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Alberto Cantoni
Scaricalasino

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  • II.
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II.

 

Il pittore fece scorrere avanti e indietro le dita sull'altra palma (come se fossero pennelli bisognosi di acquistare un poco di elasticità) e rispose alla brava come appunto soleva dipingere:

— Chi vale qualche cosa a questo mondo non ha diritto di essere permaloso, mi pare, eppure mia moglie, non priva di buone qualità, è tanto suscettibile per amor proprio, che talvolta non ci si può reggere, nello stesso modo come io sono nato dispettoso gratis, cioè senza nessuna scusa, perchè, avanti di sposarmela, non aveva mai avuto intorno chi tirasse i dispetti come li tira lei, che se la prende a quella maniera. Or che avvenne di noi così appajati? Che io mi servii di mia moglie e delle sue virtù, quando ebbi necessità di rivalermi su qualcuno delle birbanterie del pubblico e dei colleghi, per non dire dell'arte. Questa mia morbosa voluttà di farla inquietare non poteva non aggiungere nuovo alimento al suo fuoco sacro, ed essa divenne così vendicativa, da far diventare permaloso anche me, che non lo ero minimamente. S'intende nelle grandi occasioni, quando si faceva a buono e quando essa, preso l'aire delle offese e delle invettive, non si quietava più, neanche se le avessero tirato il collo. Così pestato, pensava fra me e me: «Come!! Lei se ne ha a male per dei dispetti, ed io non dovrei risentirmi di questi colpi di mazza?» Ed eccomi col ceffo per dei giorni interi, mentre essa, lietissima di essersi sfogata, mi girava subito intorno fresca come una rosa, e più tenera che mai quanto più mi vedeva dar giù col tempo, per effetto delle botte che mi aveva dato. Non c'è bisogno di dire che, a forza di esperienza, avevamo scoperto a vicenda il nostro reciproco lato debole, e che ce ne servivamo sempre: lei cimentandomi dove più mi tengo, cioè nelle mie belle qualità di cittadino e di gentiluomo, ed io punzecchiando continuamente le sue stitiche e meticolose caricature di puritana e di massaja. Notare che essa, quando andava in furia, soleva diventare più brutta dell'affitto di casa, e che io mi guardava bene dal dirglielo, perchè sapeva che non gliene importava nulla, almeno allora, nello stesso modo come essa si guardava bene dal vituperare l'artista in me, perchè si era accorta che io non soglio avere una grande opinione della mia opera mai mai, nemmeno quando sto in lite con tutti, e massimamente con lei. Or bene, una volta, fosse colpa mia, o sua, o d'entrambi, le cose andarono tant'oltre, che io mi aspettai di rimanere ingrognato e mal vivo per un mese almeno, quando.... vedete se anche l'orrido non ha la sua ragione di essere!... quando gli occhi mi caddero sopra un giornale arrivato poco prima e rimasto a presenziare degnamente la nostra battaglia! Dio santo che roba! Fu subito come il guizzo di una pila, che mi schiantasse mezzo, e fu poi come un brivido sordo per tutto il corpo, che durò parecchi minuti e che spazzò via, in men che non si dica, tutte le lividure che mi aveva.... inferto mia moglie colle sue carezze. Ogni cosa era andata in dileguo, per non dire che mi era sparita dalla memoria, e tutto per la santa opera di una vignetta di quel giornale. Rappresentava — ve lo dico presto perchè voi non siete irati con nessuno, almeno adesso, e vi basta qualche cosa di approssimativo — una povera donna mancante affatto degli stinchi e degli avambracci, la quale camminava carpone colle mani ai gomiti e coi piedi alle ginocchia, come se