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| Alberto Cantoni Scaricalasino IntraText CT - Lettura del testo |
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I.
—.....Insomma c'è o non c'è? — Faccio questa strada da sei anni e ancora non me lo so dire. Adesso il villaggio si chiama Monghidoro. C'è chi vuole che sia un nome vecchio. — Ma perchè lo chiamavano a quella maniera? — Perchè i montanari convenivano qui colle castagne, i pianigiani col frumento, e tutti, scaricato l'asino, tornavano su o giù dopo di avere scambiato in natura i loro prodotti. — Bei tempi. E adesso? — Adesso non ho mai visto scambiare in natura che tre o quattro schiaffi. Il primo ad alzar la mano fu un tale che disse leticando a gran voce: Guarda che ti do uno schiaffo! Non aveva ancor finito di dire, che già lo aveva dato e preso. Vai, Francesina. — Queste poche parole furono scambiate fra un giovine detto Pio Paletti e il vetturino di Scaricalasino. Quello, arrivato per ultimo nella piazzetta della Mercanzia a Bologna, aveva dovuto contentarsi della serpe, un poco più tarlata del rimanente dell'omnibus, nonchè della compagnia del vetturino e di due cavalle restie, la più pigra delle quali si chiamava Francesina. Appena l'omnibus ebbe valicato un'erta alquanto ardita, Pio tornò a parlare e disse: — Avete molta gente oggi! — Oggi sì. — E allegra. Ma non mi pare che parlino bolognese. — No. Sono foresti, mandati in casa della signora Rosina da un loro collega giornalista, che sta a Bologna da un pezzo. Ci viene anche lui per le vacanze. — Oh bella! — sclamò Pio alquanto esilarato.— Sono giornalisti! Ora capisco perchè parlano tutti in una volta. Fanno una passeggiata montanina ad uso mio. E la signora Rosina chi è? — La padrona del primo albergo, dove dovrà andare anche Lei, se vorrà star bene. — Volontieri. Che ci sia posto per tutti? — Alla meglio. — Quando è così, conviene che mi presenti. — Levò di tasca un biglietto di visita e picchiò adagino sul piccolo vetro chiuso che aveva dietro di sè. I giornalisti tacquero tutti a un tratto e il più vicino aperse. — Che c'è? — Sono Pio Paletti — e pôrse nome e cognome. — Il commediografo?... Già, è vero, vi ho visto fare la riverenza a teatro più di una volta. — Oh bella, bella! Pio Paletti!! — E giù una gran risata. Tutti sei. Pio si voltò indietro del tutto con un poco di ceffo, e si mise a guardare le sei bocche aperte, come se fosse stato un dentista. Ma il primo a trattenersi dal ridere gli pôrse la mano, dicendo: — Scusate. Non è per voi. È per il bel caso che ci capita a tutti. Un critico drammatico voleva unirsi alla nostra comitiva, e non lo abbiamo voluto, perchè non ci segasse colle sue idee sul rinnovamento del teatro italiano. Non vede altro. In sua vece troviamo voi, che siete una specie di fratello d'armi. Anche nostro, s'intende, ma più suo che nostro, Tant'è, vi prendiamo volontieri, perchè è Dio che vi ha mandato, e Dio voglia che non sia stato per gastigo della risata. — No. Vi prometto di parlare soltanto del teatro mio. Ho un gran bisogno di voi tutti. — I sei giovani si grattarono gli orecchi come per dire che non c'era molto di guadagnato, e quello subito: — Tranquillizzatevi. Il mio è un caso nuovo, anzi un caso particolare di coscienza artistica. Vi divertirete. — Amen! Siete confratelli tutti? — No. Tre soltanto, già allievi di un gran giornale di Roma, poi balestrati qua e là a portare la buona novella in tutta Italia. Ci siamo radunati per il matrimonio d'un anziano. — Dov'è la sposa? — Qui no, pur troppo. È andata collo sposo da tutt'altra parte, e non volle seco nemmeno quelli di noi che sono suoi paesani, cioè nativi di Faenza