IV.
L'AVVENIRE
DEI NOSTRI FIGLIUOLI
Bisogna che
ognuno si faccia il suo posto nel mondo e lo starvi bene, con decoro, con
soddisfazione non è più un'arte facile, nemmeno per coloro che hanno la fortuna
di nascere, come si dice, nella bambagia. Tocca ai genitori e a tutti quelli
che hanno in consegna le giovani speranze aver l'occhio avanti, e preparare gli
animi dei giovani in modo, che ognuno possa poi, secondo le attitudini sue,
trovare la sua nicchia, o discernere con giudizio la strada buona e la più
breve, se è possibile, della propria carriera.
Questo
benedetto argomento delle carriere è un problema, che punge come una corona di
spine la testa dei poveri babbi e delle povere mamme. Non si guardano a
sacrifici, pur di dare ai nostri figliuoli una soda educazione. V'è chi si leva
il boccon di bocca per mantenere agli studi, al liceo, all'università il genio
di casa; ma il mondo è fitto, la concorrenza è spieiata.
La
disoccupazione è un male che travaglia non la sola classe operaia, come si
pensa, ma si dilata ormai a tutte le classi, che hanno bisogno di lavorare per
vivere, agli impiegati che ingombrano tutti i solai della burocrazia, agli
ingegneri che son più della terra, agli avvocati costretti a litigare fra loro,
ai pittori che non sanno più che cosa dipingere per spacciare la mercanzia, ai
maestri di musica, che Dio li benedica! ai copisti, ai letterati, che non hanno
mai fatto buoni affari nel mondo nemmeno in tempi migliori, ai giornalisti, obbligati
a vendersi un paio di volte all'anno, ai professori e alle maestre più numerose
delle stelle del cielo, quantunque non meno lucenti. Anzi se si voglion dire le
cose come stanno, le classi meno disagiate, vale a dire quelle che fanno una
carriera di studio, così detta professionale o liberale, soffrono oggi di
questa miseria di lavoro e di collocamento non meno o forse di più delle classi
operaie, le quali nella perfezionata loro organizzazione hanno provveduto o
stanno per provvedere sempre più agli alti e bassi della richiesta e agli
improvvisi spostamenti del lavoro.
Il
professionista non può sempre adattarsi, come si adatta l'operaio, ai
mutamenti. Il modesto manovale che disceso da val Vigezzo o da val Brembana
tenta tutte le professioni, porta la secchia della calce, stacca i cavalli
dalle carrozze, grida i giornali per le vie, si alloga in un magazzino, diventa
capo fabbrica, direttore d'un opificio e col tempo banchiere o forse deputato,
è un uomo, direbbe Emerson, che cammina di fronte a' suoi giorni, non si
vergogna di perfezionarsi in ogni posizione, non ripone il viver suo
nell'avvenire, ma vive di già; non gode i favori di una sorte, ma di cento. Se
cade fa presto a risorgere, non sta ad aspettare che la fortuna passi sulla sua
strada, ma va a cercarla, a scovarla dove c'è. Tutte le strade per il
lavoratore libero menano a Roma. Il professionista è invece legato alla sua
professione. Per venti o trent'anni egli si obbliga a un lavoro di preparazione
tutto passivo, a una forte anticipazione di tempo e di denaro, a una lunga
anticamera davanti all'uscio d'un impiego o a quello ancor più chiuso dei
clienti: e ogni anno che passa l'uomo si sprofonda sempre più nella sua
professione come in una fossa, dalla quale non solo non può più uscire, ma che gli
nasconde la vista di tutto ciò che si agita di fuori. E poi non si vuol fare un
passo indietro, si sa: la dignità è la toga delle professioni! e poi non si
saprebbe resistere a certi mutamenti, perchè non si fa volontieri se non ciò
che si sa fare. Pretendere che un bravo sonatore di violino segga a sonare il
trombone, se non lo sa sonare, è un chieder l'impossibile. Ma i violini son
troppi in orchestra. Ecco la disoccupazione.
