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VI.
Parigi è certamente la città per
eccellenza, dove l'amore dei piaceri trova uno stimolo violento, e insieme un
pascolo agevole. Tutte le seduzioni e le raffinatezze del sibarismo, tutte le
arti di allettare, tutti i ritrovati che accarezzano i cinque sensi e
riscaldano le fantasie sono colà portati al grado di perfezione. Abbiate molta
salute, molta inclinazione ai godimenti e soprattutto molto danaro in tasca, e
voi vi create a Parigi un paradiso terrestre, colla differenza però che quello
di Adamo conteneva più semplici e più innocenti delizie. Faustino serbava in
cuore l'immagine di Luigia, ma offuscata dal fumo delle dissolutezze, cui si
era di bel nuovo e con più lena abbandonato. Leonardo raddoppiava di furberia
per nascondere sempre meglio il suo ufficio diabolico d'instigatore al vizio.
Appena giunti a Parigi, egli tenne al giovane un lungo sermone morale, e gli
tracciò la linea di savia condotta che sarebbe obbligato di seguire. Principiò
col condurlo alla visita delle gallerie, delle biblioteche, dei monumenti, e di
quanto sogliono occuparsi coloro che viaggiano per osservare e per istruirsi.
Era un continuo passare da uno stabilimento all'altro, un discorrere di
archeologia, di belle arti, di commercio e d'industria; un fare annotazioni
sulle cose più interessanti e degne di memoria. Leonardo voleva annojarlo, e in
capo a pochi giorni ottenne l'intento. Faustino, che realmente credeva d'aver
fatto prevaricare quella specie di suo ajo, e che sapeva di poterlo condurre
pel naso, dichiarò che non voleva sottomettersi ai patti stabiliti senza il
proprio consenso, e che egli non era venuto a Parigi per fare la vita dello
scienziato. Leonardo finse di opporgli una forte resistenza, mise in campo i
diritti e l'autorità di cui era investito, la responsabilità che pesava sopra
di sè, i rimordimenti della coscienza, e passò perfino a parere sdegnato, e a
tenergli il broncio. Intanto le brame del giovane erano fatte dal contrasto
vieppiù ingorde ed impazienti di ritegno. Egli passava dall'umile pregare
all'imperioso volere, e finalmente Leonardo, come se cedesse a tante
importunità, gli fece alcune concessioni, che in breve si allargarono senza
misura. Faustino si paragonava in cuor suo al destriero che prende il morso tra
i denti e mena dove vuole il suo cavaliere. Le più belle cortigiane maestre
nelle blandizie, i pasti squisiti e copiosi presso i celebri ristoranti, i concerti
musicali, gli spettacoli equestri del circolo Franconi colle sue amazzoni
leggiadre, quelli dei balli dell'Opera colle sue ninfe succinte e voluttuose, e
quelli delle danze popolari piene di movenze e di abbandoni indecenti
occuparono per sei mesi lo spirito ed il corpo di lui, tanto che la sua salute
ne fu rovinata. In sulle prime Leonardo non se ne diede per inteso, e allora
soltanto che il giovane cominciò a deperire troppo evidentemente, egli aprì gli
occhi e manifestò le sue inquietudini. Parlò di riposo, di medico, di consulti
e di medicine, ma Faustino non volle saperne, e preferì di tornare in patria.
Nella stanchezza dei piaceri e nel malessere in cui era caduto gli parlava più
che mai la memoria di Luigia, e si sentiva spinto vivamente verso di lei.
Leonardo scrisse al signor Fabio, e n'ebbe in risposta una lettera che pareva
inspirata dal timore, dall'affanno e da tutti i sentimenti che prova un padre
affettuoso al quale si annunzia la malattia di suo figlio lontano. Faustino
leggendola, esclamava: Che ottimo cuore! Che uomo eccellente! Quanto mi ama!