come lei. — Quali sono? — I due al finestrino opposto: uno chirurgo, e l'altro consigliere di Prefettura; nonchè il mio vicino che è pittore. — Buoni, buonissimi per me! — Tutti? Anche il chirurgo? — Sì, moralmente parlando. Favoritemi i vostri biglietti. — I sei li radunarono e li porsero e noi, per paura della stampa (non certo del chirurgo nè del pittore e nemmeno del Consigliere) indicheremo i giornalisti con tre nomi a prestito: Pape, Satan, Aleppe. S'intende che è per non confonderli l'un l'altro. Quegli che aveva parlato, tirò in questo momento la giubba a Pio, e disse: — Col vostro permesso torno ad alzare il vetro. Qui dentro fila un'arietta che ci diaccia ritti. Quanto manca ad arrivare? — Tre miglia — rispose il vetturino. — Strette, ma lunghe. — Male, male. Perchè i vostri bucefali vanno piano anche senza frusta. — E chiuse. — Pare impossibile — disse il vetturino, appena pensò di non essere più udito dal di dentro. — Basta che i signori si guardino in ciera e subito si trovano parenti! Vai, Francesina. — La padrona del piccolo albergo, già avvertita sei giorni avanti, accolse con dignitosa circospezione i sei amici del suo miglior cliente, e si fece un poco pregare per concedere un sottoscala al buon Poeta, che teneva sempre la giubba spalancata e che guardava sempre in su, per parere meno smilzo e meno piccino. Gli altri sei ebbero tre buoni letti matrimoniali in due camere sulla piazza, di dove scesero presto, tutti ravviati, per andare a far visita al Principale del chirurgo: un pezzo grosso che saliva tutte le domeniche a respirare fuor degli spedali in un suo castello verso la Toscana, lì a due passi. I giovani invitarono gentilmente anche Pio, che si schermì dicendo — No, grazie, andate ora pei fatti vostri. Come io di tutti, anche voi avrete bisogno di me questa sera, quando non saprete più dove dare di capo, per passare il tempo. Le serate di campagna sono lunghe pei cittadini che imbattono ad essere delle nostre confraternite. Addio dunque a questa sera. — E se ne andò il primo, lasciando gli altri occupati ad ordinare il loro pranzo per il ritorno. Fece due passi da tutte le parti — non molto pittoresche per suo gusto — e andò ad incantucciarsi da solo in un piccolo caffè della piazzetta. Stava per battere sul tavolino, quando si vide salterellare davanti una ragazza, piuttosto matura, che veniva di corsa dall'anticamera, e che gridava allegramente colle braccia aperte: — Eccoli, eccoli! I signori dell'albergo. Vediamo se ce n'è uno che mi voglia sposare! — La ragazza, che non aveva veduto il suo unico avventore, ma che sapeva già dal vetturino dei forestieri della signora Rosina, s'indugiò a guardar bene i sei personaggi di là dai vetri, quando gli occhi le caddero su Pio, tranquillamente seduto nel suo cantuccio. — Oh guarda! — sclamò senza punto scomporsi. — Cerco il signore di fuori e ce n'è già uno dentro. — Ma io veramente non penso di sposarvi. — Lo so da me. Non mi vogliono i poveri; si figuri se mi vorrà un signore. Lo domandi al babbo, che non ne può più di avermi fra i piedi. — Non era niente bella, per dir la verità. Piuttosto piccola, piuttosto tarchiata, ma sana e forte come la grazia di Dio, con gli occhi vivi, la bocca mobilissima, le guancie colorite quantunque brune, e il naso molto abbondante, benchè tagliato colla scure in linea retta, senza la più piccola curva aristocratica. Pio pensò subito a due cose: una di smettere il pensiero del wermouth, pel quale era venuto, e l'altra di evitare nuove cerimonie nell'albergo, mangiando al caffè il meno male che avesse potuto. E ordinò una frittata al prosciutto, che arrivò abbastanza presto, e così soffice