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VIZIO, MISERIA E
VIRTÙ
In un viottolo poco lungi dalla
Piazza Castello in Milano avvi una casaccia coi muri qua e là screpolati e
puntellati, una casaccia umida, o scura, immonda e dotata di tutte le qualità
necessarie per destare ribrezzo in chiunque non abbia i sensi ottusi e
grossolani affatto. Questa schifosa e pericolosa catapecchia è abitata da dieci
o dodici inquilini, tutta gente miserabile, che sta in armonia col luogo, gente
cenciosa, di cattivo odore e di sinistro o malaticcio aspetto. Pare impossibile
che vi sia un uomo abbastanza sfrontato da confessarsi proprietario di un tale
ammasso di pietre guaste, di legnami tarlati e di ferramenta corrose dalla
ruggine. Si crederebbe che questo lurido albergo fosse per vergogna abbandonato
in perpetuo a chi ha il coraggio di abitarlo. Ma non facciamo paradossi, nè
strane osservazioni a danno della verità. Non vi è cosa materiale al mondo, e
sia pur vile e spregevole, purchè utile, la quale non appartenga ad un padrone,
sempre pronto con tutte le sue forze a difenderla dalle usurpazioni, e far
valere i suoi diritti di proprietà. Anche la casa in proposito ha dunque un
padrone, il quale è visibile alle scadenze per riscuotere il danaro degli
affitti, danaro scaturito in complesso da tre fonti, vale a dire dal lavoro,
dall'elemosina e dal delitto. Al padrone non importa un cavolo di queste
provenienze: egli bada soltanto se le monete sono di buona lega e di giusto
valore. Chi non paga puntualmente la pigione deve sloggiare senza misericordia.
Per verità non sarebbe un castigo l'abbandonare quella fetida tana, ma il guajo
si è che bisogna lasciarvi i mobili. Mio Dio, i mobili! Sì, sì, questa parola
indica tanto la bella e preziosa suppellettile del ricco, quanto i vecchiumi e
gli stracci del povero. Ci vorrebbero due nomi diversi per significare due cose
diverse. I morbidi letti, gli specchi dorati, le intarsiature, i vasi del
Giappone, i divani e le poltrone di velluto sono arnesi differenti dai
grossolani pagliericci, dai rappezzati e smilzi materassi, dalle tavole greggie
e dondolanti, dalle cassapanche rovinate, e dalle scranne di paglia dure e
zoppicanti. La parola mobili pare alle volte uno scherno, quando non si
voglia considerarla come la parola uomo, che esprime tanto il principe
quanto il facchino. Ma non proponiamo inutili riforme, e seguitiamo a chiamar
mobili quelli del ricco e quelli del povero indistintamente. Sarebbe piuttosto
da impedire che il secondo non ne fosse molte volte spogliato, come il primo è
sicuro di non esserlo mai. Bello, ma impossibile voto finchè vi saranno
pigionali che non possono pagare, e padroni che vogliono essere pagati. Quello
della casa screpolata e puntellata è il più feroce e inesorabile dei padroni.
Ad ogni ricorrenza di Pasqua e San Michele vi sono mobili per suo conto
sequestrati e venduti all'incanto. Così per suo conto vi sono poveretti che
piangono, o sloggiano denudati delle cose più necessarie.
Il pigionale anziano di questa
casa, colui che ha veduto succedervi molti cambiamenti, colui che non è
disturbato nel possesso di due stanze, perchè
paga esattamente il suo fitto, è un uomo di sessant'anni soprannominato
Tribolo, un vecchietto svelto, allegro, sorridente e garbato quanto mai. Egli
vive per dare una mentita ai fisionomisti lavateriani. Il suo volto presenta tutti
i caratteri della bontà, ed è il volto di un fino e consumato briccone. Tribolo
è usurajo, mezzano, falsario e compratore di roba rubata. Non si dà tristizia
che egli non sia capace di commettere per amore del guadagno. Nondimeno i suoi
modi e la sua cera non rivelano punto il suo carattere odioso, e le malvagie
abitudini nelle quali è indurato. Sia pur vero e stabilito che il vizio e le
turpitudini dell'animo stampano più o
meno il loro marchio nella fisonomia dell'uomo: Tribolo è un'eccezione alla regola,
una verità meravigliosa, un fenomeno singolare. Egli domanda il sessanta per
cento con una gentilezza ammirabile, accompagna una proposizione diabolica con uno sguardo soave, nega la
verità con un suono di voce armonioso, e ordisce una furfanteria senza alterare la serenità
della fronte. Neppure i rabuffi e gli strapazzi ai quali è soggetto possono
intorbidirlo; e dare ai suoi lineamenti una contrazione disgustosa. Quando è
chiamato in giustizia, egli si atteggia sempre come un pover uomo calunniato,
come una vittima innocente e rassegnata. Le varie condanne che ha subito non
valsero ad emendarlo, ma a renderlo più cauto e più sbirbato nelle sue imprese.
Tribolo esercita l'usura in piccolo, vale a dire impresta delle somme sottili e
restituibili a brevi scadenze, ma l'interesse non manca di essere enorme. Un
povero falegname, per esempio, abbisogna di trenta lire onde comperare delle
assi? Tribolo gli dà le trenta lire, col patto che in capo a due settimane avrà
la restituzione di quaranta. Imprestando il lunedì dodici lire ad un
cenciajuoio, ne riceve quindici il sabato, compreso il prezzo del suo servigio.
Una serva, un cameriere d'osteria, un garzone di caffè o altro tale individuo
che aspetta un collocamento, ricorre a Tribolo per avere una sovvenzione sul
suo futuro salario, e Tribolo pieno di compiacenza lo contenta alle condizioni
che potete indovinare dietro le norme che vi ho date. Voi non potreste però
indovinare le condizioni riguardanti le somme che egli impresta alle donne di
mal affare per comperarsi uno sciallo, un cappellino od altro oggetto di
vestiario, di cui dicono avere urgenza. Allora l'usura è favolosa, incredibile,
senza esempio. Tribolo non perde quasi mai il suo danaro, grazie al tatto
sopraffino che egli ha per conoscere le persone a cui lo presta, e le
circostanze in cui si trovano. Per indurlo a sborsare un fiorino bisogna che
egli veda chiaro quali mezzi di guadagno o quali future risorse abbia il
debitore da offrirgli come garanzia. Un raccoglitore d'immondizie è sicuro di
ottenere un prestito, purchè si mostri proprietario libero ed assoluto d'una
certa quantità di letame da vendersi prossimamente.
Quali sono gli altri abitatori
attuali di questa casa? Un conciatore di pelli, un sarto che aggiusta e
trasforma abiti frusti, un fruttajuolo ambulante, un beccamorti, un suonatore
girovago, due o tre cialtroni oziosi, altrettante donne di vita problematica, e
qualche vecchietta che fila o lavora di calze. A questa ciurmaglia appartengono
dodici o quindici ragazzi d'ambo i sessi, creature mal nutrite, sucide,
pezzenti, riottose, piene di audacia e di malizia. La maggior parte non vanno a
scuola nè a bottega, ma birboneggiano il dì e la sera sulla Piazza Castello e
nei dintorni. Uno di costoro, che ha appena nove anni, è il più tristo monello
che si possa immaginare. Con una cassetta di zolfanelli sospesa al collo egli
gira i caffè e le osterie, vendendo la sua mercanzia e domandando l'elemosina a
chi gli pare di benevolo aspetto. Se l'occasione si presenta, egli trae
leggermente un fazzoletto dalla tasca altrui. Non di rado si ferma con altri
piccoli furfanti a trafficare il soldo al giuoco, e quasi sempre li spoglia
dopo averli ingannati e battuti per giunta. Egli non rientra mai prima della
mezzanotte, e guai a lui se non presenta a suo padre molti avanzi di sigari
raccolti qua e là da terra, o domandati ai fumatori stando alla porta dei
teatri.
Le bestemmie e le imprecazioni che
si odono, le baruffe e gli scandali che succedono nel cortile e sopra le loggie
di questa casa, le scene di violenza, di vizio e di miseria che hanno luogo
nelle camere, i ceffi paurosi che s'incontrano negli anditi ammuffiti e lungo
le scale anguste, le figure abbrutolite dall'inedia o dall'abuso dei liquori
che vanno e vengono per questa porta metterebbero i brividi e la confusione fra
gli ottimisti che magnificano la civiltà e le dolcezze dell'attuale progresso.
