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Alberto Cantoni
Scaricalasino

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  • III.
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III.

 

Il Consigliere, già ben desto e come per effetto magnetico, prese in questo momento fra mano il ginocchio di Pio, e chiese:

— A che pensate?

— Penso che il chirurgo ed il pittore tendono troppo a farmi studiare l'uomo come è di dentro, più assai di quello che non sia di fuori. Capisco che le passioni lo sogliono sempre tirare da molte parti, ma questi stiramenti, almeno a teatro, debbono emergere dai fatti, più assai che dalle osservazioni in anima vili, da noi perpetrate sopra noi medesimi. Se io li ascoltassi, dovrei mandare troppo spesso alla ribalta dei personaggi che fossero per metà filosofi e per metà pazienti, nel preciso momento in cui facessero la propria notomia, per divulgarla. Chi ci reggerebbe?

— Quando è così, ho idea che voi abbiate in me tutt'altro uomo.

— Magari. Dite. —

Il Consigliere guardò dietro per verificare se il vetro chiuso gli dava sicurtà di non essere udito dagli altri cinque, poi si chinò verso l'orecchio di Pio e disse, così a mezz'aria tra il grave ed il vanesio:

— Sono nato despota, e i miei relativi superiori me lo devono aver letto in viso, senza bisogno di guardarmi dentro, perchè mi mandarono spesso a fare il Commissario Regio nei Comuni andati a male, per essere troppo scalmanati o troppo spigolistri, o l'una cosa e l'altra alla rinfusa. Ho fatto il mio tirocinio passando dai piccoli ai grossi, e ne ho acquistato una dolorosa persuasione, che vi metterò innanzi a tempo suo, ben deliberatamente.

La mia prima e provvisoria tirannia si è esercitata sopra di un comunello, un vero guscio d'uovo, nel quale tutte le fazioni dello spegnitojo e del giacobinismo si erano date fraterno convegno, come in un piccolo prisma della più litigiosa Italia contemporanea. Esso guscio era diviso in due parti, una delle quali teneva per un sacerdote, venuto dal di fuori, e l'altra per una vecchia famiglia di ottimati, la quale, per essere troppo abbondantemente cresciuta di numero, di propaggini e di aderenze, non aveva potuto seguitare a governare in modo abbastanza fermo e compatto. Più era stata servita abbastanza male da persone estranee, nelle quali aveva messo troppa fiducia. Il sacerdote, da sè solo, si era piantato meglio, almeno dapprincipio. Venuto prima in qualità di Cappellano, colla palese intenzione di prepararsi l'aura popolare per salire a Preposto, vi era difatti riuscito, vincendo a grandissimo stento l'avverso parentado, che lo aveva dovuto accettare per forza, volente nolente, colla massima ripugnanza. Ma egli se la era legata al dito e come, anni prima, aveva fatto di tutto per cattivarsi la simpatia dei giovinetti, se ne servì poi, fatta che fu simpatia di uomini, per giungere prima alla scarsa prebenda, e poi, col tempo, al duplice conquisto delle cose spirituali e temporali insieme. Tutto fece capo a lui, non solamente in chiesa e nella fabbrica e nella canonica, ma anche fuori, e tutto fu da lui condotto colla più fine industria della legalità, senza mai permettere che i suoi civili e non molto istruiti luogotenenti muovessero un dito senza chiedergli l'imprimatur. Direte: come mai con tante attitudini a lavorare in grande non aveva preferito di andarsene in luogo più opportuno, in campo più vasto e più rimuneratore? Oh bella — rispondo — gli antichi dominatori lo avevano combattuto appunto lì, quando non era che un semplice pretino, e lì aveva voluto non solamente rimanere e salire, ma anche raggiungere la duplice potestà. Dove trovare una altrettanta ed altrettale soddisfazione?