e così maestosa da disgradare assai probabilmente i più complicati manicaretti della signora Rosina. — Voi vi chiamate.... se è lecito? — domandò mangiando. — Domenica, come oggi, ai suoi comandi. Ma mi dicono Domenichina. — Nome allegro! E mi parete bonaccia. O sbaglio? — Se sbaglia!! Domandi anche ai bimbi innocenti e tutti le diranno che io sono la più perfida persona della Parrocchia. Non ho mai ammazzato nessuno, questo no, ma tutti vanno d'accordo a dire che le mie chiacchiere sono velenosissime. — Perchè? — Perchè dico sempre la verità. — Anche quando non ce n'è bisogno? — Sempre. È una malattia. Come se avessi un cane nella pancia che si mettesse ad abbajare colla mia bocca. Ma ho i miei vantaggi. Ognuno mi detesta per quel che gli dico in faccia e ognuno mi vuol bene per quel che dico in faccia agli altri. E così un poco amata e un poco detestata secondo i momenti, non ho mai trovato chi mi voglia bene due giorni di seguito. — Qui entrò il padre: uno scontroso tenebrone che guardava in terra continuamente. Non era vecchissimo e pareva la statua di un santo sotto la neve, per una fitta calotta di capelli bianchi e corti che gli copriva il capo, e per la faccia adusta che sembrava di legno. Udì le ultime parole della figliuola e borbottò verso terra: — Due giorni? Neanche dieci minuti! E le ragazze non sono mai così bene a posto come quando se ne vanno fuori di casa. Questa poi con la sua lingua! — Ha sentito? Cosa le diceva poco fa? Ma non gli dia retta. Morirebbe senza di me. Gli muovo la bile e gli fa bene. Come alla mamma. Come a tutti. Quando vado in collera, non ho paura neanche di un leone e dico e faccio dire quel che non va detto, ma ho anche il fegato sano, grazie a Dio, e mi passa così presto! E tutti si sentono così leggieri appena che facciano come me. Ecco appunto la mamma che torna dalla Benedizione. Non è vero, mamma, che morireste senza di me? Voi che mi fate lavorare per due e che, se me ne andassi, dovreste ingegnarvi a tribolare il doppio. Sono come il sole, io. Brucio, ma faccio schiumare gli umori della gente. — Taci matta — sclamò la mamma che pareva un'altra lumacona come il marito — e pensa che questo Signore vorrà certo il caffè fresco. — Domenichina se ne andò correndo colle braccia aperte, come se avesse voluto volare. Questo gesto era in lei come una specie di mimico intercalare e le veniva fatto istintivamente, non solo nel correre, ma anche nell'alzar la voce. Sarà stato forse perchè si sentiva piccina, e a un di presso come faceva Pio colle falde della sua giubba. Gli sgonnellò intorno più volte col caffè, col rhum, collo zigaro e coi fiammiferi, perchè non gli mancasse nulla, poi gli sedette dirimpetto, e gli domandò bonariamente, così per ravviare il discorso: — E Lei che fa? — Io? Scrivo delle commedie. — Inventate da Lei? — Sì.... a un di presso. — E come ha imparato? — Studiando. — Dove? — Da per tutto. — Oh povera me! Quante bugie avrà imparato a dire! — Il giovine sorrise melanconicamente. Domenichina credette di essere andata troppo oltre ed esclamò forte colle braccia aperte: — Scusi, sa, è una idea che ho in capo da un pezzo, e mi venne quando mi avvidi che più le persone avevano studiato, e più si trattavano da bugiardi e da impostori. Vede quel tavolino? Là giocano spesso il veterinario, il notaro, il farmacista e il medico. Se li sentisse appena smettono un momento le carte, per parlare con molta precauzione degli affari del Comune o di politica! La più frequente parola che si dicono è questa Non è vero, non è vero, non è vero! E tutti quattro. Dov'è dunque la verità se non è mai in casa loro? Probabilmente in casa mia, perchè non ho mai