuamente ai nuovi costumi. Ciò
che poteva parere buono cent'anni fa, diventa spesso pessima cosa, od assurdità
oggi: mentre i principî restano immutabili, l'applicazione di essi varia al
variar delle lune, e chi, per esempio, pensasse di applicare rigorosamente
all'educazione de' suoi figliuoli il metodo tenuto con lui da' suoi venerati
genitori, può darsi che il risultato nel solo viaggio d'una generazione torni
differente o contrario.
Se una volta,
per venire al mio argomento, poteva parere a un giovinetto il sommo degli onori
il ricevere una corona d'alloro in piena accademia, o il vedersi dipinto e
contornato di simbolici emblemi nei corridoi del collegio, e avere il suo nome
coniato in oro o in argento, quanti dei nostri giovinetti non si sentirebbero
disturbati oggi dalla pompa di queste cerimonie? Se il mandare il fanciullo a
messa colla reticella da notte in capo poteva sembrare ai genitori dell'Alfieri
un castigo efficace, non v'è chi vorrebbe esperimentarlo oggidì, anche sopra un
bambino meno ribelle dell'Alfieri. Se una parola cortese, o il baciamano, o
l'essere allontanato da un rosario domestico poteva sembrare ai tempi della
fanciullezza dell'Azeglio un premio e un castigo pieno di significato, poco ne
avrebbero al presente. Così dite delle orecchie di cartone, della croce fatta
colla lingua in terra, dello stare ginocchioni con sassolini sotto, o in piedi
colle mani alzate come Mosè, delle scorpacciate concesse in premio d'una buona
azione; delle ghiottornie che si portavano una volta in collegio per raddolcire
l'amarezza della prigionia, e di tutto quell'arsenale di mezzi e di mezzucci,
che non risponde più al meccanismo della società e dello spirito moderno, come
i vecchi telai di legno non rispondono più ai bisogni e ai desideri
dell'industria.
La natura
umana non è meno viziosa oggi di ieri, nè la necessità dei rimedi a guarire i
vizi della natura è meno sentita da noi, di quanto sentiamo la necessità delle
medicine per guarire i vizi del sangue e del sistema nervoso. Anzi se dovessimo
credere alle apparenze, i nostri vecchi avevano una costituzione fisica e
morale più forte, mentre noi per colpa di mutate condizioni ci piglia la tosse
ad ogni soffio di vento. Forse perciò la medicina va mettendo in disparte i
mezzi eroici e risoluti, le ampie cavate di sangue, il sistema d'indebolire e
di abbattere prima di guarire, e lasciando molto alla vis medicatrix naturæ,
procura di ricostituire le forze con metodi regolari di vita.
Così è pure
di quell'arte medica e morale, che si chiama Educazione, che va di giorno in
giorno abbandonando i mezzi violenti, estranei alla natura, contenta di
suggerire piuttosto che d'imporsi. Non voglio dire con ciò che la
responsabilità dell'educatore sia diminuita, o che perchè le tirate d'orecchi
sono proibite, il buon uomo abbia meno da fare. Tanto l'incoraggiamento, come
il freno devono entrare ancora e per molta parte nella nostra sorveglianza,
perchè pur troppo la natura umana non si muove di necessità sotto una forza
continua e uniforme, come si muovono gli astri, che vanno da sè al loro fine;
ma è incostante, bizzarra, con impeti inconsulti e pigri abbandoni, pieghevole
come un giunco ai moti dell'aria. Che cosa rappresentano nell'educazione il
Premio e il Castigo? sono per i primi anni l'unica espressione viva e
sensibile, che noi possiamo dare al nostro sentimento morale: sono l'entusiasmo
e l'orrore, che noi manifestiamo per un'azione buona o cattiva; dietro questo
entusiasmo, dietro questo orrore sta la Legge, come il popolo ebreo, popolo
bambino, vedeva la legge negli splendori e nelle nuvole del monte. Rimanere
impassibili come statue innanzi ai moti buoni o perversi del nostro allievo, è
perdere la più vigorosa occasione di rivelargli la legge, e nel male è un farsi
suo complice. L'approvare e il disapprovare sbadatamente è anche un male
peggiore: è un correre il rischio di violarla, o per falsa stima delle cose, o
per pigrizia, o per malizia. Una lode ingiusta può introdurre, senza che voi ve
ne accorgiate, l'ingiustizia nel cuore del vostro figliuolo e introdurvela
quasi incoronata e applaudita. Un castigo inopportuno può oscurare per sempre
la visione del bene ed è in questo modo che sovente nascono i così detti
figliuoli incorreggibili. È il vostro figliuolo veramente incorreggibile, o è
la vostra correzione ingiusta e incorreggibile? E voi che tormentate il
testardo colla voce e colle mani, vi tormentate una volta voi stessi a cercare
la ragione della vostra ragione? Ciò vi dimostri che il nostro argomento, se
non è dei più nuovi, non è divenuto ancora dei più oziosi.
