IL
GENTILUOMO MENDICO
REMINISCENZA DI UN
VIAGGIO
DI
PAOLO BETTONI
Lungo un mio viaggetto pedestre nel
Tirolo italiano m'incontrai al di sopra di Rovereto in un giovane artista, che
viaggiava egli pure colla vettura di San Francesco. Due individui presso a poco
della medesima età, che hanno entrambi una valigia dietro le spalle ed un
bastone in mano, che portano una blouse ed un berretto, e che vanno per la
medesima strada, sono obbligati di salutarsi e di entrare in discorso, giusta
le leggi dell'attrazione umana e della fratellanza universale. Queste leggi si
fanno sentire principalmente nella solitudine delle montagne, lungo i cammini
disastrosi, vicino ai burroni e alle cascate d'acque, e più ancora dove non si
vedono che nibbi e falchi svolazzanti, da una roccia all'altra, e capre
pascolanti sulle aeree punte dei precipizi. Bisogna dunque assolutamente che i
due individui così ravvicinati dal caso si facciano dei complimenti, e si
chiamino fortunati di camminare in compagnia, a meno che uno di essi, o tutti
due, non siano ceffi paurosi, o misantropi selvaggi. Nè l'uno nè l'altro di noi
si trovava in queste condizioni antipatiche, e perciò fu subito aperta la
conversazione, e dato luogo alle debite confidenze. Egli si dilettava di
dipingere paesaggi, e peregrinava per copiare le bellezze della natura
montuosa. Io aveva la smania di fare un erbolajo, e andava errando per
raccogliere ciò che mi pareva nuovo o raro nel regno della vegetazione
tirolese. Ah! vivaddio, che botanica follia, che delirio delle verdure
scientifiche mi aveva invaso in illo tempore! Ora ne sono guarito da un pezzo,
e rido pensando a quella farragine di erbe e di pianticelle di cui aveva piena
una camera, quasi fosse stata un fienile. Non dico poi dei libroni che
contenevano tra foglio e foglio le mie conquiste classificate e diseccate. Il
mio compagno imitava le produzioni della natura, ed io toglieva alla natura le
sue produzioni medesime. Ognuno vede che il mio lavoro era molto più facile e
meno pregevole del suo. Ad onta però della distanza dei meriti noi diventammo
amici, e per otto giorni facemmo vita insieme. Intanto che egli disegnava una
rupe od una grotta, io strappava dai crepacci dello scoglio qualche tesoro
vegetale ignoto alla mia scienza. Un giorno egli mi trasportò a colpi di matita
e mi fece figurare come macchietta in un suo abbozzo, mentre io prendeva
d'assalto una specie di cardo singolare che sorgeva nella frana d'un dirupo,
audace ed eroica impresa. Questo tratto di bizzarria artistica e d'inspirazione
confidenziale mise il colmo alla nostra amicizia. Era una ragione più che
bastante per fare di noi un Pilade ed un Oreste.
Alla sera dello stesso giorno ci
trovammo in un piccolo villaggio ai piedi della montagna, dove esisteva
un'osteria insperata e miracolosa, alla quale domandammo alloggio e cena. O
santa ospitalità, io ti benedico e ti esalto anche quando sei vendereccia e
mungi la borsa ai pellegrini; anche quando imbandisci loro non altro che pane
secco, pomi di terra e cacio pecorino; anche quando li metti a giacere sopra
letti di equivoca nettezza e di durizia incontrastabile, esigendo nondimeno il
prezzo che valgono i delicati mangiari e le morbide piume. Un tale trattamento
è preferibile pur sempre al digiuno e alla stazione sotto la cappa dei cielo.
Fortunatamente che vicino al male si trova il bene, e l'assioma si manifestò
vero per la millionesima volta. Noi avemmo un compenso al nostro disagio.
Mentre stavamo in cucina affrontando il gramo pasto, e pensando al giaciglio
ancor più gramo da affrontarsi dappoi, ecco nella camera attigua un violino e
un contrabasso che principiano a stridere confusamente colla buona intenzione di
montarsi al medesimo diapason. Erano come due amici che gridano e contrastano
più in apparenza che in sostanza, per fare quindi la pace e camminare d'accordo
nella stessa faccenda. A questo miagolio disarmonioso tenne dietro una
monferina tutta brìo da mettere in gongolo un piagnone, e snodare le gambe d'un
paralitico. Potenza degli Dei, sarebbe mai vero che qui succede una festa da
ballo? Era vero come il magro pasto che avevamo finito, e come il duro letto
che ci aspettava. Noi balzammo in piedi, e il passare dalla cucina al teatro
delle danze fu un volo. Quattro coppie di ballerini erano già in moto, e il
sesso forte sgambettava e faceva salti da dare il capo nel solajo. Altri
giovinetti e altre forosette sopraggiungevano mano mano finchè la camera fu piena.