No, signori ottimisti e panegiristi del benessere e della moralità del popolo,
voi dipingete le cose come se fossimo tornati al secol d'oro, ai tempi beati
dell'innocenza e della felicità universale. Suvvia, non esagerate il bene, e
non dissimulate il male. Certamente Milano ha una quantità di stabilimenti
filantropici e di buone istituzioni che nessun'altra possiede. I ricoveri dei
bambini lattanti, gli asili dell'infanzia, le scuola elementari dominicali,
quelle di arti e mestieri, gli orfanatrofi, gli ospizi d'ogni maniera, il
patronato pei liberati dal carcere, i luoghi di ritiro per la gioventù
pericolante, gl'istituti elemosinieri, ed altre emanazioni della carità
milanese sono invero sante provvidenze e meritevoli d'ogni benedizione.
Tuttavia siamo lontani che tutti i bisognosi possano o vogliano parteciparne, e
quindi lontani che la miseria e il mal costume siano distolti. Su tale
argomento non bisogna dunque illudersi nè illudere gli altri. Lodiamo pure la
generosità di chi ha innalzato e di chi mantiene questo grande edificio della
pubblica beneficenza. Diciamo pure i mali che previene, i disordini che ripara,
e le lacrime che asciuga, ma nello stesso tempo facciamo noto che il rimedio
non è abbastanza efficace nè generale. Molto rimane a fare per vantaggio della
classe povera, e le sue condizioni materiali e morali non arrivano ancora a
quel grado di miglioramento che si può ragionevolmente sperare. Questa verità
si deve dirla francamente, non per fare uno sterile lamento, ma per illuminare
i benefattori del popolo sulle piaghe ancora esistenti, e per infervorarli
sempre più nella santa opera di risanarle.
Al S. Michele del 1854 un muratore
venne ad abitare due camere in questa casa, non sapendo probabilmente come
fosse infetta e malaugurata. Egli aveva la moglie, due figli maschi dai cinque
ai sette anni, ed una femmina di sedici. Inoltre ricoverava da qualche tempo il
padre di sua moglie, un vecchio indebolito di vista che non poteva più lavorare
del suo mestiere di canestrajo. Era una buona e quieta famiglia che viveva col
pane della fatica, ma condito dalla pace e dall'amore. Stabilitasi appena nel
nuovo albergo, il più terribile infortunio venne a piombarla del lutto e nella
desolazione. Il povero muratore cadde dal ponte di una fabbrica, e rimase morto
sul colpo. È inutile il dire le scene di pianto e di disperazione che accaddero
fra i superstiti all'annunzio ed in seguito di tanta sventura. Ecco una
famiglia rimasta priva del sostegno che la faceva vivere col frutto del suo
mestiere. Oh, le lacrime sono doppiamente amare quando si piange la perdita
d'una persona cara, ed i mezzi di sussistenza che vengono a mancare con lei!
Quali risorse rimanevano a questi tapini? Il lavoro della madre e della figlia,
lavoro di donne che rende generalmente uno scarso guadagno. La prima faceva
treccie di paglia colle quali si compongono stuoje, e la seconda era operaja
nella fabbrica dei tabacchi, guadagnando fra tutte due un trenta soldi al
giorno. Quell'epulone che è solo, e cui non bastano cento lire al giorno, mi
dica egli come possono vivere cinque persone con trenta soldi, principalmente
oggidì che tutto costa caro? Quell'epulone si scuote nelle spalle, e risponde
che egli medesimo per vivere senza stento avrebbe bisogno del doppio di quanto
ha.
La grama famiglia tirava innanzi
come Dio vel dica, ricevendo di quando in quando un sussidio dal parroco, e
impegnando o vendendo nei giorni di maggior penuria qualche capo di rame o di
biancheria. Il povero vecchio gemeva secretamente di essere a carico della
figlia e della nipote, e si rimproverava di togliere loro il pane di bocca.
Alle volte fingeva di non aver fame per mangiar poco, o per astenersene del tutto.
Queste privazioni lo costringevano poi ad un atto, pel quale aveva grandissima
ripugnanza e vergogna. Dopo aver condotto i due fanciulli alla scuola
infantile, il che era sua incombenza, girava una contrada remota, o si
appostava sotto una porta, aspettando al varco qualche persona ben vestita per
domandarle con voce tremante un poco di carità. Egli cercava pure di occuparsi
in qualche faccenda permessa dalle sue deboli forze e da' suoi occhi poco
veggenti, ed era tutto lieto quando gli riusciva di mettere in mano a sua
figlia alcuni soldi guadagnati portando un fardello, scopando un cortile, o
facendo altri servigi di questa sorta. Se il tempo era buono, usciva ancora
della città a raccogliere pei campi e lungo le siepi dei fuscelli di legna, ed
era per lui un'altra cagione di contentezza quando ne portava a casa un bel
fascio.
Ma perchè mai Tribolo mostra tanto
interessamento per questo meschino? Perchè lo saluta e gli sorride
amichevolmente? Perchè gli offre sempre una presa di tabacco, e lo chiama il
suo caro Antonio? Egli spinge non di rado la cortesia fino ad invitarlo nelle
sue stanze a bere un bicchierino di liquori. E queste dimostrazioni di
cordialità principiarono dal giorno che morì suo genero il muratore. La cosa è
molto strana, e fuori del naturale. Antonio medesimo, che sa di non avere alcun
titolo a questo trattamento, ne fa le più alte meraviglie, e conchiude che ciò
non può essere altro che un effetto della bontà straordinaria di Tribolo.
Costui gli disse un giorno, dopo averlo regalato di rosolio: Caro Antonio, se
io fossi in grado, vorrei darvi qualche soccorso, perchè siete un uomo dabbene,
e perchè le vostre disgrazie mi destano compassione. Ma io sono povero quasi
come voi, e non posso donare agli altri quello che basta appena per me.
Nondimeno le mie finanze mi permettono d'imprestarvi un pajo di talleri, senza
un centesimo d'interesse, e dandovi tutto il tempo che vorrete per farmene la
restituzione. Eccovi le due monete, che vi prego di accettare. Antonio restò
commosso a questo tratto di amicizia, ma rispose che ne avrebbe approffittato
nel solo caso di un'estrema necessità. La maggior parte dei bisognosi, a cui si
offrissero danari in prestito, accetterebbero sul momento senza pensare al come
poterli restituire. Costoro tirerebbero in lungo il debito fino all'infinito,
colla scusa sincera della propria impotenza a pagare, o coll'audace pretesto
che essi non avevano già domandato di farsi debitori. Antonio avrebbe accettato
un'elemosina, ma pensava che un prestito gli avrebbe turbata la quiete e levato
il sonno. Dopo alcuni giorni accadde che sua figlia si ammalò in conseguenza
del troppo lavoro, e dell'affanno sofferto per la morte del marito. Egli si
sentiva straziare l'animo al vederla priva di cibi sostanziosi, con una coperta
leggera sul letto e coi lenzuoli laceri, perchè i buoni erano stati messi in
pegno. Allora si ricordò dell'offerta fattagli da Tribolo, e non potè resistere
alla tentazione di giovarsene per provvedere ai bisogni dell'ammalata.
Contraendo questo debito, egli si proponeva di nasconderlo alla famiglia, e di
pagarlo quando avrebbe radunata la somma col deporre in un salvadanajo ciò che
potrebbe spizzicare da' suoi eventuali guadagni. Ci voleva molto tempo a
mettere insieme due talleri soldo a soldo, ma egli si ricordava altresì di
potersi pigliar comodo alla restituzione. I due talleri furono sborsati da
Tribolo con un piacere, che Antonio non provò l'eguale a riceverli. E sì che il
buon vecchio vedeva in quelle monete il mezzo di confortare la sua cara figlia.