Quella già grossa parte del popolo che gli si era data durante la investitura crebbe poi a dovizia quando ai premi celesti le si unirono in vista anche i vantaggi terreni. Non era già che il popolo non avesse capito adagio adagio la gran machiavellica di quel suo principiare in qualità di uno, per finire col tempo in qualità di due, anzi di tutto ma il popolo aveva troppo da guadagnare a seguitare a tenere per lui. Perchè il dissidio, che era stato semplicemente politico fino alla vittoria del prete, assunse poi, quando venne la volta di ritentare il cimento, come una specie di forma mista, politica ed economica insieme, con espresso materiale vantaggio della povera gente. Difatti, molte benemerenze popolari, alle quali non si era provveduto prima, furono poi fatte fermentare precipitosamente, e perchè non vi era donnicciuola della parte oltramontana che non tenesse in cuor suo per Roma Papale (nient'altro!) ecco subito inaugurare una nuova fiera il 20 di settembre e un nuovo mercato con premi appunto la domenica; ecco sorgere contro l'opinione di qualche bacchettone un nuovo teatrino; ecco apparire trionfante il Patronato scolastico, lavorando di protezioni al capoluogo della provincia, per non mai ammettere il prete all'insegnamento religioso. Ec. ec. e tutto a vapore, che una novità tirava l'altra, come le ciliegie e come le bugie. Per tal modo, e con parecchie dedizioni di popolani, la salvezza del parentado e delle sue aderenze fu condotta a buon fine, ma il costoso programma, seguito ad oltranza, potrà essere mantenuto durevolmente? E sarà poi bene per il popolo di aver guadagnato in fiere, in mercati ed in teatrini, a prezzo del nuovo e pericoloso conflitto messogli innanzi: delle cose della religione con quelle della patria e della carità? Non credo, perchè, primissimo e principale guajo, perderà di religione, con patente danno della sua persona morale, e perchè potrà guadagnare poco nell'amor di patria, per essere stato piantato a base di interesse individuale. Questo si raccoglie, nello studio delle parti, a volere stravincere, dunque la colpa è stata di tutti, prima del Preposto e poi degli altri. Quanto alla ragione, che in dati momenti ha svolazzato di qua e di là, chi può dire dove sia adesso? Probabilmente in grembo del tempo, che darà con comodo la sua sanzione.

Questo sia detto per il primo mio feudo; ora, per amore di brevità, saltiamo all'ultimo, che fu una città propriamente detta, dove io non ebbi che ad aggrottare le sopracciglia appena arrivato, per vedere, come Giove, le fazioni distendersi come un olio, e mettere in mia mano l'ultimo dado degli antichi sbaragli. Quante bellezze ho compiuto che i litiganti, per invidia, avevano lasciato in asso! I miei istinti feudali si trovarono massimamente a bell'agio nelle cose voluttuarie, come quelle che più contentano molte persone ognuna, e che più servono a placare le moltitudini nel dolce pisolino della più lodevole compostezza. Furono vecchie ruggini messe in tacere per questioni di musiche municipali, di giardini pubblici, di dotazione ai teatri; senza mai pretermettere di farmi vedere alle operette o alle più ridanciane birichinate francesi, perchè si capisse bene che io le riteneva più utili e più sedative dell'opera seria e dei drammi di Ibsen. Quell'Ibsen! Che tempestoso arnese di anarchia morale!

I miei continui rapporti colle così dette «classi dirigenti» mi condussero a notare che esse usano di crescere i loro teneri rampolli come quel Cappellano cresceva i suoi impuberi contadinelli. Questo si era servito del più amorevole catechismo per piantare gli scaglioni del suo futuro edifizio politico, e quelle tempravano la loro prole nelle più sollazzevoli manifestazioni del potere, perchè si fermassero bene nell'idea di non lasciarselo più fuggir di mano. Molti piccoli rappresentanti della vita ufficiale di provincia ho veduto scendere nell'arringo in qualità di commissari delle corse al trotto, o del tiro al piccione, o delle feste carnevalesche, per poi salire grado grado quando alle società delle barbabietole, quando ai comitati pei concimi chimici, e quando alle bonifiche. Bonifiche altrettanto agrarie quanto elettorali, per asciugare possibilmente le urne o delle melme parassitarie o delle muffe rossiccie.1 Di lì, fatti grandicelli, ne ho visto balzare presto a Roma, non dico sempre per durarci molto, oh no, sì bene per riedere, meglio assestati, alla sedia curule od alle Opere Pie di casa propria: che diamine, tutti non possono essere tutto, ma quando taluno è stato, anche per poco tempo, più su, trova sempre miglior posto per accomodarsi più giù. —

Qui Pio non potè trattenere un gran sospiro, che aveva principiato a soffiargli dentro fin da quando aveva udito mentovare il gran nome di Ibsen.