Quel giorno si era fatto uno sposalizio, e l'oste aveva prestato il locale per
la celebrazione di una festa in onore di Tersicore montanina. I due orfei
stavano sopra l'eminenza di una tavola collocata in un angolo, e di là
diffondevano torrenti d'armonia, frase che io tolgo in prestito da una gazzetta
teatrale. Colui che dava vita al violino era il sarto del villaggio;
l'animatore del contrabasso era il sacristano della parrocchia, due genj
sorprendenti, due personaggi meravigliosi che sapevano unire i talenti più
disparati. Voi che ridete, trovatemi voi due uomini che trattano gli strumenti
di Sivori e di Bottesini colla stessa disinvoltura con cui tirano l'ago e
accendono le candele. Noi pigliammo parte al divertimento con una lena
straordinaria in chi si è arrampicato tutto il giorno su pei monti. Ma la
gioventù non sente fatica quando si tratta di ballare. Quell'idea di stringere
la mano ad una fanciulla, di allacciarla mediocramente ai fianchi, di condurla
in giro, e di specchiarsi nel suo visetto, è un potente rimedio contro ogni
stanchezza. Ma qui non erano visetti pallidi e delicati che miravamo, nè
personcine smilze e fragili che cingevamo, come succede nei balli sontuosi e
profumati delle città. Erano pezzi di fanciulle rigogliose e massiccie, coi
volti parte brunotti e parte impastati di rosa e latte, cogli occhi neri
scintillanti, piene tutte di floridezza e di vigore, tipi insomma della
bellezza alpigiana. Questo era per noi un'attraente novità, che aggiunta alla
fortuna di lasciar vedovo per molte ore il nostro letto ci rendeva al sommo
contenti. Noi ballammo lungamente e con tutte quelle care napee, compresa la
bella sposa, che non faceva smorfie nè ritrosìe vere o affettate, ma che
palesava una schietta letizia, velata alquanto dalle sue commozioni misteriose,
e dal contegno pudibondo di chi è fanciulla per l'ultimo giorno. Una sorella di
lei era per me la regina della festa, e aveva la preferenza nelle mie
attenzioni e ne' miei omaggi di galanteria. Io le custodiva il posto da
sedersi, e con premura la serviva di birra, il solo genere di rinfreschi
circolanti nella sala da ballo. In fede mia quella ragazza mi avrebbe fatto
fare pazzie, quando avessi continuato a vederla per molti giorni. Era fiera ed
imponente come Diana, della quale aveva un poco i gusti e le abitudini
silvestri. Tuttavia non mancava di mansuetudine, e rideva graziosamente
mostrando un tesoro di denti bianchissimi, e facendo due pozzette che nulla di
più vezzoso. Aveva nome Bettina, e ballava la forlana che era un incanto. Il
mio compagno non si divertì meno di me, e inoltre come pittore e mezzo poeta
ebbe delle idee e delle inspirazioni che a me non vennero. Quella rustica
camera illuminata da quattro candele di sego, quel fermento dei giovani
ballerini, quella lieta tranquillità dei vecchi spettatori, quelle voci di
allegria miste ai suoni di quell'orchestra singolare, gli facevano l'effetto di
un quadro animato di Van-Dick o di Rembrand. Io ebbi invece dei momenti di
raccoglimento per fantasticare intorno ad un vecchio vestito di abiti
signorili, ma logori e macchiati fino all'indecenza, che tutti chiamavano il
signor conte, che mostrava infatti una fisionomia e modi distinti, che aveva
ballato due volte con molta degnazione e allegramente come un giovinetto. Per
mancanza di agio, di motivi sufficienti, e di persone di confidenza per farmi
fare la sua biografia, rimasi per allora colla mia curiosità in corpo. Il
divertimento durò fin oltre la mezzanotte, e quindi ognuno se ne andò a casa
sua. Una camera qualunque, dove si è fatta una festa da ballo, appena rimane
deserta, fa male all'immaginazione, ed inspira tristi e filosofici pensieri. Io
stetti un poco sulla soglia in atteggiamento di meditazione a guardare quella
camera vuota e silenziosa, che un momento prima echeggiava di suoni, ed era il
campo di tanta gioja rumorosa. Fu allora che principiai ad accorgermi della
fugacità e insufficienza dei piaceri umani, e mi sentii alquanto sconfortato.
Ah, non è a ventidue anni che si fanno di queste gravi e barbute riflessioni. In
gioventù quando un piacere fugge, ne intravediamo un altro nel domani, e ci
consoliamo. La vera cagione del mio sconforto era Bettina, che non avrei più
veduta, e che mi andava girando nella fantasia. Il mio compagno intanto mi
chiamò dall'alto della scala di legno che conduceva al nostro dormitorio, il
quale era una specie di granajo dove in mezzo ai fagiuoli, alle fave e alle
patate sorgeva il nostro letto di Procuste. Il diavolo non è brutto come si
dipinge. Una volta entrati fra le lenzuola, spento che fu il lume, e voltati
che ci fummo cinque o sei volte sui fianchi, discese sopra di noi il sonno
benigno, e quando si dorme ogni letto è buono. La mattina per tempo noi
uscivamo dal villaggio, allorchè un ostacolo per parte mia venne a ritardare
alquanto il proseguimento del nostro cammino. Io aveva le scarpe molto rotte.
Questa disgrazia mi era nota da due giorni, ma il male era allora nel primo
stadio, e si poteva sopportarlo. Un moralista qui direbbe: Noi dobbiamo
riparare un male, qualunque sia, appena si manifesta, affinchè non diventi
maggiore col trascurarlo. Un economo soggiungerebbe: Quando si rompe un punto
ad una scarpa, correte subito al rimedio, altrimenti una piccola fessura si
convertirà presto in uno squarcio. Mille grazie all'uno e all'altro, ma i saggi
avvisi non sempre si possono mettere in pratica. Nel caso mio un pronto rimedio
era impossibile, perchè al manifestarsi del guasto io non avrei saputo dove
trovare un calzolaio. Eccomi giustificato della mia apparente incuria. Del
resto niente di più naturale che il rompere le scarpe allorchè si viaggia a
piedi tutto il giorno, e che per giunta si balla tutta la sera come disperati.
Coloro che viaggiano in carrozza sono sottoposti al malanno di avere una ruota
spezzata, ma è un caso molto più raro dell'altro, e perciò se potessi io vorrei
sempre viaggiare in carrozza. Dunque come si fa quando le scarpe sono rotte?
Quando non se ne hanno portate seco delle altre da sostituirvi? Diamine, la
cosa è chiara per sè medesima, bisogna comperarne un pajo di nuove, oppure far
rattoppare le vecchie a meno che non vogliate tirare innanzi così, e farvi
credere un giramondo pezzente. Vi è anche la ragione di conservarsi i piedi
asciutti, e di chiudere la via ai sassolini che entrano pei buchi a darvi
fastidio. Lasciamo stare le scarpe nuove, io dico fra me pensando all'economia,
e facciamo mettere le mezze suole a queste qui, che hanno ancora un buon
tomajo. E poi dove trovare in questi luoghi delle scarpe che non sieno di
materia e di fattura grossolane, e di peso enorme? Io mi guardo attorno, e vedo
una botteguccia di ciabattino che ha per insegna due forme infilate ad una
corda e penzolanti in aria. L'indicazione era equivoca, anzi del tutto falsa,
poichè invece di fabbricare scarpe, sembrava che là dentro si fabbricassero
forme. Suvvia, non andiamo a cercare la logica nè l'esattezza dei simboli sopra
le insegne delle botteghe. Il barbiere tiene inalberato sulla sua tre piattelli
di stagno o di ottone, e ciò non vuol significare che egli sia artefice di quella
sorta d'utensili. Io entro dal ciabattino, e intanto il mio compagno va a
copiare la chiesetta del villaggio, bellamente situata sopra un'altura, e poi
un mulino a vento che sorgeva poco discosto di là, e che egli non prese per un
gigante, come avrebbe fatto Don Chisciotte di piacevole memoria. Il ciabattino
era un vecchiotto di circa sessant'anni, grasso, rubicondo e colla bontà
dipinta in faccia. Aveva una di quelle fisonomie che si guardano volentieri, e
per le quali si prova subito simpatia. Egli mi disse, toccandosi la berretta,
che m'avrebbe servito nel mio bisogno, ma che non ci voleva meno di due ore a
fare la fattura come andava fatta. Vi era in quella bottega un odor di pece e
di cipolle che non rallegrava l'olfatto, ma i viaggiatori pedestri non debbono
essere schizzinosi, nè cadere in deliquio al più piccolo disgusto dei sensi.