Anzi è un
argomento che si accosta e s'incatena tanto colle leggi generali
dell'educazione, che non si potrebbe parlarne adequatamente, senza toccare di
quelle leggi, donde scaturisce. Perchè, se, come si disse, la rimunerazione e
la riprensione sono per sè stesse un giudizio vivace intorno a ciò che conviene
o non conviene di fare, bisognerebbe veder prima, se del buono e del turpe
ciascuno di noi abbia in cuore la chiara coscienza. E qualora sì, vedere di
nuovo se questa coscienza è così prudente e così sensibile da non lasciar
dubbio ch'essa si manifesti o troppo presto o troppo tardi. Bisognerebbe
insomma ch'io domandassi a ciascuno di voi il programma di ciò che intende per
buona educazione o mettermi con voi a stabilirne uno. Ma, come vedete, ciò mi
trascinerebbe in ben lontane peregrinazioni, e giova per il momento supporre e
sperare che tutti quanti abbiate dell'educazione il più integro, il più
amoroso, il più sacro disegno, in modo, che sarebbe farvi offesa il pensare che
il vostro premio cada in onore d'azione meno onesta, o il vostro castigo sia lo
spauracchio della virtù.
Lasciando
stare adunque la questione dei principî, è intorno ai mezzi e ai modi del
premiare e del riprendere che noi dobbiamo quest'oggi restringere il nostro
discorso.
Ho conosciuto
maestri, educatori, e babbi e mamme amorose lasciarsi spesso trascinare alla
lode non dalla persuasione che quella buona parola cadesse a tempo, come la
goccia di rugiada sul fiore, o come la goccia d'olio sopra un meccanismo in
azione, o per dare una dolce sanzione morale a un atto virtuoso; ma soltanto
perchè il cuore, sempre tenero e indulgente, era ghiotto esso stesso di quel
dolce, che regalava altrui.
O quest'oggi
v'è un interesse straniero che concilia la bontà, o domani non si vuoi negare
una consolazione a un poverino malato, o non si vuole che gli anni più belli
della fanciullezza passino per lui meno fioriti, meno spensierati; oppure ho
ben dormito la notte, ho fatto una eredità, è bel tempo e sento il bisogno di
spargere intorno a me la festa, i regali, il perdono, la benevolenza. Mi servo
di questi esempi per meglio accennare ai diversi casi, nei quali è facile che
l'educatore sostituisca sè stesso e l'umor suo a quei principî, a quelle leggi
morali di cui si discorreva più su.
Io ho
conosciuto anche qualche buona mamma, che nel suo figliuolo vedeva le sette
meraviglie; nessuno più intelligente, nessuno più amoroso, più spiritoso e più
bello. Ben difficilmente Pierino aveva dei torti, o quand'anche, erano così
carini quei torti, che la ragione del maestro, della governante e perfino
quella del babbo, non poteva valere di più. A poco a poco Pierino diventa un
grazioso prepotentaccio, un manesco, un mariolo; ma se rompe dei vasi è buon
segno di vivacità, se risponde un'insolenza è un tratto di carattere, e se ti
cammina sui piedi è sì leggero ed elastico il bambino, che non fa male. Credete
voi che quella buona madre applichi nei suoi giudizi i supremi principî del
bene e del male?
Dirò adunque
fin dal principio che le lodi soverchie sono per sè stesse un'ingiustizia, sono
un'immoralità per chi le dispensa, e una vera insidia all'innocenza.
Sono
un'ingiustizia in quanto si da più del merito, abbassando per conseguenza il
vero merito a pari d'ogni mediocrissima azione, o fors'anche d'una azione
riprovevole.
Sono immorali
per chi le dispensa, perchè dimostrano una fredda indifferenza fra ciò che è
veramente grande santo e sublime e ciò che è solamente comune, ordinario,
mediocre e piccino. È tanto ingiustizia negar l'alloro al povero Tasso, quanto
il concederlo ad Arlecchino; questa confusione di apprezzamenti è poi la
cagione prima, per cui gli sciocchi trionfano a danno dei virtuosi, e le
apparenze tengono il campo della virtù, come i barattoli vuoti nelle scansie
degli speziali.
Sono
finalmente un'insidia all'innocenza, perchè il fanciullo ci crede e s'inganna
sul valore delle cose; quel giorno che egli crederà di avere in serbo un
piccolo tesoro, troverà invece che le vostre monete erano tutte false.
Alcuni miei compagni
di fanciullezza si sarebbero per questa via perduti per sempre, quasi inebriati
di sè stessi, se non piombava a tempo sul loro capo una severa lezione
dell'esperienza, che li richiamò bruscamente alla vera coscienza delle cose e
di sè stessi.
Non posso,
poichè mi trovo nell'argomento della lode, sorvolare sopra un difetto, che è
specialmente comune nelle scuole, dove i maestri, trascinati da un naturale
entusiasmo, largheggiano di onori più verso una buona facoltà o disposizione
che sia innata nell'allievo, anzichè verso il merito delle sue vere conquiste e
delle sue vere e faticose vittorie.
Annibale ha
vivace fantasia e scrive cose che sono piccoli poemi; per lui sono tutti gli
allori, e maestri e parenti fanno a chi più esalta una dote che, se guardiamo
bene, tanto meno la si può acquistare quanto più è squisita e straordinaria.
Non è forse come portare dell'acqua al mare? Che direste di quell'agricoltore
che, avendo varie parti del campo, quale feconda, quale arenosa, intendesse a
fecondare dove c'è meno bisogno? Ne deriva quasi sempre che quel buon ingegno
perde un bel giorno l'equilibrio delle sue facoltà e la fantasia trionfa sempre
a danno dell'ordine, della meditazione, della diligenza, finchè, non tenuta a
freno nè dallo studio nè dalla critica di sè stessa, svapora il più delle volte
in una grande fumata. Se invece la lode, in questi casi, fosse riservata ad
esercitare le altre facoltà più deboli, a raddolcire le pene che il giovinetto
prova per tutto ciò che gli è meno naturale, non solo se ne vantaggierebbe
quella dote prima, ma eviteremmo la noia di questi sognatori eterni, che dopo
aver tentato un po' di tutto, col capolino asciutto, come il Giovinetto
del Giusti, si sdraiano in un presuntuoso ozio senza riposo.