— Sospirate? — domandò il Consigliere, che si era affatto dimenticato di Nora e degli Spettri. — Il mondo va così. E per un altro verso va anche in un'altra maniera. Ve lo provo subito come vi ho promesso.

— Vi ascolto.

— Io non sarei un piccolo despota compiuto se non avessi un debole per i buffoni, ma in questo solo sono del tempo mio, che i buffoni, oltrechè ridere, mi fanno anche pensare. È una debolezza imperdonabile. Fra gli ultimi miei sudditi mi sono imbattuto per caso in un cervel bruciato, che per la estrema esilità della persona non poteva armeggiare che a parole, ed era tenuto per inconcludente a fatti. Bonaccio era anche in fondo, quantunque fine di spirito. Sapete cosa mi disse un giorno, da solo a solo, dopo di essersi persuaso a malincuore della sua relativa simpatia per me? Sapete?

— Io no.

— «Che una volta, quando andava male, bastava dire o pensare: — Quel farabutto di un Duca! — perchè uno si trovasse in certo qual modo soddisfatto ed aspettasse tempi migliori: ora invece i duchi sono legione, se ne può dir corna a piacimento, eppure non va niente meglio! Moltissimi a casa, 508 cumulativi a Roma, come si fa a sfogarsi con tutti anche gridando forte? Come dir male del deputato A. il quale non pensa che a sè ed al suo Collegio, quando nessuno ci levi di mente che il deputato nostro non faccia precisamente il medesimo per lui e per noi? E che giovamento c'è a vivere in piccolo, con questo deposito di idee grette e meschine, quando vediate ogni momento che per pagare bisogna pagare in grande? Oh lì non si scappa, lì siamo veramente un gran paese, e la più grossa frazione del settantacinque per cento che ci si leva di tasca va spesa per l'ordine pubblico. Pericola davvero questo striminzito ordine pubblico? Ebbene, qui da noi — città e ducato — con trecento uomini di milizia si è sempre fatto e si potrebbe fare ancora: adesso, con tanti duchi, guardate un po' quanti uomini ci toccano a misura di popolazione! Facesse almeno buona figura a petto delle altre la nostra povera città, che ha sempre bastato a sè medesima, ma che! Le maggiori ingrassano e si lamentano più di lei. Si lamentano perchè Montecitorio è diventato come una specie di ara sconsacrata, dove ogni clientela mira ad appendere il suo solo ex voto, e dove ogni grande città ha sempre paura di venir sopraffatta dalla vorace concupiscenza delle sue illustri sorelle. Oh povero teutonico sofo che scrivevi così bene e pensavi così barbaramente, come rideresti se potessi vedere che tu non imperi soltanto in certe prose poetiche, ma che ti sei disteso, come un lugubre farfallone, sul nostro vivere civile e sul domestico! Quanti appetiti dionisiaci nei palazzotti di certi nostri politicanti, e che fiorita di egoismo casalingo e municipale dovunque!»

Eccoci al punto, e scusate se ci son venuto tardi e quasi di sbieco. L'Italia non è mai stata tanto divisa come adesso. Siamo uniti sulla carta geografica e sullo scacchiere politico, ma ognuno pensa a sè e più di tutti la maggior parte dei 508 di Roma. Una volta i brandelli erano più visibili per effetto di dogane, di pedaggi e di passaporti, ma il fuoco sacro, non mai spento, dava sempre scintille qua e là, sia nelle anime dei pensatori, sia nelle fucine delle più generose cospirazioni, e l'Italia, apparentemente più divisa, stava stretta come in una maglia d'affetto, di speranze, di unità spirituale. Adesso? Adesso è tornato il tempo dei signorotti, come me, più di me vituperevoli perchè meno si conoscono in peccato, e perchè più si accapigliano fra loro per arruffianare il suffragio popolare. Io almeno sono sceso genuinamente dall'autorità, per diritto divino. Ed io che bene o male.... anzi molto bene ho tirato a riva più Comuni in burrasca, ho visto da per tutto, non dico trascurare, ma ignorare affatto quel che di meno guasto o di più miserevole accadeva di là da un fiume o di là da un monte; ho visto scovare avidamente nei pubblici ritrovi quei soli giornaletti contenenti le proprie bizze e le proprie beghe locali, come se tutto il rimanente d'Italia non contasse un fico secco, ed anche lì, fra quella falsa e circoscritta fermentazione di vita pubblica, mai un filo di coerenza, mai uno zinzino di idealità! Le parti che franavano a casaccio, scoscendendo tumultuariamente verso l'utile immediato: qua conservatori in grande affanno per tirare fra i padri i più melensi popolani e farsene schermo, colà i partiti popolari in fregola di araldica e di stemmi, per lardellarne le loro liste. Begli schermi e belle liste in verità.2