Nondimeno, se avessi avuto un altro pajo di scarpe, sarei andato volentieri a
passeggiare e respirare liberamente. Non potendo uscire di là, mi sedei sopra
uno sgabello di paglia, e stetti a guardare l'opera e l'operajo. Maestro
Giacomo (si nominava così) aveva principiato a battere il cuojo colla solita
armonia dei ciabattini, quando entrò in bottega il conte che io aveva veduto
alla festa da ballo. Il racconciatore delle mie scarpe si alzò premurosamente,
e tutto ossequioso lo invitò a seguirlo in una stanza vicina. Colà si
trattennero due o tre minuti, ed io senza volerlo intesi qualche cosa di quel
breve colloquio, tenuto non abbastanza sommessamente. Maestro Giacomo chiamava
illustrissimo il suo interlocutore, e gli dava non so quale danaro, scusandosi
che fosse poco. L'illustrissimo diceva che era anche troppo, faceva i suoi
ringraziamenti, e si protestava obbligato di tanta bontà. Quindi ricomparvero
in bottega, e Giacomo, sempre riverente, accompagnò il visitatore fino
all'uscita sulla strada. Allora io notai che il calzolajo era zoppo, e che
rimettendosi a sedere aveva preso un'aria di tristezza mal confacente al suo
volto sereno e gioviale. Egli tornò a battere il cuojo, ma con misura concitata
e precipitata, non dicendo parola, e mandando qualche sospiro. Ecco
l'occasione, io pensai, di cavarmi la mia curiosità di jeri sera, curiosità
cresciuta infinitamente dopo ciò che aveva allora inteso e veduto.
«Galantuomo, voi siete turbato da
qualche dispiacere, dissi rompendo il silenzio, e gettando via un ritaglio di
pelle che io aveva foracchiato colla lesina come per baloccarmi.
«Non signore, soggiunse egli
richiamando sul volto la serenità di prima. Io per me sono lontano da ogni
fastidio, perchè ho buona salute, mezzi da vivere, e tranquillità di coscienza.
Alle volte però mi dolgo dei mali altrui, e penso con rammarico a certe vicende
umane.... Ha ella veduto quel personaggio di poco fa?
«L'ho veduto, e credo anzi che vi
siate disturbato per causa sua.
«Intanto che lavoro, se vuole
ascoltarmi, io le racconterò la storia di quell'uomo, ed anche un poco la mia
insieme.
«Molto volentieri, giacchè le
storie sono la mia passione. Narrate pure, chè io vi ascolto senza perdere una
sillaba.
Per difendermi i piedi dal freddo,
li cacciai provvisoriamente in un pajo di grosse scarpe da montanaro, che
stavano li disoccupate e malconce, aspettando anch'esse il rimedio alle loro
ferite. Quindi mi rassettai sullo sgabello, e delle tre o quattro posizioni
convenienti all'ascoltatore, presi quella che denotava maggiore attenzione.
Maestro Giacomo principiò a dire così:
«Quando io era giovane faceva il
cacciatore di professione, e circa il tirar giusto, pochi altri mi stavano al
confronto. Non lo dico per vantarmi, ma io trapassava un cappello collocato
sopra un ramo d'albero a cinquecento passi di distanza. Più di dieci volte
riportai il premio al tiro del bersaglio. Se avessi poi in un cumulo tutto il
selvaggiume che ho ucciso, basterebbe a riempirne.... che so io?.... la nostra
chiesa parrocchiale fin sotto la vôlta. Ella ride? In verità, non l'ho detta
grossa. Il prodotto delle mie caccie è stato assai grande, e d'altra parte la
nostra chiesa parrocchiale è piuttosto piccola.
«Io credo benissimo al prodotto
assai grande delle vostre caccie. Solo io rideva all'idea di una chiesa
riempita di selvaggiume.
«Ah ah, sicuro, la cosa è proprio
da ridere. Ma io non trovava subito un altro recipiente un po' vasto.... Dio mi
perdoni la mescolanza delle cose sacre colle profane. Un giorno d'inverno io
stava cacciando in un bosco del nostro distretto, quando, sulla strada che lo
costeggia, si fecero udire dei gridi umani e degli urli di fiera. Presentendo
qualche disgrazia, io corro sul luogo e vedo uno spettacolo terribile e
meraviglioso insieme. Un cavallo ed il suo cavaliere erano assaliti da un lupo
smisurato e rabbioso per fame. Benchè fossero due contro uno, l'assalto pareva
più forte e impetuoso della difesa, e senza il mio ajuto chi sa come l'affare
sarebbe terminato. Io lo terminai nel miglior modo possibile, cioè traforando
il collo a quel demonio di lupo con una palla di piombo scoccata dalla mia
carabina. Il cavallo tremava in tutte le membra come preso da convulsione, e
sbuffava dalle narici un vapore di fuoco. Il cavaliere era più morto che vivo,
ed ebbe appena fiato di dirmi il suo nome, e d'invitarmi pel domani al suo
castello di Belvedere, che sorgeva a tre miglia del luogo della scena. L'uomo
che io trassi da quel pericolo era niente meno che il conte Roberto G. di
Trento, un gran signore che possedeva dei beni in diverse parti del Tirolo.
Tutti gli uomini sono eguali, e le loro vite hanno indistintamente il medesimo
prezzo. Ciò è vero senza dubbio, e quello che io ho fatto pel signor conte e
pel suo bel cavallo, l'avrei fatto egualmente per un carbonajo e per la sua
povera mula. Nondimeno io provai un piacere ed una soddisfazione che
probabilmente non avrei provato nel supposto caso del carbonajo. Sono io perciò
degno di biasimo?