Nelle scuole
sopratutto, dove ogni nostro giudizio ha valore di sentenza, bisogna andar ben
guardinghi nel commettere l'ingiustizia, se non si vuole seminare diffidenze,
invidie e rancori. Lo spettacolo di chi trionfa soltanto per la fortuna
dell'ingegno, è già per sè stesso un tormento per gli altri che salgono ad uno
ad uno, e con affanno i gradini del sapere. Le nostre lodi siano adunque
specialmente per chi lavora, e per chi ne ha più bisogno.
Non credo di
declamare cosa nuova, dicendo che la lode e i premi devono essere impartiti con
parsimonia, essendo cose preziose; lasciamo che gli allievi ce le strappino di
bocca o fuor della mano. Solo a questo prezzo se ne incapricciano, come di una
fata che ha sempre del meraviglioso quando esce dalla nube. Ma se col continuo
uso noi sciupiamo i bei colori di questa apparizione, toccherà anche alla
rimunerazione la sorte di tutte le belle apparizioni di teatro, prese in troppa
confidenza. Se v'è un maestro di cuor generoso che regala i numeri per niente,
non uno de' suoi allievi gli è riconoscente; ma strappare un bel numero
dall'ugna d'un pedantissimo è per i piccoli e per i grandi un trionfo da
ricordarsene.
La tenerezza
tende molte volte delle insidie al cuore dei genitori, che insegnano a' loro
bambini a far molto caso di ciò che è invece tutt'affatto secondario e di più.
Cecilia è una cara bambina, con una voce che ha dentro di sè tutti i suoni
dell'affetto e della civetteria. Ecco monta sullo sgabello e declama del
Fusinato e del Metastasio (che non capisce) con tutte le moine d'una piccola
artista: quindi lagrime della mamma, singhiozzoni del babbo, abbracci della
nonna, baci e carezze, e chicche da tutte le parti, come se il recitare delle
parole che non si capiscono sia veramente la più grande abilità di quella
piccina. C'è dell'inganno per lei e per tutti. Cecilia sa fare benino la calza
e guardate! nessuno le dice mai nulla.
Non è neppur
una cosa troppo facile il saper discernere, fra i meriti pari d'un buon
allievo, sopra quale convenga essere più generoso; ma certamente credo di non
ingannarmi, asserendo che non è necessario che la vostra lode perseguiti, dirò
così, ogni piccola virtù, quasi che questa non possa essere anche il premio di
sè stessa. Non solo adunque converrà talvolta sopprimere del tutto il nostro
applauso, ma sarà un buon accorgimento di toglierlo a una bella e splendida
azione per concederlo a qualche piccolo atto oscuro che indichi il nascere o il
venir oltre di una nuova qualità da un pezzo desiderata. Carletto ha buon cuore
e lascia cadere tutti i giorni una moneta del suo borsellino nella mano
grinzosa del vecchierello sull'angolo della via. Posso anche fingere di non
vederlo quell'atto generoso, e far invece le mie dolci congratulazioni per un
primo compito meno macchiato del solito. Mi direte perciò un uomo che non
capisce niente? Voi vedete, quanta importanza possa avere l'eccitamento
dell'approvazione e del premio non solo per riguardo alla condotta delle buone
qualità, ma anche a risvegliare queste stesse qualità latenti e come avvizzite;
nello stesso tempo bisogna evitare che il nostro affetto induca nel nostro
allievo un gretto egoismo. Ma le difficoltà non sono finite; bisognerebbe ch'io
vi parlassi a lungo anche intorno al genere di queste lodi e di queste
ricompense, che rappresentano per il fanciullo l'equivalente delle buone
azioni.
Il fanciullo,
nella sua semplicità un po' materiale, non può a meno di giudicare della
maggiore o minore bontà della sua condotta che dalla maggiore o minore
grandezza del premio. Nè possiamo pretendere da un bambino ciò che fa illusione
anche agli uomini grandi e ai grandi uomini. Chi di noi non è avvezzo a
giudicare il merito d'una persona dallo stipendio che riscuote la fine del
mese? Non è a meravigliarsi dunque che Luigino, posto fra un cavalluccio di
cartone e uno di legno, stimi virtù e merito più grande quello che viene sul
cavallo di legno. Se così stanno le cose, cioè se nella sua semplicità egli non
può giudicare l'astratto che nelle proporzioni del concreto, voi vedete, che
c'è un pericolo anche nel distribuire i regali e i premi a caso5. Anche
la qualità delle parole che si dicono può turbare il senso morale. Loderete
Pierino perchè è bello? Prometterete sempre un vantaggio al suo sacrificio?
Premierete un bel tratto, una bella obbedienza con leccornie o con bei vestiti?