Abbandonarono Parigi, e dopo cinque giorni furono a casa. I disagi del viaggio
avevano peggiorato lo stato del giovane, il quale scendendo di carrozza colpì
di doloroso stupore coloro che stavano ad aspettarlo. Il signor Fabio medesimo,
profondo scellerato com'era, non potè esimersi dalla compassione quando,
nell'abbracciare il nipote, lo vide squallido, sfinito, cogli occhi infossati e
colle labbra smorte; compassione che durò quanto l'abbracciamento. I malvagi e
feroci istinti prevalsero subito alla pietà, della quale non rimase che le
apparenze nella umanità delle parole e nella tristezza del volto. Il medico
dichiarò che Faustino era tisico, e pur troppo si appose al vero. Ciò che il
medico non seppe mai erano le cause della sua etisia. Il signor Fabio volle
informarlo egli stesso, come a modo di diagnosi, sulle antecedenze del nipote,
inventando falsità che potessero illudere la scienza e sviarla nelle sue
ricerche. Secondo lui, Faustino nasceva da una madre debole, e morta di
languore; il fanciullo partecipava della condizione materna, e più volte fece
temere di non sopravvivere alla genitrice. In seguito parve fortificarsi, e
venne posto in collegio, dove forse lo studio e il sistema di vita colà
praticato gli furono di detrimento. Nondimeno vi stette per lo spazio di sei
anni, abbisognando però di riguardi a motivo della sua gracilità. Quindi, nei
due anni vissuti presso di lui, suo zio, aveva preso l'aspetto del giovane sano
e robusto, con maraviglia di quanti lo conobbero nella sua fanciullezza. Ma ora
che toccava l'età fatale ai disgraziati che covano il germe della tisichezza,
era caduto con rapido progresso in tanto deperimento. Il medico fu pago di
queste informazioni, non cercò di più, e si diede a tentare la guarigione
dell'ammalato. Prima di mettersi a letto, Faustino aveva più volte riveduto
Luigia alla solita finestra, e tenuto con lei le solite conversazioni di cenni,
di sguardi e di sorrisi. Se non che gli sguardi ed i sorrisi erano diventati
malinconici da ambe le parti, ed esprimenti il dolore. Luigia si affliggeva al
vedere Faustino in quel misero stato, ed egli al vederla afflitta, e al pensare
alla propria infermità. Tutti due poi si rattristavano di un amore che fino
allora non aveva fondamento di speranze.
Già da una settimana il giovane
guardava il letto, e ubbidiva alle mediche prescrizioni. Suo zio passava molte
ore accanto a lui, e sotto la larva della mestizia e del compianto, nascondeva
un tripudio feroce. Egli spiava con avido sguardo gli andamenti del male, e a
misura che aumentava il pallore e l'infossamento delle guancie, che languivano
gli occhi e scemavano le forze della sua vittima, cresceva in lui la satanica
gioja. I tisici quasi tutti non s'accorgono di andare lentamente verso il
sepolcro. Essi sperano sempre di guarire, anche quando si trovano giunti agli
estremi. Con un filo di voce interrotta dalla tosse dicono di sentirsi bene, e
fanno progetti e assegnamenti sull'avvenire. Faustino domandò un giorno allo
zio se avesse parlato ai genitori di Luigia, come aveva promesso di fare. Il
signor Fabio non si era neppure sognato di entrare in questa pratica. Nondimeno
voleva rispondere all'infermo in modo da consolarlo, vale a dire che le sue
proposizioni non erano state disaggradite. Ma un lampo d'inspirazione infernale
fece sì che rispondesse: Mio caro Faustino, io pensava di tacerti la cattiva
novella, ma giacchè mi hai interrogato, sappi che bisogna rinunciare all'idea
di questo matrimonio. Il padre della fanciulla, col quale mi sono abboccato,
non può acconsentire al nostro desiderio, perchè una promessa anteriore lo
tiene obbligato, e sua figlia senza ancora saperlo, è destinata ad altre nozze.