«No, galantuomo. Giacchè confessate
l'eguaglianza degli uomini, e le vostre disposizioni a soccorrere tanto il
grande come il piccolo, io non vedo alcun male nella parzialità delle vostre
compiacenze. Sapendo di aver salvato un conte, vi brillò nella mente la speranza
di un premio, e la lusinga che il mondo avrebbe parlato con lode della vostra
azione, la quale ove si fosse trattato di un carbonajo, sarebbe rimasta senza
ricompensa, e quasi ignorata. La ricompensa di una buona azione sta nel
pensiero d'averla operata, come dicono quelli che praticano la morale, e quelli
che la predicano soltanto, in ciò siamo d'accordo; ma anche una ricompensa
materiale non è da disprezzarsi, e l'idea di ottenerla ci fa essere contenti.
insomma voi avete sentito secondo la natura umana, che, riguardo al nostro amor
proprio e al nostro interesse, ci parla assai vivamente.
«Così è infatti. Egli pare che
vostra signoria mi veda nell'animo, e sa spiegare la cosa come farebbe un libro
stampato. Il giorno seguente io mi presento al castello di Belvedere, dove il
conte m'accoglie con molte dimostrazioni di benevolenza, mi regala una somma di
danaro, e vuole assolutamente che vada a star sempre con lui. Io gli espongo le
mie difficoltà di acconsentire all'ultimo articolo. Il rinunciare alla libertà
e all'abitudine di girare le selve per fare la vita del servitore, e sia pure
del servitore favorito, era una risoluzione che non mi piaceva gran fatto. Ma
il conte insistette fermamente, dicendo fra le altre cose, che il mio mestiere
di cacciatore era pericoloso, e che egli aveva bisogno di vedere ogni giorno
colui che gli aveva salvata la vita. Sicchè io mi lasciai piegare alla sua
volontà, e mi posi al suo servizio in qualità di cameriere a condizioni molto
vantaggiose. Io guadagnava assai più che facendo il cacciatore, e poteva così
provveder meglio alla sussistenza de' miei vecchi genitori. Ma le mie armi e la
mia vita libera e avventurosa mi stavano sempre nel pensiero. Io aveva
venticinque anni quando lasciai il mio primo stato, e ci volle del tempo per
accomodarmi al nuovo, e per cambiare la mia rozzezza nativa colle maniere
garbate e proprie del servitore. Il conte però era con me la stessa bontà, e
tollerava le mie goffaggini senza dar segno di avvedersene, o tutt'al più
facendo un certo sorriso piacevole, che esprimeva il compatimento e
l'indulgenza. Questo suo modo di sopportare la mia inettitudine mi spronò ad
impiegare tutto lo zelo e tutta l'attenzione di cui era capace, e finii col
diventare un abile servitore come qualunque altro. Il conte era vedovo con un
figlio unico, da lui amato ciecamente, vale a dire di quell'amore che non
lascia vedere i difetti della persona amata e ne crea in lei di nuovi. Questo
suo idolo era cresciuto fino ai venti anni trascurato nell'educazione, e
avvezzo a fare la propria volontà quasi sempre capricciosa e irragionevole.
Egli era caparbio, impetuoso, amico dell'ozio e del darsi bel tempo. Ad onta di
ciò, suo padre non cessava di carezzarlo e di compiacerlo in ogni desiderio.
Qualche rara volta gli volgeva un'ammonizione od un consiglio, che tanto valeva
come il farne risparmio. Pare impossibile che un uomo di senno su tutto il
resto, fosse poi così imbecille su questo particolare. Eppure se vi è cosa
importante nella quale si debba adoperare il proprio senno, è appunto
nell'allevar bene i figli. Non è egli vero, signore?
«Anzi verissimo, e questo conte al
quale voi attribuite del senno, io penso che non ne avesse punto se non vedeva,
o vedendoli, non correggeva i cattivi andamenti di suo figlio.
«Mi rincresce che vostra signoria
abbia tirato questa sfavorevole conseguenza, che d'altronde potrebbe essere
giusta in generale. Io però debbo credere che il signor conte fosse debole e
inavveduto come padre soltanto, perchè considerato come uomo, io ho mille prove
del suo retto giudizio. E poi, come dice il nostro dottore, vi sono dei misteri
e delle contraddizioni inesplicabili nella condotta e nelle affezioni degli
uomini.
«Bravo il vostro dottore, e bravo
anche voi che ripetete la sua giusta osservazione. Andate avanti.»
«Il conte aveva tolta di collegio e
presa in casa sua nipote orfana, colla mira di maritarla un giorno a suo
figlio, che viaggiava allora per divertimento in Inghilterra ed in Francia.
Questa giovane era piena di bellezza, di grazia e di bontà, e credo che sulla
terra non vi fosse una creatura più perfetta di lei. Donna Ernestina (la
chiamavano così) non aveva più veduto il cugino dal giorno che ora entrata in
collegio a undici anni, e ne contava allora diciotto compiti. Essa ignorava
pure i difetti e la poco lodevole condotta di lui. Sapendo di essergli
destinata in moglie, se lo dipinse nel pensiero come adorno d'ogni virtù, e
dietro le reminiscenze della fanciullezza, bello di volto ed elegante di forme.
In ciò aveva indovinato, perchè il contino Federico era, come si dice, un
beniamino della natura. Quindi sulla fede di questa prevenzione essa lo amò
anticipatamente, e quando lo vide tornato in patria, dopo venti mesi di
assenza, ne rimase colpita, e il suo amore andò di galoppo. Anche il contino parve
tocco amorosamente dalla vista di lei. Questo incontro ebbe per testimonio un
personaggio, che badando al contegno dei due giovani, ricevette egli pure
nell'anima un colpo improvviso, ma d'un genere tutto diverso. Qui io debbo dire
che il contino aveva fatto amicizia con un certo cavaliere Giordano, uomo di
trenta anni, senza beni di fortuna, ma capace d'ogni mala industria per
procurarsene. Era costui di aspetto e di maniere piacevoli, abile parlatore,
scaltro, simulato, e profondo nell'arte di adulare e di sostenere i più opposti
caratteri. Al conte padre era gradito perchè divideva le sue opinioni
politiche, giuocava con lui agli scacchi, e lusingava la sua passione per le
anticaglie. Il contino lo aveva carissimo e non poteva vivere lontano da lui, che
era, senza parerlo, il fomentatore ed il compagno delle sue sregolatezze. Io
dico senza parerlo, perchè il briccone sapeva fare in modo che invece di
seduttore compariva come sedotto. Guai allorquando un uomo di questa natura si
mette al fianco di un giovane ricco, inesperto, e già inclinato alla
dissipazione. Egli è perduto senza rimedio, come la preda che il serpente
attortiglia nelle sue spire. Dio sa quale profitto avrà ricavato il contino, e
quali divertimenti avrà gustati ne' suoi viaggi con un tale furfante che lo
accompagnava! Tornato dunque in patria, come dissi, e vista la bella e graziosa
cugina, egli ne restò incantato di ammirazione. Il cavaliere comprese subito il
pericolo che il contino potesse innamorarsi seriamente di lei, e farla sua sposa.