studiato. Ride? Bravo. È segno che non è permaloso: l'unico modo di andar bene con me. Come si chiama? — Anche il mio nome volete sapere? — L'ha chiesto anche Lei a me. — Mi chiamo Pio. — Nome da buono come Pio Nono. Ha mai scritto commedie religiose? — Commedie religiose? Vorrete dire sacre. No, veramente. — Male. La più bella che ho sentito è stata la morte di Sansone e tutti i Filistei. Eppure mi ci sono arrabbiata. — Perchè? — Le par possibile che un uomo, con una sola mascella d'asino, possa stendere a terra tante teste di legno? Erano marionette, si sa, ma figuravano persone vive. Io non ci credo. Tutte bugie. — Eh, mia cara, se sapeste quanto male si è fatto e si può fare con una mascella d'asino adoperata a tempo. Quante persone si possono far morire di noia e quante di presunzione! — Domenichina non capì nulla, ma fu fortuna, perchè dovette subito spiccare il volo verso una brigata di contadini, che volevano il poncino delle feste. S'era quasi fatto notte. Pio puntò i gomiti sul tavolino e rimase lì quasi immobile, col mento sulle due palme, ad affissare la lampada a petrolio, come se egli fosse stato una farfalla ferita. Stava ruminando la sua prossima entrata in campagna all'albergo, ma non ne pareva niente soddisfatto, perchè ogni tanto batteva il tamburo in terra coi piedi, come per tenere in riga qualche pensiero refrattario, che non avesse voluto stare nell'argomento. Durò così un paio d'ore, poi si alzò di scatto a pagare il conto e a stringere la mano a Domenichina, che gli diede del signor Pio a tutto pasto, come se avessero preso la prima comunione insieme. Il vetturino, che era in bottega, smise la sua teoria della facile entratura dei signori fra di loro, e borbottò assai forte col poncino in mano: — È buono il forestierino che ho condotto in serpe. Si fa voler bene da tutti, anche dalle vipere. — Domenichina che passava in quel momento e udì ogni cosa, gli lasciò andare ridendo un paio di colpi sulla testa che povera cotenna se fosse stata men dura! Altro modo di dir la verità. La piazzetta era vuota e non molto illuminata per effetto di luna calante. Gira di qua, gira di là, Pio non poteva smettere di tendere sempre verso il caffè di Domenichina, sia che lo avesse a destra od a sinistra, e come andava coi passi, così almanaccava del capo. Finalmente si fermò su due piedi e disse concitatissimo: — Ecco come sono, io. Invece di pigliare a volo questa ragazza e farne una Betta dalla lingua schietta, ben parallela coi nostri attuali costumi, torno indietro di più secoli e osservo e noto che le maschere italiane non hanno quasi donne, che Rosaura e Colombina sono molto sbiadite al paragone di Brighella, Pantalone, Rogantino ec., che la villana di Lamporecchio, ora felicemente trasfigurata nella signora Palchetti, non avrebbe in sè di che diventare una vera maschera mai.... e che so io! Giusto adesso in cui mi ritrovo in questi ferri e son venuto qui appositamente. Oh se tre dei miei arcangeli non mi levano dal baratro, e gli altri tre non mi tirano giù dal settimo cielo, voglio proprio trovare un bell'equilibrio qua dentro! — concluse, ponendo il piede nelle vetuste soglie della signora Rosina. Fu un ingresso trionfale. I sei giovani già sazi di tutto e più ancora (come era stato previsto) delle notturne delizie campestri, saltarono addosso al piccolo Poeta e lo portarono di peso sulla sua sedia curule. Era una poltroncina di legno piuttosto alta, che aveva servito quarant'anni prima pei bimbi della padrona, e che essi avevano messo lì a capo tavola in aspettativa della Presidenza. — Dove vi siete ficcato tanto tempo? — Che vergogna! — Meno male che avete lasciato l'ombrello in