III.
LA
RELIGIOSITÀ DEL FANCIULLO
L'argomento
esce soltanto col suo titolo dai limiti di una Strenna alla buona, che più che
dimostrare delle verità, si propone di agitarle; ma il lettore sente
l'importanza della questione, anzi credo che nessuno sia mai stato meglio
disposto a sentirla quanto un lettore moderno, che vive in mezzo ai grandi
contrasti morali della vita moderna. La Strenna non fa che mettervi il dito
sopra.
Parlar di
religione oggi è un tema pericoloso, tanto per chi ci crede quanto per chi non
ci crede, tanto per gl'intransigenti come per i tolleranti. Agli uni sembra che
non si dica mai abbastanza, agli altri par troppo ogni minimo poco: i più
prudenti consigliano di scivolar sopra e di lasciare che le cose si aggiustino
da sè.
Ma la
religiosità non è la religione; l'una so che può essere tutta nell'altra; è
vero, ma spesso l'una va senza dell'altra molto volentieri, e in molti casi
vedo che si contrastano e si escludono a meraviglia. Per discorrere di una
religione positiva bisogna essere almeno confermato in una teologia, scienza
troppo ampia e difficile, perchè un profano non iniziato possa leggermente
avventurarvisi. La religiosità all'incontro è un sentimento umano, che può
essere alla portata di tutti, degli umili e dei potenti, dei dotti e degli
ignoranti, abita in noi, non nei libri sacri, non ha dogmi astrusi, non vien
dal cielo alla terra, ma va dalla terra al cielo, dal noto all'ignoto, dal
piccolo al grande, all'immenso, all'infinito, dal cuore di ciascuno al cuore di
tutti, dall'egoismo alla pietà: e una volta sceverata da quel poco di
discutibile, che vi può aver portato il tempo o la debolezza umana, rimane un
sentimento positivo, reale, sociale ed umano come ogni altro, di cui si ha
l'obbligo di parlare quando si trattano argomenti educativi. Lasciar
l'educazione di questo pio sentimento soltanto ai preti o ai rabbini, è
rinunciare per parte nostra a ciò che vi può essere di più sacro nell'animo dei
nostri figliuoli.
Il non
parlarne sarebbe come un negare che questo sentimento esista, sistema
pericoloso che può piacere ai moderati sapienti, ma che non spegne un fuoco
latente nell'intime viscere della natura. La religiosità nel cuore dell'uomo
nasce dalla medesima radice donde nascono gli altri meravigliosi sensi della
vita. Basta un'occhiata a un bel cielo stellato in una notte serena per farla
nascere e anche per farla ritornare, se l'abbiamo o crediamo d'averla cacciata
via. Nessuno può essere certo fin che vive di averlo ben spento questo fuoco,
anche se si sforza tutta la vita di versarvi cenere sopra; e si è visto
qualcuno frugare un bel giorno nella cenere per cercarvene ansiosamente
l'ultima scintilla. Gli scettici, che non osano tacciarla di superstizione, si
limitano a chiamarla poesia; ma il nome che importa? che Dio sia nel cuore dei
poeti l'ha detto già la sapienza degli antichi. Ciò che importa è che questo
istinto o bisogno dell'alto sia riconosciuto: e una volta riconosciuto, sia
rispettato come una forza benefica. Quando poi si tratta di figliuoli nostri,
ciò che importa è che che ognuno si metta una mano sul cuore e pesi bene la
responsabilità che gli tocca. Non c'è via di mezzo; o voi dovete spegnere
questo fuoco naturale, o voi dovete alimentarlo. Lasciar che affumichi la
coscienza senza che mandi nè luce nè calore, è la peggiore delle risoluzioni.