Ciò mi disse colla fermezza di chi renderebbe vano ogni tentativo di farlo
piegare a nuovi consigli. Vedi quello che ti ha fruttato l'amare di nascosto e
senza prima consultare tuo zio? Non darti però travaglio, e lascia a me la cura
di trovarti una sposa. Intanto pensa a guarire, e fa di obbliare Luigia. Il
giovane pianse sommessamente e cadde in una profonda malinconia, che sempre più
aggravò la sua infermità. Quando lo zio non era in camera, egli si alzava a
stento e si trascinava alla finestra nella speranza di vedervi Luigia, ma
sempre vanamente. La fanciulla, sapendolo obbligato al letto, aveva cessato
dalle sue apparizioni, e se ancora ne faceva alcuna, era per volgere un sospiro
ed una mesta occhiata al luogo che racchiudeva l'infelice oggetto del suo
amore. Il caso fece che una volta s'incontrarono, e fu l'ultima. Luigia rimase
quasi tramortita, giunse le mani, e guardò il cielo in atto di dolore e di
supplicazione. Erale parso di vedere un cadavere che si movesse. L'amore e la
pietà fecero al suo animo un crudele assalto, e non permisero che avesse lo
sfogo del pianto. Faustino la guardò con occhi semispenti che più non potevano
esprimere ciò che sentiva, alzò la mano scarnata per fare il cenno di
salutarla, e poi con estrema fatica ritornò a coricarsi. Indi a poco entrò in
camera Leonardo, che soleva visitarlo almeno due volte al giorno. Egli avrebbe
voluto non più mostrarsi al letto di Faustino, ma bisognava che sostenesse fino
al termine la parte di amico premuroso e affezionato. Ad onta della sua estrema
perversità e del sangue freddo con cui aveva consumato un lungo e barbaro
delitto, non poteva vedere con indifferenza gli effetti spaventosi dell'opera
sua. Quel giovine sì bello e florido poc'anzi, da lui ridotto come scheletro,
eragli uno spettacolo increscioso e svegliatore di rimordimenti. Non si dà uomo
tanto perverso e fracido nelle colpe, che non oda in certi momenti qualche
rimprovero di coscienza. Leonardo cercava di tranquillarsi col pensare: In fine
dei conti non è poi una morte dolorosa la sua. Io non gli ho cacciato un
pugnale nel petto, ma dolcemente l'ho condotto alla tomba sopra un sentiero
sparso di rose.
- Come va, Faustino mio? gli
domandò inchinandosi sopra di lui, e posandogli una mano sulla fronte che
bolliva di febbre.
- Mi sento un poco debole, ma del
resto non c'è male, rispose l'infermo con languida voce. Che ti pare del mio
aspetto?
- A dirti la verità è tristo, ma lo
era di più i giorni passati. Mi sembra che l'occhio sia meno appannato, e le
labbra meno scolorate. Questi sono buoni indizj. Coraggio, amico mio, e
guarirai.
- Voglio sperarlo. Alle volte però
mi cade l'animo, e penso che mi sovrasta la morte.
- Malinconie!. Il mio presentimento
è che tu debba scamparla.
- Tanto meglio, caro Leonardo.
Allora io farò una vita ben diversa dalla passata, e metterò in opera le
riforme che ti aveva promesse. Intanto comincerò con un atto, che mi gioverà
egualmente se vivo come se muojo, e tu sei incaricato di eseguirlo. Domani
farai sparire per sempre i libri, le stampe e le bottiglie che tu sai, e queste
sono le chiavi dei ripostigli. Mi farai il favore?
- Certamente, rispose Leonardo
mettendosi una mano sul petto, e pigliando coll'altra le chiavi. Entro domani
non vi sarà più traccia di quelle cose.
- Sono contento, e ti ringrazio.
Vivendo, non avrò più tentazioni in casa, e morendo, non lascierò le prove
rivelatrici de' miei peccati nascosti. Ah, Leonardo, io mi persuado che l'abuso
dei piaceri è la vera causa della mia infermità. I medici non sanno e non
indovinano niente.
- Essi però ti curano bene, come se
sapessero e indovinassero tutto.
- Ah, perchè non ho ascoltato le
tue ragioni! Perchè mai ti ho costretto a fare la mia volontà! L'amore che tu
mi portavi ti ha chiuso gli occhi e reso incapace di resistermi più fermamente.
Ma io ti assolvo della tua condiscendenza, e mi accuso come il solo colpevole.