camera, o si sarebbe creduto ad una fuga. Stavate fresco alla vostra prima commedia. — Bianco o nero? — Marsala o cognac? — Alla salute di Pio Paletti! — Il quale non potè far altro che bere sei sorsi di Sangiovese e porgere per tutta risposta le due manine, perchè gliele scotessero a gara tutti insieme, tre di qua e tre di là alla meglio che potettero (come dicono a Napoli). La signora Rosina si valse della sua autorità per imporre il silenzio, e per mettere avanti a Pio una bella fetta di pasticcio di maccheroni, tenuta di scorta e rimasta incolume. Questi ebbe soggezione di confessare la sua marachella del caffè e tirò a guadagnar tempo e a lasciar sbollire i fumi dei suoi anfitrioni, pizzicando qua e là colla forchetta, dove un fagiolino di pollo, dove una cresta di gallo, e qua un'aluccia di beccafico, e là uno scrupolo di ginepro. Gli pareva di essere un camello nel deserto, quando si gonfia a mangiare e bere anche pel domani, ma è una cosa che pei poeti non fa difficoltà. Levate finalmente le mense, cioè la tovaglia, Pio guardò bene uno ad uno i suoi commensali, che si erano rannicchiati in pochissimo spazio a lui d'intorno, e cominciò, scandendo bene le parole, come chi desidera di essere capito alla prima e teme di vedersi rompere il filo del discorso: — Miei cari benefattori! Io non so tenere un gran segreto dentro di me e penso ora, forse per divina ispirazione, che valga meglio di metterlo nelle vergini orecchie di parecchie persone nuove, che non in quelle già abituate di un solo amico vecchio. Costui, troppo frequentemente richiesto dai comuni conoscenti, e pur di non iscoppiare alla sua volta come me, ne lascerebbe andare in gran confidenza un brandello oggi ed uno domani, mentre voi tutti, abituati al segreto professionale, e liberissimi di sfogarvi parlandone meco e fra di voi finchè volete, voi tutti non dovreste sentirvi tentati di tradirmi mai. — Figuratevi! — Che idea! — Neanche per sogno! — Parlate. — Pio strizzò un momento gli occhi a guisa di chi sta per inghiottire una pillola amara, e riprese adagio come se avesse voluto fondere le sue parole nel bronzo: — Ecco. Io non sono contento di me medesimo. — I sei giovani si guardarono l'un l'altro come per dire: — Tutto qua?? — Pio prese con le due mani le falde che gli arrivavano alle spalle, e se ne coperse tutto lo sparato della camicia. Non lo aveva mai fatto in vita sua, e non avrebbe potuto dare una maggior prova intuitiva di sincerità e di umiliazione. — Lo so che siamo in diversi — seguitò a dire — ma c'è modo e modo di non essere contenti di noi medesimi. Il mio è il peggiore, perchè intravvedo così tra il fosco e il chiaro quello che mi manca e quello che mi cresce, eppure non so nè scemare di qua nè aggiungere di là, tanto per mettere insieme, pari pari, una qualunque risultante che mi capaciti durevolmente. Ecco. Le mie commedie non vanno male, quel che si dice male. Ne scrivo un buon paio l'anno, e girano con varia fortuna a piccola velocità, finchè mi ritornano a casa dall'ultimo Lilibeo. Tornate che sieno, e se altri non mi ci tira, io non mi metto mai di picca ad avviarle per un secondo dirizzone di andata e ritorno, e perchè non mi ci metto? Perchè non ne sono contento — ve l'ho già lasciato capire — perchè non mi arrischio nemmeno a rileggerle, tanto ho paura di sentirmi stroncare da me solo, senza il fraterno ajuto dei critici. Io ho molta.... troppa memoria e molta.... troppa fantasia, ma queste mie povere ali sono come aggravate da due tare particolari e parallele che le tarpano a gara. Se, dopo il caldo del primo esperimento, vado a mettere in piedi la mia nuovissima prosa in una terza o in una quarta