Il fanciullo,
che è tutto calore e scintille, è naturalmente impregnato di religiosità. Per
poco che voi suggerite, egli vi farà idoli il sole, il fiore, l'immagine e
l'ombra di sè stesso. L'immaginazione cerca alla credenza il suo ubi
consistam, come la rondinella attraverso gli spazi immensi del mare cerca
uno scoglio in cui scendere a riposare. Il bambino ha assolutamente bisogno di
trovare una causa a tutte le cose. Di questa causa o ragion sufficiente può far
senza il filosofo con una malinconica e sforzata rinuncia, quando dichiarando
di attenersi al fenomeno, al solo fenomeno, pone un limite alla sua curiosità:
il fanciullo no, non può rassegnarsi a non sapere. Il filosofo, dopo sforzi
faticosi, può, come la volpe della favola, rinunciare all'uva collocata troppo
in alto, chiamar sè stesso positivista e l'uva inconoscibile e
illudersi ancora di essere un sapiente: il fanciullo, soggetto tutto spontaneo
e naturale, non crede di sapere se non quando sa, quando cioè noi rispondiamo
con una ragione sufficiente ai suoi perchè, fin dove arriva la curiosità sua e
la nostra buona volontà. Il suo spirito mobile, continuamente fuori
d'equilibrio, ha continuamente bisogno d'appoggiarsi a qualche cosa di solido e
di fisso.
La
grandiosità stessa della natura che lo circonda lo spaventerebbe co' suoi
profondi misteri come un caos tenebroso, s'egli non potesse vedere almeno una
striscia luminosa che va dalla terra al cielo. Quanti sono i filosofi che si
compiacciono a contemplare la grande solitudine metafisica della natura morta?
e può contentarsene un poeta?
Togliere al
fanciullo l'incanto d'una fede, sterilizzarne la mente col dubbio e colla
negazione, oltre che non è scientificamente onesto, è pedagogicamente un
oltraggio alla natura.
La
religiosità è l'ala dell'anima. L'anima che non vola, striscia. Il fanciullo
che non sogna le stelle, ha i sonni oscuri e le notti spaventose. Pretendere
ch'egli sogni delle formole aritmetiche e canti i nostri aforismi meccanici, è
come un volere che un uccellino dimostri il teorema di Pitagora.
La
fanciullezza senza innocenza e senza illusioni non può essere che il programma
d'una pedagogia di sterili. Noi siamo più rispettosi di quel che la natura ci
dà: e come ci guardiamo bene dal togliere una foglia ad una rosa per
aggiustarla secondo un nostro ideale geometrico, così ci guardiamo dal togliere
un affetto al cuore umano per ridurre il cuore a una figura più razionale.
Perchè
leveremo dall'animo del nostro figliuolo la grazia innata, la bontà istintiva,
l'amore per le cose belle? e se vi lasciamo queste perle, perchè vorremo levare
il sentimento generale che tutte le racchiude e le raccoglie tutte. Faremo anzi
ogni sforzo per educarlo, per purificarlo dalle scorie, per elevarlo fin dove
può salire, certi che da un affetto puro e disinteressato non può derivare che
una serie di azioni pure e disinteressate.
Il cuore del
bambino che si scalda nella religiosità della sua mamma sarà sempre, per noi
platonici, uno dei più cari idillî della vita.
Togliere la
poesia alla giovinezza è un voler anticipare inutilmente e per forza d'artificî
la vecchiezza: é un ingegnarsi a fabbricar delle rovine. La pedagogia degli
sterili non ammette l'illusione, ma vuole che il fanciullo conosca sempre il
vero, soltanto il vero, tutto il vero anche se turpe e spiacevole. La vita non
deve aver veli e fiori nemmeno sulle sue piaghe: le passioni non devono
arrivare sconosciute, ma previste, predette e, se è possibile, preparate e
ammanite da un buon trattato di fisiologia. A sentir certi rivenditori di
dottrine scientifiche, il fanciullo deve sapere non solo come si nasce, come si
muore, ma anche quel che giace di più nascosto in fondo ai dolci misteri dell'amore.