Quando sarò guarito, non avverrà più che tu debba secondarmi nelle mie
intemperanze, perchè non voglio più commetterne. Le sensualità, alle quali mi
sono abbandonato, non meritano il nome di piaceri, ma producono il disgusto ed
il dolore. Ah, i veri piaceri sono quelli di un amore virtuoso e conducente ad
una santa e stabile unione. Io mi prometteva di gustarli, ma la fortuna mi è
stata contraria al loro conseguimento. Tu non sai che Luigia è destinata ad
altri.
- Vi è luogo a sperare ancora.
- Che dici?
- Tuo zio non ha fatto il
ragionamento che fo io. Potrebbe darsi che il padre di Luigia, quando la saprà
innamorata di te, cambiasse consiglio per non renderla infelice. Bisognerà pur
vedere il grado di resistenza che opporrà la fanciulla ad un matrimonio contro
suo genio. La resistenza io credo che sarà grande come l'amore che ti porta. La
speranza dunque non ti abbandoni.
- Ah, quanto mi consolano le tue
parole! Rimane a vedersi se io guarirò.
- Senza dubbio tu guarirai. Nutri
soltanto la fiducia, e tieni l'animo in calma.
- Sappi che l'ho veduta un momento.
- Chi?
- Luigia.
- Dove? Quando?
- Alla finestra, poco prima della
tua venuta. Io fui capace di discendere dal letto, e di condurmi fin là.
- Imprudente! Io dovrei sgridarti
per lo sforzo e per la commozione che avrai sostenuto, ma sarebbe inutile dopo
il fatto. Or bene?
- Or bene, ci siamo guardati e
salutati colla più grande passione. Aimè, quale angoscia il non poterci veder
più da vicino, e dirci più chiaramente quello che proviamo di piacere e di tormento.
Se avessi alcun che di lei, una sua memoria da tenermi sul cuore!
- Viva il cielo, te la procurerò
io, esclamò Leonardo, come colpito da un'idea felice. Era l'idea di
confortare,con una dolce illusione gli ultimi giorni di Faustino. Era un nuovo
suggerimento della coscienza e della pietà che tardi e debolmente si
risvegliarono. Egli prese le forbici e tagliò una ciocca di capegli del
giovane, soggiungendo: Luigia riceverà questi tuoi capegli, e ne darà
altrettanti de' suoi.
- Sarebbe mai possibile! disse
Faustino animandosi per quanto gli era concesso, e mutando il pallore del
cadaverico volto in una rosea tinta leggiera. Sarebbe mai possibile questo
ricambio! Come riuscirai ad effettuarlo?
- Mediante la cameriera di Luigia,
che io conosco e che saprò interessare a favorirci.
Il giorno dopo Leonardo si presentò
al letto di Faustino con una ciocca di capegli biondi soavemente profumata e
ravvolta in finissima carta. L'anima e le forze vitali del giovane si
distribuirono nelle mani, negli occhi e nelle labbra di lui, che tenevano,
guardavano e baciavano quel tesoro. Povero ingannato! Povero trastullo dei
malvagi anche sul limitare della fossa! Ma di quest'ultimo inganno poco
importa; egli non sentivasi per ciò meno felice. Egli credeva di possedere e baciare
i capegli di Luigia, e tanto bastava a procurargli una gioja immensa. Il fatto
sta che quei capegli appartenevano ad una delle giovani svergognate che avevano
contribuito alla sua rovina. Questa baratteria, questo burlarsi dei sentimenti
di un moribondo era cosa degna del tristo e fraudolento Leonardo. Se non altro
Faustino aveva un talismano che serviva a mantenerlo nella gemina speranza
della sua guarigione e delle sue nozze con Luigia. Eppure al misero non
restavano che pochi giorni di vita. I soccorsi dell'arte non potevano più nulla
per lui; i medici avevano già dato la loro sentenza, e lo visitavano ormai per
solo atto di formalità. Il signor Fabio pareva costernato, e ordinava preghiere
e tridui nei santuarii della città, onde impetrare il risanamento del nipote.