Ciò accadendo, si sarebbe cambiata la faccia delle cose, e lo scapolo
disordinato avrebbe probabilmente preso la condotta di un savio marito. Questa
idea spaventava il cavaliere, che vedeva così perduta la sua influenza e
rovinati i suoi interessi. Bisognava dunque impedire questo matrimonio, e si
pose all'opera con tutte le sue arti sopraffine. Vi era in Trento una donna
famosa per le sue galanterie e civetterie, chiamata la Flora. Sebbene non fosse
della prima gioventù, conservava ancora tanta bellezza e tanto brio da sedurre
gli uomini ed allacciarli nelle sue reti. Il cavaliere era stato nel numero de'
suoi amanti, e sussisteva ancora fra loro un certo legame che non saprei come
qualificare. Era quell'abitudine di vedersi con indifferenza dopo gli amori
dileguati, quella famigliarità ora satirica ed ora scherzosa di due tristi che
si conoscono e si disprezzano a vicenda. Il cavaliere si concertò con lei, ed
un giorno le condusse in casa il contino Federico, il quale morse all'amo e
cadde nel trabocchetto. Sugli uomini viziosi e corrotti possono più, io credo,
i vezzi artifiziosi d'una sirena, che le schiette attrattive d'una giovane
innocente. Il contino non badò più alla cugina, e tutti i suoi pensieri furono
rivolti alla Flora. Il padre non sapeva nulla di questa tresca, e vanamente
andava sollecitando il figlio perchè si disponesse al divisato matrimonio. Dopo
avere con varj pretesti menato la cosa per le lunghe, il contino dichiarò che
non amava la cugina, e che ricusava di sposarla. Il padre montò sulle furie, e
fu quella l'unica volta che io lo vidi seriamente in opposizione col figlio. Ma
era troppo tardi per destarsi e far valere la sua autorità. Anche in questa
occasione egli dovette cedere e sacrificare le proprie speranze. Donna
Ernestina volle andare a nascondere in un monastero il suo infelice amore e
l'umiliazione di vedersi rifiutata. Lo zio tentò indarno di distoglierla da
tale proponimento, e di confortarla colla promessa che le avrebbe trovato un
altro e più splendido partito. La povera signorina fu inconsolabile, e molte
volte io la sorpresi che sospirava e aveva gli occhi rossi dal pianto. Ferma
nel suo divisamento, essa entrò nel monastero della Visitazione, vi prese
l'abito e pronunziò i voti delle suore professe. Certamente la è una bella cosa
il consacrarsi a Dio, ma io avrei desiderato che donna Ernestina si fosse data
pace del suo mal collocato amore per accenderne un altro più degno di lei, che
era fatta per formare la felicità di qualunque uomo egregio. Il disperarsi poi
e l'abbandonare il mondo a cagione di un poco di buono, è stata una stravaganza
che io non le ho mai perdonata. È ben vero che dopo qualche anno diventò
abbadessa del convento, ma io ripeto, che avrebbe fatto meglio a diventare
sposa di un signore virtuoso, e madre di cinque o sei figli che somigliassero
ai genitori. Dico io bene, signor mio?
«Dite benissimo, maestro Giacomo.
Le belle e savie fanciulle devono maritarsi e procreare dei figliuoli per
adempire ai voti della natura, ed ai bisogni della società. Vadano nei
monasteri le difettose di corpo, e quelle che per vocazione speciale sono
chiamate alla vita ritirata e contemplativa.
«Ho piacere che siamo d'accordo
nella massima. L'anno medesimo della monacazione di donna Ernestina venne a
morire il conte Roberto per un attacco violento di podagra alla quale era
soggetto da qualche tempo. Per amore della verità debbo dire che, durante la
sua malattia, il contino mostrò tutte le sollecitudini di un figlio affettuoso.
Per quindici o venti giorni egli fece tregua colle sue sregolatezze. Poche
volte usciva di casa onde rimanere presso il letto del padre, dando segni di
tristezza quando il male imperversava, e rallegrandosi quando appariva qualche
indizio di miglioramento. Questa dimostrazione d'amore figliale voglio credere
che fosse sincera, e avrà servito a confortare gli ultimi giorni del vecchio
conte, il quale spirò fra le braccia di lui, che lo pianse amaramente. Ciò mi
conferma nella credenza che non avesse un cuore cattivo, e di più sono persuaso
che in quella occasione egli si sarebbe convertito al bene, se invece del
cavaliere avesse avuto per amico un uomo di proposito da consigliarlo
saviamente. Ma dominato da quel pessimo arnese, non che convertirsi, andò
sempre più ingolfandosi nel vizio. Anche il trovarsi padrone di una ricca
sostanza e libero dalla soggezione paterna contribuì non poco a fargli rompere
il freno alle sue voglie. Il lusso, il giuoco, le orgie e le donne fecero un
gran guasto nella sua fortuna. La sola Flora gli cavò di mano la bontà di venti
e più mila scudi, la qual somma io non ho scrupolo di dire che venne divisa col
cavaliere. Costui aveva poi altre frodi e gherminelle per estorcere danaro dal
suo zimbello. Per esempio lo barava al giuoco, andava d'accordo cogli usurai e
coi fornitori di generi per giuntarlo, e fingeva bisogni e disgrazie onde
mettere a contribuzione la sua liberalità. La casa del contino era il convegno
di tutti i buontemponi e gli scapati della città. Ivi succedevano canti, suoni,
feste da ballo, splendide cene, ed ogni sorta di divertimenti più o meno
sbrigliati. La si figuri che spese rovinose per andare innanzi con queste corti
bandite. Al contrario degli altri servitori, io non era ben veduto dal contino,
perchè col mio silenzio e colla mia serietà io disapprovava la sua brutta e
scandalosa maniera di vivere. Una sera lo incontrai che montava lo scalone
colla persona in disordine e barcollando per ubbriachezza. Viva il cielo, egli
avrà bevuto dello Sciampagna o del Lacrimacristi, ma era ubbriaco nientemeno di
un plebeo che avesse bevuto del vino a dodici soldi ai boccale. Quello
spettacolo vergognoso mi fece torcere lo sguardo e brontolare qualche parola di
disgusto, che per mala sorte venne da lui intesa. Chiamatomi da vicino, mi
disse due o tre parolacce poco degne della sua nobiltà, e poi mi congedò con un
urtone, molto men degno ancora. Io perdetti l'equilibrio e caddi a rotolone giù
per la gradinata. Dopo questo bel tratto egli entrò nelle sue stanze, ed io
rimasi senza potermi alzare, finchè vennero i miei compagni di servizio ad
ajutarmi. Il fatto sta che aveva una gamba rotta, e per coronar l'opera il
chirurgo ignorante me l'aggiustò in modo che riuscì quattro dita più corta
dell'altra. È ben vero che il contino si mostrò dolente della sua brutalità, e
che volle riparare il danno con una borsa di danaro, ma io ricusai la sua
offerta, e abbandonai il suo servizio, maledicendo il giorno che mi persuasi ad
indossare una livrea. Collocarmi in un'altra casa per seguitare la stessa vita,
era cosa che io non voleva fare. D'altronde, chi avrebbe voluto prendere un
servitore zoppo, quando pure fosse stato dieci volte più galantuomo di un altro
colle gambe dritte come fusi? I servitori delle gran case debbono essere
svelti, appariscenti, e senza alcun difetto visibile.