Giacchè non voleva dire d'averle avute in prestito, bisognava che inventasse
una favola per giustificare la loro provenienza. Egli entrò dunque facendole
ballare in mano, e dicendo tutto allegro che la provvidenza gli aveva fatto
vincere un ambo al lotto. Sì, un ambo al lotto, replicò egli per dissipare
l'incredulità della figlia. Io non giuoco mai, è vero, ma questa volta mi venne
l'inspirazione di giuocare i numeri di un sogno, e la fortuna mi ha favorito.
Grazie a tale fandonia, l'ammalata si consolò, i lenzuoli furono disimpegnati,
e per qualche giorno v'ebbe in casa provvigione del necessario.
Cecilia, la nipote di Antonio,
l'operaja alla fabbrica dei tabacchi è una bella fanciulla, bionda di capegli,
bianca di carnagione, e delicata di forme come una figlia di nobile razza. Non
dispiaccia alle contessine e alle marchesine questa mia asserzione, e non
l'abbiano per ardita e profana, essendo una verità incontrastabile. Anzi vi
sono contessine e marchesine meno bianche e meno delicate di lei. Se vogliono assolutamente
aversene a male del paragone, pensino per calmarsi, che Cecilia porta i zoccoli
di legno ed una veste di cotone rattoppata, che mangia pane bigio quando ne ha,
e che lavora a fare quei sigari che per avventura sono fumati dai galanti
giovinotti che aspirano alle loro grazie.
La venuta di Cecilia in questa casa
aveva destato la curiosità, la maraviglia e l'interessamento di tutti i
pigionali. Uomini e donne parlavano della giovinetta bionda, spiavano
l'occasione di vederla, di salutarla e di fare la sua conoscenza. Dire i
pettegolezzi, i comenti e le supposizioni fatte pro e contro di lei, sarebbe
cosa impossibile. Della sua bellezza tutti convenivano, e della sua virtù i
buoni soltanto. Chi era cattivo, la somigliava a sè stesso, per la sola ragione
che abitavano sotto il medesimo tetto. I buoni si consolavano di aver comune
con lei l'abitazione, parendo loro che la sua presenza ne avrebbe purificato
l'atmosfera infetta. I cattivi volgevano nell'animo pensieri e disegni proprj
della loro natura. Due mariuoli si proponevano di sedurla, ciascuno per suo
conto, e principiarono sfacciatamente le loro manovre. Una vecchia peccatrice
le sorrideva e cercava di amicarsela colla mira di darla in braccio a qualche
libertino che pagasse bene il servizio. I più discreti si contentavano,
incontrandola, di farle un vezzo villano, e di dirle certe parolaccie che la
facevano arrossire come una bragia. Povera colomba, fra quali corvi era caduta!
Il più astuto e maligno di questi
corvi era Tribolo, il quale per circuire ed insidiare una preda nessuno lo
superava. Non è già che egli fosse invaghito di Cecilia, e che operasse per
soddisfare una sua voglia amorosa. Tribolo non aveva nessuna inclinazione per
le donne, e fossero pur belle come Venere, non gli destavano il più piccolo
desiderio. La sua grande ed unica passione, quella che gli teneva luogo di
tutte, era l'amore del danaro. Egli dunque insidiava Cecilia per commissione
altrui; era il bracco del cacciatore. Un ricco bottegajo dei dintorni aveva
veduto la fanciulla, e concepito un'ardente brama di possederla a suo modo.
Costui apparteneva alla specie di quegli attempati libertini, che la morte
soltanto può guarirli della lussuria. Uomo dai quarantacinque ai cinquant'anni,
grosso e tarchiato, colla faccia salsedinosa e bernoccoluta, goffo di parole e
di maniere, non aveva altro mezzo di vincere una donna fuorchè quello delle
monete. Laonde tutte le sue conquiste erano fatte nella classe delle giovani
bisognose, e per mezzo ancora di torcimani, che parlassero in suo favore, e le
disponessero alla caduta. Questi preliminari erano indispensabili, altrimenti
volendo mettere innanzi la sua figura e trattare da sè la propria causa, non
sarebbe riuscito a nulla. Eppure questo fauno ributtante non si contentava di
roba mediocre, ma voleva avere fior di bellezze e di gioventù. Tribolo, che lo
aveva servito in altre occasioni, si preparava adesso a servirlo di nuovo, e
con zelo maggiore, a motivo che la ricompensa promessa era larga più del
consueto. Questo aumento avvenne in parte perchè il bottegajo trovò la
fanciulla molto di suo genio, e in parte perchè Tribolo espose i grandi
ostacoli che bisognava superare per vincere la sua virtù. I grandi ostacoli
esistevano realmente, quantunque il mezzano, volendo presentare l'impresa come
difficile per farsi pagar meglio, li avesse dichiarati prima ancora d'averne
fatta la prova. Egli cominciò a tendere le sue reti a Cecilia, guardandola
coll'occhio e col sorriso della bontà, volgendole parole garbate e facezie
oneste ogni volta che s'imbatteva in lei, e le volte erano frequenti e non
procurate dal caso. Abitando essa il piano superiore a quello di lui, doveva
necessariamente passare dinanzi al suo uscio quando andava e tornava per le sue
faccende. L'uscio era aperto, e il vecchio si trovava occupato ora a spazzolare
il suo vestito, ora a nettare le sue scarpe, ed ora a stuzzicare il suo merlo
in gabbia, senza parere che pensasse ad altro. Ecco belle e naturali occasioni
di fermare la fanciulla, di cambiare parole seco lei, e d'invitarla a venir
dentro per vedere il suo piccolo appartamento. Come poteva essa non
corrispondere alle gentilezze di un vecchio così affabile, così lieto d'umore,
e così onesto d'aspetto? Egli era il solo uomo in quella casa che le fosse
simpatico, e col quale s'intrattenesse volentieri. Infatti, mentre gli altri la
guardavano avidamente, le mormoravano propositi indecenti, e le mettevano le
mani addosso, egli solo si mostrava rispettoso nel contegno e nel discorso.
Quando Tribolo si ebbe in tal modo procurata la sua confidenza, cambiò
linguaggio e tentò bel bello il colpo della seduzione. È un peccato, diceva,
che una sì bella tosa debba vivere nella miseria. Tu meriteresti uno stato di
prosperità, e te lo desidero di tutto cuore. Io sarei contento di vederti meglio
nutrita e meglio vestita di quello che sei. Quale risalto darebbero alla tua
bellezza un abito di stoffa non ordinario ed uno sciallo confacente all'abito!
Come starebbero bene i tuoi piccoli piedi calzati in un pajo di stivaletti alla
moda! Altro che zoccoli! Eppure io conosco alcune ragazze che erano povere e
mal in arnese al pari di te, e che ora vestono pulitamente, mangiano di buoni
bocconi, ed hanno la borsa ben provveduta di danaro. E come avvenne questo
cambiamento? Avvenne perchè ciascuna di esse ascoltò le proposizioni di un
amante ricco e generoso, che sovviene ai loro bisogni e le fa vivere
comodamente. Io non le condanno se per uscire dalla miseria, che è tanto dura e
insopportabile, si sono appigliate a questo partito, che certi bacchettoni
chiamano vergognoso. La vergogna sarebbe di avere molti amanti, ma quando si
tratta di uno solo, si può accettare il suo amore e i suoi beneficj senza
scrupolo. E perchè tu medesima non potresti fare altrettanto? Se tu vuoi
ascoltarlo, io conosco un galantuomo che ti ama, e che volentieri ti si farebbe
amico, pagando largamente la tua compiacenza. Di più si prenderebbero tutte le
misure necessarie perchè nessuno sapesse mai il secreto della vostra relazione.
