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IV.
Fantino entrò nella sala, e diede
il buondì ai due interlocutori.
- Caro nipote, disse il signor
Fabio in tuono di chi rimprovera dolcemente, quest'oggi ti sei trattenuto a
letto un po' troppo tardi, e perciò io debbo sgridarti. Le ore del mattino sono
preziose per lo studio, e bisogna metterle a profitto. Lascia che ti guardi più
da vicino. Sì, tu sei alquanto smorto, e sotto gli occhi hai un certo
lividore.... ti sentiresti male?
- No in verità, rispose il giovane
abbassando gli sguardi come un colpevole.
- Tuo zio ti ama tanto che
s'inquieta per nulla, disse Leonardo.
- Certo che io lo amo, e che voglio
vederlo felice. Non è egli mio nipote, anzi mio figlio? Non ho io incontrato la
seria obbigazione di fargli da padre? Io non mancherò, sicuramente al mio
impegno, ma tu pure dal canto tuo devi corrispondermi coll'obbedienza, colla
buona condotta, e coll'utile impiego del tempo. Via, siamo giusti. Le mie
premure fruttano abbastanza bene, e mi chiamo di te contento. E tu puoi
lagnarti di tuo zio?
- Tutto il contrario. Voi siete
buono, affettuoso, compiacente.... io non ho nulla a desiderare in casa vostra.
- Baroncello, tu mi conosci eh? Per
bacco, io non so essere rigoroso colla gioventù. Io acconsento che tu ti
diverta, ma onestamente, non a scapito de' tuoi doveri. Come ti è piaciuta la
commedia di jeri sera?
- Moltissimo.... una commedia
spiritosa, interessante....
- E soprattutto castigata e morale
quanto si può desiderare, aggiunse Leonardo.
- Va bene, ciò mi consola. Ti
raccomando di nuovo, Leonardo, l'attenzione su questo particolare. Io permetto
a mio nipote di frequentare il teatro, purchè vi si rappresentino cose conformi
ai buoni costumi. Pur troppo sento dire che oggidì molte composizioni teatrali
peccano di disonestà, e sono scuola di scandalo e di corruzione.
- Io so il mio dovere, e m'informo
preventivamente della commedia che si deve recitare. Faustino non assisterà mai
ad uno spettacolo, dinanzi al quale la virtù debba arrossire. No, sicuramente,
finchè sarà in mia compagnia.
- È una vera fortuna, caro nipote,
che io conoscessi un uomo di tanta saviezza al quale affidare la tua custodia.
Non ho voluto fin qui lasciarti praticare co' tuoi coetanei, essendo difficile
di trovare buoni compagni fra una gioventù generalmente viziata e pericolosa.
Sappi però che vo' cercando qualche giovane dabbene e degno di te per
avvicinartelo. Io so benissimo che ognuno ama di conversare e divertirsi co'
suoi eguali. Abbi pazienza, e ti sarà procurata questa consolazione.
- Finora non ne sento il bisogno.
L'amicizia e la compagnia di Leonardo mi bastano.
- Questa dichiarazione fa il suo
elogio. Non è piccolo merito quello di un uomo attempato che sappia cattivarsi
a tal grado la simpatia di un giovane, e rendersi a lui così pienamente
accetto.
Un servitore venne ad annunziare che
la carrozza era pronta. Il signor Fabio prese il cappello, salutò, e disse che
andava a visitare alcuni stabilimenti di beneficenza posti sotto la sua
protezione. Faustino, rimasto solo con Leonardo, così parlò:
- Mio zio è una pasta di zucchero,
un uomo pieno di buona fede. Quanto ti sono obbligato che lo mantieni nella sua
credulità!
- Bella obbigazione! Mi sarebbe più
grato un acerbo rimprovero. Io sono un colpevole che inganno quell'eccellente
amico col farmi complice delle tue scappate. Quando penso alla mia condotta, mi
salgono al viso le fiamme della vergogna. Non avrei mai creduto che una leggera
condiscendenza ad un tuo capriccio dovesse trascinarmi così lontano. Sempre
menzogne! Sempre soppiatterie! Dover infinocchiare che jeri sera siamo stati alla
commedia!
- Non è la prima volta che
spacciamo una tale fandonia. Anche domani faremo lo stesso.
- Questo poi no! Io pretendo che
stassera si vada veramente al teatro, oppure che si rimanga in casa.
- Leonardo! amico mio!
- Che vorresti tu dire?
- Io ardo di trovarmi con Marietta
la bruna crestaja. Sono otto giorni che non la vedo.