«Sicuramente. Se hanno poi delle
magagne nascoste, se sono furbi, immorali e maldicenti dei padroni non importa.
Basta che facciano bella mostra delle loro persone, e che lusinghino per tal
modo la vanità di chi li paga.
«Io presi dunque il partito di
tornarmene qui nel mio villaggio, e di occuparmi in qualche altro mestiere.
Alla caccia non bisognava più pensarci, perchè oltre al buon occhio, ci voleva
ancora buona gamba, e poi i begli anni della gioventù erano andati. Laonde io
misi nel cappello due pezzetti di carta rotolati, sull'uno dei quali era
scritta la parola sarto, e sull'altro la parola calzolajo, e ne tirai uno a
sorte. Così fu che diventai calzolajo, come sarei diventato sarto se la mano
fosse caduta sull'altro pezzo di carta. Mi si dirà che per esercitare un
mestiere bisogna averlo imparato a tempo debito, e che da un giorno all'altro
non si acquistano le cognizioni. Io ne convengo, ma con un poco d'ingegno e di
entratura si riesce presto in certe piccole faccende. Non si trattava già di
trasformarmi in medico nè in avvocato. Dopo un mese di studio e di pratica
sulle mie proprie scarpe, io fui in grado di racconciarne e farne di nuove ai
miei compaesani, che per verità non sono di molto difficile contentatura. In
seguito poi ho potuto perfezionarmi così che i miei lavori non temettero più
confronti, e persino il sindaco ed il curato mi diedero la loro clientela.
Guardi mo' se dico esagerazioni e millanterie. Una delle sue scarpe è finita;
esamini un po' che solature coi fiocchi sa fare maestro Giacomo,
Egli mi porse la scarpa da
esaminare. O amor proprio ingannatore! O cieca stima di noi medesimi! O
ignoranza delle nostre dappocaggini! Quella scarpa era aggiustata orribilmente.
Il nuovo non combaciava col vecchio, i punti erano lunghi e disuguali, la suola
mal ritagliata e sporgente qua e là dal tomajo, un lavoro insomma da
guastamestieri. Quella scarpa mi fece dubitare dell'antica perizia di Giacomo
cacciatore. Non pertanto bisognava dire: va bene, tanto più che egli stava lì
colla faccia ridente in aspettazione d'una parola di lode. Sebbene un poco
stizzito, io non volli lamentarmi, nè distruggere la confidenza che egli aveva
nella propria abilità. Io gli dissi dunque: Va bene, maestro Giacomo, in
riguardo se non altro del piacere che mi procurava il suo racconto. Soddisfatto
della mia approvazione, benchè non troppo ammirativa, egli continuò a dire.
«Io voleva avere un'occupazione;
non tanto per guadagnarmi il pane quanto per fuggir l'ozio che è il padre dei
vizj, giusta un proverbio colla barba. Grazie a' miei risparmj e alle
liberalità del defunto conte, io aveva già comperato questa casetta con un
pezzo di terra che vi è unito. Ah, così avessi potuto soddisfare un altro mio
desiderio, che era quello, di sposare una giovane da me grandemente amata. Quando
costei mi vide tornato al paese con questa mia imperfezione, cominciò a
raffreddarsi nella corrispondenza, e finalmente non volle più saperne de' fatti
miei. Guardi un po' che tristanzuola! Quasichè il zoppicare mi dovesse impedire
di volerle bene e di essere un buon marito. Ella sposò uno che non zoppicava
fisicamente, ma pur troppo nel senso dei buoni costumi. Così ebbe a passare con
lui delle tristi vicende, e dopo tre anni di matrimonio morì di afflizione. Io
non ho mai potuto dimenticarla, e anche adesso, vecchio come sono, me ne
ricordo sempre con un misto di amore e di compassione. Ma io debba raccontare,
più che la mia storia, quella del contino Federico, il quale d'ora in poi lo
chiamerò conte a motivo della sua virilità incominciata. Io non era più con lui
per vedere da vicino le sue follíe, ma la voce pubblica s'incaricò di farmele
sapere. Ora si parlava d'una gran somma di danaro perduta alle carte, ora di un
convito come quello di Baldassare, ora di due cavalli fatti venire
dell'Inghilterra, ed ora d'una collana di diamanti regalata ad una ballerina.
Un giorno si vociferò che avesse avuto un duello per un intrigo amoroso, e che
fosse rimasto ferito in una spalla. Tutto ciò era la pura verità. Intanto il
cavaliere diventava ricco a misura che il conte si rovinava. Quel mariuolo
aveva già comperato delle possessioni, e collocato delle somme sopra la Banca
dello Stato. Allorquando vide che l'amico si riduceva a mal partito, e che poco
o nulla poteva più rubargli, andò a viaggiare in Germania sotto pretesto di
qualche affare, e lo piantò. Un colpo di fortuna inaspettato rifece al conte le
ricchezze che aveva dilapidate. Un suo vecchio zio materno, che abitava in
Baviera, venne a morire, lasciando un solo figlio celibe di circa trent'anni.
