|
III.
Un bellissimo fanciullo di
quattordici anni piangeva un giorno al letto di sua madre mortalmente inferma,
la quale tenevagli il capo fra le mani, e con voce affievolita gli diceva: «Mio
diletto figliuolo, io ti ho chiamato dal collegio per darti la mia benedizione,
e farti udire le mie ultime parole. Fra poco tu perderai la madre, come già
perdesti il padre, e resterai orfano sulla terra. Bisogna rassegnarsi alla
volontà di Dio. Fatti cuore, e preparati alla nostra separazione in questa vita
per unirci un giorno eternamente nell'altra. Abbi cara la mia memoria, e dammi
prova del tuo amore seguitando innanzi nella via della bontà, dello studio, e
della pratica de' tuoi doveri, come hai fatto finora. Così mi compiacerò dal
cielo, vedendoti incamminato ad essere un uomo distinto, riputato e utile alla
tua patria. E voi, cognato mio, continuò volgendosi ad un uomo che stava lì
presso in atteggiamento da contristato, voi che siete il fratello di suo padre,
abbiate cura di lui, vegliate sulla sua educazione e sul suo avvenire. Io vi
trasmetto i diritti e l'autorità che la natura e le leggi consentono ai
genitori. Assumete la sua tutela, tenete presso di lui le mie veci, e adempite
le speranze che ho poste nella vostra bontà e nella vostra onoratezza.» L'uomo
contristato rispose che sarebbero compiuti i di lei voti, e che egli avrebbe
avuto pel nipote l'amore e le sollecitudini d'un padre. Intanto singhiozzava e
asciugavasi gli occhi col fazzoletto. Il giorno dopo la povera madre morì, e il
fanciullo col cuore ingruppato ritornò in collegio a compiervi i suoi studj.
Non si dà al mondo creatura più interessante e più cara di un giovinetto
orfano, che abbia un'anima sensitiva ed un volto grazioso sul quale viene a
dipingersi la mestizia del suo sentimento di solitudine e d'abbandono. Anche in
mezzo alle distrazioni e ai trastulli co' suoi compagni si vede in lui dominare
una certa calma malinconica, la quale ammorza l'impeto e la naturale baldanza
della sua età. S'indovina in lui lo sventurato, cui sono mancate le carezze e
l'amore dei genitori, e siamo mossi a vivamente compiangerlo. Tale era appunto
Faustino, il quale sentì in sommo grado la perdita fatta, e per lungo tempo non
seppe darsene pace. Dotato di molto ingegno e d'indole soave, volonteroso dello
studio, sussidiato da buoni maestri, e memore delle raccomandazioni materne,
andò crescendo nella gentilezza, nell'istruzione e in tutti i pregi che rendono
amabile e degno di stima un giovinetto. I superiori, i condiscepoli e quanti lo
conoscevano, gli portavano affetto, e si promettevano di lui le sorti più
liete. Egli splendeva d'una rara bellezza, diremmo quasi femminile, se il suono
della voce, alcuni tratti caratteristici del volto, e la nascente lanuggine del
mento non avessero attestato il contrario. I suoi occhi ammirabili nuotavano in
un fluido etereo di dolcezza e insieme di vivacità, ma celavano ancora
l'eloquenza e l'ardore che le passioni sogliono far nascere più tardi. Questo
essere prezioso, questo tesoro di purità e d'innocenza, toccato il
diciasettesimo anno, passò dal collegio alla casa del suo tutore e zio insieme.
Costui, secondo le leggi divine ed umane, secondo i dettami del dovere e della
coscienza, secondo gl'impulsi della ragione e dell'onestà, e finalmente secondo
la voce della natura e dell'amore, avrebbe dovuto penetrarsi del suo importante
ministero, e vegliare gelosamente sul sacro deposito a lui affidato. Avrebbe
dovuto continuare a compiere l'educazione di Faustino, sviluppare in lui
maggiormente i doni dell'intelletto e del cuore, circondarlo di savie persone,
allontanarlo dai pericoli di seduzione, e iniziarlo prudentemente alla pratica
del mondo e all'esercizio delle acquistate virtù. Che ha egli fatto invece? No,
non potrebbe nessuna mente umana concepire un bastevole orrore di ciò che ha
fatto il signor Fabio, come nessuna lingua umana potrebbe a sufficenza
manifestarlo. Faustino è caduto dal cielo all'inferno, e dopo un anno di
soggiorno in casa dello zio, non è quasi più riconoscibile. Egli ha perduta
l'aria candida, lo schietto sorriso, la tinta florida e virginale del volto che
formano il più bell'ornamento della giovinezza. I suoi occhi non brillano più
di quella luce viva e pura che tanto seduceva, ma errano come incerti e
smarriti da un oggetto all'altro, e qualche volta pajono tocchi da stupidità.
Alla scioltezza ingenua del contegno e delle maniere successero la titubanza e
l'impaccio. La sua immaginazione è contaminata come il suo corpo; egli è caduto
in balía del vizio. Appagare i sensuali appetiti, ubbidire ai lenocinj del
piacere, ecco il suo struggimento. Egli presta appena un'attenzione di
convenienza ai maestri che lo zio gli ha procurati per rispetto del mondo, e
per salvare le apparenze.
|