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Emilio De Marchi
I nostri figliuoli

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  • PARTE SECONDA
    • IV.   L'AVVENIRE DEI NOSTRI FIGLIUOLI
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IV.

 

L'AVVENIRE DEI NOSTRI FIGLIUOLI

 

Bisogna che ognuno si faccia il suo posto nel mondo e lo starvi bene, con decoro, con soddisfazione non è più un'arte facile, nemmeno per coloro che hanno la fortuna di nascere, come si dice, nella bambagia. Tocca ai genitori e a tutti quelli che hanno in consegna le giovani speranze aver l'occhio avanti, e preparare gli animi dei giovani in modo, che ognuno possa poi, secondo le attitudini sue, trovare la sua nicchia, o discernere con giudizio la strada buona e la più breve, se è possibile, della propria carriera.

Questo benedetto argomento delle carriere è un problema, che punge come una corona di spine la testa dei poveri babbi e delle povere mamme. Non si guardano a sacrifici, pur di dare ai nostri figliuoli una soda educazione. V'è chi si leva il boccon di bocca per mantenere agli studi, al liceo, all'università il genio di casa; ma il mondo è fitto, la concorrenza è spieiata.

La disoccupazione è un male che travaglia non la sola classe operaia, come si pensa, ma si dilata ormai a tutte le classi, che hanno bisogno di lavorare per vivere, agli impiegati che ingombrano tutti i solai della burocrazia, agli ingegneri che son più della terra, agli avvocati costretti a litigare fra loro, ai pittori che non sanno più che cosa dipingere per spacciare la mercanzia, ai maestri di musica, che Dio li benedica! ai copisti, ai letterati, che non hanno mai fatto buoni affari nel mondo nemmeno in tempi migliori, ai giornalisti, obbligati a vendersi un paio di volte all'anno, ai professori e alle maestre più numerose delle stelle del cielo, quantunque non meno lucenti. Anzi se si voglion dire le cose come stanno, le classi meno disagiate, vale a dire quelle che fanno una carriera di studio, così detta professionale o liberale, soffrono oggi di questa miseria di lavoro e di collocamento non meno o forse di più delle classi operaie, le quali nella perfezionata loro organizzazione hanno provveduto o stanno per provvedere sempre più agli alti e bassi della richiesta e agli improvvisi spostamenti del lavoro.

Il professionista non può sempre adattarsi, come si adatta l'operaio, ai mutamenti. Il modesto manovale che disceso da val Vigezzo o da val Brembana tenta tutte le professioni, porta la secchia della calce, stacca i cavalli dalle carrozze, grida i giornali per le vie, si alloga in un magazzino, diventa capo fabbrica, direttore d'un opificio e col tempo banchiere o forse deputato, è un uomo, direbbe Emerson, che cammina di fronte a' suoi giorni, non si vergogna di perfezionarsi in ogni posizione, non ripone il viver suo nell'avvenire, ma vive di già; non gode i favori di una sorte, ma di cento. Se cade fa presto a risorgere, non sta ad aspettare che la fortuna passi sulla sua strada, ma va a cercarla, a scovarla dove c'è. Tutte le strade per il lavoratore libero menano a Roma. Il professionista è invece legato alla sua professione. Per venti o trent'anni egli si obbliga a un lavoro di preparazione tutto passivo, a una forte anticipazione di tempo e di denaro, a una lunga anticamera davanti all'uscio d'un impiego o a quello ancor più chiuso dei clienti: e ogni anno che passa l'uomo si sprofonda sempre più nella sua professione come in una fossa, dalla quale non solo non può più uscire, ma che gli nasconde la vista di tutto ciò che si agita di fuori. E poi non si vuol fare un passo indietro, si sa: la dignità è la toga delle professioni! e poi non si saprebbe resistere a certi mutamenti, perchè non si fa volontieri se non ciò che si sa fare. Pretendere che un bravo sonatore di violino segga a sonare il trombone, se non lo sa sonare, è un chieder l'impossibile. Ma i violini son troppi in orchestra. Ecco la disoccupazione.