Costui, rimasto appena senza padre, cadde un giorno da cavallo e perdette
sull'istante la vita. Non avendo fatto testamento, i suoi molti beni furono
ereditati dal conte, che era il solo suo parente. Non sarebbe stata questa una
bella occasione di aprire gli occhi sui proprj disordini, e di mettere
giudizio? Ah, quando le male abitudini sono radicate, non si dismettono più!
Egli incominciò a divertirsi come prima, anzi più di prima per compensarsi
delle strettezze e delle privazioni in cui aveva vissuto forzatamente per
qualche tempo. Il cavaliere, avendo saputo il fatto dell'eredità, fece ritorno
dalla Germania e si rimise al suo fianco per pelarlo di nuovo. Così in pochi
anni andò al diavolo anche il milione ereditato, e allora il cavaliere disparve
per sempre. Ecco il conte ridotto quasi al verde, abbandonato dai parassiti e
dalle donne, beffeggiato da tutti, e per giunta malandato di salute. Egli
poteva ancora cogli avanzi della sua fortuna vivere mediocremente, ritirandosi
dal mondo e contentandosi del poco. Ma questa buona idea non gli passò neppure
pel capo. Al contrario gliene venne un'altra delle più stolide che si possano
immaginare, e la pose in effetto. Vedendosi al limitare della vecchiaia e
malaticcio, si persuase che non gli restavano tutt'al più che tre anni di vita.
Quindi egli divise in tre parti le ottantamila lire che ancora possedeva, onde
mangiarsele anno per anno, sperando che la morte verrebbe a coglierlo quando
fosse rimasto senza un soldo. I tre anni passarono, e le ottantamila lire
furono esattamente consumate, ma la morte non comparve. Anzi durante
quell'epoca il conte ricuperò la salute, e già da cinque anni vive prosperoso
nella miseria. Egli è quel personaggio che venne qui poco fa.
«Io lo aveva indovinato. E perchè
in capo ai tre anni non andò egli a gettarsi in un fiume? Quando si assegna con
tanta sicurezza il termine della propria vita, bisogna fare che la morte
dipenda dalla nostra volontà.
«Oibò, il suicidio è un peccato, e
il conte non avrà voluto commetterlo, sebbene per verità ne abbia commessi
tanti altri. Non so se ci voglia più coraggio a uccidersi, o a vivere una vita
infelice come la sua. Non c'è pitocco nel nostro villaggio che non stia meglio
di lui. Almeno il pitocco non ha le memorie del passato splendore, non ha i
rimorsi di aver dissipato un'immensa sostanza, e mangia il pane della carità
senza arrossire.
«Ma questo conte sarebbe egli
ridotto a limosinare?
«Qualche cosa di somigliante. Qui
nei dintorni egli aveva un palazzo, al presente trasformato in una filanda, nel
quale il compratore gli lascia godere due camerette finchè vive, non so se per
contratto o per compassione. Il povero diavolo va a desinare ora dal parroco,
ora dal sindaco, ed ora da qualche altro benevolo possidente. Alle volte riceve
un soccorso di danaro da certi suoi amici di Rovereto e di Trento, che si
ricordano di lui.
«E come sopporta la sua miseria?
«Piuttosto coll'indifferenza dello
spensierato, che colla rassegnazione dell'uomo mortificato e pentito che
conosca i proprj torti. Mi dispiace il dirlo, ma io sono persuaso che se gli
toccasse per miracolo un altro milione, tornerebbe da capo a divorarlo.
L'inclinazione ai piaceri, e dirò anche ai vizj, è in lui irresistibile. Non
potendo far altro, guarda le donne con occhio bramoso, giuoca all'osteria un boccale
di vino col primo che gli capita, e si reca come spettatore ai balli campestri
che succedono per nozze, o per altre occasioni di allegria. Lo crederebbe? Egli
è capace perfino d'immischiarsi nelle danze.
«Come appunto ha fatto nella festa
di jeri sera. Egli non ha dunque nessuna dignità, nessun sentimento della
propria nascita e del proprio decoro.
«La poca educazione, le male
pratiche, e la scompigliata sua condotta lo hanno degradato e avvilito per
sempre.
«Quantunque vi abbia rotta una
gamba, voi gli fate del bene, maestro Giacomo. Io ho udito testè, senza
volerlo, come un ricambio di parole fra il benefattore e il beneficato.
«In quanto alla gamba rotta, io gli
ho già perdonato da un pezzo, e non me ne ricordo più. Circa il fargli del
bene, io non sono in grado di dar molto, ma pure di quando in quando gli do un
pajo di fiorini, o presso a poco. Inoltre gli aggiusto le scarpe rotte, e
gliene regalo un pajo di nuove a Pasqua e a Natale. È un tributo che io gli
pago in riguardo alla memoria del suo buon padre. Per lui medesimo è poco degno
di essere beneficato, ma forse otterrebbe egualmente il mio piccolo beneficio.
Se si dovessero soccorrere soltanto quelli che meritano, una gran parte dei
bisognosi morrebbero di fame. Il conte è infelice, e tanto basta. La sua
indifferenza potrebbe essere studiata per non dare altrui lo spettacolo della
sua tristezza, e per parere un filosofo che sa portare in pace l'avversità.
Quando si trova solo nelle sue squallide camere, deve pensare, voglia o non
voglia, alla sua misera condizione. Egli deve confrontare il passato col
presente, e, viva il cielo, non si scappa ai tormenti di questo paragone.
Sicchè io lo compiango, e lo ajuto come posso. Quando poi lo vedo all'osteria
con quelle sucide carte in mano giuocare colla gentaglia, io dico fra me per
cacciare la stizza, che egli ha la testa matta, o che si comporta così a fine
di stordirsi sui proprj mali.
«E come avete cominciato a
beneficarlo? La vostra carità è domandata o spontanea?
«Ecco qua il fatto. Un giorno egli
venne a chiedermi in prestito otto lire, dicendo che me le avrebbe restituite
alla fine del mese. Passato questo tempo, egli ricomparve, non già per fare la
restituzione, ma per domandarmi un'altra piccola somma, aggiungendo che mi
avrebbe rimborsato il tutto entro la settimana. Allora io gli risposi che non
voleva nessuna restituzione, e che anzi, se si degnava di accettare, io gli
avrei fatto di tempo in tempo qualche dono secondo che permettevano le mie
deboli forze. Egli non ricusò, ed io da quattro anni e mezzo non manco alle mie
promesse.
«Voi siete un uomo di buon cuore,
da quanto ho veduto; voi trattate ancora con ogni riguardo questo conte, che se
ne mostra così poco degno.
