LE
NOSTRE FIGLIUOLE.
La miseria
delle carriere che da noi in Italia si avverte da poco tempo, era già stata notata
trent'anni fa da Alfonso Karr in Francia, dove i fenomeni sociali ci precedono
d'una generazione. A proposito delle nostre povere figliuole, che non trovano
marito, l'arguto scrittore osservava: - "È una faccenda seria, l'uso del
matrimonio tende a scomparire dai nostri costumi. il numero delle zitellone
cresce ogni dì, specie nella classe mediana della società. Non è inutile
indagarne i motivi.
Poche sono le
operaie, che non trovino un operaio che le sposi, perchè per l'operaio la donna
è una compagna che prende la parte sua nei pensieri e nelle fatiche della vita
comune. Mentre l'uomo lavora fuor di casa per la sua donna come falegname o
fabbro ferraio, essa lavora in casa per suo marito come cuciniera, come
lavandaia; e se il bisogno dimanda, non ha ripugnanza a cercare anch'essa
lavoro fuori di casa. Qui il matrimonio è una società nella quale ciascuno
lavora nella proporzione delle sue forze.
Nella classe
in cui si nasce agiati, e in quella in cui la donna porta una dote illustre, il
matrimonio è ancora possibile. Se la donna sa discretamente sorvegliare
l'andamento della sua casa, compensa quella non troppo grave fatica che costa
al marito l'amministrazione della comune fortuna.
Ma nella
classe media, come volete che le ragazze possano maritarsi? Tutte sono educate
alla stessa maniera, cioè in vista d'uno splendido matrimonio. Tutte son così
atte e preparate al gran colpo di fortuna, che poche sanno rassegnarsi a fare
un passo indietro. Quel che oggi si dice il puro necessario è molto al
disopra del lusso d'altri tempi; talchè si può dire che in questi tempi
d'eguaglianza si vuol essere tutti eguali anche nello spendere -
un'eguaglianza, ahimè, di miserie, di corrucci, d'avidità e di rapina.
Ogni ragazza
è cresciuta nella previsione che ella potrà guadagnare alla lotteria del
matrimonio una sorte preziosa, e si immagina che potrà compensare la fortuna e
la dote che non c'è con una educazione squisita, con disposizioni svariate
d'ingegno e di coltura. È un inganno. Queste grandi disposizioni, queste famose
abilità rendono la dote cento volte più necessaria, sto per dire,
indispensabile. Per i poveri mariti di questa classe la donna non è una
compagna che sia pronta a dividere e ad assumere una parte di cura e di lavoro
nella misura delle sue forze; è un idolo che passa il suo tempo a ornarsi e a
farsi adorare. L'uomo della modesta borghesia che si marita oggidì con una
ragazza senza dote è come se comprasse un cavallo che in luogo di biada mangia
perle e smeraldi.
Ecco perchè
son pochi i mariti: e non andrà molto che non ce ne saranno più.
Si è gridato
tanto e con ragione contro il celibato, al quale si condannavano le ragazze nei
tempi andati nei conventi. Eppure là dentro almeno tutto le preservava dai
pericoli e dalle tentazioni. Non si univano là dentro agli istinti del
sentimento le seduzioni del lusso e della cortigianeria. Triste è bene questo
celibato in mezzo al mondo, al quale condanniamo le nostre
figliuole7".
*
* *
Con più
modestia nell'educazione e nelle pretese, e meglio ancora con un ideale più
sano e più equilibrato della vita, molti di questi guai della disoccupazione
femminile si potrebbero evitare. Dico molti, non tutti, perchè i problemi
sociali più che semplificarsi stanno per complicarsi sempre più e nel cozzo dei
tempi e delle cose il progresso umano come l'orco dell'antica favola si nutre
di carne viva e a preferenza di quella delle povere ragazze.