Così, pare agli sterili, il giovine cresce agguerrito dell'esperienza di suo
padre contro le brutte sorprese, possiede il catalogo esatto de' suoi bisogni e
de' suoi istinti ed è sicuro di non perdersi nel labirinto della vita. È la
stessa pedagogia che toglie di mano ai bimbi e alle bimbe i libri delle fate e
dei viaggi meravigliosi, che trova immorali le favole del La Fontaine, del
Perault, i romanzi del Verne, tutto ciò, in una parola, che ai bimbi piace di
più, per sostituirvi i libri di storia patria, i disegni di storia naturale,
che certamente piacciono meno, che non parlano all'immaginazione, che non
trasportano, non commuovono, non divertono, ma, badate, istruiscono nella
verità. Questa sacra verità (che la scienza muta ogni secolo) deve tener il
posto d'ogni cosa, del piacere, del sorriso, del sogno, della lagrima che la
fanciullezza offre tanto volentieri alla povera Cenerentola. Zitto là!
Cenerentola non è mai esistita. Un giorno, figliuoli, vi dimostreremo che
nemmeno i sette re di Roma son esistiti, che fantasie poetiche sono i racconti
della storia sacra, che Guglielmo Teli, il pomo, il fanciullo e la freccia, è
tutta una fantasia: che Legnano, il giuramento di Pontida, Robinson Crosuè,
Gulliver e i suoi Lilliput, la Bella addormentata nel bosco, il Gatto stivalato
sono tutte fiabe dello stesso valore, indegne d'un uomo ragionevole, fiabe
immorali perchè false, il vero solo avendo diritto di essere conosciuto ed
amato. E quel giorno, cari figliuoli, se crederete a noi sapienti, che del vero
abbiamo i documenti positivi, lascerete le fiabe e le bambole e vi divertirete
moralmente, cioè scientificamente, come ci divertiamo noi, colle raccolte di
mineralogia e colle classificazioni del Linneo. Noi eleveremo il giucco a
dignità pedagogica: già stiamo preparando dei piccoli scheletri umani snodati,
dotti come un libro, che metteremo al posto dei vecchi arlecchini e delle
vecchie bambole.
Giuocando, il
fanciullo vedrà come è fatto l'uomo di dentro e di fuori, imparerà a conoscere
sè stesso, si abituerà all'idea della morte. Altro che Robinson e il suo
Venerdì! altro che le avventure del barone di Monkhausen Questa è la vita vera,
spolpata da ogni fantasticheria. Poi, cari figliuoli, se sarete verosimili, vi
dimostreremo in qual modo la mamma vi ha messo al mondo, cominciando dalle
sofferenze dei primi mesi fino all'estremo travaglio; perchè è stato
scientificamente dimostrato che un bimbo vuol più bene alla sua mammina, quando
sa quel che la mammina ha patito nel darlo alla luce. Sicuro voi non ne volete
abbastanza di bene alle vostre mamme, poveri bimbi, poichè credete ancora che
un angelo o una vecchia comare vi abbia portato una notte sul suo letto. Quando
invece avrete un'idea di quel che può essere un parto laborioso con intervento
di ferri, il vostro amore diventerà un incendio, sarete più buoni, più
obbedienti, più riconoscenti, più cauti nelle vostre passioni. Non crederete
più, come abbiamo creduto noi romantici, ai lusinghieri incanti dell'amore. Tra
voi e le vostre care cuginette scenderà sempre il pensiero delle possibili
conseguenze fisiologiche. I vostri baci saranno meno vuoti di senso, e se
farete dei versi d'amore, per un bisogno atavistico della psiche non ancora
rigenerata nell'acqua distillata, sarà una poetica descrittiva del fenomeno
erotico, come già si è cominciato a fare a dolce istruzione delle nostre
ingenue fanciulle. Così, cari figliuoli, la vostra vita, a furia d'esser vera,
finirà col diventare una cosa assurda e anche un po' stupida.
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