Se fra gli altri pericoli temete che il vostro figliuolo diventi un ghiottone,
e un vanerello, come non lo diventerà, se la ghiottoneria e il lusso sono il
premio delle sue virtù? Nella lode come nella correzione dobbiamo sempre aver
di mira di far brillare agli occhi dell'allievo la giustizia; il
fanciullo, che è sempre il nostro giudice, sa subito distinguere da sè ciò che
noi gli diciamo per amor suo, e ciò che diciamo per amor nostro. Bisogna che
l'affetto nostro e la nostra naturale inclinazione per tutto ciò che è piccino
e bello e attraente, non sia il frutto d'un pigro egoismo, che perdona e
concede per non scomodarsi, che ci fa schiavi a poco a poco dei nostri allievi,
e seconda in loro quella tendenza di tutto rapportare a sè, come se fossero
essi il centro del mondo. La giovinezza è un vaso fragile e limpidissimo.
Questo dobbiamo aver sempre presente per non agitarla con scosse violenti, per
non deturparla nemmeno col fiato; ma chi, per paura di romperla, permette che
si deturpi da sè fino a lasciarle perdere il suo splendore, commette un
tradimento.
*
* *
Lasciate che
vi ricordi una sentenza di Garfield, il povero presidente degli Stati Uniti,
che fu anche un uomo di spirito. Egli disse nelle sue massime che bisogna aver
il coraggio di guardare in faccia al diavolo e di dirgli: - Tu sei il diavolo!
Quel
"diavolo" in corpo che nell'educazione giovanile i vecchi metodi dei
collegi, specialmente ecclesiastici, cercavano e cercano con ogni mezzo di
incatenare, di battere e di sopprimere, io vorrei che diventasse il nostro più
vigoroso alleato, perchè esso mi rappresenta quasi sempre l'energia e il
carattere più distinto del fanciullo. Nelle nostre virtù noi siamo quasi tutti
eguali, perchè la virtù è un inno e l'inno è un accordo di voci e di parole; è
nelle male tendenze; nell'indocilità, nell'orgoglio, nell'ira, nella furberia,
nella dissolutezza che ciascuno di noi si palesa e si atteggia in una sua
maniera, segno che il "diavolo" vuol essere sempre indipendente.
Caccieremo fuori questo spirito di ribellione? accetteremo anche noi quella
vecchia parola di mortificazione, che ha dentro di sè sì malinconica
radice? A mio credere nulla bisognerebbe mortificare di ciò che Dio ha creato e
anche il diavolo, specialmente quello dei nostri figliuoli, vien da Dio, o col
suo permesso. Ma bisogna guardargli in faccia senza paura, e fargli sentire che
non si giuoca, farsene una specie di scudiero alla foggia di quel gigante, di
cui racconta il Pulci nel suo poema.
La
correzione, come dice la sua parola, vuol essere un sorreggere, un accompagnare
colla mano i passi vacillanti, non una spinta nella schiena che butti a terra.
Nei vecchi sistemi (che non sono però invecchiati del tutto) per paura che
allignassero delle male radici si spargeva a buon conto tutto il campo di
cenere, e così colle tristi intisichivano anche le buone. Si finiva dunque
collo spogliare il fanciullo d'ogni sua nota caratteristica, riducendolo a una
misura convenzionale, vestendolo in una foggia prestabilita, come accade ai poveri
coscritti entro le grosse vesti di tela, che si somigliano tutti. Ma togliete
all'uomo il suo carattere e sarà come sottrarre il fuoco alla macchina; l'uomo,
che manca di individualità, non potrà mai essere onestamente utile nè per sè nè
per i suoi, ma come una macchina spenta si lascierà sempre trascinare dai più
forti e dai più astuti.
Voi vedete
dunque, quanto importi che la nostra correzione, e il nostro castigo non siano
un'opera nè di devastazione, nè di defalciazione, ma una semplice azione
direttiva, repressiva anche, purchè nulla vada perduto di ciò che è vitale.
Gl'Inglesi sono già arrivati da molto tempo a questa considerazione, e sebbene
la libertà e l'abbandono in cui lasciano l'allievo, non sia interamente da
consigliare per noi, è fatto notissimo però che gl'Inglesi mirano piuttosto a
salvare il carattere anche con pericolo dell'uomo.
L'azione
dunque della correzione vuol essere un movimento tutto dell'animo, nulla di
esterno. Ogni uomo, nascendo, porta con sè quasi il regolatore della sua vita
in alcuni sentimenti, che furono finora o mal conosciuti o male apprezzati e
dei quali aspetto di parlarvene fra poco. Intanto le ragioni del tempo e la
coscienza nostra ci hanno già tolti di mano quegli strumenti brutali di cui
pochi di noi conservano confusamente qualche remota reminiscenza. V'è una
pedagogica barbara, che annovera anche il terrore fra i buoni mezzi educativi,
e crede ancora all'efficacia dello staffile, come vi son molti che credono
ancora all'efficacia della pena di morte. Noi non abbiamo nulla a vedere con
questa pedagogica, e se perdoniamo allo zelo materno un gesto anche molto
vivace della mano, là dove non entrano le persuasioni pedagogiche, oltre un
punto solo vogliamo che il corpo del fanciullo sia il tempio sacrosanto di qualche
cosa di immortale, e sacrilega sia la mano che lo tocca. Ai tempi di quei
maestri che il Giusti chiamava "vetturali" pareva impossibile che
cinquanta ragazzacci stessero uniti in una scuola se non ammaliati dal bastone,
e i colpi si distribuivano a dosi come le medicine, chiamando gli stessi
compagni a tener ferma la mano del colpevole. Perchè dopo trent'anni appena ci
sembrano cose, dell'altro mondo? Non accusiamo i nostri padri di colpe che al
loro posto avremmo commesse anche noi; ma la riflessione si faccia almeno per
nostro avviso, per non cadere in altri errori, che non sono meno assurdi per
quanto siano più umani.