- Così parlava Tribolo a Cecilia ogni volta che poteva averla a quattr'occhi;
ma la fanciulla, turbata e scandalizzata, gl'imponeva silenzio, protestando che
non voleva saperne di tali proposizioni, e che si sarebbe seco lui disgustata,
quando non tralasciasse quell'argomento. Tribolo conobbe che l'impresa era
malagevole, ma non pertanto desistette dalle tentazioni finchè la fanciulla se
ne liberò coll'evitare possibilmente il suo incontro. Allora il vecchio
malvagio pensò di attaccarla con altre armi, e di vincerla colle minaccie. Ecco
perchè offrì ad Antonio il prestito di due talleri, colla quale astuzia si
preparava un mezzo di spaventare Cecilia nella sua giovanile semplicità. Una
sera che costei era discesa per attingere acqua, la fermò sul pianerottolo, e
così le disse: - Giacchè sei ostinata a ricusare la fortuna che ti si offre,
non parliamone altro, e seguita pure a vivere nella tua indigenza. Sappi
soltanto che quel galantuomo non cessa dalle sue intenzioni di giovarti, ogni
qualvolta tu ti disponga ad ascoltare il suo amore. Il tuo rifiuto non lo ha
distolto dal pensare a te, e quando tu mutassi consiglio, è sempre pronto a
fare il tuo bene. Io non ti dico di più su tale proposito, e tu sei libera
della tua volontà. Siccome però in faccia all'amico tu mi fai passare per un
uomo da nulla, ed incapace di rendergli un servigio, e siccome il mio amor
proprio è molto irritato, così ho deciso di vendicarmi collo spogliarti di ciò
che hai di meglio in casa. Io voglio essere pagato dei due talleri che ho
imprestati a tuo nonno. Questo malanno accaderà ben tosto, e tu avrai a
rimproverarti di non averlo impedito mentre lo potevi, giacchè era mia
intenzione di assolvere il debitore, se tu fossi stata docile a quanto ti
veniva proposto.
Cecilia se ne andò tutta intimorita
per la minaccia di Tribolo, pensando con sorpresa al debito del nonno, che essa
ignorava. Tuttavia non disse nulla in casa, perchè delle afflizioni e dei guai
ve n'erano abbastanza. Da cinque o sei giorni la mancanza d'ogni cosa
necessaria si faceva crudelmente sentire. La madre si era alquanto ristabilita
in salute, ma il lavoro le era venuto meno. Antonio, per quanto s'ingegnasse,
non riusciva a procurarsi che pochi centesimi, e Cecilia riscuoteva la scarsa
mercede del suo lavoro in fine di settimana. Il freddo era rigoroso, e si
penuriava di legna, di vestito e di calzatura. Il pane a rigor di termine
mancava. Cecilia diventò pensierosa, taciturna, e sbandì affatto il riso dalle
labbra. La poveretta paventava di vedersi da un momento all'altro sequestrata,
per ordine di Tribolo, la poca roba buona che ancora rimaneva in casa. Essa
pensava che avrebbe potuto allontanare quella nuova sventura, e rimediare in
parte alle altre che travagliavano la sua misera famiglia. Quantunque
abborrisse da questa idea vergognosa, pure doveva ascoltarla suo malgrado,
perchè le assediava la mente in casa, lungo la strada e durante il lavoro.
Una sera, verso la fine di gennajo,
la fanciulla, tremante dal freddo e colla fame in corpo, veniva dalle sue
occupazioni ed entrava nella sua squallida camera, sperando di scaldarsi un
poco e di sedere alla povera cena consueta. Non vi era nè fuoco nè cibo di
sorta. I due fanciulli non erano andati quel giorno alla scuola infantile per
la molta neve caduta e per le loro scarpe estremamente sdruscite. Laonde
avevano perduta la solita minestra dello stabilimento, e piangevano di fame. La
madre, che pativa per sè medesima e per essi, procurava di consolarli, dicendo
loro che la provvidenza non avrebbe tardato a venire. La provvidenza era il
nonno Antonio, che fino dal mattino lavorava a sgombrare le strade della neve
per guadagnarsi una lira dal Municipio. Cecilia stette seduta alquanto in un
angolo, col cuore angosciato e col capo nascosto in grembo. Quivi si levò
improvvisamente, e disparve della camera. Quando rientrò, dopo cinque minuti,
parve lieta ed espansiva, fece coraggio alla madre, baciò i fratellini, e disse
che il domani le cose sarebbero andate meglio. Questo buon umore non durò che
pochi istanti per dar luogo al più tristo abbattimento. La fanciulla impallidì,
ricadde nel silenzio e, grado grado, passò dai sospiri al pianto. La madre,
stupefatta ed inquieta di tale contegno, si fece ad interrogarla ora con dolce
ed ora con severa insistenza, e venne a sapere la verità. Cecilia, nella sua
disperazione, era corsa da Tribolo per dirgli che il giorno vegnente si sarebbe
venduta all'uomo che la chiedeva. Qui ebbe luogo tra la madre e la figlia una
scena delle più commoventi. Nè l'una nè l'altra non avevano più fame nè freddo,
ma strettamente abbracciate piangevano quelle lacrime sante che il pentimento
di un obbrobrioso consiglio, l'idea della virtù in pericolo, e l'orrore di una
colpa non ancora consumata fanno versare alle anime buone. La madre sentiva di
non aver mai tanto amato la sua figlia come in quel momento solenne che la
teneva ancor pura fra le braccia, e salva della caduta. La figlia sentiva più
vivo l'affetto verso la madre, perchè le aveva aperto gli occhi e compatita del
suo traviamento. Non vi era bisogno di rimproveri, giacchè la fanciulla col
rossore del viso, col tremito della persona e colla voce spezzata dai singulti,
manifestava abbastanza il suo pentimento, e faceva credere che anche di proprio
impulso avrebbe rigettata quel reo partito preso in un istante di disperazione.
Intanto comparve Antonio mezzo intirizzito, ma tuttavia sorridente e contento
di poter deporre sulla tavola due grossi pani di mistura, alquanti pomi di
terra cotti, tre once di zucchero ed altrettante di formaggio. La carta che
involgeva lo zucchero non aveva nulla da invidiare per grossezza e grandezza a
quella che involgeva il formaggio. Sì l'una che l'altra dovevano pesare un
quarto della merce contenuta. I signori pizzicagnoli e droghieri non si fanno
scrupolo di vendere così la carta dieci volte più del suo valore, e di affibbiarne
la maggior parte ai poveretti che sogliono comperare i generi al minuto. - Ecco
qua, disse il buon vecchio mostrando la provvigione, ecco qua la spesa fatta
col guadagno delle mie braccia, che hanno ammucchiato non poca neve. Domani e
l'altro vi sarà lo stesso impiego, giacchè non cessa di fioccare allegramente.
Ogni giorno di lavoro una svanzica, e per bacco non c'è male, quantunque si
abbiano le mani ed i piedi gelati durante dieci ore. Animo dunque, prepariamo
la cena. Tu, figlia mia, ti farai un po' di caffè e latte per riscaldarti lo
stomaco, e noi, che siamo sani mangieremo pane, formaggio e pomi di terra. Un
tantino di caffè ed un bicchiere di latte ci debbono essere ancora, e queste
sono tre once di zucchero greggio, colla solita carta turchina, che, in fede
mia, potrebbe contenerne il doppio. Suvvia, diamo mano alla faccenda... ma voi
non avete acceso il fuoco, mi pare. Sebbene io sia mezzo orbo, dovrei pure
veder luccicare qualche cosa là verso il focolajo. Sì, sì, oscurità perfetta,
da quella parte, nulla che somigli ad una bragia. Ma voi non dite una parola?
Oimè! vi asciugate gli occhi? In nome del cielo, perchè piangete quando io
venga a casa coll'occorrente per la cena? Che cosa vi è accaduto? Parlate.
-.Antonio si lasciò andare sopra ima sedia, e stette ad ascoltare l'accaduto.
- Gesummaria! esclamò egli dopo
udita la rivelazione, alzandosi tutto sconvolto ed agitato. La mia Cecilia ha
potuto inclinare l'orecchio alla voce della seduzione, e consentire di perdere
la sua innocenza! Non era il vizio, è vero, che ti persuadeva al passo
disperato, ma il dolore delle tue e nostre sofferenze. Nondimeno era egualmente
una tentazione del demonio, e la tua caduta non avrebbe avuto giustificazione
alcuna presso la gente dabbene, perchè si deve piuttosto morire che diventare
colpevoli ed infami. Come avresti tu potuta godere un bene procurato col
traffico della tua virtù? Con qual animo avresti offerto a tua madre, ai tuoi
fratelli, a tuo nonno un sussidio procacciato con tal mezzo obbrobrioso? Ah!
sia lodato Iddio che ti abbiamo salvata dal precipizio. Mai più, Cecilia, mai
più una simile tentazione. Sfidiamo la miseria, sopportiamo le privazioni, ma
restiamo innocenti e senza rimorsi di coscienza. Finalmente nessuno muore di
fame, e la Provvidenza arriva per tutti, un po' tardi qualche volta, ma sempre
in tempo di consolarci. Ah! dunque il signor Tribolo colla sua cera onesta e
colle sue belle parole è un pessimo uomo, che voleva fare la tua rovina. Sì, io
debbo confessare che ho tolto in prestito da lui due talleri, e che ho detto la
bugia di averli guadagnati al lotto. Ma egli mi ha quasi costretto a riceverli,
ed ora capisco il motivo delle sue istanze. Egli però si è ingannato ne' suoi
artificj, ed io pagherò il mio debito un poco alla volta, come siamo convenuti.