La Francesina non ne voleva più ed anche Aleppe, di dentro, principiò a picchiare nei vetri ed a gridare:

— Dunque? La finite sì o no? Non vedete che siamo a Lojano? —

Il vetturino fermò le sue bestie davanti ad una capanna, dove solevano tirar fiato, e subito i cinque saltarono fuori per trascinare Pio dentro della muda. Diciamo della muda per le attinenze, già fameliche, dei reclusi coi cinque di Pisa.

— Quante ve ne ha date a bere il Consigliere? Tutte belle?

— Non tanto, veramente.

— Si sarà vantato?

— Un po', ma se ne avvede, e non rimane per questo di deciferare i lati deboli degli altri. Or tocca a voi tre. Vi siete svegliati bene?

— Sì, e ci siamo quasi accordati di sopprimerci in due. Intendo come giornalisti. Basterà uno solo e sarà Pape. Aleppe seguiterà come uomo, perchè il suo caso umano è particolarissimo, dice, ed entrambi faranno presto. Figureranno come una specie di ballabile finale, dopo della vivisezione imbanditavi dal chirurgo, e dopo delle malinconie inculcatevi dal Consigliere. Ed io tacerò. Un imparziale che taccia ed ascolti ci vuole, se non altro per rappresentare tutti i sottintesi. Il silenzio è re. Significa tutto.

— Ma probabilmente anche la nostra sarà tutt'altro che roba allegra — avvertì Pape.

— Che importa quando la esponiate col nostro solito brio di giornalisti?!

— Vuoi dire con la nostra solita banalità! — sclamò Aleppe. — Bel camerata! Si accaparra la comoda cuffia del silenzio, e ci scopre avanti che parliamo. Ma Pape ti sbugiarderà, ed io ti farò vedere che mi so vestire da uomo, benchè giornalista. —

Qui il pittore, non meno impermalito di Aleppe, aveva preso a borbottare e a dire:

— Mi pare, o sbaglio, che abbiate già dimenticato il mio fenomeno. Anche voi, Pio?

— No, rassicuratevi, me ne ricordo benissimo. —

L'omnibus, che aveva già ripreso la via, tornò a fermare per il clamoroso invito di una carrozzella, che veniva a gran corsa da Bologna. Tutti guardarono fuori e il chirurgo riconobbe lo scrivano dello spedale.

— Che c'è di nuovo?

— Abbiamo da stamane un bellissimo caso urgente. I secondari non ci si attentano e s'è telegrafato a Lei. Risposero che Ella era già partito, e io Le sono venuto incontro per guadagnare tempo.

— Ben inteso. Gl'incerti del mestiere3 come diceva il Re per Acciarito — rispose il chirurgo, districando le gambe per discendere presto. — Addio colazione alle Tre Zucchette!

— Osservo che S. M. aveva in ballo la propria pelle — gridò dalla cassetta il Consigliere — mentre voi medici vi sbizzarrite su quella degli altri, come diceva Francesco Guicciardini. —

Il chirurgo lasciò dire e si congedò frettolosamente da tutti. Nel salire a fianco dello scrivano gli chiese:

— Come va l'ulcus rodens?

— Quale?

— Si domanda! Il più grave, per Dio! Quello sull'orecchio.

— Sempre male, ma non abbastanza. — (sic).

L'efferato Consigliere udì queste parole, non poco suggestive, e gridò dietro alla carrozzella:

— Bada che il bellissimo caso nuovo di questa mattina non ti dia a suo tempo il medesimo dolor di capo del caso vecchio. —

Ma il chirurgo era già lontano un tiro di fucile e forse non udì.