Molti si
rassegnano a cantare nei cori. Giovani e abilissimi ingegneri usciti tra i
primi dei politecnici, dove si studia sul serio, devono chiamarsi
arcifortunati, se dopo tre quattro cinque anni di sospiri, trovano una logora
sedia in qualche ufficio amministrativo a centocinquanta lirette al mese. E una
volta seduti, non fiatan più per paura di farsi sentire da un altro più bravo,
e si rassegnano a risalire tranquillamente il mare della vita sospinti da
quella forza che in gergo d'ufficio è detta anzianità, E non è rado
veder dei giovani scienziati già ben avviati a studi di microscopia rassegnarsi
a piccoli posti di medici comunali coll'incarico della constatazione
giornaliera dei cadaveri a domicilio.
Di avvocati
senza clienti è piena la Guida. Coloro che non si rassegnano alla
grandissima carriera giudiziaria o che non riescono a fossilizzarsi in una
banca o in una divisione di ministero, possono accendere la pippa delle loro
notti di studente coi capitoli delle Pandette e cogli articoli del Codice. Il
bisogno, sempre cattivo consigliere, trasforma i più deboli di questi avvocati
o in politicanti di professione, o in azzeccagarbugli, sostegno al birbone,
spavento agli innocenti.
Per la
carriera militare, oltre alla vocazione, ci vuole una rassegnazione speciale,
che aiuti a obbedire sempre e a non ragionar mai, a digerire i lunghi ozi delle
guarnigioni, a difendersi dai vizi figliuoli dell'ozio. In tempi fortunosi può
essere una carriera affascinante per un giovine che non abbia pel capo fisime
umanitarie e filosofiche; ma in tempi di pace squallida e lunga non c'è nulla
che più secchi a un giovine vivo come l'andare attorno impettito, coi bottoni
lucidi, armato d'uno spadone incruento, alla conquista delle belle ragazze che
è proibito sposare. Anche con tutta questa rassegnazione i posti sono scarsi,
le promozioni lente come la morte, quantunque ogni anno si mandino a riposo
forzato i più anziani per far il posto ai nuovi, creando una disoccupazione
pagata per rimediare all'altra.
C'è la
carriera dell'insegnamento. Ma non sentite che continuo piagnucolamento
d'insegnanti sopra la meschinità d'una carriera, che oltre al mettere l'uomo
legato mani e piedi all'obbedienza dei pochi che comandano, lo tien magro e
leggiero per quarant'anni di sacrifici e di logoramento? Il professore dello
Stato deve aver sempre la casa sulle spalle, pronto a partire lui la moglie e i
cinque pargoletti al primo telegramma di S. E. Il maestro è alla discrezione
del comune che lo paga, cioè tranne le solite e ben conosciute eccezioni, in
balia del sindaco babbeo, del curato intransigente, o della sua serva pettegola.
Le maestrine hanno già commosse le viscere della stampa, come sapete, colla
storia dei loro dolori e continuano a ispirare poeti e drammaturghi come le
figliuole di Niobe. E con tutto ciò, se c'è un posto largo il fondo d'un pane,
son cento, son mille le concorrenti; dalle quali restano fuori ancora le
istitutrici che non hanno diploma, le professoresse che ne hanno due o tre, le
maestre di pianoforte e quelle incalcolabili di lingua francese!
Dei medici
condotti ha già cantata la storia quarant'anni fa il Fusinato; e la sorte non è
migliorata coi tempi nuovi, tutt'altro. Non si muore abbastanza per tutti.
Toccò a un
autore di Strenne di mia conoscenza di dover raccomandare nello spazio di una
settimana un medico per una condotta suburbana, un mezzo erudito per una
biblioteca e un giovine specialista per il pubblico macello. Nessuno dei tre
riuscì, segno che un altro sollecitatore più abile aveva fatto riuscire i suoi.
Se interrogate, non un autore di Strenne, ma un uomo di qualche importanza, come
può essere, per esempio, un deputato, un assessore comunale, un capo divisione,
un commendatore non troppo avariato, uno di quei personaggi insomma che fanno
correre i portieri e sfondano tutte le porte delle grosse amministrazioni, ne
sentireste di curiose sulle persecuzioni a cui è esposto un uomo d'importanza
da parte dei sollecitatori d'impiego. C'è della gente che si lascierebbe
cuocere in una frittata pur d'arrivare sul piatto d'una persona influente. Il
bisogno è ingegnoso, paziente, ostinato e non guarda se la povera dignità
umana, costretta a trascinarsi per ore ed ore su per le scale degli uffici e
dei dicasteri, non torna sempre a casa colla gonnella pulita.