- No, è tempo di finirla con queste
tresche. Bisogna fare giudizio.
- Sì, sì, lo farò sicuramente, ma
per ora non posso. Le attrattive del piacere sono più forti della mia volontà.
Io capisco che è male il rompere così il freno agli appetiti, ma mi sento
incapace di resistere alla loro violenza, finchè la sazietà non venga a
rendermi facile la vittoria.
- Uditelo come ragiona, e come
difende abilmente la propria causa.
- Mio buono, mio caro Leonardo, te
ne prego. Questa sera con Marietta....
- Con nessuna, ti dico.
- Suvvia, contentami, non farmi
penare.
- Non voglio saperne, m'intendi?
- Le mie preghiere sono inutili? Or
bene, io anderò da me solo dove mi piace. Fuggirò di casa nascostamente.
- No, non commetterai questa
imprudenza. Aimè, in quale trista situazione mi ha posto la mia sciagurata
debolezza. Io sono costretto a secondarti per impedire un male maggiore.
Coll'essere teco io servo almeno a tenerti in una certa misura, e a conservare
il secreto sulla tua condotta.
- Dunque mi compiacerai?
- Sì, e Dio me lo perdoni. Forse
dovrò per te dannarmi l'anima. Tu mi fai fare di quelle cose.... hai un tale
potere sopra di me.... egli pare che tu mi abbia stregato. Il vero si è che io
ti amo grandemente, e che nulla so ricusarti, neppure ciò che è male. Ma io
credo fermamente che, passata la foga giovanile, metterai un termine a questi
disordini, e riformerai la tua vita.
- Senza dubbio, tale è il mio
proponimento. Siamo dunque intesi. Tu farai che Marietta abbia l'avviso dal
solito Mercurio.
- Ad un patto però, mio caro
Faustino.
- E quale? Udiamo.
- Che tu debba occuparti un po'
meglio dello studio. Tu non sei attento abbastanza alle lezioni de' tuoi
maestri. Che diamine, si può conciliare benissimo l'amore dei libri con quello
dei piaceri.
- Sì, sì, tu dici ottimamente. A
proposito di libri, mi hai tu portato quei tali....
- Bisognava pure che io te li
portassi per liberarmi dalle tue importunità. Eccoli. Ma non è a questa sorta di
libri che tu devi interessarti. Sono scherzi e frivolezze che servono tutt'al
più a divertire e far ridere per una mezz'ora.
- Grazie, Leonardo. Vediamo....
Novelle Galanti di Giambattista Casti.... Quest'altro?.., Convito dì
Trimalcione di Petronio Arbitro. In verità, sono curioso di leggere.... I
titoli mi promettono cose piacevoli.... Addio Leonardo, a rivederci.
- Adopera ogni precauzioni;
affinchè nè tuo zio nè anima viva ti sorprenda con quei libri in mano. Sventura a noi se ti fossero trovati in casa!
- Sii tranquillo, e lascia fare a
me. Tu sai pure che ho un nascondiglio sicuro dove tengo i miei contrabbandi.
Io sfido il diavolo a scoprirli.
Faustino si ritirò nel suo
appartamento, e lesse avidamente due novelle del Casti, infiammandosi la mente
colle lubriche immagini e colle pitture allettevoli che abbondano in quelle
pagine corrompitrici della gioventù. Quindi nascose il libro in una specie di
guardaroba, serrata a chiave, dove stavano poesie, romanzi e racconti in gran
numero, tutte sconcezze stomachevoli, tutte produzioni di laide fantasie. Vi
era inoltre una raccolta d'incisioni e di miniature le une più lascive delle
altre, un insieme di brutture degne dei costumi della Reggenza francese. Queste
porcherie di libri e di stampe erano regali che Leonardo faceva di quando in
quando all'ardente giovane, dopo avergliene con destrezza lasciato intravvedere
l'esistenza, e dopo essersi fatto pregare per concederle. Faustino aprì un
altro armadio che racchiudeva manicaretti e paste calorose, frutte macerate
nell'acquavite, bottiglie di vini forastieri e di liquori spiritosi in
quantità. Egli mangiò un pezzo di pane pepato, bevette un bicchiere dì rhum, e
poscia si sdrajò sull'ottomana a fumare un sigaro. Quell'infelice aveva
contratto tutti i vizi che istupidiscono l'intelletto e limano il corpo.
Consumato che ebbe metà del sigaro, gettò via il rimanente, e si diede a
passeggiare per la camera, pallido in volto e col capo torbido e dolorosamente
esaltato. Ebbe bisogno d'aria aperta per riaversi, e discese in giardino.