Molti si rassegnano a cantare nei cori. Giovani e abilissimi ingegneri usciti tra i primi dei politecnici, dove si studia sul serio, devono chiamarsi arcifortunati, se dopo tre quattro cinque anni di sospiri, trovano una logora sedia in qualche ufficio amministrativo a centocinquanta lirette al mese. E una volta seduti, non fiatan più per paura di farsi sentire da un altro più bravo, e si rassegnano a risalire tranquillamente il mare della vita sospinti da quella forza che in gergo d'ufficio è detta anzianità, E non è rado veder dei giovani scienziati già ben avviati a studi di microscopia rassegnarsi a piccoli posti di medici comunali coll'incarico della constatazione giornaliera dei cadaveri a domicilio.

Di avvocati senza clienti è piena la Guida. Coloro che non si rassegnano alla grandissima carriera giudiziaria o che non riescono a fossilizzarsi in una banca o in una divisione di ministero, possono accendere la pippa delle loro notti di studente coi capitoli delle Pandette e cogli articoli del Codice. Il bisogno, sempre cattivo consigliere, trasforma i più deboli di questi avvocati o in politicanti di professione, o in azzeccagarbugli, sostegno al birbone, spavento agli innocenti.

Per la carriera militare, oltre alla vocazione, ci vuole una rassegnazione speciale, che aiuti a obbedire sempre e a non ragionar mai, a digerire i lunghi ozi delle guarnigioni, a difendersi dai vizi figliuoli dell'ozio. In tempi fortunosi può essere una carriera affascinante per un giovine che non abbia pel capo fisime umanitarie e filosofiche; ma in tempi di pace squallida e lunga non c'è nulla che più secchi a un giovine vivo come l'andare attorno impettito, coi bottoni lucidi, armato d'uno spadone incruento, alla conquista delle belle ragazze che è proibito sposare. Anche con tutta questa rassegnazione i posti sono scarsi, le promozioni lente come la morte, quantunque ogni anno si mandino a riposo forzato i più anziani per far il posto ai nuovi, creando una disoccupazione pagata per rimediare all'altra.

C'è la carriera dell'insegnamento. Ma non sentite che continuo piagnucolamento d'insegnanti sopra la meschinità d'una carriera, che oltre al mettere l'uomo legato mani e piedi all'obbedienza dei pochi che comandano, lo tien magro e leggiero per quarant'anni di sacrifici e di logoramento? Il professore dello Stato deve aver sempre la casa sulle spalle, pronto a partire lui la moglie e i cinque pargoletti al primo telegramma di S. E. Il maestro è alla discrezione del comune che lo paga, cioè tranne le solite e ben conosciute eccezioni, in balia del sindaco babbeo, del curato intransigente, o della sua serva pettegola. Le maestrine hanno già commosse le viscere della stampa, come sapete, colla storia dei loro dolori e continuano a ispirare poeti e drammaturghi come le figliuole di Niobe. E con tutto ciò, se c'è un posto largo il fondo d'un pane, son cento, son mille le concorrenti; dalle quali restano fuori ancora le istitutrici che non hanno diploma, le professoresse che ne hanno due o tre, le maestre di pianoforte e quelle incalcolabili di lingua francese!

Dei medici condotti ha già cantata la storia quarant'anni fa il Fusinato; e la sorte non è migliorata coi tempi nuovi, tutt'altro. Non si muore abbastanza per tutti.

Toccò a un autore di Strenne di mia conoscenza di dover raccomandare nello spazio di una settimana un medico per una condotta suburbana, un mezzo erudito per una biblioteca e un giovine specialista per il pubblico macello. Nessuno dei tre riuscì, segno che un altro sollecitatore più abile aveva fatto riuscire i suoi. Se interrogate, non un autore di Strenne, ma un uomo di qualche importanza, come può essere, per esempio, un deputato, un assessore comunale, un capo divisione, un commendatore non troppo avariato, uno di quei personaggi insomma che fanno correre i portieri e sfondano tutte le porte delle grosse amministrazioni, ne sentireste di curiose sulle persecuzioni a cui è esposto un uomo d'importanza da parte dei sollecitatori d'impiego. C'è della gente che si lascierebbe cuocere in una frittata pur d'arrivare sul piatto d'una persona influente. Il bisogno è ingegnoso, paziente, ostinato e non guarda se la povera dignità umana, costretta a trascinarsi per ore ed ore su per le scale degli uffici e dei dicasteri, non torna sempre a casa colla gonnella pulita.