Noi dobbiamo
fare qualche cosa di più, e guardare abbasso a ciò che accade anche oggidì, fra
tanta declamazione di gentilezza, nelle officine, nelle botteghe, nelle
famiglie del popolino e non accontentarsi di star bene noi, ma procurare anche
agli altri e specialmente ai più bisognosi il mezzo di guarire.
Qui non si
può sperare che un discorso di più o di meno possa cangiare la faccia delle
cose, ma noi dobbiamo disperare che quella gente sia preparata alla dolcezza
della civiltà, finchè maestri di bottega, padri e madri di famiglia, pienamente
al buio di ciò che sia educare ed insegnare, usano d'una correzione che è
espressione, non d'un principio, ma dell'ira, dell'odio, dell'avarizia,
dell'ubbriachezza, di tutto ciò che volete di più inconsulto, di più brutale.
Una delle più
vive impressioni della mia fanciullezza fu la vista di un ragazzetto di forse
sei anni, che, seduto innanzi al deschetto d'un ciabattino, imparava allora a
tirare i primi spaghi.
Io imparava
allora le prime declinazioni latine.
Il padrone,
un brutto ceffo che pareva tinto col carbone, gli aveva sempre gli occhiacci
addosso e ad ogni colpo in fallo, faceva piombare sul viso e sulle braccia nude
del bambino una doppia correggia di cuoio. La correzione lasciava il segno su
quelle povere carni e il bambino s'ingegnava d'infilare sullo spago anche le
sue lagrime. Un giorno lo sgabello era vuoto, e io sperai che il poverino potesse
morire. Ma pensando a ciò che io ho sofferto per lui a quel tempo, e all'impeto
d'odio che provavo contro quel brutto arnese, mi spaventa che oggi non sia
molto meglio d'una volta. Una correzione che ha per iscopo di nutrire nel cuore
l'odio e il corruccio, è un delitto come ogni sorta di corruzione morale.
Nè le parole
sono spesso più educative di questi atti, anzi nelle officine, e su per le
baltresche corrono formole di rimprovero che son trattatelli concentrati di
malizia, e gli epiteti e gli auguri che certe madri inviano alle loro
figliuole, sono spesso di tal natura, ch'io non potrei pure accennarle senza
offendere la dignità de' miei uditori. Ma qui non è il caso di deplorare;
parole se ne fanno già molte e per nulla. Speriamo solo che gli amici del
popolo comincino veramente ad amare il popolo come sè stessi.
Ma anche fra
noi, che presumiamo di sorgere talvolta a maestri di ciò che conviene, non sono
molti coloro che in mezzo alle molteplici e fastidiose incombenze dell'educare,
sotto la noia di un lungo esercizio, nella moltitudine, nell'insofferenza degli
allievi, innanzi alla loro dissipazione chiassosa, turbolenta, vorticosa, non
sono molti coloro che sappiano mantenere quella serenità di spirito e di
parole, per cui lo zelo trabocca dalla giustizia, e non dall'impazienza e
dall'ira. Battere altrui per dare un piacere alla mano è mestiere da tiranno:
egualmente l'esplosione di un'anima iraconda non potrà mai essere uno
spettacolo educativo. Al di sopra delle nostre passioni sta il sommo bene del
nostro allievo, del nostro figliuolo, e se giova il calore della voce, il lampo
degli sguardi a dimostrare un vivo amore alla giustizia, lo zelo non deve mai
far le spese del nostro sangue e dei nostri nervi. Son cose facili a dirsi lo
so; ma che cosa sarebbe l'ideale dell'educatore senza la virtù del
disinteresse, che lo riveste d'una sacra maestà e fa di lui un personaggio meno
terrestre, o meno comune degli altri?
È ai giovani
maestri, che più sentono le tentazioni del sangue e ai quali forse la mia voce
può sembrare meno debole, ch'io vorrei raccomandare questo prezioso esercizio
di osservazione sopra sè stessi, allo scopo di sceverare sempre sè stessi dalle
volgari passioni del momento e di mettere più lucida innanzi la nozione del
bene.
Che prima di
venire al castigo convenga conoscere l'indole del fanciullo per non correre il
rischio di turbarne il sentimento; che non a tutti gli allievi l'egual castigo
e l'eguale rimprovero torna opportuno; che bisogna procurare di piegare al
meglio e non di affogare una naturale inclinazione; che il castigo troppo
ripetuto perde la sua tempra; che l'ammonizione privata e amorosa, novanta
volte su cento, vale più della punizione pubblica e spettacolosa, sono cose
d'una sapienza troppo antica, perchè io debba ripicchiare sopra di esse. Aprite
qualunque buon libro di educazione pratica, quello della Necker de Saussure
p. e. intorno all'Educazione Progressiva e vi troverete scritto che
"una punizione perchè sia efficace e a proposito deve essere annunciata
prima e applicata in seguito a un caso ben definito; che bisogna cercare di
volgere la reprensione dal lato della persuasione; che la noia delle nostre
eterne querimonie finisce coll'indurre nell'allievo un sentimento di disistima
verso di noi, e collo staccare il suo spirito dal nostro; che l'ironia e le
frecciate lunghe e indirette sono generalmente odiose e irritanti per un'anima
tenerella; che una volta scontato il fallo, bisogna restituire al fanciullo
tutta intiera la nostra benevolenza e non parlarne più e così via".