In questo
stato di cose ci sia permesso di domandarci: le scuole pubbliche e private, che
insieme alle famiglie concorrono a preparare le fanciulle delle varie classi a
queste battaglie nuove della vita, bastano e giovano veramente allo scopo?
insegnano esse veramente che cosa sia la vita e come ci si possa stare con
onore e con sicurezza? offrono esse alla giovinetta le armi della difesa e
della conquista? o piuttosto non continuano in un sistema troppo praticamente
scarso e troppo teoreticamente fantastico? Tutte queste scuole femminili, che
sorgono da varie parti con nomi pomposi e illustri, soddisfano veramente al
programma della vita moderna, ovvero si preoccupano maggiormente di esaurire il
programma stampato del ministero? Si è cominciato con un pregiudizio. Si è
creduto che bastasse istituire delle scuole superiori per mettere la donna a
pari dell'uomo. Si sono foggiate delle scuole femminili cogli stessi programmi,
o quasi, delle scuole maschili: si aprono le porte dei ginnasi, dei licei e
delle università e si invitano le donne ad accostarsi al severo banchetto della
scienza. Si mescolano uomini e donne sui medesimi banchi a mangiare nello
stesso piatto, a bere nello stesso bicchiere lo stesso vin forte e spiritoso,
per poco non s'invita la donna a fumare nella nostra pippa (al sigaro ci siamo)
e non si è badato a piccole cose: - 1° che la donna non è un uomo; 2° che ciò che
all'uomo fa bene perchè rinforza la sua natura, come la scherma e il giuoco
delle boccie, alla donna generalmente fa male; 3° che degenerando la donna, non
c'è nessun vantaggio nè per noi nè per lei.
Si è pensato
a munire la donna di patenti e di diplomi, come se l'insegnare potesse essere
vocazione di tutti, mentre si sa che è vocazione di pochissime. Si è pensato a
sviluppare le facoltà intellettuali della donna, come se in queste ella non
fosse eguale all'uomo, e si sono trascurate altre facoltà che natura nella sua
sapienza distributiva diede a lei sola. Si è pensato insomma più alla
professionista, che è una carriera di ripiego, come l'andare monaca, che non
alla sua carriera naturale. Si è pensato più all'istruzione che è un mezzo di
educazione, che non all'educazione che è il fine, più alla testa che
all'armonia dei sentimenti, più alla pompa della dottrina esteriore che non
alla dottrina e alla coltura delle virtù fondamentali del carattere femminile.
Negli
educandati, anche modesti, si vive come per incanto di magia. Suona un
campanello e arriva il pranzo bell'e fatto in tavola. Ne suona un altro e la
biancheria cade sul letto linda, lucida, ripicchiata, come se uscisse allora
dalle mani delle fate. Finito il corso dei suoi studi, la signorina esce dal
regno delle fate e si trova in un mondo dove le pentole tingono, dove le calze
fanno buchi. Che è? che non è? perchè l'hanno ingannata? Come si fa? da dove
s'incomincia? E grazia se la padrona di casa conosce i denari che spende. Di
rado sa quel che costi a guadagnarli. Le cento lire stentatamente messe insieme
da un pover'uomo nel magazzino, nello studio, nella bottega, nel foro, nella
scuola, volano dalla finestra aperta della casa come se avessero le ale, o
vanno a vestire l'amabile incapacità della padrona. La quale padrona, se sulle
prime si meraviglia che il mondo sia così diverso dalla sua idea, superate le
prime ripugnanze, un po' per amore un po' per forza, se Dio l'aiuta, si
acconcia alle necessità, rimbocca le maniche e prova a tuffare le mani in
questa prosa; ma a non tutte riesce bene di imparare. Nulla di più ingrato che
il dover fare ciò che non si sa fare. Di qui una ripugnanza invincibile per
tutta la vita e un disordine economico, principio e base di più profondi
disordini morali.
Eppure c'è la
sua bella poesia anche nelle quattro pareti! e nulla è più ingiusto per una
donna quanto il parlare della schiavitù della pentola, finchè la donna sarà
schiava della sua toilette. Bello è tutto ciò che si fa con amore e
l'amore si può mettere tanto in una minestra come in una romanza. Tutto sta nel
formarsi un senso sano ed esatto della vita, e nel saper spremere dalla vita il
miglior sugo.
La poesia
vien dal cuore, non dalle cose... ed è appunto a rinforzare il cuore che
dovrebbe mirare la scuola, che ora si affatica più a gonfiare il cervello.
Risponderà meglio adunque agli scopi della vita moderna una scuola che
insegnerà a stimare le necessità della vita e a superarle: e per molti lati
sarà perfetta quella che metterà in grado la donna di esercitare con sapienza e
con arte ciò che oggi impara a caso, faticosamente, spesso con suo danno.