Una volta c'eran le buone carriere ecclesiastiche, veri scaricatori delle famiglie, e gli sfoghi dei conventi; ma oggi, per tutte le ragioni che si sanno, pochissime son le famiglie che fanno dei conti sul futuro zio prete. Mancano i benefici, mancano le vocazioni, manca il credito. In quanto ai conventi, quei pochi che restano a dispetto dei santi sono più una mesta rinuncia, che non una carriera d'esercizio sociale.

In questo stato di cose che va diventando sempre più grave per il continuo frazionamento delle famiglie e dei patrimoni, il pensiero della carriera dei figliuoli è uno dei più tormentosi per un povero padre di famiglia, che non ha da lasciar loro che un nome onorato e l'esempio d'una vita intemerata e sobria. Se son figliuole, è ancor peggio, perchè la disoccupazione maschile ha per grande contraccolpo quella grande disoccupazione femminile, che le ragazze esprimono colla cantilena: - aspettare e non venire...

I pochi e magri impieghi conducono un uomo sano e simpatico sulla soglia dei quarant'anni prima ch'egli si risolva a prendere moglie; e quando ottenuta la promozione o la stabilità sospirata, pensa a pigliarla, gli viene un'altra terribile paura: che sia troppo tardi e pericoloso. E intanto all'anima gemella non resta che mettere sul telaio un altro paio di pantofole.

 

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Son cose che si dicono ridendo, tanto per non guastare la Strenna: ma non per nulla i padri di famiglia invecchiano presto. Da un pezzo si va predicando sui giornali e sui libri educativi che la donna è fatta per i dolci affetti di famiglia, non per le sterili nenie del chiostro. Andiamo ripetendo che l'ufficio della donna è la maternità, che la sua santa missione è di dare alla patria figliuoli robusti e valorosi cittadini... Ma con che cosa si fanno questi cittadini? che significano tutte queste belle parole, se non ci sono i mariti che le sposano? e come può un ragazzo di giudizio imbarcarsi nel matrimonio senza una buona posizione sociale?

Da cosa nasce cosa, dice il proverbio: ma si può anche dire che una cosa impedisce l'altra. Intanto per togliere queste nostre povere e belle figliuole al pericolo del morir di fame, quando noi non ci saremo più, le sciupiamo fin d'ora negli studi magistrali, nella contabilità, nella musica, nella così detta arte scenica, nei magazzini di mode, fin nelle stamperie e nelle raffinerie, ne facciamo delle farmaciste, delle contabili, delle dottoresse, delle professoresse, che muovono quasi per dispetto una spietata concorrenza ai galantuomini farmacisti, dottori, contabili e professori che dovrebbero sposarle. Così una disoccupazione ne produce un'altra e il disagio generale si dilata, come se il mondo fosse retto da un ministero italiano.

Una Strenna non può naturalmente risolvere un problema che si attacca a troppi inviluppi economici, politici, filosofici e che soltanto il tempo e la pazienza degli uomini potranno dipannare, se prima non mancherà il tempo e la pazienza. Ma è già qualche cosa aver in mente che le belle carriere facili non ci sono più: che per gli onesti l'andare avanti diventa sempre più arduo: che pei timidi e i poltroni non c'è posto nel mondo: che il perder tempo fin dai primi passi significa restare sempre indietro: che le pompose ambizioni dei titoli, dei gradi, degli alti impieghi, dei lauti stipendi, delle sinecure e dei canonicati è tutta mitologia d'altri tempi: che non basta nemmeno l'esser ricco e il possedere case e terre, se non si sa amministrare la propria roba o almeno difenderla dai ladri.