città, mi accade spesso di sentirmi venir freddo fra una riverenza e l'altra, quando appunto gli attori fanno del loro meglio per moltiplicarmi le chiamate a dozzine. «Oh Dio! — dico fra me e me prendendomi la testa — mi sono inteso di scrivere una commedia originale, e questo momento non è mio. Quest'altro nemmeno. Di chi sono? Forse di Dumas, forse di Augier, ma triplicati ognuno sgarbatamente, come se entrambi si fossero messi in capo di calcare la loro propria maniera. Com'è che me ne accorgo appena adesso? Com'è soprattutto che credo di trovare di mio, quando scrivo, e do di capo così spesso in tante reminiscenze? Sarà forse perchè la mia memoria, già zoppa per conto suo, ajuta a volo la mia troppa fantasia, più zoppa ancora, e casco ciecamente nell'altrui, male rimescolato. Almeno che rubassi bene!» Se poi imbatto a scrivere una di quelle commedie, ora in voga, che si rizzano in alto, anzi nei cieli, sulle adipose piante della nuova psicologia, mi va per forza anche peggio. La solita fantasia prende l'aire sulla memoria, e mi escono di quelle figurine da primitivi, che paiono illuminate dalla luce di magnesio e che sfumano nel bujo, cioè nel preteso azzurro, anche maggiormente di quelle più diafane e più simboliche delle scuole settentrionali. Ma non me ne accorgo, come il solito, che alla terza od alla quarta tappa. Un critico mi disse: «Voi avete dei pregi, ma vi manca il principale: la modernità. O correte troppo avanti, o restate troppo indietro. Ponetevi a metà del fosso che Dio vi benedica!» Non me lo feci dire due volte e mi diedi, soggetto per soggetto, a quelli che stavano occupando, appunto allora, le fisime e gli appetiti dell'universale. Caddi, per mio gusto, ancora più giù. La superficialità dei miei «motivi» mi condusse a fare delle mie commedie altrettanti numeri da caffè-concerto, e mentre mi ero assunto, almeno per la forma, di rinnovare alla meglio la semplice trasparenza di Carlo Goldoni, sprofondai nei ghirigori e nei pistolotti della commedia dell'arte. Ho detto: «Se io non afferro mai la modernità, come uno per uno l'hanno afferrata i modelli miei, vuol dire che mi manca la osservazione. Nient'altro! L'unica è di smettere di scrivere, e di darmi ad osservare tutto, finchè trovi non già quel che è moderno per essere alla moda, ma quello che il moderno, propriamente detto, ha in sè di più fitto e di più particolare: quello che nessun altro tempo ha mai avuto nè potrà mai avere in grado eguale: la vera modernità insomma: una brutta parola che sottintende molte belle cose, gioconde o meste, dalle quali deve pur sempre scaturire quel che la natura umana ha sempre avuto di proprio, per non dire di eterno. E sono tre mesi che giro ed osservo, con poco frutto per dir la verità, finchè stamani prestissimo, appena arrivato a Bologna, vedo un omnibus fermo alla Mercanzia: chiedo dove va e mi rispondono per maggior chiarezza in due lingue «A Scargalesan, a Scaricalasino. Mi è sembrato di ricevere un colpo a destra e una carezza a sinistra. Tutto insieme. «Scaricalasino! Oh severo e soavissimo nome! Che io ci possa scaricare le mie magagne? Che possa deporvele in natura, come mi ha poi detto il vetturino, per ridiscendere col sacco pieno di ben altra e più cospicua derrata? Vado subito. O mi vien fatto lì, o smetto di cercare più.» E son salito a cassetta, perchè voi eravate già dentro, e son qua nelle vostre mani per amor di Dio e per amor dell'arte. — Il simpatico artista aveva di già le lagrime agli occhi, e più glie ne spuntarono quando si vide interrompere da uno scroscio di applausi, che gli aperse il cuore più assai che non glielo aprissero quelli delle platee. Il