Non parliamo più di questo brutto affare, che mi ha messo lo spavento addosso.
Cari fanciulli, lasciate stare i cartocci, e aspettate un poco.... Suvvia, se
avete fame, vostra madre vi darà subito un pezzo di pane ed un pomo di terra
per ciascheduno. Figlia mia, contenta questi piccini, che io accenderò il
fuoco.... Ah, diamine, non abbiamo legna. Niente paura. Questo coperchio di un
vecchio coffano, che non serve a nulla, io lo riduco in liste e scheggie che
arderanno come torcie di resina. Qua il pestalardo, che servirà di scure. Una,
due, tre, quattro.... per bacco, si fende giù dritto e facilmente come il
sambuco. Si può ben dire che è stagionato questo combustibile. Ecco supplito
per adesso.... domani poi avremo della vera legna, se mi riesce Un certo
progetto di guadagno.... È un progetto bizzarro, ma ho speranza che riuscirà.
Ora non vi dico altro.... Qua i zolfanelli e una manata di paglia. Bisogna
convenire che io sono un uomo industrioso, perchè trovo rimedio a tutto. Ah,
che fiamma superba! ditemi bravo, chè lo merito davvero. Figlia mia, vieni
colle tue creature a godere questo bel fuoco, e poi mangiate tutti in santa
pace. Io vado a tentare il mio progetto, e voi non siate inquieti sulla mia
assenza d'un pajo d'ore, o poco più.
Antonio si mise in tasca un pezzo
di pane, ed uscì con premura dalla stanza, lasciando le due donne a
fantasticare sul suo misterioso progetto. Egli montò all'ultimo piano della
casa, e battè ad un uscio logoro, macchiato, e pieno di spiragli turati coi
cenci e colla carta. Una voce rispose debolmente: Entrate. Antonio si trovò in
una specie di bugigattolo rischiarato appena da un lumicino a olio. Un uomo
calvo, magro, e ravvolto in un lacero arnese, che pareva un capotto da
militare, stretto ai fianchi da una corda stava seduto dinanzi al cammino,
covando alcune bragie prossime alla consunzione. Un gatto gli era accosciato
sulle ginocchia, e gli serviva col suo calore di supplemento a quel fuoco in
miniatura.
- Come va, Simone, disse Antonio
accostandosi e mettendo una mano sul grosso e benefico gatto. Come vi trattano
i vostri reumatismi?
- Caro voi, mi fanno guaire
dolorosamente, rispose Simone toccandosi il collo e le spalle. Ecco il terzo
giorno che non posso uscire di casa a guadagnarmi il pane.
- Vi compiango di vero cuore, come
un mio confratello di miseria. Volete acconsentire ad una proposizione?
- Udiamo quale,
- Imprestatemi il vostro organetto,
e questa sera andrò io a suonare dinanzi i caffè e le osterie. Metà per uno del
prodotto.
- Ma.... voi mi proponete una
cosa.... Ci ho le mie difficoltà di acconsentirvi. Voi non avete pratica collo
strumento, e temo che lo guastiate.
- Eh, giusto! Quando fosse un
violino od una chitarra voi potreste aver ragione. Ma qui si tratta soltanto di
menare un manubrio. Voi mi credete ben dappoco e mi fate torto.
- La cosa non è facile come vi
pare.
- Scusatemi, Simone, io vedo tutto
giorno ragazzi e donnette che trattano questo strumento colla massima
disinvoltura e guardandosi attorno sbadatamente. Questo è segno che si può
suonare con grande facilità.
- Inoltre ci vogliono molti
riguardi nel portarlo in volta, nel caricarlo sulle spalle, e nel deporlo sopra
il cavalletto. Se fosse sulle ruote, non occorrebbero queste attenzioni.
- Via via, state sicuro che farò le
cose come si deve. Da bravo, caro Simone, rendetemi questo servigio, datemi il
mezzo di raggranellare qualche soldo, perchè il bisogno in questi giorni mi
angustia ferocemente.
- Or bene, io mi arrendo al vostro
desiderio, perchè noi, povera gente, dobbiamo ajutarci in tutto quello che
possiamo. Venite qua, Antonio, e badate ad alcune mie istruzioni. Ahi! ahi! che
trafitture lungo il filo della schiena. Ogni volta che mi muovo è uno spasimo.
Ecco lo strumento, che ora è alquanto scordato, ma che tant'e tanto fa
l'ufficio suo. Questo è il così detto registro, che serve a mutare la posizione
del cilindro pel cambiamento delle suonate, le quali sono cinque, cioè due
valtzer, due polke, ed un'aria dei Puritani. Osservate bene come si tocca il
registro. Avete capito?
- Perfettamente.
- Suonate per lo più le due polke,
perchè sono le meglio intuonate e le meglio gradite dagli ascoltatori. Vi
raccomando di condurre il manubrio con eguale andamento, e non a strappate
senza misura, altrimenti il tempo musicale sarebbe difettoso, e le suonate
riuscirebbero come chi cammina a salterelli e sbalzi disordinati. Vi avverto
ancora che il manubrio si applica e si distacca ad ogni stazione, e che si
porta in mano per non perderlo nei tragitti. Finalmente abbiate la diligenza di
assicurare ben bene lo strumento sopra il cavalletto, e di collocarlo rasente
il muro, affinchè, mentre voi siete nella bottega a raccogliere le offerte, non
abbiano i passanti a gettarlo per terra come ingombro del marciapiede. Prendete
il piattello di latta che si porge ai benevoli contribuenti, e mettetelo in
tasca. Abbiate l'aria umile e rispettosa, e non insistete dinanzi a chi non vi
bada, o vi dice di non aver moneta. Questa frase significa per lo più: non vi
voglio dar nulla; e noi dobbiamo sopportarlo in pace. Ora andate, e la fortuna
vi sia propizia.
Antonio sottopose le spalle alla
cassa armonica, infilò le cinghie, a cui è raccomandata, tolse in mano il
cavalletto, e trasformato in Orfeo, andò a spargere i suoni e l'allegria per le
strade di Milano. Intanto che egli fa i primi esperimenti della nuova arte,
vediamo ciò che succede in un'osteria situata sul corso di Porta Comasina. I
bevitori vi sono in gran numero, vuotano bicchieri a profusione, giuocano alle
carte e alla mora, e fanno un baccano che assorda il luogo, contaminato da un
fumo denso e pestifero di tabacco. Sieno pure i tempi infelici e caro fin che
si vuole il vino, ma gli ubbriaconi trovano sempre il modo di soddisfare il
vizio. In una stanza appartata siedono ad una tavola due personaggi con davanti
un gran fiasco di vino, un piatto di salame, un pollo arrosto, un pezzo di
torta, ed altre squisitezze gastronomiche. L'uno è Tribolo, e l'altro il ricco
bottegajo, che celebrano la buona riuscita della loro impresa. Tribolo ha l'aria
gioiosa e trionfante di chi ha riportato una vittoria. Egli mangia con tanto
appetito e gradimento, che è un piacere a vederlo. Fra un boccone e l'altro
mostra dello spirito, e dice una barzelletta allusiva alla prossima felicità
del suo anfitrione, il quale è tutto ringalluzzito, e schizza faville dagli
occhi infiammati e dalle guancie porporine. Costui mangia poco a motivo
dell'amoroso vulcano che gli arde di dentro. L'idea che domani stringerà fra le
braccia una fanciulla di sedici anni, bella e pura come una colomba, lo agita
tutto quanto, e gli fa perdere l'appetito.