Nè io finirei
così presto, se volessi enumerare tutte le precauzioni che il buon medico deve
avere verso il suo malato; le circostanze di luogo, di clima, di natura,
variano all'infinito, come variano i colori del mare, del quale non si può dire
se sia verde od azzurro. È nell'applicazione che la dottrina dell'educazione
diventa un'arte delle più complicate, e il dare dei precetti nell'arte, voi
sapete che spesso equivale come imbrogliare le idee. L'amore è la più tenera
guida, se non la più sicura; e difficilmente s'inganna chi nell'educazione
interroga spesso e attentamente ciò che il cuore gli dice.
Lasciando
dunque da parte ciò che fu sempre sperimentato come buono e conveniente, mi
preme di richiamare la vostra attenzione su certe condizioni nuove del nostro
tempo, che mettono in serio imbarazzo il cuore e la mente di chi deve educare.
Nei collegi, negli orfanotrofi, nelle comunità d'ogni sorta, e anche nelle
famiglie, oggi, (e ve ne sarete accorti) il dovere della riprensione e del
castigo è divenuto così arduo e spinoso, da far nascere il dubbio se non sia
meglio chiudere gli occhi e abbandonarsi alla provvidenza.
Di tanto in
tanto noi leggiamo tra i fatti diversi dei giornali notizie orribili di fanciulli,
di giovinetti e perfino di bambine, che per un esagerato sentimento di sè,
preferiscono la morte all'umiliazione d'un castigo, e se la danno la morte
colle loro tenere mani, prima di aver assaggiato nulla della vita, lasciando
dietro di loro uno sgomento indescrivibile in chi, fra gli altri suoi doveri,
ha pur quello di punire. I fatti sono noti anche a voi, nè io avrei coraggio di
ripeterli. Sebbene la loro frequenza cominci a mettere un doloroso ingombro
nelle tabelle statistiche, voglio tuttavia considerare queste sciagure come
eccezioni, o come si dice, casi patologici isolati. Ma sotto a questi fatti,
che spuntano a galla, sarebbe una debolezza il credere che non esista uno stato
d'eccitazione morbosa o almeno una troppo delicata costituzione nelle ultime
nostre generazioni.
Io non ho
tempo di risolvere quest'oggi un problema, che altri potrebbe ricercare meglio
di me, cioè se questa estrema delicatezza o nervosità sia il buon frutto d'un
sistema migliorato, il quod erat in votis, un segno infine che le
generazioni vanno raffinandosi nella civiltà, oppure un segno di decadenza
morale.
Mi basta
notare il fatto e vi prego di convenire con me che oggi i nostri figliuoli non
nascono più bamboccioni solamente golosi e curiosi, ma portano col nascere,
insieme al nostro sangue, quel più di vita che fa bisogno per un tempo in cui
la vita e un correre, un affaccendarsi, uno spingersi l'un l'altro. A cinque
anni un bambino ne sa quanto non sapevamo noi, d'una generazione non molto
antica, a sette, a nove anni; e ben disse Alfonso Karr che a Parigi non vi sono
bambine. Anche il nodo della famiglia si è stretto di più, il tu s'è
sostituito al lei; mamma e figliuolo si abbracciano veramente come
devono fare: e sembra bello, giusto e naturale ciò che alle nostre nonne pareva
un peccato o per lo meno una sconvenienza. In quest'atmosfera più calda i
fanciulli maturano prima; hanno libri e giornali per loro; lo scuole sono più
rapide, le cognizioni arrivano più presto all'orecchio e all'occhio del vostro
bambino, nè vale che voi corriate a chiudere la porta e la finestra; la cosa vi
entra dall'abbaino. Ed ecco il piccolo uomo, molto amato, molto istrutto, molto
eloquente, che sa d'avere dei diritti quanti sono i suoi doveri, che sente sè
stesso più grande di quello che sia, che per conseguenza soffre in un modo
sproporzionato d'ogni puntura inflitta al suo amor proprio.
Le condizioni
e le abitudini domestiche possono anche imprimere a questa natura più viva le
forme più svariate e più squisite della gentilezza, della bontà, della
sensibilità; se da una parte voi siete davanti a un genio altiero che non
soffre catene, dall'altra parte avete animette che soffrono, senza fremiti, ma
con danno mortale d'ogni piccolo colpo che voi portate alla loro sensibilità.
Nell'un caso e nell'altro la mano dell'educatore non osa più pesare quanto è
necessario: e non che la mano, il dito.
Le madri
vedono con muto stupore le insurrezioni d'uno spirito che precorre il
calendario e mentre credono d'aver sulle ginocchia un bambino, è un filosofo
che parla. Oh! volete castigare un filosofo nel vino e nella frutta? Chiuderete
in una cameretta buia con pane e acqua un giovinetto che sa come si possa, ad
un bisogno, saltar dalla finestra?
Attenuate
pure il volume e il peso delle mie parole, se vi pare che io abbia troppo
ingrossata la voce; ma dovrete pure consentire che anche abbassando il tuono,
le cose sono oggi cambiate e che l'educatore ha ragione di temere o di far
troppo o di far troppo poco.