Oltre agli
affanni del bucato e della pentola (che coll'ordine si riducono a una pratica
di poco peso) molte e più gravi responsabilità aspettano queste nostre figliuole
il giorno che lasciano la nostra casa ed entrano a dirigere la casa dell'uomo
che amano.
Pensiamo che
spesso la felicità e l'infelicità del così detto re dell'universo dipende dalle
più misere cose, da un bottone di camicia, dal trovare o no la minestra pronta,
da un paio di scarpe, perfino da una pantofola: e la scienza delle piccole cose
non è più difficile a imparare dell'altra delle cose grandi. E nessuno sa
impararla questa scienza dei particolari meglio della donna che ama e che
comprende come la grande felicità è anch'essa composta di milioni d'atomi o di
momenti felici. A conti fatti, se si potesse veder con un microscopio,
risulterebbe quasi sempre che la fortuna di un uomo e la felicità di una
famiglia dipendono non tanto da ciò che l'uomo sa fare e procurare, ma da ciò
che una donna avveduta sa evitare e risparmiare. E il saper fare la felicità
altrui è e sarà sempre qualche cosa di più che il sonar bene un notturno di
Chopin e il portar con eleganza un vestito di Worth.
E la
responsabilità che la donna assume in faccia a' suoi figli? - Dal giorno che
nascono, e prima ancora, queste nuove creature tutto ricevono da lei, anima,
nutrimento, calore, luce, sonno, pace. La madre deve sapere come si fasciano,
come si lavano, come si mettono a dormire, come se ne acquieta il piangere,
quel che fa bene, quel che fa meno bene. Non passa mese nella vita dei
figliuoli che non occorra quasi una scienza nuova, perchè ogni mese e ogni età
hanno le loro terribili insidie fisiche e morali contro le quali le scienze
mediche e pedagogiche son troppo scarse, se il cuore e l'occhio materno non
scongiura. Le malattie infantili bussano come spauracchi al cuore delle madri,
che sorprese bruscamente nella loro verginale ignoranza, sono spesso coi moti
inconsiderati dell'istinto un rimedio peggiore dei mali. Perchè non insegnare a
tutte, non dirò la scienza, ma almeno l'esperienza del bene? forse che il saper
medicare prontamente un dito malato d'un nostro figliuolo non è un provvedere
alla sua e alla nostra felicità? e perchè si studia tanto se gli studi non
aiutano a essere più saggi e più felici?
Una volta
dischiusa la mente e aperto il cuore delle nostre fanciulle al gusto delle cose
vere che son sempre le più semplici, questa educazione casalinga, che oggi
sembra un povero ideale borghese, si presenterà alle nuove generazioni come un
diritto e come una conquista di più. I matrimoni combinati sulla base
dell'interesse e della boria saranno meno frequenti in una società in cui la
donna avrà il gusto delle cose semplici: e si sa che gli uomini hanno il gusto
delle donne. Con più coraggio i giovani assestati affronteranno i rischi del
matrimonio, quando saranno più sicuri di trovare nella compagna della vita una
collaboratrice intelligente e una rendita quotidiana di virtù positive. Quindi
sarà meno frequente l'ingiustizia sociale, che obbliga oggi un uomo a lavorare
dieci o dodici ore al giorno per dar tempo a una moglie sfaccendata d'andare in
gran lusso a divertirsi8.
*
* *
Molto si avrebbe
a dire su questa benedetta educazione delle nostre figliuole, perchè i pareri
son discordi e non è ancora definitivamente dimostrato che una grande coltura
contribuisca ad accrescere ciò di cui la donna ha specialmente bisogno: la pace
del cuore. A molti par che l'eccessivo esercizio dell'intelletto torni a danno
delle facoltà più geniali, e che dai libri la donna esca meno spontanea, o come
diceva un mio vecchio amico libertino, troppo vestita. Lo zio Cassiano, nato e
cresciuto in campagna, è sempre della vecchia opinione che la donna è nata per
la casa e a un nipote in procinto di prender moglie raccomandava d'osservare
bene il pollice e l'indice destro della fidanzata: - Se c'è il segno dell'ago,
fidati. (Per lo zio Cassiano le macchine a cucire non sono ancora inventate).
