UN
AGNELLO FRA DUE LUPI
RACCONTO
DI
PAOLO BETTONI
I.
La scena è in una grande città
d'Italia, non importa quale. Siamo in una sala mobigliata riccamente, ma con
poco buon gusto e manco discernimento. L'insieme dei mobili non le dà un
carattere proprio e distinto. L'antico ed il moderno vi sono confusi
stranamente, e producono un'ingrata disarmonia. Le cose di vecchia forma
contrastano con quelle di attuale invenzione. Gli specchi, i sedili, i
tavolini, le pendole, i candelabri, i vasi di porcellana e tutto il resto sono
una collezione d'oggetti i più disparati e nemici fra loro. Le finestre hanno
le cortine di seta, ma di un colore e d'un disegno non appropriati all'uso. Il
pavimento è coperto d'un tappeto di lana, tessuto da mano maestra, e
rappresentante gruppi di suonatori e di ballerini. Altra inconvenienza di
camminare sui visi e sui corpi di gente rispettabile che sta allegra. Egli è
vero che si stampano sui fazzoletti di naso i ritratti degli uomini grandi e
che questa non è la più bella maniera di celebrarli, ma un controsenso non
giustifica l'altro. Forse la stoffa di quel soppedaneo era destinata
all'ufficio di tappezzeria. Otto o dieci opere lodevoli di pennello e di
bolino, bellamente incorniciate, pendono qua e là dalle pareti, opere tutte di
sacro soggetto, come sarebbe un Ecce Homo, il Martirio di Santo Stefano, e la
Vergine Assunta. Fra lo spazio di due finestre avvi uno scaffale di legno
prezioso e squisitamente lavorato, nel quale sono collocati libri di pietà, di
filosofia cristiana, di storia ecclesiastica, di Vite di Santi, ec., ec. in
numero di trecento volumi all'incirca. Nulla di profano si contiene in quello
scaffale; un prelato dei più ascetici non potrebbe avere una biblioteca meglio
edificante.
Un uomo non ancora di cinquant'anni
passeggia la sala pensieroso, e colle braccia incrociate sul petto, come faceva
una volta Napoleone I, e come fanno adesso gli staffieri che siedono sulla
serpe accanto ai cocchieri. Dopo alcune giravolte, si lascia cadere in una
poltrona di velluto bleu, e il suo volto si fa torbido e sereno a vicenda. Il
timore e la speranza, lo sconforto e la gioja vi si dipingono alternamente,
come sul volto di un negoziante che abbia in mare una nave carica di ricche
merci, e che ora la veda sommergersi, ed ora entrare in porto. Quest'uomo è
vestito signorilmente, ma d'una moda un poco stantía, senza studio di eleganze,
alla maniera delle persone attempate e sode. Egli si chiama il signor Fabio,
gode la bella riputazione di galantuomo, e la rendita non meno bella di
sessantamila lire annuali e sicure. Adesso egli sta operando un colpo che deve
triplicare la detta sua rendita, e collocarlo fra i più ricchi del paese. Il
signor Fabio è di un carattere austero, di princìpi illiberali e contrari al
progresso, e soprattutto scrupoloso sull'articolo della morale civile e
religiosa. Egli legge soltanto certi giornali di un certo colore, che hanno
pochissimi associati, e tuttavia fanno vivere lautamente i loro redattori.
Nelle alte regioni della società conta molti amici e conoscenti, che lo
stimano, che apprezzano i suoi consigli, e che dividono le sue opinioni.
Il signor Fabio levò di collegio e
prese in casa un suo nipote orfano, del quale diventò altresì il tutore per
disposizione testamentaria della defunta cognata, madre del giovinetto. Questo
felice, o piuttosto infelice mortale, possiede una sostanza di due milioni, che
il signor Fabio va procurando di legalmente appropriarsi. Ora è appunto immerso
nel pensiero di tale affare, e, secondo che si figura l'esito certo o dubbioso,
lo vediamo passare dalla letizia alla tristezza. A trarlo dalle sue meditazioni
entra nella sala un uomo presso a poco della sua età, vestito pulitamente di
nero, avente un'aria disinvolta e una simpatica fisonomia. Il signor Fabio si
scuote, e domanda con una certa premura:
- Orbene, Leonardo, quali
divertimenti jeri sera?
- Un'orgia un poco più spinta delle
altre, rispose Leonardo mettendosi a sedere. Molto selvaggiume, molti tartuffi,
e molto vino di varie qualità. Aggiungete a tutto questo un gran vaso di punch.
- Benissimo.... e donne?