fossero state quattro zampe effettive, e che ricoperta fin sulla fronte, fin sotto gli occhi, di naturale e nerissima peluria, dava la più completa rappresentazione di un fenomeno prossimo ad arrivare.... un bel fenomeno per dir la verità: la donna-orso. E c'è chi paga per andar a vedere! Quasichè non bastassero le diavolesse come la mia! Non era la prima volta che quel giornale usciva fuori con delle Erinni, o delle Parche, o delle Arpie (forse per far valere, mercè del contrasto, l'abituale e graziosa scelta dei suoi disegni) ma erano cose mitologiche o fantastiche, e come tali potevano passare. Questa volta invece si trattava di cosa vera, o data per vera, e questa volta il giornale aveva passato il segno. Povera la donna incinta che avesse fermato gli occhi all'impensata su quella grazia di Dio! Ma io me ne giovai, unico forse fra molte migliaja di lettori, e mia moglie, che mi aveva lasciato poco prima colla dolce lusinga di avermi disteso a terra per un bel pezzo, e che mi ritrovò poco dopo quando io, smaltito il mio atroce patimento artistico, me ne era già ritornato più in ghingheri di lei, mia moglie fu per non credere ai suoi occhi, e confessò candidamente che gliene dispiacque parecchio. Ma io non le dissi nulla e solamente mi proposi di trattenere in seguito la mia scellerata parlantina, non tanto per non fare arrabbiare lei senza ragionepovera agnella! — quanto per non dover ricorrere di nuovo a quello spaventoso contravveleno, subito nascosto e messo in serbo espressamente. Se sapeste che buon diplomatico son diventato! In diciotto mesi non mi è accaduto di dovere sbirciare quel giornale che una volta sola, e fu quando mia moglie, in un giorno di luna sua, e bisognosa per conto proprio di pigliarsela con qualcuno, scelse me a preferenza della serva, ed arrivò a darmi del gesuita e a dirmi che io non la tormentava più coi miei dispetti, perchè mi era accorto che la sua mite rappresaglia le faceva bene. Buon pro, ma se non ci cado per disgrazia, sta fresca anche lei se spera che io la stuzzichi apposta! Ho finito. Dove volete trovare un marito più moderno, più americano di me colla mia cura omeopatica? Altrettanto sbrigativa quanto giovevole. Una specie di serviziale estetico, applicato agli occhi, troppo ghiotti della bellezza eterna, e adoperato una volta tanto a lavacro e disinfezione dello spirito. Se non sono moderno io, chi è? Nessuno. E non solamente per voi tutti, ma anche per mia moglie, benchè essa ignori affatto il mio mistico.... rivulsivo. Mi spiego. Che il mondo sia sempre stato battaglia, e che i pesci grossi abbiano sempre mangiato i piccoli, è cosa risaputa e passata in giudicato: fu soltanto ai tempi nostri che la lotta è stata divisa in categorie, in riparti messi diligentemente sott'olio, perchè non se ne perda neanche una goccia. Abbiamo però aggiunto alla lotta per la vita quelle di classe, di razza, di concorrenza, del diavolo che se le porti tutte. Ultima a comparire nel catalogo è venuta la lotta dei sessi, ed è per questo che io devo figurare per moderno, anche nei rapporti colla mia consorte. Direte che io soleva prendere l'offensiva, ed è vero, ma mi contentava di piccolezze, d'incidenti di frontiera, come ora si dice, e se la difesa le faceva tanto bene, come ha confessato poi, doveva seguitare ad ingrassare mediante la moderazione, e si sarebbe stati contenti in due. Fu il suo palese eccesso, fu il suo palese abisso che hanno invocato l'abisso mio, cioè la mia segreta esorbitanza di armamenti, ed è però sua colpa se il gran cuore di un artista si è increspato alla moderna e non è più quel di prima. —