Il manigoldo prendeva a gabbo anche il cielo, domandandogli un miracolo che mai
non avrebbe voluto ottenere. Una sera sullo scorcio di ottobre Faustino spirò
senza agonia e così tranquillamente come se si fosse addormentato. Tutti gli astanti
piangevano quella morte immatura e compassionevole. Chi lo crederebbe? Anche le
lacrime del signor Fabio e di Leonardo erano abbondanti, e quello che più fa
stupire, erano sincere e spremute da una specie di dolore. Ciò ricorda il detto
volgare che il coccodrillo uccide e poi piange le sue vittime. Egli è vero che
il loro dolore finì prestissimo, ma ripetiamo che non era una finzione. Non si
può ridere internamente, nè simulare il pianto che per la morte di un nemico,
di alcuno che si odiava. Il signor Fabio e Leonardo non erano punto nemici di
Faustino, nè gli portavano il più piccolo odio. Anzi possiamo dire che lo
amavano alla lor maniera. Con tutto ciò si sarebbero guardati bene dal
desiderarlo risuscitato, e molto meno guarito. La sua morte fruttava a Leonardo
il premio di cinquantamila lire, e al signor Fabio l'eredità di capitali, case
e terreni per due grossi milioni. Egli era il solo parente di Faustino.
I funerali furono solenni per
numeroso corteo e profusione di ceri. Oltre un centinaio di preti, vi
assistevano gli individui di molte confraternite e case di beneficenza. Il
signor Fabio fece distribuire elemosine ai poveri della parrocchia affinchè
pregassero per l'anima del defunto. Fra la moltitudine accorsa nella chiesa
addobbata di nero, si vedeva Luigia e la sua governante inginocchiate in una
cappella appartata. La giovinetta gemeva secretamente e nascondeva sotto il
velo le sue lacrime acerbe. Povera angioletta! Povero cuore sensitivo e piagato
d'infelice amore! Quanti affanni, quanti sospiri, quante notti insonni! Abbi
pazienza, creatura bella, e il tempo apporterà rimedio al tuo penare. A poco a
poco la memoria di Faustino sarà cancellata; non andrà molto che tu accenderai
un altro amore, e quello non sarà infelice.
Sul monumento funebre di Faustino
sono registrate le ottime qualità che aveva perdute, e le virtù di cui non
possedeva che i germi isteriliti per colpa de' suoi esecrabili pervertitori.
L'epitaffio dice che lo zio amava il giovane con affetto paterno, e che il
dolore della sua perdita sarà inconsolabile. Generalmente parlando le
iscrizioni mortuarie non meritano gran fede, ma come non credere a quella
dettata dal signor Fabio sul sepolcro di Faustino? Come dubitare del suo amore
verso il nipote, e della sua afflizione per averlo perduto? Questi sentimenti
non possono essere finti in un uomo che professa la virtù, e che possiede la
stima de' suoi concittadini. Così nessuno li revoca in dubbio, e tutti prendono
parte al suo cordoglio.
Leonardo ha portato a casa le sue
cinquantamila lire in tanto bell'oro, e non vede più il signor Fabio, se non
quando lo incontra per caso. Di giorno egli è passabilmente allegro, ma la
notte si addormenta a stento, e fa dei sogni paurosi. Alle volte gli appare il
fantasma di Faustino che lo minaccia, e gli domanda conto del governo che ha
fatto di lui. Leonardo si risveglia tutto sudato, si frega gli occhi e si
lamenta della brutta visione. Per consolarsene, accende il lume, apre la cassa
del tesoro, e colle mani e cogli sguardi si procura sensazioni e pensieri
gradevoli.
Il signor Fabio egli pure stenta un
poco a prender sonno, ed è visitato qualche volta da due larve importune. Che
avete voi fatto di mio figlio? gli grida la cognata. Era questo l'amore che mi
portavate? gli grida il nipote. Cento altri rimproveri gli fanno udire quelle
povere anime tradite. Il signor Fabio si desta di sbalzo, si mette a sedere sul
letto, ed eccolo già tranquillo dal momento che si è accertato non essere
quello che un sogno. Di giorno egli è troppo distratto dagli affari, e non ha
tempo di pensare al suo assassinio. Ora per giunta si occupa ad effettuare il
suo progetto di nobilitarsi, e di passare a seconde nozze con una ricca
gentildonna. Ah, signor Fabio, che altro manca alla vostra felicità?
FINE.
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