- Due figliuole di Eva, le più gaje
e vezzose del mondo.
- Briccone, sempre roba nuova, eh?
disse il signor Fabio ridendo e fregandosi le mani. Vi sarete sollazzati a
dovere.
- In quanto a me, sono un filosofo
che guardo con disprezzo le vanità della vita. I folli piaceri non mi seducono,
perchè lasciano in fine il pentimento.
- Satanasso, come fai bene il
beffardo! E Faustino era in vena?
- Se lo era! E come no a
diciott'anni, e in tale compagnia? Egli morde terribilmente all'amo e fa delle
vere prodezze. Ben presto io te lo do migliore di Don Giovanni Tenorio.
- No, sciagurato! Io non voglio
nessuna celebrità in lui. Guardati bene dagli scandali.
- Via via, ti rassicura. Tu non hai
a che fare con un gonzo, e le tue idee mi sono entrate perfettamente. La
celebrità fa del rumore, e tu vuoi il silenzio. Per acquistare la celebrità
bisogna vivere alquanto lungamente, e tu vuoi spicciarti di lui alle corte.
Caro Fabio, dammi del denaro.
- Quanto ti occorre?
- Più me ne dai, e più mi fai
piacere. Se ne spende molto, amico mio.
- Prendi, due doppie di Spagna.
- Non è una grande liberalità, ma
per ora mi contento. Abbi presente che i piaceri costano assai caro. Per
esempio, nel nostro baccanale di ieri sera abbiamo speso cinquantasette lire,
senza contare i regali alle due convitate, che troppo bene li meritarono collo
sfoggio delle loro grazie. Faustino mi eccita a spendere largamente,
ripetendomi che appena andrà al possesso del suo patrimonio pagherà i debiti
che crede avere verso di me. Egli mi fa l'onore di considerarmi così ricco da
prestargli continuamente il denaro che gli occorre per divertirsi. Non
guardarla dunque pel sottile con tuo nipote. Finalmente egli ha una rendita di
quasi novantamila lire, che mediante la tua saggia amministrazione sarà
aumentata in pochi anni....
- In pochi anni! Smemorato che sei!
disse il signor Fabio con un certo riso sardonico molto significativo.
- Ah, tu hai ragione. Questa volta
io pensava e parlava da balordo. Per Faustino non vi debb'essere avvenire; la
bella prospettiva è tutta per te.
- Ah, Leonardo! riprese il signor
Fabio dopo un momento di pausa, e assumendo il tuono dell'ipocrisia; io ho
delle inquietudini.
- Tu? delle inquietudini?
- L'opera che noi facciamo è un
grave delitto. La coscienza mi rimorde.
- Ah ah! proruppe a ridere
Leonardo. La coscienza ti rimorde! Via con queste celie.
- Se potessi dare addietro.... ma
il male è troppo innoltrato.
- Quando tu voglia rimediarvi,
siamo ancora in tempo. A me basta l'animo di fare un santo di tuo nipote. Oggi,
se ti garba, io assumo una faccia compunta, un contegno grave ed un discorso
edificante che produrranno miracoli. Se fin qui ho sostenuto la parte del
diavolo, m'impegno di fare quind'innanzi quella dell'angelo custode. Non più
bagordi, non più intemperanze, non più dissolutezze. Io lo conduco alle
pratiche divote ed ai sermoni di chiesa. Se non potrò restituirgli il candore e
l'innocenza, avrà il pentimento e l'emendazione. Così vedremo rifiorire in lui
la salute, che in verità comincia a guastarsi.
- Ti pare che egli sia dimagrato?
- Un poco sicuramente, e accusa già
qualche doloruccio di petto.
- Aimè, che orribile passione è
quella delle ricchezze! Vedi a quale eccesso mi ha condotto.
- Non ischerzare, perchè a forza di
fingere i rimorsi, tu finirai col sentirli davvero.
- Tu sei più malvagio di me.
- Questo può darsi, ma dovrebbe
giudicarne un terzo che ci conoscesse a fondo l'uno e l'altro. Intanto io ho il
vantaggio di comparire in faccia tua come un povero galantuomo da te sedotto al
male. Dopo dieci o dodici anni di dimenticanza, tu sei venuto a stringermi la
mano, e a trarmi dalla mia pacifica inazione. Tu mi hai tastato bel bello per
accertarti se io era ancora quella buona lana dei nostri tempi di gioventù. Mi
hai trovato il medesimo, e per giunta quasi al verde del mio patrimonio, due
ottime circostanze perchè tu avessi a propormi questo affare, e perchè io
avessi ad accettarlo, mediante la ricompensa di cinquantamila lire. Dunque non
disputiamo sulla preminenza dei nostri meriti rispettivi. Noi siamo due
mariuoli che abbiamo l'abilità di passare per uomini onesti.