pittore si alzò il primo e gli andò dietro a baciargli i capelli, come se fossero stati una veneranda canizie; il chirurgo gli porse un altro sorso di Sangiovese; il Consigliere lo prese amorevolmente pel ganascino come se fosse stato un suo burocratico figlioccio, e Pape, Satan, Aleppe seguitarono ad applaudire, picchiando a distesa tutte le mani sul tavolo. Finalmente Satan, come quello che era il più giornalista (leggete il più versatile), rispose subito quanto ci fosse a bene sperare di un Poeta, il quale, alla svolta della maturità, sapesse dire di sè così ingenuamente, per poi concludere e chiedere come in nome di tutti: — Dite ora come vi possiamo giovare, e massimamente noi giornalisti, immersi come siamo nell'attimo fuggente, e più che d'altro occupati a cercare col lanternino le misere cicche dell'attualità. Avete già detto che questa nostra povera Musa vi ha già racimolato poco, se pure non vi ha condotto, come diceste, ancora più in basso. — Lo so, ma è agli uomini che io mi rivolgo, più che ai giornalisti e niente di meglio se voi, per me, saprete essere e l'una cosa e l'altra. Si giovano a vicenda, come accadde a Gozzi, ad Addison, a Franklin, ad altri. — Veramente adesso non usa più tanto, ma via, ci proveremo per amor vostro. — Oh bravi! Ma un momento. Io vi ho fatto credere di aver finito, per riprender fiato e per vedere che viso mi facevate, ma prima di arrivare al tandem mi rimane a dirvi come e perchè abbia impiegato assai poco bene i miei tre mesi di speculazione circonferente, e come e perchè mi sia tanto rallegrato di trovarvi a spasso. Vi debbo far lavorare parecchio. — E sia. — Gira ed osserva, osserva e gira, mi son subito penetrato di un'altra disgrazia. Ed era che la mia visione delle cose, come parte della mia Psiche, aveva i medesimi difetti del tutto, e in modo affatto corrispondente. Mi accadeva di imbattere in un interno, in un quadretto fiammingo? E mi dava a spulciarne i minimi particolari, come se fossi stato un miope nato, che si fosse servito per abitudine della lente dell'avaro. Mi accostava invece ad un quadro d'insieme, o grande per estensione, o affollato di gente, o azzurro per immensità? Ed eccomi a trascenderne i confini già vastissimi colla fantasia, come un accademico dei Lincei, che aguzzasse gli occhi al di là del visibile e del finito. Sempre così. Ma perchè — direte voi — te ne avvedevi subito, senza aspettare, come per le tue commedie, la terza o la quarta tappa? Perchè — rispondo — sono tre mesi che non scrivo più, e perchè, quando sto colla penna in mano, è come se mi trovassi in una trappola, che mi graffiasse tre quarti del mio. — Bel conforto per noi giornalisti che si scriverebbe anche nell'acqua! — sclamò Aleppe lasciando cadere la testa penzoloni sopra il panciotto. — A tutti non farà il medesimo scherzo — rispose Pio — a me sì. In questa condizione di cose venni a sapere appunto jeri che la Rejane stava per trovarsi a due passi da me; sapete quella Rejane che sa rendere così bene il suo Parigi come è, l'attrice squisita che ha saputo fermare nella sua tavolozza quel che vi è di più volubile e di più ghiribizzoso nei suoi personaggi paesani, senza mai cessare per questo di essere una vera artista. Mi feci presentare dal presidente di una Accademia teatrale amico mio, ed essa fu così gentile da accordarmi un'oretta di conversazione, in viaggio, questa notte appunto: un'oretta sola, per poi riprender lena, dormendo, e recitare daccapo questa sera, duecento kilometri più in là. Che fibra di ferro hanno gli artisti compiuti, quando non si trovano gravati da troppi vizi di memoria o di fantasia! Mi raccontò della sua nascita fra le pareti