Qui gli astanti, meno Pio, furono tutti presi da un grand'accesso di tosse.

— Non c'è tosse che tenga! Sissignori. Il mio gran cuore di artista. Me lo sento.... cioè me lo sentiva da me. —

Gli altri ruppero cinque lancie in pro dell'assente signora, e commentarono tutti insieme e con tanto impeto la loro tosse, che neanche la stenografia avrebbe potuto registrare ogni cosa, nonchè la storia.

Per la storia basta dire che Pio tese la mano al pittore in segno di ringraziamento, e che poi il Consigliere prese la parola di moto proprio per dire ai giornalisti:

— O ragazzi! Voi avete preso tempo fino a domani, forse per profittare del nostro ritorno in omnibus, ma non avete pensato che in sette non ci si sta, a meno di prendere Molière sulle ginocchia, perchè è piccolo. D'altra parte io non voglio parlare davanti a voi tre, perchè i giornalisti possono essere amici vecchi o nuovi non importa, ma amici discreti non diventare mai. Voglio trovarmi col solo Pio, senza testimoni importuni.

— E tu va a cassetta a fare il trio col vetturino. O non ti fidi neanche di costui?

— Sì, del vetturino sì. E Pio verrà dentro a metà viaggio, e dopo seguiterete voi. Lo so, lo so che siete moderni anche troppo, e non m'importa niente di sapere come. Io resterò fuori a prendere il fresco fino a Bologna.

Belle cose per domattina! — rispose Pape — ma adesso con quel pasticcio e col fenomeno del pittore, manca l'aria. Post coenam ambulabis. Esciamo. —

Detto fatto. Appena fuori del tiro, cioè delle orecchie della signora Rosina, Pio si fermò a raccogliere intorno a tutta la brigata, e disse:

— Avete visto che sono stato docilissimo tutta sera; ora tocca a voi ad essere ospiti miei, e vado ad ordinare un poco di zabajone in quel piccolo caffè che vedete vuoto. Passeggiate pure che vi raggiungo subito, e pensi intanto il chirurgo — l'unico rimasto fuori del programma — a favorirmi qualche cosa di suo. Avete?

— Altro se ho!

Bravo. Con permesso! —

Pio tornò presto e tutti poi, dopo un quarto d'ora di passeggiata, si trovarono a sedere in cerchio nel sacro ostello della Verità.

Lo zabajone dava dei punti al pasticcio e Domenichina, o umiliata del suo trionfo, o messa in soggezione dai sette peccati mortali, in forma dei suoi nuovi ed importantissimi clienti, smise di correre qua e colle braccia aperte, e sedette dietro il banco ad ascoltare ogni cosa.

Il chirurgo, come abituato nei momenti importanti a non essere udito che dai suoi soli assistenti, si mise a parlare a bassa voce e disse:

Settantasei giorni sono (dico giorni ma mi sembrano settantasei mesi) mi è capitato un bel caso, anzi troppo bello, nella persona di un povero vecchio della campagna, portato a braccia dai figliuoli per essere operato. Non gli mancava che di chiudere gli occhi, eppure non apriva la bocca che per domandare la operazione. Vi ho a dire di che si trattava?

— No, è inutile, ci fidiamo per caritàrisposero gli altri in coro, non escluso Pio.

