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Alberto Cantoni
Scaricalasino

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  • IL GRAN SOGNO DI PIO.
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IL GRAN SOGNO DI PIO.

 

Cos'è quel livido che avete in fronte?

— Niente niente — rispose Domenichina, accorrendo colle braccia aperte — ci siamo picchiati e lasciati subito, senza perder tempo.

— Col vostro nuovo Ganimede di jersera?

— Già.

— Si spera che avrete pestato bene anche voi?

— Così così. Venga. Sediamo fuori all'aperto come stamane e mi racconti qualche cosa.

— Vi hanno paragonato alla serva di Molière.

— Di chi?

— Di un altro come me, ma un poco meglio. E ho dei lividi anch'io. Non si vedono, ma prudono il doppio.

Dica.

Pare che gli amici mi abbiano voluto curare come i medici il mio.... cioè il suo De Porceaugnac. Intendo sempre di quell'altro come me, ma un poco meglio. «Piglialo, piglialo che non ti farà male.» Ma neanche bene mi han fatto. Pel chirurgo — avete udito — la modernità non era che complicazione: un biasciare sorbe acerbe facendo mostra di avere l'acquolina alla bocca, un lavorar di vanga dentro la propria anima, col giulivo proposito di pagare anticipatamente i rimorsi in erba; il Consigliere, infarinato di umanità classica, e mezzo contento di non vedere che guai, pur di saperne additare più degli altri, si è dato a soffiar di frasi dentro ad un suo vecchissimo mondo nuovo, che è tutto una bolla di sapone, una gonfiatura; Pape, dalla sua esperienza, non ha grattato che camorra, Aleppe che ironia, basata su certi suoi ghiribizzosi ma cupi anacronismi, e il pittore, primo ed ultimo, non ha fatto che rilevare il troppo potere suggestivo attribuito adesso alle forme, e su su per tutta la scala delle forme, dalle orride alle apologetiche. Voi finalmente, come Verdi, mi avete insinuato di tornare all'antico, ma anche voi lo avete fatto con un certo pizzico di recente e sentimentale cascaggine, per il vostro ciuchino gentilizio, e per le vostre dure ossa presto dimenticate e disperse; tutti quanti avete esagerato a chi più più, e tutti, anche voi, mi avete dischiusa l'anima vostra come se ci aveste due finestre, una sbarrata e l'altra aperta, una buja e l'altra lucente, cioè a dire come se foste tutti allegramente rassegnati alle vostre miserie, o miseramente contenti della vostra rassegnazione, a un di presso come era Giordano Bruno: un Tizio del cinquecento! Ne viene che la mia povera inchiesta mi avrebbe condotto a quest'unico criterio desumibile da voi tutti, per diversi che siate l'un dall'altro: di dovere cioè imperniare la commedia moderna sopra due generi di personaggi che tendano sempre più a confondersi in uno solo, come nel Canto dei serpenti. Cosa piacevolissima per chi scrive e per chi deve ascoltare! So bene che Augier e Dumas hanno già provato a unire insieme il dramma e la commedia, a dosi eguali, ma se ne sono serviti ben distintamente, per ottenere dal contrasto maggiori effetti: adesso invece parrebbe che si dovessero presentare delle persone o delle situazioni a doppio uso, le quali, esteriormente briose o leggere, avessero in qualche cosa di doloroso, o viceversa, col previo e perenne proposito di far risaltare per arte, e maggiormente assai, quello appunto dei due lati che men si vede. Ora io capisco Edipo Re e capisco le Rane, ma non capisco quello con queste sotto, queste con sotto quello, e tanto meno capisco quando si tratti di re o di rane che debbano fare tanto maggiore presa sullo spettatore quanto meno s'intravvedono o s'odono. La modernità, secondo voi tutti, è dunque esasperazione repressa, burletta sardonica, orgasmo sorridente, e i personaggi meglio indovinati sarebbero quelli che più ridono per far piangere, ovvero, peggio ancora, quelli che piangono per far ridere. Li respingo. Sarà stato anche mercè vostra, non lo nego, ma io per mio conto sono già fuori della crisi maledetta, appunto perchè la ho capita, appunto perchè la ho rilevata, prima più leggiera nel mio taccuino, poi più acuta in voi sette, che vuol dire in tutti quanti. Se la modernità scenica deve rendere a preferenza lo stato fluttuante ed ambiguo delle vostre anime a doppio fondo, tal sia di lei e di voi. Io nel mio piccolo sono già fuori. Sono guarito. Sono un vero precursore, molto preferibile ad Aleppe quando era bimbo. Rimanete voi sette nella vostra bolgia, colla testa al polo e l'equatore sotto il sedere, a bagno maria! O viceversa. E sbuffate voi, tremando. Io no! —

Qui il Poeta spinse arditamente le falde della sua giubba più in delle spalle, come in atto di sfida o di ribellione, e subito Domenichina, presa di fronte, diede un gran pugno sul tavolino (come fanno i burattini avanti di intavolare una parlata commovente) e rispose «crescendo

— Cosa significa questo discorso? Che Lei vuole smettere per la vigliaccheria di non poter essere il più bravo di tutti? Perchè ha consultato noi sette? Per rilevare i nostri mancamenti o per confermarsi nella cognizione dei suoi? È colpa nostra se ce n'è di meglio di Lei? Siamo stati noi a dirle di scrivere delle commedie?

