IV.
Dal giorno del
pignoramento non fu più possibile a Giusto incontrare Cristina per la via; Sant'Alessandro non vedeva più la sua piccola devota, nè alla messa del mezzodì, nè ad
un'altra messa; e quando il pittore fu persuaso di questo, per essere rimasto
tutta la mattinata di una domenica piantato come un pilastro (un pilastro
inquieto veramente), a distribuire l'acqua santa a tutte le ragazze, allora non
gli rimase dubbio che gli ordini del babbo usciere erano di mutar chiesa,
d'andarsene alla prima messa a San Giorgio o a San Lorenzo. E Giusto una festa non fece altro
che viaggiare da una chiesa all'altra; più semplice sarebbe stato piantarsi in
faccia al portone di casa, ma egli temeva d'esser visto dall'usciere, il quale
per difendere la legittima prole da quelle nozze che non gli andavano a sangue,
sarebbe stato capacissimo di far perdere la messa e il
paradiso a sua figlia.
Ma nemmeno a San Giorgio e a San Lorenzo,
Cristina si lasciò vedere. Allora un fiero dubbio assalse
il pittore innamorato: forse Cristina sua era ammalata!...
Questo pensiero gli era appena
entrato nel cervello, e già Giusto era avviato a visitare la cara inferma.
Lo aspettavano insieme una gioia e
uno sgomento nuovo: la porta di casa era chiusa, la portinaia informò che la
ragazza con la fantesca erano andati in Brianza, per qualche giorno, mentre l'ufficiale giudiziario
era rimasto a fare le sue citazioni e i suoi pignoramenti. Però,
se Giusto volesse vedere il signor Ippolito dopo il tribunale, tornasse alle
diciassette in punto, che a quell'ora per abitudine
dava una capatina a casa, prima di andare alla trattoria a desinare.
Il pittore ne sapeva quasi
abbastanza.
- In qual paese di Brianza? domandò alla portinaia.
- A Barzanò.
Il grande artista non chiese altro;
col primo treno se ne venne a Monza, e di lì con la tramvia a Barzanò. Ma per quante ricerche facesse
della casa dell'usciere Ippolito, nessuno ne aveva inteso mai parlare; e quando
cominciò a dire di Cristina, dipingendola come sa fare un pittore innamorato,
si sentì rispondere che ragazze belle quell'anno Barzanò ne aveva tante, perchè
dopo agosto ne erano venute da Milano e da Monza almeno almeno
una ventina, quasi tutte sparse per le ville, due o tre appena in paese.
Dio buono! essere
a due passi da Cristina sua, e non poterla vedere!
Per altro, prima di sera, Giusto
trovò la buona strada, essendogli stata indicata una villetta distante da Barzanò un chilometro e mezzo, dove una signorina con la
fantesca, arrivate da poco, erano andate a stare in casa del notaio Cipolla.
La celebrità del notaio Cipolla era
molta in Milano, perchè col mezzo del suo
tabellionato vi si facevano gli intrugli più difficili; perchè
la moglie sua, figlia d'un usciere famoso anche lui,
si era fatto essa pure la celebrità d'essere una gazza di prima forza. Quanto il Cipolla era abbottonato e taciturno per necessità
professionale, altrettanto la moglie era curiosa e ciarliera; e si aveva la
prova parlante che il notaio, tornato a casa, abbandonava il sussiego per
lasciarsi sbottonare e rivoltare tutto dalla legittima notaia fino a far vedere
le fodere. Perciò il Cipolla metteva bensì insieme i
più complicati meccanismi di società commerciali, in nome collettivo, in
accomandita, e anonime, ma era raro che per l'opera sua si facesse un
testamento.
Giusto gli aveva fatto una volta il
ritratto a olio, non gli avendo strappato di bocca
altro che monosillabi in tutte le ore delle sedute; questa volta, andando a
fargli visita di proposito, lo inviterebbero almeno a desinare, facendolo sedere tra la notaia e Cristina sua, ed egli
terrebbe sempre una mano sotto la tovaglia.
Disgraziatamente quel giorno il
notaio Cipolla non era in villa, e quando Giusto ebbe chiesto di lui alla
fantesca, e la fantesca gli ebbe risposto di cercarlo a Milano, egli non poteva
far altro che andarsene.
Nondimeno si provò a domandar notizie di
Cristina, ma ahi! la buona fanciulla era ammalata e
appunto il dottor Cipolla era corso a Milano a informarne il babbo.
Giusto vedeva naufragare ogni sua
speranza; non seppe decidere lì per lì se gli convenisse sfoderare la qualità
di zio e di cugino, e insistere per
essere messo alla presenza della signora notaia....
ebbe una vaga paura di perdere ogni frutto del suo viaggio se l'usciere ne
venisse a cognizione, stette un po' a guardare intorno, forse sperando che la
signora curiosa s'arrischiasse a tiro; infine se ne andò con l'unica speranza
di non essere visto da nessuno. E almeno in questo ebbe fortuna, perchè nè il notaio nè l'usciere videro lui, ed egli
vide entrambi arrivare mezz'ora dopo nel tram, mentre egli vagava come un cane
battuto, nascondendo l'amore inquieto dietro i gelsi della campagna.