— Difatti mi ci vorrebbe un pezzo e poco ci capireste per fortuna vostra. Vi basti di sapere che il mio Principale stava allora girando nelle Università dell'estero, dove era accolto come un principe di nostra scienza, e che la responsabilità incombeva tutta sopra di me. Qualche cosa di simile, ma di meno astruso, non era stato tentato che in America, ed in soggetto più giovane e non punto ridotto al lumicino come il mio. Se il mio maestro fosse stato presente e non mi avesse fatto che un piccolo cenno della mano, mi ci sarei messo colla miglior voglia del mondo, guardando la malattia e niente affatto il malato, o se pure lo avessi guardato, sarebbe stato unicamente per sentirmi coperto anche dalla sua volontà, così insistente e così precisa. Ma solo, solo con lui e coi suoi figliuoli e con Domeneddio per giudicarci a tutti! Che ore ho passato a pensarci su tutta la notte! È stato come se avessi due uomini, uno molto mite e l'altro molto aspro, che mi ragionassero insieme nel capo, senza che io ne perdessi una parola, e che i due si atteggiassero a un di presso in figura di Caino e di Abele. Diceva quest'ultimo: «Ma abbi pietà del tuo prossimo, almeno una volta: vorresti essere operato se tu fossi in lui? Ti muore sotto le mani! Capisco che morrebbe presto egualmente e che tu intanto lo puoi addormentare, ma lo svegliarsi, e tu lo sai, è talvolta più penoso delle stesse ferite, per coloro che campano. Lascialo morire in pace.» E Caino di rimando: «Bella pace! Non fiata altra parola che per domandare la operazione e tu non gliela vuoi fare? È un caso nuovo, o quasi, e se anche ti muore sotto, egli non ci rimette niente, e tu imparerai per un'altra volta, con un secondo soggetto meno disfatto di questo. Vuoi guardare ad un solo nella tua professione? Guarda a tutti, ed anche a te, al tuo amor proprio, dato che ti riesca di farlo respirare un solo paio d'ore dopo di averlo svegliato. O che gli operatori operarono mai altrimenti, specie la prima volta? Va a mettere dei pannicelli caldi se vuoi che non ci sia pericolo!» S'intende che io passai la notte a rampognare quando l'uno e quando l'altro dei due, per poi alzarmi che mi pareva di essere briaco fradicio. L'ammalato non cessava di chiedere e Caino vinse la prova. Operai. Operai come invaso dal furore dell'arte mia, per istinto, per suggestione, quasi incosciente di tutto, fuorchè dei miei ferri, che erano diventati parte integrale di me, per non dire la più viva parte; operai presto, operai bene. Il malato non mi morì sotto le mani, non durò un solo paio d'ore a forza di ossigeno e di respirazione artificiale.... anzi questa mattina era vivo ancora. I giornali tecnici hanno tutti registrato la mia opera, che essi chiamano la mia trovata, e taluno ha già proposto di darle il mio nome. Eppure sono settantasei giorni che Abele non si lascia sopraffare dagli sghignazzamenti di Caino ed ogni tanto mi dice: «Hai visto a farlo durare di più? Camperà ancora, niente di più facile, ma ti pare che stia meglio di prima? Ha perduto l'occasione della morte imminente, e seguita a soffrire per la gloria tua. Sei soddisfatto?» No che non sono, a malgrado della mia fortuna. E se mi capita il secondo soggetto, preconizzato da Caino, voglio prenderlo a calci nel sedere.

— Chi? Il soggetto?

— No. Caino. Voglio tener più conto delle condizioni generali. Voglio guardare se la malattia non abbia già tanto minato l'intero organismo, che il ritardare la morte non diventi quasi un mezzo omicidio. Voglio essere moderno a metà, non del tutto.

— Che intendete di dire? — chiese Pio.

— Che noi moderni stiamo ad origliare il battibecco di Caino ed Abele più assai degli antichi, ma non è per altro che per poter dire di aver ben divisato e l'una e l'altra ragione: viceversa facciamo più assai il comodaccio nostro, quasichè l'attuale maggior cura della nostra coscienza non dovesse servire ad altro che ad eliminarne gli scrupoli. Pare anzi che ci affanniamo a coltivarli prima amorosamente ed artificialmente, questi scrupoli, per il solo solissimo scopo sottinteso, se non espresso, di badarci meno poi, quando sbucheranno dai precordi a peccato fatto. Ma ora andiamo a letto che è tardi. Ho speranza che l'aria fine di questi colli mi dia il sogno delle mie notti migliori da un pezzo in qua.

— Che sogno? — domandò Pape.

— Che il vecchio se ne sia andato al Creatore. Oh il gran respiro che darei domani se fosse vero!

— Non gli basta di avergli salvato la vita; vuole anche che muoja presto per il discarico suo! — seguitò Pape scandalizzato. — Che ne dice quella brava giovane che ha ascoltato ed ascolta così attentamente? —

Domenichina, côlta in flagrante, avrebbe voluto scusarsi in qualche maniera, ma Pio le venne in ajuto dicendo forte:

Lasciatele per noi cittadini queste cose, e pensate a fare sempre i vostri zabajoni come quello che faceste per noi.

Sissignore. Procureròrispose quella con una occhiata di gratitudine verso il solo Pio. — Felice notte a tutti. E buoni sogni di vita e non di morte. —

I giovani se ne andarono scappellottando il chirurgo, come per dire che l'ultima stoccata era stata per lui.

Pio, che doveva dormire a terreno, entrò il primo nel suo sottoscala, e udì uno per uno i passi degli altri sei, che gli salivano sopra la testa come se gliela volessero pestare.