- Però la mia riputazione di
onestà....
- Sì, è più grande e più estesa
della mia. Sai tu il perchè? Perchè io non sono ricco, perchè non ho sublimi
relazioni sociali, perchè non fo elemosine a suono di tamburo, e perchè il mio
nome non è scritto sugli elenchi delle pie congregazioni. Di questa mia
inferiorità mi consola per altro il pensiero, che io sono il solo uomo al mondo
che ti conosca intimamente, e dinanzi al quale tu debba per forza levarti la
maschera. Credimi, che io provo un vivo piacere ed una soddisfazione viva non
meno al vederti discendere dal piedestallo della tua virtù per avvoltolarti
secretamente nel fango del delitto. Io solo vedo sulla tua faccia dileguarsi
l'impronta della venerabile austerità, e comparirvi l'espression dei ribaldi
sentimenti che covi nel fondo dell'anima. Per me solo la tua bocca parla il
linguaggio della furfanteria, mentre per ogni altra persona si apre il
linguaggio dell'onore e della morale. Vivaddio, la è una metamorfosi molto
interessante, alla quale io solo ho il privilegio di assistere. Quando ti vedo
passare nella tua carrozza, o in quella di qualche semidio che tu adori ed
inganni, io dico mentalmente e ridendo sotto la barba: Ecco là come sono
fondate certe riputazioni di virtù e di santità.
- A che proposito queste insolenti
invettive?
- Senza rancore, mio caro Fabio.
Non è che io biasimi la tua ipocrisia, perchè finalmente io pure sono tinto
della stessa pece. Ho voluto soltanto dirti, che non istà bene il vantarmi sul
viso la superiorità del tuo creditore la fortuna de' tuoi buoni successi
nell'arte dell'impostura. Sappi però che io sono Tartuffo e volpe più di te.
- Lo so benissimo, caro mio.
Appunto mi sono fidato di te per la tua gran furberia e perizia nel saperla
dare ad intendere. Tu adempi benissimo l'ufficio pel quale ti ho collocato al
fianco di Faustino.
- Tu mi rendi giustizia col lodare
la sottigliezza del mio ingegno. Faustino mi crede lo strumento passivo e quasi
ritroso delle sue volontà. Le mie insinuazioni sono così acute, che invece di
seduttore mi danno l'apparenza di sedotto. Egli deve applaudirsi in secreto
d'avermi saputo piegare a compiacerlo. Comandare fingendo di ubbidire, guidare
col farsi credere guidato, ecco il difficile dell'arte.
- Bravo, così va bene. Ti
raccomando sempre la prudenza in faccia al mondo. Guárdati soprattutto dal
compromettermi nè punto nè poco in questa faccenda. Io potrei essermi ingannato
sul tuo conto, ma la mia buona fede deve rimanere intatta. Guai se venissi
sospettato della più piccola intelligenza con te!
- Già già, ti comprendo benissimo.
Tu vuoi restar sempre l'ottimo tutore, l'amorevole zio, la perla degli uomini
onorati, l'ammirazione di tutta la città.
- Un giorno mi convertirò davvero,
e meriterò la stima che ho finora usurpata.
- Tu pensi per eccellenza. Eh, non
saresti il primo che si converte per progetto. Io conosco alcuni che dopo una
serie di fortunate bricconerie cessarono dal commetterne per paura di essere
scoperti. Siamo intesi che prima si prepararono un letto di fiori in cui
addormentarsi placidamente alla barba dei creduli e della propria coscienza.
- Io comprerò un titolo di nobiltà,
e farò uno splendido matrimonio, che ho in vista da qualche tempo.
- Te ne fo le mie congratulazioni.
Ah ah, tu sei ambizioso! Tu vuoi rimaritarti! Tu hai il ticchio della nobiltà!
Ben presto ti chiameremo dunque il signor conte Fabio, o qualche cosa di
somigliante. Vedete come si fabbricano alcuni illustrissimi che menano gran
rumore nel mondo. Un Tizio od un Sempronio plebeo entra in fregola di avere un
blasone, e per ottenerlo spende una parte delle sue ricchezze furfantate. Così
egli prepara il lustro delle sue future generazioni, le quali si vantano poi
degli avi, compreso il capo stipite famoso.
- -Vuoi finirla, briccone? Lingua
maledetta?
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