Uomo ipocondriaco e materiale, egli diffida egualmente della donna che legge
romanzi, (non sa che oggi le donne li scrivono) della donna che parla di
politica, delle teologhesse, delle spiritiste, della donna che fuma, della donna
che fa conferenze e di tutte quelle che non entrano bene nelle casseruole. Lo
zio Cassiano è anche un uomo goloso ed egoista: e se non lo dice, pensa che la
donna sia stata fatta dal Creatore pei comodi dell''uomo.
La Strenna
per non voler entrare essa in un ginepraio, è andata a consultar una sapiente
sibilla, cioè una donna d'ingegno e di cuore, che non si nasconde nel velo
trasparente di Memini. Interrogata su quel che pensava circa
l'educazione che si può dare alle nostre figliuole e se in genere convenga a
una donna aver una vasta istruzione, la donna gentildonna. che in Mia e
nell'Ultima primavera ha dato prova di conoscere i misteri del cuore
femminile e di possedere la grazia e la simpatia delle cose umane, rispondeva
la lettera seguente, colla quale, oltre a molte verità, si dimostrerà che anche
una Strenna può finire come un bel libro:
*
* *
"Ho
aspettato proprio in extremis a scriverle sul noto argomento, cioè se
convenga o no d'impartire alla donna una estesa educazione letteraria. Il tema
mi era parso pieno di attrattiva e la domanda si presentava chiara e precisa.
Ma cercando di approfondirla, mi sono urtata ad una varietà prismatica dei suoi
aspetti e sono rimasta assai perplessa. La disparità dei pareri è grande
tuttora. Molti pregiudizi in proposito sono stati banditi dal buon senso e la
vecchia scuola convenzionale del ridicolo non sussiste più, Ma nella
concessione stessa accordata alla donna di affermare la propria intelligenza e
di coltivarla seriamente, è rimasto come un lievito di diffidenza, una specie
eli restrizione mentale del privilegio. L'uomo da noi si fa un'idea bizzarra
del temperamento morale della donna e delle sue attitudini al lavoro della
mente. Non la studia nè la conosce abbastanza, la giudica ad occhio e croce, e
dall'alto dei suoi studi universitari sorride benevolmente al corso anodino
dell'educazione femminile. Uomo e donna non condividono il pane della scienza.
All'estero invece, in Germania, in Svizzera, in Inghilterra l'istruzione è parificata
fra i due sessi ed offre loro per un periodo d'anni un dato ambiente unico di
lavoro, durante il quale essi possono valutare a vicenda le loro forze ed i
gradi delle loro attitudini intellettuali.
Ignaro e non
curante delle condizioni in cui si sviluppano le capacità della mente
femminile, l'uomo in Italia rimane serenamente convinto della propria
superiorità di fronte alla donna. Non ha fede sufficiente in lei, in ciò che
ella ha di più bello dopo il cuore, l'intelligenza! Non la intende quasi mai
nella sincerità e nel carattere delle sue attitudini serie. L'adula bensì, con
facile indulgenza, che nulla gli costa e l'incoraggia talvolta nel tentativi
ch'ella fa per alzarsi al suo livello, ma sempre coll'ironia segreta di un
compatimento più o meno benevolo, come si tratta un avversario non temibile e
che si è sicuri di vincere ad ogni modo.
Pure, la
donna nei primi tempi della vita è spesso superiore all'uomo. Accanto al
monello sbrigliato, tutto giuochi violenti e moti disordinati, ribellione perpetua
a tutto ciò che è regola ed autorità, sta quella figuretta ravviata, per bene,
della bambina. I suoi fini istinti le stanno a fior di pelle e si rivelano
prestissimo quando non siano tosto soffocati o pervertiti dalla volgarità
dell'ambiente che trovano. Un acuto criterio razionale, che non si sa, non si
capisce d'onde venga o come operi in quella testina, si spiega nelle sue
osservazioni, noi suoi ragionamenti; pur lasciando incolumi la serenità sacra
della mente infantile. La sua immaginazione (parlo, s'intende, di una bambina
molto intelligente) è prontissima, e s'improvvisa, di botto, nel suo
cervellino. Ebbi meco, per qualche tempo, una nipotina sul cinque anni, un vero
folletto di intelligenza e di umorismo.