Brave Muse mie! — pensò. — Seguitate pure che forse qualche cosa mi entrerà. Basta che mi svegli prima di voi, domattina, per congedarmi affatto solo dalla Musa massima. —

Difatti, allo spuntar dell'alba, era già in piedi e Domenichina, mesciutogli il caffè, gli sedeva accanto fuor della porta, per prendere una boccata d'aria in compagnia.

— E così? Che vi è sembrato di quel chirurgo?

— Non saprei. Non ho potuto capire se sia un uomo buono che non voglia essere, o un cattivo che non voglia parere. Ho sentito parlare ancora di persone deboli tentate dal demonio, e di persone dure giustamente tribolate dai rimorsi, ma quell'intruglio di tre anime in una sola, e quegli scrupoli di coscienza coltivati avanti per non pensarci poi, mi pajono cose dell'altro mondo. Che si possano dare?

Perchè no? Egli non aveva nessuna ragione di mentire meco. Lo aveva pregato io medesimo di sbottonarsi e di dirmi come è fatta secondo lui la gente del nostro tempo, per metterla tale e quale sul teatro.

— Sul teatro vuol mettere gente così? Come vuol fare? Bisognerebbe adoperare la testa del chirurgo come se fosse un piccolo casotto da burattini e, scoperchiatala in alto, farne uscire Caino ed Abele a darsi delle legnate, mentre egli, il chirurgo, desse torto a tutti due, nonchè a stesso. Che babilonia! Io ho sentito, oltre a Sansone, Giuditta, Nabucodonosor, Bianca e Fernando, il Passatore, Guerin Meschino agli alberi del sole, ma non mi sono mai imbattuta in nessuna marionetta che facesse tre parti in commedia! Fasolino bensì voleva tradire una volta, è vero, ma se anche le sue parole erano melate, si sapeva benissimo che il suo pensiero era fermo nell'idea del tradimento, e lo diceva chiaro e tondo quando non era udito. Così invece pajono tre impostori in un solo.

— Allora ditemi di voi.

— Di me?

— Sì, di voi. Ditemi quando è che vi sentite diversa da quello che sareste stata in altri tempi.

— Come posso sapere che non c'era? Si dice che una volta avevano più buona fede e più religione: se fosse vero, i vecchi ne dovrebbero dare la prova, ma non la danno, perchè c'è di tutto in tutte le età!... Cioè, piano, piano, andiamo adagio. Sì perdinci che ho una cosa nella quale mi trovo diversa da quel che sono i miei coetanei: cioè nella simpatia che sento io sola per l'antico nome del nostro castello. Come se tutti se ne vergognassero senza dirlo, fors'anche senza pensarlo, ed ognuno, così non volendo, facesse quel che può per barattare le carte in mano, e non da ora soltanto.

Brava. Appunto il nome vecchio. Anche il vetturino mi ha detto di non capirci nulla.

Sfido! È bolognese, e cosa vuole che sappia lui, se mi ci confondo io, che sono nativa della terra? Pare che anticamente il comune si chiamasse Scaricalasino e il castello Monghidoro, e che poi, poco alla volta, il primo nome sia stato confinato in queste sole quattro case, per poi snidarlo col tempo anche di qui, e rimanere al più presto coll'unico nome di Monghidoro, tanto per l'intero come per la parte, tanto per l'uscio come per la toppa. Che puzza! Che aristocrazia! E tutto per uggia di quel povero somarello che stava dentro così bene nel nome vecchio, e che pareva fatto apposta per acquistarci la simpatia del mondo intero. Non sarebbe il medesimo che dare un nome nuovo a Bologna, perchè il vecchio se la dice con rogna, con vergogna e con carogna?

— Che facilità di rima! — pensò Pio, riandando amaramente la fatica durata a mettere insieme un unico proverbio in versi martelliani.

— E poi veda! — seguitò Domenichina. — Cosa guardano adesso i medici appena che prendono delle malattie? L'acqua subito, è vero o no? Or bene, l'asino, da quando è stato creato, ha dato sempre il buon esempio: voglio dire che è stato sempre difficilissimo a contentare per l'acqua, e l'asino è un asino. Non noi che abbiamo aspettato tanti secoli. Che ingiustizia! La nobiltà anche nelle bestie è mal distribuita! Metta che anticamente avessero detto e scritto Scaricacavallo e nessuno avrebbe fiatato! Povero ciuchino mio, marcia e sparisci, vittima della boria umana, che nemmeno si è avvista di quello che ha già fatto, e non si avvede di quello che farà.