Ebbene, dovrà
essere menomata l'autorità del maestro e del padre da una siffatta
preoccupazione? concederemo intera libertà ai sediziosi impeti della natura, o
dovremo proprio sembrare spietati agli occhi loro? sono due pericoli egualmente
paurosi, perchè la scarsa o la nessuna direzione non è peggiore della mancanza
d'una amorosa corrispondenza. L'essere fiacchi equivale, parlando di
educazione, all'essere tiranni. Quindi mentre da una parte noi sentiamo la
necessità di rallentare i vincoli e di concedere ai nostri allievi quella
libertà di movimento spirituale, che sola può dare forma e robustezza al loro
carattere individuale, dall'altra ci sentiamo sfuggire di mano i vecchi
strumenti di correzione, quale perchè logorato dal tempo, quale perchè in
contraddizione col metodo, quale altro per non far peggio o per rispetto umano.
Supponete un
fanciullo molto ostinato che non intende più la voce paterna: che cosa resta a
fare? Supponete uno scolaro indisciplinato e negligente, pel quale siano state
inutili le prime, le seconde e le terze ammonizioni? Non resta al maestro che
di scacciarlo, ma una disgrazia non può in nessun modo ripararne un'altra.
E intanto i
malcontenti prendono motivo per predicare che i tempi peggiorano, che
l'autorità paterna si fiacca, che la baldanza giovanile spadroneggia, che le generazioni
vanno incontro all'avvenire sbrigliate, con poca coscienza dei loro doveri;
anzi con tanta poca coscienza di questi quanto è troppa la coscienza dei loro
diritti.
Noi non
vogliamo tornare indietro, nè ormai si potrebbe più; ma dobbiamo studiare i
modi di rendere buono ciò che ha in sè stesso gli elementi della bontà. E
anzitutto se l'uomo si risveglia prima nel bambino, svegliamoci prima anche
noi, perchè un giorno perduto nell'educazione può essere un raccolto perduto.
Rendiamoci persuasi di quel che debba essere il nostro sacrificio, e cominciamo
col castigare in noi stessi tutto ciò che può portare al male l'innocenza,
frenando, se è necessario, anche quelle care e divine intemperanze del cuore,
che sono i gridi più entusiastici della natura. Tutto ciò che i parenti e i
maestri fanno per l'educazione di loro stessi, sono altrettanti dolori
risparmiati ai figliuoli, e la famiglia in questo studio deve dare la mano alla
scuola.
Una volta che
questa prima vittoria sia ottenuta, (nè deve essere difficile, se abbiamo un
sentimento generoso) ottenuto cioè che l'educare non sia più un esercizio
empirico di buone e di false tradizioni, ma un concetto luminoso nell'animo di
tutti, il compito nostro è subito semplificato.
Senza bisogno
di mortificare quel diavolo che salta nel corpo, ma non nell'anima ai nostri
figliuoli, potremo far entrare sane e tutte intere le forze vergini e robuste
della natura nell'organismo dell'uomo senza sciupar nulla, sicuri che quando,
l'uomo possegga l'animo retto e le forze rigogliose, molte cose le trova
facilmente per la via.
Ma come si
otterrà questo miracolo?
*
* *
Quando il
nostro figliuolo viene al mondo (e non si può cominciar bene che dal principio)
è come un terreno che ha in sè i germi fecondi, ma senza erbe e senza piante.
Non è, come si diceva una volta, una tabula rasa, ma un suolo non
dissodato, che può essere suscettibile di vegetazione rigogliosa. Tocca a noi,
colla nostra attenzione, di condurre intorno a lui quelle condizioni di cose
che sono come il calore, la luce, l'aria e l'acqua per il campo.
Questa forza
vitale, per la quale il bambino è destinato a crescere e a svilupparsi, produce
quasi subito due sentimenti, che sono il primo germoglio della sua vita
spirituale, voglio dire la pietà e l'amor di sè stesso.
La pietà è
naturale in una creaturina debole, che ha tanti bisogni, che soffre vivamente e
che imagina tutte le cose dover soffrire come lui; l'amore di sè è il prodotto
più spontaneo d'un essere vivo, pel quale la vita è tutto. L'una porta alla
considerazione del mondo che ne circonda, e aiuta a farci conoscere la madre, i
parenti, gli uomini tutti; l'altro va completando in noi stessi quelle forze
egoistiche, che sono pure le colonne della nostra individualità. Le prime
lagrime e i primi capricci sono appunto la prima espressione di questi due
sentimenti, che per me rappresentano quasi lo strumento promotore e moderatore
di tutti gli atti successivi.
Educate quel
buon sentimento pietoso, ampliatelo, offrite spesso le occasioni di
esercitarsi, dimostrate insieme come ogni ingiustizia, dalla più piccola
impertinenza alle ferite e all'uccisione, siano dolori e sofferenze per
qualcuno; fatevi vedere voi stessi sofferenti e non rassegnati, e il fanciullo
proverà tale sgomento che sfuggirà l'ingiustizia, come sfugge il dolore.
Rifrugando nelle memorie più lontane della mia fanciullezza, mi ricordo di un
giorno che, andando per un sentiero campestre, volli farmi un bastoncino del
tronco novello di un gelso, piantato in un vivaio. Trassi il mio coltellino e tagliai
sbadatamente al piede il tenero ramicello. Ma una voce dietro di me gridando mi
fece trasalire. Era un bel vecchio contadino, il padrone del luogo, che mi
rimproverava per quella brutta azione. Udendo però che non l'avevo fatto per
malizia, mentre stavo come smarrito, raddolcì la voce: - Perchè hai voluto far
male a quella povera pianta? non è egli vero che sarebbe cresciuta bella, alta,
piena di frasche? e così tu l'hai uccisa...