«E perchè si è fatta tanto pregare
quella cara tosa, domandò egli movendo le grosse labbra come se assaporasse
qualche cosa di delizioso. Sai tu che sono quaranta giorni che sospiro per lei?
«Lo so, rispose Tribolo, dopo aver
vuotato un bicchiere colmo fino all'orlo, e preparandolo ripieno per una nuova
ed imminente libazione. Lo so certamente, perchè io medesimo ho sospirato tutto
questo tempo per una ragione, ben intesi, diversa dalla vostra. Quanti raggiri
ho dovuto adoperare, quanta fatica mi ha costato il persuaderla! Voi domandate
perchè si è fatta tanto pregare? Andate là, che siete anche troppo fortunato.
Credevate voi di aver a che fare con una di quelle ragazze che sanno già il
vivere del mondo? Cecilia è un boccone raro e prelibato che andava ottenuto a
forza di arte, di pazienza e di aspettazione. Certe creaturelle son ritrose a
lasciarsi vincere più di quello che si pensa. Voi sapete come ho lottato con
costei per domesticare la sua salvatichezza. Il numero dei bomboni, dei
manicaretti, dei nastri e delle cianciafruscole di cui l'ho regalata è stato
grande, ve ne assicuro. E tutto questo coll'apparenza di un'onesta liberalità,
col pretesto di favorire e rallegrare semplicemente la giovinetta, senza
insospettirla de' miei secondi fini.
«Ah, il vecchio mariuolo che tu
sei!
«Questi regalucci complessivamente
mi avranno costato non meno di cinquanta lire.
«Io te ne ho già date più di cento.
«E spero che me ne darete ancora,
perchè ho meritato molto. Voi mi fate fare di quelle cose.... In verità che la
coscienza mi rimorde.
«Udite il briccone che parla di
coscienza!
«Se non fosse il desiderio che ho
di servirvi, la speranza che ho posta nella vostra generosità....
«Basta basta, furfante matricolato.
Tu avrai un'altra sommetta quando Cecilia sarà mia.
«Un diminutivo! dite piuttosto una
somma. Vi raccomando di allargare la mano, perchè i miei bisogni sono grandi.
Voi avete il danaro a bizzeffe.
«Il bel sesso, ed i furbi tuoi pari
me ne divorano la maggior parte. Orsù, ripetimi l'intelligenza che hai fatta
colla ragazza.
«Domani sera quando ritorna dal
lavoro, Cecilia entrerà nelle mie stanze. Voi ci sarete ad aspettarla per dirle
il fatto vostro, e stabilire seco lei gli articoli dell'amorosa corrispondenza.
Che momento felice per voi. L'ora vi tarda di poter toccare il cielo col dito,
non è vero? Via via, moderate l'ardore, e non fate quegli occhi sfavillanti e
bramosi. Io voglio credere che il vostro non sarà un capriccio passeggiero. Voi
legherete con Cecilia una relazione ferma, e profittevole alla sua povertà.
«Ciò dipenderà da lei. Quando sia
seducente nei modi, come lo è nella persona, quando corrisponda di buona grazia
al mio amore non avrà a lagnarsi della mia instabilità.
Durante questa conversazione,
Antonio aveva suonato la cassa armonica davanti l'osteria, e raccolto le
offerte nella sala del baccano. Ora si avanzava, per fare altrettanto nella
camera dove stavano coloro, e pochi altri individui ad una tavola separata. -
Oh oh! chi vedo! esclamò Tribolo. Il nostro caro Antonio si è fatto suonatore
di non so che? Eravate dunque voi che strimpellava lì fuori? Me ne consolo
infinitamente. Animo, bevete questo bicchiere di vino, e poi vi farò la mia
offerta abbondante. - Antonio, corto di vista com'era, gli aveva sporto il
piattello senza ravvisarlo, ma appena lo riconobbe, scappò via sdegnosamente,
ricusando il vino ed il danaro, e lasciandolo col compagno ad interpretare il
motivo del suo rifiuto. Questo incidente disturbò alquanto la loro allegria, e
sparse dei dubbj sulla certezza del loro trionfo. - È strano davvero il
contegno di Antonio, diceva Tribolo con una certa inquietudine. Ricusare un
regalo prezioso, un bicchiere di vino squisito, egli che non ne beve mai di
nessuna sorta! Che ragione può avere per usarmi ora questo dispregio, mentre è
sempre stato umile e garbato con me, ed ha gradito infinitamente i miei
bicchierini di rosolio? Che avesse scoperto il nostro secreto? Che Cecilia si
fosse lasciata indovinare? No, no, è più probabile che essa gli abbia parlato
dei due talleri, di cui ho finto di volere quanto prima la restituzione.
Scommetterei che il fatto sta appunto così. Il vecchio mi terrà il broncio per
quella mia intenzione.
Antonio si era diretto verso il
centro della città, tormentato fieramente nell'anima e nel corpo. Dopo aver
lavorato tutto il giorno in mezzo alla neve, camminava la notte sopra un suolo
sdrucciolevole, coi piedi gonfi dal freddo e dalla stanchezza, portando un peso
sulle spalle, e sbocconcellando per tutto ristoro un pezzo di pane nero ed
asciutto. Il suo stato morale era ben più doloroso ancora. Sebbene facesse
pompa di buon umore e di coraggio in famiglia, aveva dentro di sè la tristezza
e l'affanno, che non sempre riusciva a padroneggiare quando era solo. L'agguato
teso a Cecilia, e l'idea che potesse rinnovarsi il pericolo corso, e trovarla
più debole e disposta a soccombere, mettevano il colmo alle sue afflizioni e
davano dei fieri crolli alla sua paziente e rassegnata natura. - Io sono
indurato ai patimenti della miseria, pensava egli tentennando sotto il carico
dello strumento, ma tutti gli eccessi finiscono collo stancare. Che abbiamo noi
fatto al cielo per meritarci questa vita così dura e travagliosa? Che abbiamo
non fatto agli uomini, perchè debbano insidiarci il solo bene posseduto, la
virtù della nostra Cecilia, dell'angelo della nostra casa? La povera creatura
si è ravveduta in tempo, ma chi mi assicura che una volta o l'altra non venga
meno a' suoi buoni sentimenti, e alla confidenza che ho posta in sua madre? La
miseria è consigliera di triste cose, e ci vorrebbe un santo per resistere
sempre ai suoi suggerimenti. Ahimè; se avessi un giorno a veder piangere la mia
Cecilia di un tardo ed inutile pentimento! Peggio ancora se la vedessi lieta e
sfrontata nella colpa, compiacersi del guadagno che ne avrebbe ricavato. No,
no, mio Dio, allontanate da me e da mia figlia questo flagello, che ci farebbe
morire di crepacuore e di disperazione. Voi mi esaudirete, mio Dio, in riguardo
dei tanti altri mali che sopportiamo da sì lungo tempo. Una voce secreta mi
conforta a credere che la nostra Cecilia si conserverà buona e degna di noi. Ah
ah, il signor Tribolo stava gozzovigliando forse coll'uomo che gli aveva
ordinato una sì bella impresa. Egli voleva darmi da bere, e poi mettermi nel
piattello la sua offerta abbondante. Grazie dell'una e dell'altra cosa. Se io
fossi stato giovane, gli avrei pestato ben bene quella sua faccia da impostore.