Una volta
c'eran le buone carriere ecclesiastiche, veri scaricatori delle famiglie, e gli
sfoghi dei conventi; ma oggi, per tutte le ragioni che si sanno, pochissime son
le famiglie che fanno dei conti sul futuro zio prete. Mancano i benefici,
mancano le vocazioni, manca il credito. In quanto ai conventi, quei pochi che
restano a dispetto dei santi sono più una mesta rinuncia, che non una carriera
d'esercizio sociale.
In questo
stato di cose che va diventando sempre più grave per il continuo frazionamento
delle famiglie e dei patrimoni, il pensiero della carriera dei figliuoli è uno
dei più tormentosi per un povero padre di famiglia, che non ha da lasciar loro
che un nome onorato e l'esempio d'una vita intemerata e sobria. Se son
figliuole, è ancor peggio, perchè la disoccupazione maschile ha per grande
contraccolpo quella grande disoccupazione femminile, che le ragazze esprimono
colla cantilena: - aspettare e non venire...
I pochi e
magri impieghi conducono un uomo sano e simpatico sulla soglia dei quarant'anni
prima ch'egli si risolva a prendere moglie; e quando ottenuta la promozione o
la stabilità sospirata, pensa a pigliarla, gli viene un'altra terribile paura:
che sia troppo tardi e pericoloso. E intanto all'anima gemella non resta che
mettere sul telaio un altro paio di pantofole.
*
* *
Son cose che
si dicono ridendo, tanto per non guastare la Strenna: ma non per nulla i
padri di famiglia invecchiano presto. Da un pezzo si va predicando sui giornali
e sui libri educativi che la donna è fatta per i dolci affetti di famiglia, non
per le sterili nenie del chiostro. Andiamo ripetendo che l'ufficio della donna
è la maternità, che la sua santa missione è di dare alla patria figliuoli
robusti e valorosi cittadini... Ma con che cosa si fanno questi cittadini? che
significano tutte queste belle parole, se non ci sono i mariti che le sposano?
e come può un ragazzo di giudizio imbarcarsi nel matrimonio senza una buona
posizione sociale?
Da cosa nasce
cosa, dice il proverbio: ma si può anche dire che una cosa impedisce l'altra.
Intanto per togliere queste nostre povere e belle figliuole al pericolo del
morir di fame, quando noi non ci saremo più, le sciupiamo fin d'ora negli studi
magistrali, nella contabilità, nella musica, nella così detta arte scenica, nei
magazzini di mode, fin nelle stamperie e nelle raffinerie, ne facciamo delle
farmaciste, delle contabili, delle dottoresse, delle professoresse, che muovono
quasi per dispetto una spietata concorrenza ai galantuomini farmacisti,
dottori, contabili e professori che dovrebbero sposarle. Così una
disoccupazione ne produce un'altra e il disagio generale si dilata, come se il
mondo fosse retto da un ministero italiano.
Una Strenna
non può naturalmente risolvere un problema che si attacca a troppi inviluppi
economici, politici, filosofici e che soltanto il tempo e la pazienza degli
uomini potranno dipannare, se prima non mancherà il tempo e la pazienza. Ma è
già qualche cosa aver in mente che le belle carriere facili non ci sono più:
che per gli onesti l'andare avanti diventa sempre più arduo: che pei timidi e i
poltroni non c'è posto nel mondo: che il perder tempo fin dai primi passi
significa restare sempre indietro: che le pompose ambizioni dei titoli, dei
gradi, degli alti impieghi, dei lauti stipendi, delle sinecure e dei canonicati
è tutta mitologia d'altri tempi: che non basta nemmeno l'esser ricco e il
possedere case e terre, se non si sa amministrare la propria roba o almeno
difenderla dai ladri.