Ella aveva
innato il senso dell'inventiva. Adorava le storie di qualunque genere e io che
ho sempre avuto lo stesso vizio, dalla mia fanciullezza in poi, gliene andavo
narrando a piacer suo. Essa ascoltava, con profondo raccoglimento, nel suo
sguardo si levavano tesori d'intensa attenzione e d'assimilazione assoluta del
pensiero, al senso della novella. Una sera, costretta ad assentarmi, dissi alla
bimba, ch'era duopo ch'ella rinunciasse alla sua storia. Ma ella si mise a
ridere: Non ci pensare zia. Quando non ci sei tu a contarmi delle storie, me
le conto io da per me!
L'espressione
era alquanto sgrammaticata, ma valeva un peso d'oro! Me ne disse poi qualcosa,
di queste sue storie. Erano ciò che dovevano essere; un'insalatina di idee
vaghe ed informi, ma qua e là tradivano degli accenni di penetrazione e di un
meraviglioso intuito della fantasia. Gettai uno sguardo commosso e un po'
triste su quella testina, ove dimorava già e s'agitava, nella sua forma
embrionale, il romanzo del pensiero!
L'amor
proprio è più presto sentito dalla bambina che dal maschietto, in tutto ciò che
riguarda lo studio. Il sentirsi lodare in casa, citare in scuola, stuzzica in
lei la compiacenza d'una vanità segreta, che frena l'uggia naturale dello
studio e la dispone a una serie di sacrifizietti ch'ella fa di buon grado, come
farà di buon grado, più tardi, i sacrifici dovuti ad un altro genere di vanità.
Il fratello
biricchino studia per forza, di mala grazia, senza capire ancora cosa sia di
grande e di benefico il lavoro al quale è costretto. Intanto la bambina va
avanti, senza fermarsi, sino a un certo limite. Ma qui accade spesso un piccolo
fenomeno. Le parti si scambiano, la bimba è diventata una signorina e, a meno
di eccezionali disposizioni, o della necessità ferrea di farsi una carriera
letteraria o di puro insegnamento, nella donna si rallenta, lo zelo pel lavoro
intellettuale, l'amore allo studio si va eliminando. La gioventù sboccia nel
suo cuore e la chiama fuori dell'ambiente scolastico. I suoi mezzi naturali non
li perde, ma senz'avvedersene si sviano in altre direzioni ed ella cessa di
applicarli esclusivamente alle cose intellettuali. Lo spirito è distratto dalle
visioni nuove, dalle larve vaghe dell'avvenire e queste s'impadroniscono alla
lor volta dell'immaginazione e bene spesso è una liberazione la fine di quel
piccolo corso di studi che la scuola ha imposto alla fanciulla. Il fratello ha
seguito frattanto la sua via e la prosegue. Malgrado le sue felici attitudini,
la donna è rimasta indietro, generalmente, e l'uomo le passa davanti, col
saluto ironico del vincitore.
Ma non per
tutte le fanciulle resta chiuso l'adito ad una carriera utile e decorosa. Se
hanno approfittato dei loro studi, possono, alla lor volta farne approfittare
altrui, possono dedicare le loro forze a pro della pubblica Istruzione.
Una dignità
simpatica sorride sulla fronte della fanciulla che si dedica all'insegnamento,
per elezione naturale o per forza di circostanza. Assorbita nel soverchio
sforzo mentale di acquistare le cognizioni richieste per le abilitazioni
all'insegnamento, la fanciulla rinnega generosamente gli impulsi
dell'adolescenza per dedicarsi al faticoso studio della preparazione. Il suo
tirocinio lo fa in casa, come può, frastornata da mille interruzioni. La
considerano in casa come un futuro elemento produttivo per l'utile dalla
famiglia. Certo non sempre la famiglia è conseguente nei suoi apprezzamenti,
forse un fratello ignorante, un nonno borbottone, la deridono e la tormentano
per quei suoi eterni libracci! Marta e Maria si contenderanno qualche volta il
tavolone del salotto, questa per distendervi i suoi quaderni da consultare,
l'altra il bucato da rammendare, ma ciò non turba definitivamente la pace e la
tranquillità della famiglia. Giunge l'epoca terribile degli esami, le snervanti
trepidazioni, i fiaschi... il successo e un nugolo di maestrine nuove spiccano
il volo per tutte le regioni italiane. Sono sole, ora, le maestrine, davanti al
loro avvenire.