Sicuro che una Strenna non può dare un consiglio buono per tutti i casi; ma un consiglio non inutile per tutti è di ripetere ai nostri figliuoli: - Per carità non perdete tempo. Tenete da conto tutte le forze di cui natura vi ha provveduto e impiegatele tutte alla conquista del pane. L'avvenire non sconta più le cambiali dell'ozio e della dissipazione e chi spreca da giovane dovrà lavorare da vecchio.

Questi potranno sembrare consigli di vecchia morale tradizionale; e infatti non c'è nulla in essi che non sia già stato detto le mille volte. Ma il mondo dimentica facilmente e i nostri figliuoli sono nel caso di sentirle per la prima volta certe verità. Mentre da una parte ecciteremo al fare, dall'altra aggiungeremo qualche altro consiglio più fresco, che persuada piuttosto il non far troppo, il non desiderare di soverchio, il contentarsi di quello che si ha, il non cercare il fumo ma la sostanza delle cose, il mettere il decoro più dentro che fuori di . Diremo, per esempio, ai figli nostri: - "Non siate troppo ambiziosi: contentatevi anche di più modeste carriere; tutte le professioni sono nobili e pulite allo stesso modo, quando non sporcano la coscienza: toglietevi dal capo il pregiudizio che un uomo diventi rispettabile soltanto quando si chiama dottore, professore, cavaliere, e che non si possa vivere decentemente se non si spendono dieci mila lire l'anno. Chi non può essere avvocato procuri d'essere fotografo, o metta bottega di libri, o apra un magazzino di stoffe, o cerchi una rappresentanza, o dipinga delle insegne, o rompa la sua attività in tre o quattro mestieri, nobiliti egli il lavoro che fa, senza aspettare la nobiltà dai diplomi e dalle patenti di carta, che non salvano un mal capitato dal morire di fame. Abbassate, limitate i vostri bisogni alla misura dei vostri mezzi. Non è vero che senza un bicchiere di vermouth o di vin bianco secco un buon cittadino non possa acquistare appetito prima di pranzo, come non è vero che senza un bel paio di guanti lucidi e una stupenda cravatta di raso un negoziante ci rimetta un poco del suo credito presso i clienti: le abitudini costose e la vanità sono i grandi ostacoli al viver bene. Ciò che non può più dare il fasto e la pompa decorativa della carriera, lo può sempre dare la nobile e superba aristocrazia del carattere, senza della quale qualunque più fortunato e grosso affarista resta sempre un essere di razza inferiore.

 

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Compensi elevatissimi offrono in ogni modesta condizione il saper gustare le cose belle e spirituali della vita, la coltura intellettuale, il gusto dei piaceri semplici ed economici dell'arte, i sentimenti di carità e di umanità verso gli altri, la coscienza interiore, per cui la vita del povero può essere illuminata di dentro più splendidamente dei palazzi dei re. E questi compensi ognuno se li può educare e crescere in casa, come si tengono i vasi dei fiori sul davanzale della finestra. Cercate la ragione sufficiente dell'esistenza nella sincerità degli affetti che vi legheranno un giorno a una donnina brava e modesta come voi, e a due, a tre, a quattro figliuoli buoni e giudiziosi come il babbo e come la mamma. Questa felicità, non di princisbecco, ma di oro fino la si può acquistare con modesti stipendi, con rendite più che modeste, se non mancano l'abitudine del lavoro e la sobrietà della vita. Non la si trova con cinquantamila lire di rendita, se non si sa scavare nel filone naturale. Queste cose i padri dovrebbero prima recitare a stessi per esserne prima persuasi loro e poi ripetere, ricantare, trasfondere nella coscienza dei loro figliuoli al posto delle sterili ambizioni così dette di società, le quali si riducono quasi sempre a polvere negli occhi dei gonzi. La miglior maniera per far bella figura nel mondo è di saper farne senza: o in altre parole uno tanto vale presso i suoi simili quanto dimostra loro che non ne ha bisogno. Quest'orgoglio messo al posto delle vanità esteriori ci salverà dalla peggiore delle schiavitù, quella che obbedisce all'opinione degli sciocchi disoccupati.

 

 

 




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