Questa brutta
parola mi fece una sì grande compassione, ch'io ruppi in lagrime. Ne provai
dentro di me un rimorso e uno sgomento, come se veramente la pianticella avesse
patito umanamente... e da quel giorno imparai a rispettare le piante. Chi mi
assicura che anche gli uomini non ci abbiano guadagnato? La giustizia che si presenta
sotto la veste di pietosa ed amorosa bontà trova sempre buona accoglienza nel
cuore del fanciullo; non resta dunque che di saper ridurre a questa formola
tutta la giustizia, e di lasciare che naturalmente dalla pietà derivi il
rispetto, la venerazione, l'aiuto e il coraggio. Ogni piccola colpa, si dice,
offende Dio; più chiaramente si dirà che ogni piccola colpa offende una
coscienza gentile6.
*
* *
A salvare poi
dal pericolo che questa sensibilità degradi in gracilità, rimane l'altro sentimento,
l'amor proprio, quel diavolo che faceva tanta paura ai claustrali e ai santi
del medio evo, i quali dichiaravano per fargli rabbia, essere l'uomo abbietto
verme, vil fango della terra. Io mi guarderei bene dal pronunciare queste
massime innanzi a' miei allievi, e son invece d'avviso che convenga lusingare
il naturale egoismo per quel tanto che possa concorrere a creare l'idea della
propria dignità e del proprio valore. Funesta nell'educazione è qualunque
dottrina che nega direttamente o indirettamente gli attributi quasi divini
dell'uomo, e per quanto amore io porti al povero Leopardi, non è sulle
querimonie sue ch'io potrei sperare di educare un buon cittadino. Così tutto
ciò che è negativo, come la satira, e tutto ciò che tende ad abbassare il concetto
umano, come il materialismo, state sicuri che in educazione farà sempre
tristissima prova.
Noi dobbiamo
poter dire al nostro allievo: - Sì, tu sei il re dell'universo: tu hai fatto
opere meravigliose: il tuo corpo è il più bello di tutte le creature: il tuo
pensiero è un raggio divino; la tua parola è potente - per potergli dire subito
dopo: - Non scender nel fango, non deturpare quella tua bellezza, non offuscare
quel tuo pensiero.
Le madri non dicono
forse per ispirazione al loro bimbo che piange: - Ve', ve', come sei brutto!? -
Ecco tutto, noi dobbiamo procurare di turbare la coscienza del nostro allievo
colla immagine della sua deformità, ma questa immagine non ha altro specchio
che l'amor proprio. Il non far il male per non dispiacere agli altri è un
sentimento pietoso che vale per uno, il non farlo per non dispiacere a sè
stesso vale per cento. Quell'Io sempre presente, che ha ripugnanza di
tutto ciò che non è pulito, quell'Io alquanto altezzoso, persuaso della
propria forza, è l'educatore più saggio, più vigilante che voi possiate dare ai
vostri figliuoli.
Diciamo
dunque e presto ai nostri allievi che la sincerità è un bell'ornamento nel
carattere dell'uomo, e diamo noi stessi l'esempio, non solo di non mentir mai,
ma di stimare chi confessa la propria colpa, come se fosse un soldato
coraggioso che torna dalla battaglia. Appena se ne provò l'esperienza nelle
scuole, la bugia fuggì come se avesse le gambe lunghe, ed è bello veramente,
direi quasi, commovente, lo spettacolo d'un fanciullo, che sapendo d'essere
colpevole, si alza fra cinquanta o sessanta testoline e dice: - Sono stato io,
mi scusi... - Il maestro commosso gli restituisce tutta la sua benevolenza e
nel cuore del fanciullo non resta più nessun fondo di amarezza.
Se voi fate
di persuadere al vostro allievo che il lavoro nobilita, fortifica, rende più
alacri e sani; che l'operaio delle miniere è un coraggioso più nobile e bello
nel suo vestito affumicato d'ogni profumato vagheggino, più volentieri lavorerà
egli stesso, e il lavoro non sarà più abbassato a significare castigo.
Se noi
possiamo ottenere che in tutti gli atti del nostro allievo siano in continuo
giuoco questi due sentimenti di pietà per altrui, di rispetto per sè, diventa inutile
ingombro tutto quell'apparato di premi e di castighi artificiali, che abbiamo
ereditato da metodi grossolani non più in accordo colla nostra gentilezza.
Questo è
l'ideale a cui dobbiamo arrivare. So bene che il far delle teoriche è sempre
più facile che il sapersi distrigare nella pratica; ma è guardando in alto che
si contempla il cielo.
L'occhio
benigno o conturbato, la voce amorosa o triste, ma non mai stridente e noiosa,
e sempre in voi una specie di grande, di paziente aspettazione, di vera gioia o
di vero dolore - ecco in che cosa deve consistere il nostro sistema; finchè
arriveremo, speriamo, o noi o i nostri figliuoli, al giorno, in cui sarà
tremendo castigo per il fanciullo una nube che passa sul volto della mamma, e
un premio senza pari il sentirsi dire dal babbo: - Qua la mano, mio
galantuomo".
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