Quanto ai due talleri, mi dia tempo un mese, e li radunerò quand'anche dovessi
limosinarli quattrino a quattrino stando sulla porta di una chiesa. Solo che
non si attenti mai più di fare simili uffici presso Cecilia, altrimenti le
forze mi basteranno ancora per dargli un ricordo di santa ragione. Chi avrebbe
mai creduto che colui fosse capace di un tiro così birbo e maledetto? Fidatevi
di certi uomini dalla fisonomia ridente e dai discorsi edificanti. Sono lupi
vestiti da agnelli, come diceva un
predicatore. Ma io era in buona fede, e credeva che le sue cortesie fossero un
effetto della sua umanità e della compassione che io gli destava. Quale
inganno! Però io sono stato un balordo, bisogna confessarlo. Un uomo accorto
avrebbe sospettato che gatta ci covasse sotto quelle amichevoli gentilezze. Che
merito aveva io dinanzi a lui perchè mi facesse sedere al suo fuoco, mi
regalasse di liquori, e mi offrisse danaro in prestito? Ora l'enigma è
spiegato. Il traditore mi carezzava onde farsi strada presso Cecilia. Quando si
è amico del nonno, avrà pensato, si ha un titolo per legare conoscenza colla
nipote. Io scommetto che a guardarlo bene in volto si deve scoprire qualche
segno disgustoso sotto quella maschera di uomo simpatico. È impossibile che chi
trama di cotali birbanterie non mostri alcun indizio visibile della bruttezza
del suo animo. E poi questo suo nome di Tribolo, suona piuttosto male e mi pare
che non si debba trovare nel calendario. Quanto a quell'altro signore, sarà un
poco di buono ed un indegno non meno di lui, se voleva disonorare una povera
fanciulla. Avrei piacere che l'individuo seduto con Tribolo all'osteria fosse
stato appunto quel tale. Per bacco, la mia condotta deve aver messo loro una
pulce nell'orecchio. Da bravi, state là intanto a lambiccarvi il cervello per
indovinare la cosa. Domani poi capirete tutto chiaramente.
Antonio si fermò dinanzi ad un
modesto caffè nella contrada del Broletto, vi fece udire due suonate, e poscia
entrò a fare la questua. Bisogna che io noti che il pover uomo suonava assai
male, ad onta della sua presunzione e dei suggerimenti datigli dal proprietario
dello strumento. Fosse il braccio intirizzito dal freddo, o partecipe
dell'interna convulsione, il fatto sta che il manubrio andava celere e lento
tutt'insieme, e produceva una tiritera di suoni affatto incomposti. E così era
accaduto in tutti i luoghi dove aveva fino allora fatto posta. Nessuno però
badava a quell'inconveniente, e chi era ben disposto gli dava tant'e tanto il
suo obolo. Anzi vi furono alcuni che glielo diedero appunto per aver badato a
quell'inconveniente; senza di che non si sarebbero incomodati. Costoro nel
metter mano alla borsa dissero ciascuno alla sua volta: Pigliate, ma col patto
di non suonare più oltre. Gente burlona, o dotata di un'estrema irritabilità
musico-nervosa. Antonio aveva già radunato circa sedici soldi, e si prometteva
di aumentare ben bene la somma allorquando suonerebbe dinanzi ai caffè sontuosi
e popolati di signori. Egli arriva ad uno di questi, ma lo passa via perchè
sente che non ardirebbe di entrare in una magnifica sala ornata di specchi, di
dipinti e di dorature, e rischiarata splendidamente dal gas. La stessa
soggezione lo prende dinanzi al secondo ed al terzo caffè, dove pensa che
tremerebbe soltanto nello spingere le imposte, per paura di rompere i grandi
cristalli che vi stanno incastrati. - Eh, perbacco, se io seguito così perderò
le migliori occasioni di far danaro, disse tra sè in un momento di coraggiosa
risoluzione. Cacciamo via la timidità, e facciamo come gli altri suonatori, che
penetrano da per tutto senza tanti riguardi. Io guarderò bene dove metto i
piedi e le mani, e spero che non mi accaderanno disgrazie. Finalmente queste
superbe botteghe sono luoghi pubblici, e qualunque persona, anche mal in
arnese, che abbia cinque soldi da spendere, può entrarvi a dare degli ordini,
può sedere a suo agio sopra i morbidi cuscini, e stare a compiacersi in mezzo a
tanto lusso. Ecco appunto che io mi avvicino ad un caffè dei più sfarzosi della
città. È dunque deciso che io non passerò oltre senza aver dato prove là entro
della mia intrepidezza. - Antonio pose lo strumento sul cavalletto, vi applicò
il manubrio, e suonò una polka guastando il tempo come al solito. Anzi questa
volta fece peggio che mai, perchè alle altre cagioni di tremito si aggiungeva
l'idea di dover comparire in quella ricca sala, di cui guardava intanto lo
splendore attraverso i vetri. I suoi proponimenti di voler essere intrepido
andarono dunque in fumo, come era da aspettarsi, giacchè non si può comandare
alle impressioni dei sensi nè alle commozioni dell'animo. Per altro si può
sfidarle e voler agire sotto il loro impero, ciò che appunto fece Antonio.
Battuti più volte i piedi per terra e scossa dai panni la neve, egli entrò nel
caffè colle timide cautele e cogl'impacci dei profani che entrano per la prima
volta in una reggia. Una trentina di avventori sedevano in crocchi separati
intorno ai tavolini, sorseggiando bevande più o meno squisite, e tenendo
discorsi più o meno insipidi. Alcuni leggevano i giornali politici, e pensavano
che Sebastopoli è un osso duro da rodere. Altri leggevano i giornali
letterarii, e pensavano che non vi è più letteratura sopportabile nel
giornalismo. Un giovane ed elegante signore sedeva isolato in un angolo, fumava
un sigaro, e pensava ad altra cosa. I conoscenti e gli amici non lo
accostavano, perchè il suo saluto breve e fuggitivo significava chiaramente:
Lasciatemi tranquillo in questo momento. Chi è sopraggiunto da una sventura o
da una prosperità sente il bisogno di star solo coll'affanno o colla gioia che
lo possiede, almeno nei primi istanti del sinistro o del fausto avvenimento.
Non era la sventura che avesse visitato quel giovane, e fattolo bramoso di
starsene in disparte muto e raccolto in sè medesimo. Infatti non aveva alcun
segno di mestizia in volto, anzi la sua fronte era lieta, i suoi occhi
brillavano di serenità, e le sue labbra si componevano ad un sorriso di
compiacenza. Il molle abbandono della persona, la gamba che teneva sovrapposta
e dondolante sull'altra, la giocosa maniera con cui mandava in aria i buffi di
fumo, tutto insomma diceva che gli passavano per la mente immagini rallegranti,
e che assaporava il diletto della propria felicità. Sì, egli era compiutamente
felice, e considerava quel giorno come il più bello della sua vita. Quel giorno
aveva acquistato la certezza di essere riamato dalla donna del suo cuore, e le
prove avute erano le più infallibili e le più soddisfacenti. Non vi cada in
animo che avesse ottenuto i favori lungamente sollecitati di qualche fanciulla
o vedova restia, o che fosse riuscito a burlarsi di qualche marito creduto
generalmente invulnerabile. No, egli non si dilettava di amori colpevoli e di
tresche vergognose. La sua fiamma era pura come la vergine che gliel'aveva
inspirata, e santi erano i suoi voti. Questo giovane signore è nel novero dei
pochi distinti per coltura d'ingegno, per altezza di sentimenti, e per nobili
qualità di cuore. Egli si toglie dalla pluralità di coloro pei quali le
ricchezze sono stimolo all'ozio, alla dissipazione, alla burbanza, e alla
nullità della vita. Non è già che abbia rinunciato ai piaceri della sua età, nè
ai gusti nè alle abitudini proprie dei signori. Egli segue le mode, guida
cavalli sul corso, frequenta i teatri ed i convegni del bel mondo, ma di questa
occupazioni non fu l'unico e serio affare della sua esistenza. La maggior parte
del tempo lo impiega nello studio delle arti geniali, della letteratura e
d'ogni nobile disciplina. La sua conversazione non può essere più sensata, più
amabile e più spiritosa. Nessuno poi lo supera in bontà d'animo, in affabilità
e cortesia di maniere. Insomma io ve lo do per un modello di perfetto
gentiluomo. Antonio gli si fece peritoso dinanzi, e gli sporge il piattello,
come aveva fatto verso gli altri signori che erano nel caffè. Il giovane lo
guardò attentamente, e rimase colpito dal suo povero arnese, dalla sua timida
esitanza, e dall'espressione di dolore che gli stava in volto.
- Voi mi sembrate un suonatore
novizio, gli disse il giovane con un fare confidente e con un tuono di voce che
mette i piccoli a loro agio e li anima alle risposte. Io non vi ho mai veduto
entrare in questo caffè.