— Tutto questo viene a dire che voi vi scostate dai più prossimi vostri compaesani, per andarvi a rifugiare coi fondatori di Scaricalasino.

Appunto. Come mi trovo bene allogata, dica la verità. Non si sa nemmeno dove abbiano le ossa e così sarà delle mie, più presto assai. Ma non è soltanto dai vecchi più prossimi che mi discosto: l'hanno meco anche i miei compagni di scuola. Si volti adagio adagio.... senza che si veda.... più adagio ancora.... e guardi quel giovine fermo in fondo, con un braccio di muso nella fisonomia: è un altro che l'ha con me per la mia lingua. Mi sono combinata appunto jersera di fare all'amore con lui, nella speranza che Lei mi avesse portato fortuna, e fu in quel pajo d'ore quando Lei se ne andò all'albergo, prima del zabajone. Veda adesso che occhi mi fa di già, probabilmente per gelosia, e perchè mi ha côlto a discorrere con Lei di mattinata. Buono che Lei se ne va presto, o sarei sempre ad un pelo di buscarmi gli scapaccioni. A proposito, ecco già l'omnibus che parte. E i suoi compagni che dormono ancora della grossa! —

Il vetturino si fermò davanti al caffè e disse forte a Pio:

— Venga Lei, signorino. Se gli altri non sono pronti, li porterò domani.

— Sì, è facile che venga da me solo! È ai miei amici che preme di tornar oggi. Partite voi.

Vuoto?

Vuoto o pieno, io non ne ho colpa. Aspettate che li faccia chiamare, se ci volete tutti. —

Mentre i due perdevano tempo a parlamentare, Domenichina era corsa a gettare dei sassi nelle finestre dell'albergo, di dove Aleppe si affacciò il primo coll'avambraccio davanti agli occhi, per salvarsi dalla troppa luce e dai projettili. Pareva una verginella vestita di bianco in atto di confessare il suo primo amore.

— Chi è?

— La Posta, che ha il suo orario. Se non fanno prestissimo, rimangono a piedi. Presto.

— Con quel birbaccione di Pio comodo a sedere. Che fa? Perchè non si muove?

Perchè da solo non vuol partire e aspetta le Signorie Loro. —

Qui i tre letti matrimoniali dell'albergo sobbalzarono a un tratto, come se avessero avuto addosso l'argento vivo. «Spicciati!» — «Vedi quel che accade a bever troppo.» — «Levati di costà che mi voglio lavare anch'io.» — «Paga e faremo i conti.» — «E quella canaglia di Molière che ci lascia dormire e fa all'amore colle caffettiere.» — «Eccoci!» — «Lasciamo qualche cosa per la serva che fa così bene i letti ed i pasticci.» — «Troppo bene pur troppo; complimenti signora Rosinaec., ec., il tutto fra un continuo sbatacchiamento di usci e di finestre, per non dimenticare nulla e per urlare più volte a Domenichina:

Preparateci il cognac della staffa. Lo beveremo in omnibus. E un bicchiere più grande pel vetturino. Così pazienterà un altro minuto secondo. —

Ma a forza di minuti secondi ci volle un buon quarto d'ora avanti che Pio prendesse posto a cassetta accanto al Consigliere, come era stato divisato la sera prima. Fuori tutta la gente del caffè, fuori tutta la gente dell'albergo a salutare, ad augurare il buon viaggio, pareva la partenza degli Argonauti.

Difatti Pio, nel momento che si congedava con un gran gesto espressivo dalla buona Medea, non potè a meno di raccogliere in un solo sguardo tutta quanta la piazzetta, e di pensare enfaticamente fra di :

Addio, Colchide cara. Se mi avverrà di trovare il Vello d'oro, il merito maggiore sarà stato tuo. Addio, Scaricalasino! —


 

 

 




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