Non tutte
hanno forze e valore morale bastevoli all'ardua taccia. Hanno detto, scritto, a
proposito di maestre, una vera iliade di lacrimevoli guai e pur troppo non
manca qualche esempio che valga a giustificare dei severi giudizi. Pure; quanto
è bello lo spettacolo complessivo di tante virtù, di tanta abnegazione,
inesorabilmente richieste dall'indole stessa di questa missione! La donna non
vi è punto spostata. Un'aria di famiglia, un'immagine di maternità le aleggia
sempre d'attorno, il suo cuore può rimanere ciò che è. Il suo carattere
soltanto è costretto a temprarsi a forze virili, la sua coltura è avviata ad
uno scopo diretto che non può travia in inganno, non può sviarsi per via. E una
coltura impersonale, per così dire, l'ha acquistata ma non per uso suo
esclusivo, bensì per trasmetterla come un sacro deposito alla più recente
generazione.
Le ribellioni
sono rare, in quei ranghi serrati alcune infelici o sconsigliate non potranno
forse sottrarsi al pericoli e alle tentazioni dell'isolamento, e vi
soccomberanno per colpa loro od altrui. Ma la maggioranza - oh no, starà salda
al suo posto, così utile e decoroso! Migliaia e migliaia di esistenze femminili
vi troveranno un sicuro rifugio, una quiete relativa e sopratutto una vera
rispettabilità di posizione. La patente maestrale è un foglio di via che apre
nuove e meglio retribuite occasioni di collocamenti nella carriera
dell'insegnamento privato. Tutta una classe di buone, intelligenti, e di oneste
attività, ha uno sfogo naturale in quella professione difficile, spinosa, non
scevra di profonde amarezze, ma sicura almeno e altamente onorevole!
Ma nelle
altre classi sociali quale azione pratica e positiva al par di questa esercita
la coltura intellettuale della donna? Essa non è organizzata in quello stretto
senso disciplinare, è lasciata all'arbitrio dei genitori, al capriccio e
all'inclinazione individuale, all'azzardo dei mezzi e delle opinioni. L'uomo ci
pensa poco, o non ci attende guari. Lo scienzato accorda alla donna l'onore di
un'analisi anatomica del suo cervello, di fronte a quello dell'uomo e dal quale
risultano differenze di peso, di misure, di valori proporzionali! Non ho mai
potuto comprendere e non son certo in grado di contrastarla, quella teoria
condannatrice, ma mi parve sempre così puerile e assurdo quel battibecco
puntiglioso fra l'uomo e la donna, mentre sono essi l'insieme e l'armonia della
creazione in tutte le sue manifestazioni!
Checchè ne
sia e lasciando in disparte quelle vane gare ed i giudizi preconcetti, è certo
che si riscontrano nella donna attuale maggiori attitudini all'alta coltura di
quanta ne possedesse tempo addietro. È un bene, o un male? Il tempo pronuncerà
la sua sentenza. E il privilegio sublime potrà costar caro alla donna che lo
vanta, non sarà sempre nè la felicità, nè la gloria! Esso lo impone una dualità
ben distinta di doveri. Bisogna che il suo cuore e il suo senno soverchino in
altezza e in latitudine i privilegi della sua mente. I pregiudizi, l'egoismo,
la volgarità di mente, l'ignoranza, la bassa invidia di altre donne la
costringeranno a mille immolazioni dei suoi gusti, la tortureranno persino
nelle sue più luminose certezze. Il suo mondo non le permetterà le superbe
gioie d'una indipendenza procuratasi da sè stessa, il suo immenso capitale non
avrà sempre sbocco nè impiego. Ogni tanto, nell'uomo, sorgerà un senso di
malumore, meschino, basso, un pentimento d'averla proclamata capace di essere
qualcosa per se stessa e si tradurrà in amare vendette, in un duello in cui
egli avrà appunto la ragione del più forte. Soffrirà, soffrirà sempre la donna
in quelle condizioni, eroiche, ineguali, di battaglie mentali... pagherà a caro
prezzo l'entusiasmo che strapperà ai suoi stessi detrattori, l'audacia della
sua discesa nella profondità cupa della miniera ove si elaborano, in seno alla
tenebra, l'oro e le scorie del metallo umano. Pagherà lo scotto dei suoi maschi