- Signore, rispose Antonio commosso
dalla degnazione e dalla benignità di quella domanda, io suono per la prima
volta, e forse per l'ultima in vita mia. Lo strumento mi fu prestato da chi per
ora non può adoperarlo, ed io cerco questa sera di farne mio profitto nelle
dure angustie in cui mi trovo colla mia famiglia.
- Voi avete una famiglia che
patisce e che spera nel prodotto della vostra musica?
- È una sorpresa che io preparo a'
miei poveri tribolati. Essi non sanno che al presente io giro per la città,
onde radunare un po' di danaro a loro sollievo.
- Quanto avete raccolto finora?
- Più di venti soldi, e non ho per
anco finito. Tra il guadagno del suonare e quello dell'accumular neve, posso
dire d'aver fatto oggi una buona giornata.
- Voi avete anche lavorato a nettar
le strade, voi così vecchio e mal fermo sulle gambe! Ditemi, la vostra famiglia
è numerosa?
- Io ho una figlia vedova e madre
di tre creature, una delle quali, ragazza di sedici anni, ci fu insidiata e
andò a pericolo di perdere la sua virtù. E stato un avvenimento per cui ho
l'animo ancora tutto sconvolto.
- Voi mi presentate l'aspetto di un
uomo dabbene. Lo siete veramente?
- Signore, io non posso negarlo nè
affermarlo. Dirò soltanto che io procuro di non far male a nessuno.
- Dove state di casa?
- Vicino alla Piazza Castello.
- Andiamo. Io voglio conoscere la
vostra famiglia, e accertarmi della sincerità delle vostre parole. Se voi non
mi avete mentito, io vi regalerò come non lo fu mai nessun suonatore di
organetto.
Il giovane si levò risolutamente,
ed uscì della bottega. Antonio gli tenne dietro, parendogli di sognare. Preso
lo strumento che stava di fuori, si avviarono verso la Piazza Castello,
continuando a discorrere quando non lo impediva l'incontro della gente e la
difficoltà del cammino. Era cosa molto strana che un giovane signore vestito
con eleganza attraversasse la città accompagnato da un miserabile suonatore di
organetto, e parlando con lui affabilmente senza impedimento di umani riguardi.
No, no, gli umani riguardi e le precauzioni si adoperano da chi segue un
lenone, guidatore prezzolato, a qualche misteriosa e facile conquista. Il
giovane signore seguiva invece un onesto vecchio nella persuasione che lo
conducesse al soggiorno della miseria virtuosa, che egli si proponeva di
consolare. Gli animi ben fatti, quando sono posseduti dalla gioja, si sentono
doppiamente inclinati alla beneficenza, e bramano di darne prove con qualche
atto nuovo e straordinario. Ecco perchè il giovane volle recarsi egli stesso a
vedere la famiglia di Antonio, dietro la favorevole opinione che questi gli
aveva inspirata. Quando entrò nel brutto viottolo plebeo, mal rischiarato e
quasi impraticabile per la neve che lo ingombrava, egli provò una specie di
pauroso disgusto, che andò crescendo allorchè pose il piede nella casaccia che
abbiamo descritta. Nondimeno superò quel sentimento di vaga inquietudine, e
tenne dietro ad Antonio che aprì l'uscio e lo introdusse nella misera stanza.
Le due donne restarono come interdette e smarrite di confusione al vedere il
vecchio sotto il peso di un organetto, e lo splendido visitatore che lo
seguiva. La stanza era fredda come se fosse aperta ai quattro venti, e del
fuoco improvvisato poco prima da Antonio non esisteva che un debole rimasuglio.
La madre e la figlia stavano occupate a rattoppare certe camicie degne del
compratore di stracci, ed avevano per lume un moccolo di sego piantato in un
ordigno di legno e fil di ferro, che usurpava il nome di candelliere. I due
fanciulli giacevano addormentati sopra un pagliericcio, che un cane
mediocremente trattato avrebbe avuto a sdegno. Visto nelle ore notturne,
l'albergo del povero è ancor più tetro e squallido di quando è penetrato dalla
luce del giorno. Egli pare che il silenzio della notte, il semibujo del luogo,
le ombre fantastiche e tremolanti che disegna un lumicino sulle pareti, ed
altre indescrivibili cagioni diano alla miseria maggior rilievo, e all'animo una
stretta maggiore. Il giovane si sentiva impietosito e insieme rabbrividito allo
spettacolo nuovo e miserando che lo circondava. Egli sapeva all'ingrosso ciò
che è la povertà; sulle norme di quanto ne vedeva in pubblico e sulle idee che
gli fornivano i libri, ma non mai l'aveva ravvisata nel suo vero aspetto, nè
colta sul fatto nella intimità della sua dimora. Ecco perchè i ricchi,
generalmente parlando, non inclinano molto alla compassione del povero. Essi
non hanno provato il bisogno, e rifuggono dal vederlo in altrui. Se il primo
motivo non è una colpa, il secondo lo è certamente. Il giovane aveva avuto da
Antonio lungo la strada molti dettagli circa le disgrazie della sua famiglia,
ma principalmente circa la trama ordita contro la nipote. Ora egli aveva dinanzi
la fanciulla, che rossa di vergogna non osava guardarlo in volto, nè quasi
rispondere alle sue domande. La bellezza, la gioventù e la infelicità di
Cecilia gli destavano un vivo e virtuoso interessamento. Egli pensava alla
donna del suo amore, giovane e bella essa pure, ma non infelice, e questo
pensiero gli faceva trovare dei rapporti gentili e naturali fra le due giovani,
e gli era come stimolo ad apprezzare e beneficare l'una in grazia dell'altra.
Questi squisiti riflessi e queste delicatezze di sentire sono proprie soltanto
delle anime elette prese d'amore. Per quell'istinto che hanno i buoni di
comprendersi fra loro, il giovane signore fu persuaso che quella famiglia era
degna del bene che egli si preparava di farle. Nell'atto di congedarsi pose in
mano ad Antonio due pezzi da cinque franchi, e gli disse che il domani a
mezzogiorno si recasse dal curato della parrocchia, presso il quale troverebbe
dichiarate le sue disposizioni. Io lascio immaginare a chi legge la
consolazione dei beneficati, i loro sentimenti di gratitudine, e le benedizioni
che invocarono dal cielo sopra il giovane sconosciuto. Antonio pareva
ringiovanito di dieci anni, e andava esclamando, che non bisogna mai disperare
della provvidenza, che al mondo vi sono delle anime d'oro, e che il volere di
Dio lo aveva fatto imbattere in quel generoso signore. - A proposito, disse
egli sobbarcandosi allo strumento che aveva deposto sopra la tavola, io vado a
portarlo a Simone, al quale voglio dare uno di questi pezzi da cinque franchi.
Noi siamo intesi di dividere il prodotto, e sebbene, a stretto rigore, queste
due monete non siano il frutto della musica, pure mi sono venute in conseguenza
dello strumento che mi fu prestato. Se il suo padrone mi ricusava il servigio,
io non sarei entrato in quel caffè, e non avrei la fortuna che là dentro mi è
capitata. Oh sì, viva Simone ed il suo strumento.
Il giorno seguente, all'ora
indicata, Antonio si presentò al curato della sua parrocchia. Il giovane
signore vi era stato poco prima ad affidargli una bella somma di danaro, e
l'incarico di eseguire le sue benefiche disposizioni. La famiglia di Antonio fu
subito traslocata in una casa decente, provveduta di letti, di biancheria, e di
quanto occorre per uscire di stento. Altri sussidj periodici doveva trovare in
seguito depositati presso il medesimo parroco, al quale particolarmente veniva
raccomandata Cecilia, colla promessa di darle una doterella quando si
maritasse.
Il giorno stesso Tribolo fu
chiamato dalla polizia a render conto della sua azione, che gli valse una nuova
condanna, da lui subita colla solita rassegnazione dell'innocenza calunniata.
Quanto al ricco bottegajo, egli gettò il suo danaro e fece naufragio vicino al
porto. Se il suo nome è stato pronunciato in polizia, non è tanto delicato da soffrirne
macchia.
Il cielo accordi tutte le sue
grazie al giovane signore, e specialmente gli conceda di potersi unire alla
fanciulla sospirata. Sì, il cielo benedica il suo amore, sotto la cui influenza
egli fu inspirato a così bella opera di carità.
FINE.
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