Quando un'ora dopo venne il professore di filosofia a dargli lezione, lo trovò
distratto e sbadigliante come al solito. Gli parlò delle operazioni dell'anima
in generale, e di quella del pensiero in particolare. Il discepolo ne
approfittò per volare appunto col pensiero al convegno che avrebbe luogo la
sera, e durante la spiegazione lo tenne rivolto intensamente a Marietta la
bruna crestaja. Il professore, da quel bravo filosofo che era, se ne andò
ripetendo in cuor suo: Egli è ricco, e non ha bisogno di filosofia. A me basta
che si paghi esattamente il mio lauto stipendio mensile. Così dicevano presso a
poco e con eguale rassegnazione i maestri di letteratura, di lingua inglese, di
musica e di pittura, i cui precetti Faustino ascoltava col medesimo
interessamento. Egli sentiva, è vero, di quando in quando alcuni rimorsi di
coscienza circa le sregolatezze della sua condotta. Ciò è naturale in tutti, ma
principalmente in un giovane d'indole buona, che s'informò di principj
virtuosi, e che attese più anni all'acquisto di una savia educazione. Egli
rammentava le pratiche del collegio, le massime dei maestri e quelle dei libri,
gli avvertimenti di sua madre e di tutte le oneste persone colle quali aveva
conversato, e paragonava questo complesso di bene coi cattivi andamenti della
sua vita attuale. Ma erano riflessioni deboli e passeggere, fatte soltanto in
certe ore di disgusto e di malessere dopo un eccesso d'intemperanza. Il
pretendere che egli si ravvedesse di proprio impulso sarebbe stata cosa impossibile
e fuor di ragione. Forse neppure i consigli e le ammonizioni altrui avrebbero
operato la sua conversione. Come mai persuadere un giovane a frenare le proprie
passioni una volta scatenate, e a rinunciare al piacere una volta gustato,
quando a ricercarlo maggiormente lo spinge il suo temperamento e l'opera di un
demonio che gli sta al fianco?
Fra le case situate in una contrada
remota e poco frequentata, avvene una senza portinajo, e non molto purgata
rispetto alla qualità e condotta degl'inquilini. Leonardo vi aveva preso in
affitto due camere, e fattele mobigliare decentemente, servivano di ritrovo a
Faustino colle sue amanze. Un ripostiglio praticato nel muro conteneva una
ricca provvigione di commestibili e di bevande, provvigione che veniva rinnovata
di mano in mano che si consumava. Quelle camere erano il teatro della
corruzione e delle orgie di Faustino. In esse aveva dato l'addio alla sua
innocenza. Quante ignote commozioni, e quanti arcani turbamenti vi provò la sua
anima! Quai dolci tremiti, e quali ansie dilettose! Come arrossiva il suo volto
alle carezze della prima donna da lui avvicinata! Gli inviti della voluttà
contrastavano nel giovane colle ritenutezze del pudore. Era mille volte più
bello della donna invereconda e provocatrice. Ben presto le timide esitanze del
novizio fecero luogo all'arditezza dello sperimentato. Le più belle giovani di
facile conquista si avvicendavano da un anno a' suoi piaceri, e avevano creato
in lui, ciascuna coi propri vezzi particolari, una somma d'impressioni e di
memorie, che sogliono accendere maggiormente la concupiscenza, e fare più acute
le voglie. Ad un'ora di notte Leonardo e Faustino comparvero in queste camere,
e si diedero a preparare la tavola per una delle solite cene. Indi a poco si
presentò Marietta saltellando e canticchiando una canzone. Levatasi il
cappellino e la mantiglia, lasciò vedere una chioma corvina di stupenda
abbondanza e lucentezza, e due spalle paffutelle e graziosamente tornite.
Questa creatura, di freschissima età, era il tipo della bellezza vivace,
ardente e risentita, aveva la carnagione bruna, egli occhi neri scintillanti
d'una spagnuola dell'Andalusia. Era gaja e folleggiante al modo delle giovani
perdute, e Faustino la preferiva a tutte le altre. Il lettore, se vuole, dipinga
a sè stesso questa scena colla propria immaginazione. Tre ore dopo, Leonardo
dava il braccio a Faustino, che mal si reggeva sulle gambe, e lo accompagnava a
casa, facendolo salire al suo appartamento per una scala secreta, affinchè i
servitori non lo vedessero in quello stato di vergognosa ebbrezza.
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