— Poveri medici! — sclamò Aleppe. — Quando s'ha un frignolo, non si lasciano ben avere, per poi morderli a sangue quando siamo sani. È vero che si fa il medesimo anche a noi giornalisti, ma non vuol dire, il caso dei medici è più flagrante e più grave. Spicciati, Pape. Si vedono le Torri e quel filo di fumo lì accanto. Giurerei che è il fumo del nostro ragoût alle Tre Zucchette. Oh sante tagliatelle petroniane! Benedetta colei che vi ha spianato la prima!

— Amen — risposero tutti in coro. —

Ma Pape non si sentì di parlare in quel chiuso e con quel frastuono, dopo quattr'ore di scesa rotoloni sui sassi. Domandò invece:

— A che ora partite, Pio?

— Posso stare fino alle diciotto, se volete.

— Ed anche noi. Faremo venir tardi al Caffè della Barchetta, e poi prenderemo i treni voi di là e noi di qua, ciascun per conto suo. —

Così fu deciso e mezz'ora dopo, quando spuntavano alla Mercanzia, videro tutti una signora che agitava il fazzoletto e la udirono chiamare il pittore. Era sua moglie.

— Quanto hai tardato! È un'ora che passeggio dalle Torri a qui.

— Che hai?

— È arrivato il francese di Carolus Durand e ti attende a casa. Ha fretta. Mangerai con lui e con me.

— Appunto adesso doveva capitare!

— Vieni. Il tuo ultimo quadro gli piace moltissimo.

— Sì? Dunque lo ha capito?

— Pare. —

Qui il pittore si voltò verso gli amici, studiandosi di non guardarli in viso, per non rilevare le loro faccie nel vederlo al cospetto della fiera consorte. Poi disse:

— È una composizione in memoria del povero Segantini. Mi ci sono tanto accalorato, ho voluto dire tante cose, che adesso non ci capisco più niente. Troppa neve, troppi simboli abbaglianti, resi oscurissimi dalla troppa luce. Ma questo francese vuol comprare, dunque li ha capiti. Vorrei essere in lui.

— Fatteli spiegare — disse Pape.

— Magari potessi. Ma è certo che si mette in guardia e non compra più. —

La bella signora, tutta grazia e cortesia, strinse la mano a tutti.

Pio, nuovo per lei, fu cerimoniosamente accomiatato per primo, ciò che gli permise di dire in orecchio al pittore:

— Quella vostra moglie? Se pare la amabilità fatta persona!

— Bravo! Con tre uomini per parte, a farle ala, e col fenomeno chiuso a chiave da tanto tempo. Tornate un po' a luna nuova, quando io mi senta tentato di riaprire.... periodicamente. —

La signora afferrò il braccio del marito, che la seguì con mezza bocca truce vôlta verso di lei, e mezza tra sorridente e sarcastica verso i compagni, dal cui seno era stato divelto. Pareva Mefistofele, ma era più maturo lui della vicina.

I rimanenti, dal desio chiamati, infilarono prestissimo le venerate soglie delle Tre Zucchette.

Non ci basta l'animo di seguirli. Un gran piatto di tagliatelle alla bolognese sulla tavola, e stare a vedere, sarebbe troppa angoscia per i nostri lettori. Basta dire che alle frutta arrivò un questurino al Consigliere, per una frettolosa chiamata alla lontana sua sede, ciò che gli fece dire, mentre allungava lo scotto al cameriere:

— Che secolo il nostro! Siamo partiti jeri sei intellettuali e già ci rincorsero in tre: i tre veri. Non è che di voi giornalisti che si faccia senza piacevolmente. —

E via di corsa a testa bassa, per lasciar passare un arancio, che altrimenti gli avrebbe sfondato il cappello. Appena fuori, fece capolino come Don Basilio, e gridò da una delle due porte sbarrate che fungono da finestre:

— Addio Molière. Fate senza anche voi. —


 

 

 




1 Enrico Ferri è di parer contrario. Dice che queste ultime prosperano invece tanto più. (Nota del racc.)



2 Urge ormai di notare che tutte le parole del Consigliere (nonchè quelle sue e d'altri che seguono poco più avanti) furono pronunziate e trascritte molto prima del sacrifizio di Monza, e che si lasciarono tal quali.— (Nota del racc.)



3 Vedi nota 2.






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