Sicuro che
una Strenna non può dare un consiglio buono per tutti i casi; ma un
consiglio non inutile per tutti è di ripetere ai nostri figliuoli: - Per carità
non perdete tempo. Tenete da conto tutte le forze di cui natura vi ha
provveduto e impiegatele tutte alla conquista del pane. L'avvenire non
sconta più le cambiali dell'ozio e della dissipazione e chi spreca da giovane
dovrà lavorare da vecchio.
Questi potranno
sembrare consigli di vecchia morale tradizionale; e infatti non c'è nulla in
essi che non sia già stato detto le mille volte. Ma il mondo dimentica
facilmente e i nostri figliuoli sono nel caso di sentirle per la prima volta
certe verità. Mentre da una parte ecciteremo al fare, dall'altra aggiungeremo
qualche altro consiglio più fresco, che persuada piuttosto il non far troppo,
il non desiderare di soverchio, il contentarsi di quello che si ha, il non
cercare il fumo ma la sostanza delle cose, il mettere il decoro più dentro che
fuori di sè. Diremo, per esempio, ai figli nostri: - "Non siate troppo
ambiziosi: contentatevi anche di più modeste carriere; tutte le professioni
sono nobili e pulite allo stesso modo, quando non sporcano la coscienza: toglietevi
dal capo il pregiudizio che un uomo diventi rispettabile soltanto quando si
chiama dottore, professore, cavaliere, e che non si possa vivere decentemente
se non si spendono dieci mila lire l'anno. Chi non può essere avvocato procuri
d'essere fotografo, o metta bottega di libri, o apra un magazzino di stoffe, o
cerchi una rappresentanza, o dipinga delle insegne, o rompa la sua attività in
tre o quattro mestieri, nobiliti egli il lavoro che fa, senza aspettare la
nobiltà dai diplomi e dalle patenti di carta, che non salvano un mal capitato
dal morire di fame. Abbassate, limitate i vostri bisogni alla misura dei vostri
mezzi. Non è vero che senza un bicchiere di vermouth o di vin bianco secco un
buon cittadino non possa acquistare appetito prima di pranzo, come non è vero
che senza un bel paio di guanti lucidi e una stupenda cravatta di raso un
negoziante ci rimetta un poco del suo credito presso i clienti: le abitudini
costose e la vanità sono i grandi ostacoli al viver bene. Ciò che non può più
dare il fasto e la pompa decorativa della carriera, lo può sempre dare la
nobile e superba aristocrazia del carattere, senza della quale qualunque più
fortunato e grosso affarista resta sempre un essere di razza inferiore.
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* *
Compensi
elevatissimi offrono in ogni modesta condizione il saper gustare le cose belle
e spirituali della vita, la coltura intellettuale, il gusto dei piaceri
semplici ed economici dell'arte, i sentimenti di carità e di umanità verso gli
altri, la coscienza interiore, per cui la vita del povero può essere illuminata
di dentro più splendidamente dei palazzi dei re. E questi compensi ognuno se li
può educare e crescere in casa, come si tengono i vasi dei fiori sul davanzale
della finestra. Cercate la ragione sufficiente dell'esistenza nella sincerità
degli affetti che vi legheranno un giorno a una donnina brava e modesta come
voi, e a due, a tre, a quattro figliuoli buoni e giudiziosi come il babbo e
come la mamma. Questa felicità, non di princisbecco, ma di oro fino la si può
acquistare con modesti stipendi, con rendite più che modeste, se non mancano
l'abitudine del lavoro e la sobrietà della vita. Non la si trova con
cinquantamila lire di rendita, se non si sa scavare nel filone naturale. Queste
cose i padri dovrebbero prima recitare a sè stessi per esserne prima persuasi
loro e poi ripetere, ricantare, trasfondere nella coscienza dei loro figliuoli
al posto delle sterili ambizioni così dette di società, le quali si riducono
quasi sempre a polvere negli occhi dei gonzi. La miglior maniera per far bella
figura nel mondo è di saper farne senza: o in altre parole uno tanto vale
presso i suoi simili quanto dimostra loro che non ne ha bisogno. Quest'orgoglio
messo al posto delle vanità esteriori ci salverà dalla peggiore delle
schiavitù, quella che obbedisce all'opinione degli sciocchi disoccupati.
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