«Io sono stato suo servitore, ed ho
l'abitudine di praticargli queste rispettose esteriorità. Noi piccole genti non
possiamo spogliarci mai di quella riverenza, e direi quasi venerazione, che
c'inspirano i nobili ed i ricchi, quando pure non pregevoli per sè medesimi, o
sieno decaduti dalla loro altezza di fortuna. Hanno un certo prestigio di
superiorità imponente. Io ho un bel dirmi che il conte non è punto stimabile, e
che io sono dieci volte più ricco di lui, ma non per tanto io potrei
permettermi una parola od un atto che indicasse confidenza o dispregio. Non so
capire il perchè di questa forza prepotente che mi domina mio malgrado.
«Ve Io dirò io il perchè. Quando
vedete il conte, voi vedete insieme gli stemmi della sua nobiltà, e i ritratti
de' suoi avi collocati in ordine sulle pareti. Voi vedete i mobili sontuosi, le
argenterie, le dorature, il lusso e lo splendore del suo palazzo. Voi vedete i
suoi cavalli e le sue carrozze, il suo scrigno, le sue ville, e quanto insomma
formava la corona abbagliante della sua grandezza. Tutto ciò è dileguato, ma
non importa; voi lo vedete ancora cogli occhi dell'immaginazione. Voi non
potete separare il passato dal presente, nè l'uomo dalla cosa. Voi credete che
sia il conte che v'impone riverenza, e invece non è altro che la sua passata
fortuna, da voi incarnata nella sua persona.
«Per bacco, sono persuaso che il
fatto sta come lei dice. Queste idee esistevano in confuso nella mia testa, ma
io non avrei saputo disbrogliarle nè esprimerle debitamente. Ecco quello che ha
guadagnato il conte trascurando la sua educazione, dandosi ai cattivi compagni,
e battendo la strada dei vizj e dei piaceri. Egli non ha mai ottenuto nè stima
nè amicizia presso i buoni, ha disonorato la nobiltà della sua stirpe, ha
mandato in malora un ricchissimo patrimonio, e dopo una vecchia]a trista e
deserta morirà probabilmente all'ospedale, ultimo rampollo della sua illustre
casa. Laddove, se avesse pensato e agito da vero gentiluomo, si sarebbe sposato
ad una degna fanciulla sua pari, avrebbe avuto dei figli che seguitassero le
sue virtù, sarebbe stato utile e distinto nelle società, e finalmente sarebbe
morto lasciando a' suoi posteri un nome onorato, e le ricchezze avute in
retaggio da' suoi maggiori. Quando penso a quest'uomo, mi vengono cento buone
inspirazioni sulla virtù e sulle regole della vita.
«Da bravo, maestro Giacomo, fatemi
udire qualcuna delle vostre buone inspirazioni. Io sono avido d'imparare.
«Bella avidità veramente, ma qui
non è ad una scuola da poterla saziare. Io sono maestro soltanto di calzoleria.
«E di morale ancora meglio. Voi
siete capace di fare un sermone come un pajo di scarpe.
«Vostra signoria mi burla, non è
vero? Ella sì che debb'essere un sapiente, sebbene in giovane età. Se non
m'inganno, ecco un semplicista, una sorta di medico, uno che conosce la virtù
delle erbe e ne compone dei rimedii salutari.
«Nulla di tutto questo. Io raccolgo
erbe come un altro raccoglierebbe conchiglie, pel solo piacere di conservarle
diseccate fra le pagine dei libri. Io non m'impaccio della loro virtù
medicinale.
«Allora, mi scusi, non si può
faticare nè perdere più inutilmente il tempo, che è tanto prezioso.
«L'ho detto io che siete un buon
moralista! Suvvia, tirate qualche conseguenza istruttiva dal vostro racconto.
Quali lezioni se ne possono ricavare?
«Ella mi stuzzica non altro che per
farmi dire, giacchè sa meglio di me ciò che insegna la storia del conte. Prima
di tutto i padri debbono imparare che un cieco e malinteso amore pei figli è
sommamente dannoso e fatale alla loro buona educazione. Guai a quei padri che
così amano i figli, poichè senza saperlo si fanno fomentatori, e direi quasi
complici delle loro sregolatezze. Quando si avvedono del male, non sono più in
tempo di ripararlo, e non giovano a nulla i pentimenti nè i rimorsi della
coscienza. Il vero e utile amore paterno è quello che veglia continuamente,
onde incoraggiare le buone e combattere le cattive inclinazioni che si
manifestano nei figli. Se opera altrimenti, il padre è colpevole dinanzi a Dio
ed agli uomini d'aver tradito il più sacro de' suoi doveri. La gioventù impari
come sia importante la scelta degli amici. Se la mia condotta è biasimevole, un
vero amico può raddrizzarla co' suoi consigli e col suo esempio, ma un falso
amico, di traviato che io era, mi rende tristo e mi rovina del tutto. Veda la
gioventù a quali estremi conduce una vita principiata e proseguita nell'ozio e
nell'ignoranza, una vita senza freno e dedita non altro che ai sensuali
piaceri. Veda la miseria, i mali, il disprezzo e l'abbandono che aspettano
l'uomo vizioso. I nobili sopra tutto imparino a vivere saviamente ed esemplarmente,
perchè hanno maggiori obblighi degli altri, e perchè la voce dell'onore deve
farsi sentire in essi più vivamente. Un nobile che calpesta la sua dignità e
quella de' suoi antenati, che s'ingolfa nel fango dei vizj, e si riduce infine
mendico, mi pare una mostruosità, il colmo dell'abbiezione umana. Ecco,
signore, che ho terminato di moralizzare e insieme di aggiustare l'altra sua
scarpa.
Maestro Giacomo diede a tutte due
una politura colla spazzola, come si pratica dai calzolaj per coronar l'opera
di un rattoppamento qualunque. Io le calzai, e mi parve di essere ingrandito di
un pollice, tanto le suole erano grosse e favorevoli al mio innalzamento. La
racconciatura, come ho detto, era mal fatta, ma il prezzo fu discretissimo e
degno del lavoro. Non avvenne come all'osteria, dove si mangiò e si ebbe
ricovero pessimamente, e si pagò in ragione inversa del trattamento. Infilate
le braccia nelle cinghie della valigia, ed il bastone nel fagotto delle erbe,
salutai maestro Giacomo, e andai a raggiungere il mio compagno.
FINE.
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