del teatro, dei suoi studi, dei suoi maestri, dei suoi primi tentativi e poi mi disse: «Io ho sempre avuto un mio particolare indirizzo: quando cioè mi accadeva di origliare, o di far capolino, o di fiutare a distanza quel che ora si chiama un lembo di vita vissuta, tornava a casa e sceverava subito dalle cose viste o dalle cose udite quelle che mi parevano suscettibili di un altro ambiente e di un altro scenario, per non assimilarmi che le rimanenti, voglio dire quelle che mi apparivano come ferme e cristallizzate nel tempo mio. Aveva visto delle persone che rimanevano egualmente vive anche se camuffate all'usanza dei nostri vecchi, anche se ravvolte nel sajo, nella tunica o nel peplo? Via, via subito, per non riandare che i movimenti, le attitudini e talvolta anche i berleffi dei miei contemporanei, nè di altri che miei. Ecco lo studio che mi ha più giovato o che mi ha nociuto meno, secondo la opinione che voi potete avere degli studi nostri.» Ho pensato: «Questo sistema sarà ottimo per te, ma per me non va, ed ora finalmente mi spiego perchè più l'attore si alza e più il commediografo discende. Quello si preoccupa della forma e questo dell'idea; più la prima prevale e più si offusca e immiserisce l'altra. Siamo noi che dobbiamo soffiarti l'anima in corpo, o mia Rejane, e tocca a te di rivestirla nel modo che sia men riluttante dalla natura tua; ma se tu assumi una tua anima particolare, una tua cifra propria, e te ne giovi continuamente, finisci per importi al commediografo e per trascinarlo nella tua visione, col pericolo che più questa sarà indovinata ed esatta, e più quello ci rimetta della sua idea.» La ringraziai sinceramente della amabilità e cambiai vagone, augurandomi delle attrici di creta più plasmabile e più docile, con un'orbita individuale meno invadente. Per questo mi son trovato a zonzo così presto questa mattina a Bologna, e per questo vi dico di riandare adesso la vita vostra e di dirmi, uno per uno, quando è che vi siete sentiti uomini veramente moderni, anzi più moderni che mai. E favorite di dare alla vostra idea dell'uomo moderno il suo significato più compiuto e più penetrante in cavità, come direbbe il nostro signor chirurgo. I giornalisti parvero come soverchiati dalla foltezza del tema e Satan disse: — Io veramente pensava di dormire questa notte. — Che dormire! — rispose il pittore. — Se si va a letto viene in mente troppa roba, come accade a me nelle notti d'insonnia, quando dipingo divinamente col cervello e col cuore, e poi in mattinata mi ritrovo la mano così muta e così rigida al paragon di prima. Subito dobbiamo rispondere. — Chi può, si serva. Noi giornalisti viviamo di minuterie così frettolose e così cangianti, che guai se ci poniamo in traccia di una mezza idea generale. Parleremo domattina, se ci verrà fatto di ricordare qualche cosa che ne valga la pena. — Bene! — disse il chirurgo. — Chi principia? — Io, che son pronto! — sclamò vivacemente il pittore. — Mi tardava anzi di raccontare a qualcuno ciò che sto per dire.... e non m'importa niente, purchè l'occasione sia buona — ed è buonissima — di affidare il mio segreto ad un amico nuovo o ad un amico vecchio. Non patirei che per fatto ed opera di mia moglie, se mi sentisse, ma voi, e più di tutti il nostro Molière, siete incapaci di andarglielo a dire. — No, state pure tranquilli che, se mi gioverete, non sarà certo con vostro pregiudizio — rispose Pio — nemmeno se mi raccontaste di aver forato dei muri o sequestrato delle persone. Mi basta di poter argomentare il vostro criterio della modernità, per poi metterne insieme uno che sia mio o.... quasi. —
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