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Paolo Bettoni
Tre racconti sentimentali

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  • UN AGNELLO FRA DUE LUPI   RACCONTO   DI   PAOLO BETTONI
    • III.
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III.

 

Un bellissimo fanciullo di quattordici anni piangeva un giorno al letto di sua madre mortalmente inferma, la quale tenevagli il capo fra le mani, e con voce affievolita gli diceva: «Mio diletto figliuolo, io ti ho chiamato dal collegio per darti la mia benedizione, e farti udire le mie ultime parole. Fra poco tu perderai la madre, come già perdesti il padre, e resterai orfano sulla terra. Bisogna rassegnarsi alla volontà di Dio. Fatti cuore, e preparati alla nostra separazione in questa vita per unirci un giorno eternamente nell'altra. Abbi cara la mia memoria, e dammi prova del tuo amore seguitando innanzi nella via della bontà, dello studio, e della pratica de' tuoi doveri, come hai fatto finora. Così mi compiacerò dal cielo, vedendoti incamminato ad essere un uomo distinto, riputato e utile alla tua patria. E voi, cognato mio, continuò volgendosi ad un uomo che stava lì presso in atteggiamento da contristato, voi che siete il fratello di suo padre, abbiate cura di lui, vegliate sulla sua educazione e sul suo avvenire. Io vi trasmetto i diritti e l'autorità che la natura e le leggi consentono ai genitori. Assumete la sua tutela, tenete presso di lui le mie veci, e adempite le speranze che ho poste nella vostra bontà e nella vostra onoratezza.» L'uomo contristato rispose che sarebbero compiuti i di lei voti, e che egli avrebbe avuto pel nipote l'amore e le sollecitudini d'un padre. Intanto singhiozzava e asciugavasi gli occhi col fazzoletto. Il giorno dopo la povera madre morì, e il fanciullo col cuore ingruppato ritornò in collegio a compiervi i suoi studj. Non si dà al mondo creatura più interessante e più cara di un giovinetto orfano, che abbia un'anima sensitiva ed un volto grazioso sul quale viene a dipingersi la mestizia del suo sentimento di solitudine e d'abbandono. Anche in mezzo alle distrazioni e ai trastulli co' suoi compagni si vede in lui dominare una certa calma malinconica, la quale ammorza l'impeto e la naturale baldanza della sua età. S'indovina in lui lo sventurato, cui sono mancate le carezze e l'amore dei genitori, e siamo mossi a vivamente compiangerlo. Tale era appunto Faustino, il quale sentì in sommo grado la perdita fatta, e per lungo tempo non seppe darsene pace. Dotato di molto ingegno e d'indole soave, volonteroso dello studio, sussidiato da buoni maestri, e memore delle raccomandazioni materne, andò crescendo nella gentilezza, nell'istruzione e in tutti i pregi che rendono amabile e degno di stima un giovinetto. I superiori, i condiscepoli e quanti lo conoscevano, gli portavano affetto, e si promettevano di lui le sorti più liete. Egli splendeva d'una rara bellezza, diremmo quasi femminile, se il suono della voce, alcuni tratti caratteristici del volto, e la nascente lanuggine del mento non avessero attestato il contrario. I suoi occhi ammirabili nuotavano in un fluido etereo di dolcezza e insieme di vivacità, ma celavano ancora l'eloquenza e l'ardore che le passioni sogliono far nascere più tardi. Questo essere prezioso, questo tesoro di purità e d'innocenza, toccato il diciasettesimo anno, passò dal collegio alla casa del suo tutore e zio insieme. Costui, secondo le leggi divine ed umane, secondo i dettami del dovere e della coscienza, secondo gl'impulsi della ragione e dell'onestà, e finalmente secondo la voce della natura e dell'amore, avrebbe dovuto penetrarsi del suo importante ministero, e vegliare gelosamente sul sacro deposito a lui affidato. Avrebbe dovuto continuare a compiere l'educazione di Faustino, sviluppare in lui maggiormente i doni dell'intelletto e del cuore, circondarlo di savie persone, allontanarlo dai pericoli di seduzione, e iniziarlo prudentemente alla pratica del mondo e all'esercizio delle acquistate virtù. Che ha egli fatto invece? No, non potrebbe nessuna mente umana concepire un bastevole orrore di ciò che ha fatto il signor Fabio, come nessuna lingua umana potrebbe a sufficenza manifestarlo. Faustino è caduto dal cielo all'inferno, e dopo un anno di soggiorno in casa dello zio, non è quasi più riconoscibile. Egli ha perduta l'aria candida, lo schietto sorriso, la tinta florida e virginale del volto che formano il più bell'ornamento della giovinezza. I suoi occhi non brillano più di quella luce viva e pura che tanto seduceva, ma errano come incerti e smarriti da un oggetto all'altro, e qualche volta pajono tocchi da stupidità. Alla scioltezza ingenua del contegno e delle maniere successero la titubanza e l'impaccio. La sua immaginazione è contaminata come il suo corpo; egli è caduto in balía del vizio. Appagare i sensuali appetiti, ubbidire ai lenocinj del piacere, ecco il suo struggimento. Egli presta appena un'attenzione di convenienza ai maestri che lo zio gli ha procurati per rispetto del mondo, e per salvare le apparenze.

 

 

 




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