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| Alberto Cantoni Scaricalasino IntraText CT - Lettura del testo |
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La Francesina doveva certo pensare che ad andar giù tutti i santi ajutano — come si dice appunta nella Emilia — tanto si mise a discendere di buona voglia. Pareva un'altra, e ben altri dal giorno prima parevano anche i sei giovani, i quali seguitavano a brontolare contro di Pio, che li aveva fatti partire a quel modo, cioè di nient'altro più occupati e solleciti che di stropicciare gli occhi e di stirare le braccia, pur di svegliarsi un poco e di rimettere in sesto le assopite forze. Invece Pio, al contatto dell'aria troppo mossa e troppo fresca, sentì subito sbollire gli entusiasmi del commiato, e pensò che bisognava dare un poco di respiro al suo terzo informatore avanti di spremerlo. Per la qual cosa levò di tasca il taccuino di memorie, onde confrontare lo scarso bottino della sua solitaria e trimestrale osservazione, col viatico raccolto in poche ore di Peripazio. Come dire che egli faceva di sei uomini un uomo solo, un unico Aristotile, e non si può dire che li trattasse male, nemmeno ad aggiungere Domenichina per buon peso e buona misura. Il libriccino non aveva di occupate che due paginette, vergate a grandissimi caratteri, le quali contenevano in poche parole come il succo di quegli studi dal vero che non gli erano apparsi nè affatto disutili, nè affatto pedestri. Cinque in tutto. Un giorno, fresco dalle espansive confidenze di una giovane donna, che si era sposata per troppo amore e che stava per ricorrere al Magistrato per troppa rabbia, era corso a casa ed aveva scritto: I. «La moglie ha sempre un modo infallibile per misurare l'abisso dei propri sentimenti verso il consorte, ed è di riscontrare coll'andar del tempo le mutevoli reminiscenze della sua prima notte, a seconda, che le ritrovi o più toccanti o.... meno.» Un'altra noticina aveva quasi il carattere di una auto-difesa. Anni prima un povero attore, pieno di buona volontà quanto scarso d'ingegno e di ajuti naturali, lo aveva supplicato di dargli una parte, per sciupargliela e per esserne poi asprissimamente redarguito. Piuttosto che trascendere così, meglio valeva di non dargli niente. Dopo due anni ed incontratolo per caso, Pio sentì subito che della parte sciupata non gli importava più nulla, ma che ciò non ostante l'antipatia per la persona dell'interprete gli ribolliva ancora tal e qual di prima. E scrisse: II. «È più facile di rimettere i peccati agli altri che non di perdonare loro i torti che noi sappiamo di aver avuto con essi.» Più sotto, dopo di aver assistito alla strage, anzi allo scempio di una buona donna per parte del marito ambiziosissimo (quanto pieno di riguardi per i suoi emuli) notava: III. «Un buono slancio di perfidia contro una sola ed affezionata persona, ci compensa ad usura di molte stentate cerimonie, dovute fare ad altri, niente affezionati.» In seguito, da una elegantissima signora, molto compassionevole delle più misere traviate, quanto implacabile e feroce con quelle trionfanti, aveva desunto come segue: IV. «Certe donne non si danno a vivere in modo inappuntabile, che per potere voluttuosamente sprezzare quelle fra le corrotte che non sono ancora state punite.» Per ultimo, dopo di avere studiato due mature sorelle ancora nubili, Pio diede la stura ad uno dei suoi più ricchi aforismi, e scrisse con brio: V. «Ciò che più pesa ad ogni persona fantastica e diversa non è tanto la continua vibrazione sua propria, quanto il timore di poter raggiungere quella di un'altra persona, secondo lei più strampalata e più vibrante ancora. Se poi quest'altra strampalata persona sceglie appunto la prima per il medesimo segreto e confortevole paragone, vuol dire che entrambe tirano via pari pari lungo l'erta della stravaganza, e che entrambe non se ne avvedono.» Tutto qui. Era poco, ma più che a sufficienza per potere argomentare che Pio, a seconda delle sue stesse confessioni, soleva salire troppo precipitosamente dal concreto all'astratto e discendere altrettanto precipitosamente dal generale al particolarissimo, ma c'era anche un'altra cosa che combinava fin troppo colla maniera del pittore e più ancora con quella del chirurgo: la propensione cioè a raccogliere e ad esaminare le battaglie dell'uomo contro sè stesso: quelle battaglie che Domenichina, per ingenuità e col suo apologo dei due burattini che si davano delle legnate dentro la testa del chirurgo, aveva voluto bandire dal palcoscenico. E Pio pensò: — Essa ha un bello strepitare, ma se ci siamo caduti il pittore, il chirurgo ed io, e se il teatro boreale non vive quasi d'altro, vuol dire che la modernità scenica non istà ritta che a forza di dualismi interiori, fastidiosissime cose, non lo nego, ma che non si possono negare per il solo fatto di non voler tenerne conto. Da che è venuta per tanto tempo la fortuna dei monologhi, tanto quelli troppo spesso intercalati nel dialogo, come quelli, aimè, che stanno da sè soli? Da questa inquietudine delle nostre anime disorientate: una complicata inquietudine che si adagia bene nelle prose da romanzi, ma che, per esplicarsi sulla scena, deve pure ricorrere ai monologhi: così quelli parlati a bell'agio come quegli altri fatti balenare fugacemente mercè della espressione e della mimica. So bene che i maestri settentrionali, per non valersi di queste toppe, fecero sovente che i loro eroi spiattellassero apertamente, e in numerosa compagnia, le loro urtanti insurrezioni contro il senso comune (tutte cose che essi eroi avrebbero dovuto tener chiuse dentro di sè, anche se fossero stati solissimi a pensarle), ma possiamo noi ricorrere a questi mezzi, noi che abbiamo ereditato dai nostri maggiori il fine senso della misura e della verisimiglianza? Non credo. In via generale i moti sussultorii e morbosi dello spirito appartengono al medico più che all'artista, e se ogni più semplice dolore umano, inasprito fino alla tragedia, li condusse talvolta sulla scena classica, non fu mai di certo per esporre blandamente delle teoriche incoerenti o delle convulsive contraddizioni con noi medesimi, come capita di vedere adesso. Pare che bevano un bicchier d'acqua e ve le sballano più grosse di una casa! Anche Oreste, anche Macbeth non se ne stanno indietro, ma si vede perchè, senza bisogno di commenti nè prima nè poi. Basta, il chirurgo ed il pittore, ciascuno alla sua maniera, mi hanno chiarito che ora, per essere del nostro tempo, bisogna od esporre ruvidamente la attuale ipertrofia dell'io, o metterla in berlina, ma il teatro è una cornice troppo larga e troppo lontana per queste cose, le quali vogliono essere presentate davvicino e in piccolo. Son curioso di sentire adesso quel che mi diranno gli altri. —
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