studi, dei suoi forti istinti, con un'esacerbazione continua di tutti i suoi
sentimenti femminili, si troverà sempre sola, isolata, malveduta sul trono del
suo ingegno, fraintesa, sfigurata nelle lodi stesse di una turba che la
acclama, che l'applaude in nome d'una ribellione che ha creduto di ravvisare in
lei. La celebrità la ricompenserà e la punirà ad un tempo d'aver voluto essere
più delle altre. Sarà talvolta la gloria, ma spesso la sventura. Pure ella non
può rinnegare se stessa e la sua missione virile. Perciò non augurerei mai ad
una donna che mi fosse cara, una strapotenza di mezzi intellettuali. Madre;
tremerei di ravvisare in mia figlia una di quelle formidabili vocazioni che
sbalzano talvolta le anime femminili fuori delle orbite loro e le fanno errare,
gigantesche, perdute nelle infinità cieche del vuoto. Non oserei oppormi al
volere della Natura se così si spiegasse in un'anima a me cara, ma quale eterna
trepidazione sarebbe il mio vivere! Lo so, l'umanità di tutto si giova, non si
arresta davanti a niente, tutto diventa strumento fra le sue mani per agitarsi
nello slancio irresistibile delle sue evoluzioni, ma è triste la sorte di
quelle vittime che a uno scopo intellettuale immolano se stesse e la quiete
della loro esistenza e l'esercizio dei più cari doveri del cuore, dei più
sublimi privilegi della femminilità!.. Ma se ho sognato talvolta un ideale di
donna, nell'illusione di maternità che Dio non ha voluto concedermi, il mio
sogno non si è aggirato attorno alla donna intellettuale dell'estremo grado. Ho
sognato un animo eletto, sano, lieto. L'ho scelto in quella schiera di anime di
lusso che sono consone alle aspirazioni di quella che io chiamerei:
l'eccezionalità normale, con un'espressione che sa di sproposito, ma che non
saprei come sostituire. Vorrei che la mia figliuola avesse anzitutto una
squisita educazione dell'anima e che a quella unisse una coltura reale, seria,
forte, virile nelle sue basi e sana nei suoi risultati, che le insegnasse a
odiare il male, che nella sua mente profondesse la luce, la libertà, la letizia
e l'amore alla vita e ai suoi doveri. Vorrei che quella coltura non la
stancasse nè l'attristasse, nè soverchiamente la assorbisse e fosse scevra da
ogni esaltazione. Vorrei che nella mia figliuola ci fosse il convincimento
assoluto e l'amore della sua missione, l'idea di tutta la sua entità,
nell'immenso e nell'infinito che si stende dietro gli stretti limiti che
sembrano circoscriverla. Vorrei ch'ella avesse l'arte di amare e di farsi
amare, che la sua coltura fosse dolce, umana, vorrei che si stendesse, pietosa,
a tutte le miserie dell'umanità e alla cognizione delle sue deficienze morali,
ma non dimorasse cieca dinanzi alle sue glorie ed alle sue virtù. La voglio
impulsiva, amorosa, fedele alle sue sorgenti. La voglio padrona di sè, leale, stretta
ai suoi legami, austera nei suoi gusti, buona alla donna, ai deboli e alla
mediocrità.
Non voglio
che sia cosa morta, inerte, quella coltura, nè che i privilegi della sua
aristocrazia morale si disperdano nella vacuità plebea di ipocrite gare e di pettegolezzi
convenzionali, Abbia le qualità che più le giovano e che meglio convengono ai
suoi tempi, al tesoro sacro del presente, alla prosperità delle famiglie e del
pubblico. Non sono ottimista per carattere e una certa esperienza m'ha
insegnato che il successo delle idee razionali non è mai rapido come dovrebbe
esserlo e non si completa, se non dopo un lungo circuito di prove, infelici
bene spesso ed insufficienti. Ma credo altresì che il tempo verrà in cui la
coltura femminile troverà il suo posto definitivo e il mondo indovinerà quanto
le anime di lusso potranno essere anche le anime d'uso e le operaie del vero
progresso intellettuale. Io, almeno, non chiedo altro al mio sogno. Mi perdoni
la impulsiva chiacchierata e mi creda
sua
obbligat.
Memini
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