— No.... questo no — rispose Pio, alquanto intimidito.

— Chi è stato?

— Me lo son detto da me, per inclinazione.

— E Lei ha sbagliato. Lei vede troppo i difetti propri e più ancora quelli degli altri! O neghi se può, e di quest'ultimi massimamente!

— No, non nego.

— E Lei insegni a schivarli! Apra una scuola e conduca i suoi allievi a fare delle commedie più belle delle sue. È il primo Lei che riesca meglio ad insegnare che a fare? Anche la mia maestra di lavoro, che era cieca d'un occhio! —

Pio sorrise a fior di labbra. Indi, pazientemente:

— Non s'insegna l'arte mia. Si gastigano in due maniere quelli che fanno male, criticandoli o troppo più o troppo meno di quel che meritano.

— E Lei li gastighi bene in una maniera sola: con verità e con giustizia. Non solamente li gastighi bene, ma faccia che essi, alla loro volta, si avvezzino piano piano a gastigare anche noi tutti, se siamo veramente mezzi crudi e mezzi cotti come ha detto adesso. Merita di metterci tali e quali sul teatro, così senz'altro come diceva stamani di voler fare? O non sarebbe mille volte meglio di ajutarci a venirne ad una o crudi o cotti, come aveva scritto a un di presso il burattinajo bolognese sopra il frontone della sua baracca?

—....?

— Sì, che egli si sentiva di levarci gli amori dalla testa a forza di risate e di bastonature.6 Ed era solo, con poche teste di legno. Si figuri quante belle cose non potrebbero fare i suoi allievi con dei comici vivi, uno intero per ogni parte in commedia!! O vuole smettere di lavorare perchè, potendo scegliere il suo lavoro, ha scelto male la prima volta? Doveva scegliere bene. Che avrei a dire io che sono nata cuoca — Lei lo sa — e devo confondermi colle cocome e i cocomini? Che dovrei dire della signora Rosina, la quale mi compera trentasei volte ed ha una batteria da cucina che mai la più bella? Ma io non dico niente per invidia, e ognuno deve contentarsi di quel che ha! Lei poi che poteva far bene fin da principio. O è tardi, adesso?

— No, veramente. Un gran giornale mi ha esibito l'appendice poco fa.

Accetti presto. Accetti subito! —

Pio si stropicciò i primi capelli sulla fronte e poi rispose, titubante:

— Non potrei far altro, come D'Arcais.

— E non è meglio? Quante cose vuol fare? Il servitore di due padroni a uso di Arlecchino? Eccole carta, penna e calamajo. Avanti. Presto. «Caro Amico. Vengo con questa mia per farti sapere che accetto....» e seguiti. —

Pio si mise a scrivere....

— Ha già finito? Legga forte. Legga chiaro.

— «Caro Amico. Vengo con questa mia per farti sapere che accetto, come dice la serva di quell'altro come me, ma un poco meglio! Pape mi ha già insegnato come usano i critici benevoli, e io so pur troppo come s'ingegnano gli altri. Farò diversamente. Non prenderò la vecchia commedia di un autore per dare addosso alla nuova, e nemmeno brandirò il suo primo atto per fare strage del quinto. Ho due buone qualità. So, per esserne appena escito, quanti rovi si ascondano tra i fiorellini artificiali dell'attuale giardino moderno, e la suddetta serva mi ha dato un lanternino per vedere un po' meglio dentro la pentolaVa bene?

Benissimo. Ha visto se aveva ragione quando Le diceva che io brucio, ma faccio schiumare gli umori della gente? —

Pio si chinò per baciarla in fronte, sul livido, quando i sei dell'omnibus apparvero in camicia da notte alle finestre della signora Rosina, e Pape disse:

— Anche noi non abbiamo avuto torto a respingere jermattina il critico drammatico. Si faceva un bel bollo. Vi sareste trovati in due! —

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . . 

Milano! Milano! Si discende per tutte le linee! —

Pio scattò a sedere di soprassalto, guardò adagio le proprie gambe, poi il divano di qua e di , poi si avvide con pochissima soddisfazione che Domenichina e la piazzetta e le camicie da notte se ne erano tornate di volo a Scaricalasino.

Il mattino seguente, dopo un'altra buona dormita, prese davvero carta, penna e calamajo e si mise a scrivere con più garbo la lettera suggeritagli da Domenichina, o per meglio dire dalla sua stessa coscienza, che gli aveva potuto assumere nel sogno il grato aspetto di una buona persona, e non poca parte della costei bell'anima.

Meritava di meno chi aveva accolto così modestamente il rude invito di Scaricalasino? Così ci si andasse un po' tutti a buon viaggio, se non a raccogliere le bellezze che ci mancano — ciò che sarebbe un troppo pretendere — almeno a depositare le magagne che ci crescono. Che voluminoso deposito! Che sacra Mecca moderna!

 

Fine.

 

 




6 Castigat ridendo mores.






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