Non perdette di vista la villa fin
che si accesero i lumi alle finestre; in una di queste la luce non si moveva
mai, ed era sicuramente la camera di Cristina inferma. E
di che male era inferma la creatura adorata? La fantesca non aveva saputo dir
nulla; ma sicuramente era il mal di amore, un male
così fatto che quando si attacca alla gente robusta la lascia in piedi, a
vagare fra i gelsi, ad assorbire la rugiada serotina per tutti i pori, e quando
piglia una bambina bianca e delicata la stronca subito e la mette a letto.
Giusto vagò molta parte della notte
intorno al villino, tenendo desti i cani di guardia che empivano la campagna co' latrati;
cercò sempre il lume acceso, con una speranza impossibile, cioè che la sua
innamorata avesse a distinguere il passo di Giusto per le zolle dei campi e
potesse correre alla finestra a mandargli un saluto, a dirgli a bassa voce:
"io sto meglio e t'amo".
Invece quella notte Giusto si buscò
solo una febbre reumatica, e quando a ora tarda andò a
svegliare l'albergatore di Barzanò batteva i denti
come un dannato.
E là, all'insegna della Corona, si
mise a' letto, e la mattina chiamò il medico
condotto, e per sua virtù rimase in paese quindici giorni buoni tra vita e
morte.
Nello svegliarsi da quel lungo
sonno, apprese che erano venuti a vederlo il notaio Cipolla e il cugino Ippolito,
ma egli non aveva riconosciuto nessuno, che Cristina era guarita
perfettamente e che la sua malattia era stata un'angina leggiera... e che
altro? e che ora Cristina, più fresca e più bella di
prima, era tornata a casa in compagnia del babbo.
Ah! quanto
male gli faceva il medico condotto dandogli queste notizie! La sua fanciulla non aveva nemmanco saputo della presenza di Giusto
ammalato, se no, sfidando tutte le collere dell'usciere, avrebbe dichiarato di
non voler tornare a Milano se prima non avesse visto il caro infermo.
E pure, mentre l'ammalato si
affliggeva, la natura più forte di lui gli dava un
benessere singolare, una contentezza non mai provata prima, un entusiasmo
gentile al contatto del quale la melanconia era quasi nulla. E talvolta, accarezzato
dalla convalescenza, riconosceva che la vita è buona e
che si può godere sempre qualche cosa, pur di accontentarsi di poco e di
rassegnarsi molto.
Ma subito succedeva il terrore
pazzo di dover vivere tutti gli anni della sua esistenza separato dalla fanciulla amata; e la rassegnazione gli sembrava impossibile
quando gli fosse piombata sul cuore la notizia feroce che Cristina sua era
fidanzata, che Cristina era sposa e madre dei figli d'un altro uomo. Ah! questa idea soltanto guastava tutta la felicità della
convalescenza!
V.
Un giorno Giusto era di buon umore. Stando sul
letto dell'albergo, gli venivano baldanze d'uomo sano; diceva a voce alta a se
stesso, diceva all'oste diventato amico suo: "io
mi sento bene; il dottore non capisce nulla, mi vuol tenere a letto, mentre
stia a vedere che io mi levo, mi vesto e me ne vado a Milano senza pagare il
conto. Scommette lei?"
L'oste era incapacissimo
di fare scommesse simili; del conto era sicuro; quando fosse l'ora giusta,
l'ospite suo se ne andasse pure senza pagare; ma ora
rimanesse a letto per non guastare tutto.
Quella mattina venne il notaio
Cipolla; era abbottonato come il solito, e la sua visita fu breve, perchè egli non aveva mai molte parole a dire; ma negli
stenti di quella conversazione il pittore ebbe un'idea allegra: "far testamento!"
E la manifestò con faccia seria.
- Senta notaio,
io voglio dettarle le mie ultime volontà.
Il notaio Cipolla sbarrò tanto
d'occhi, sembrando dire: che sorta di volontà ultime può aver lei?
- Voglio far testamento. Mi vuole
aiutare?
Il notaio Cipolla rispose di sì,
che voleva, perchè in fin dei conti era il suo mestiere; però che necessità aveva il signor
Giusto di far testamento, quando gli si aprivano un'altra volta le sorgenti
della vita, d'una vita lunga, perchè a giudicare
all'ingrosso.... che età poteva avere il signor Giusto?... meno di quaranta....
- Trentasei... sonati.
- Dunque?
Ma detta questa ultima
parola, il notaio si arrestò sbigottito forse di aver parlato troppo, o d'aver
parlato male. Non era forse obbligo suo professionale predicare il contrario,
dire ai giovani e sani: "testate fin che siete
così: può venirvi il tifo quando meno ve lo aspettate, e avrete il rimorso di
andarvene all'altro mondo senza aver accomodato a piacer vostro le cose di questo."
Invece, tanto bene era entrata nel cervello del notaio l'idea che quel faro della
pittura lombarda non avesse il becco d'un quattrino, che correggendo il suo
pensiero di prima ne espresse un altro quasi consimile.
- Che
necessità ha lei di fare un testamanto con l'opera di
un notaio? Faccia un testamento olografo. Non sa fare? Le insegno subito... Un pezzo di carta qualunque...
No, no.
Era inutile. Giusto voleva fare la cosa davanti a notaio e ai testimoni, e in
carta bollata.
Il notaio Cipolla non fiatò più.
- Vorrei far subito.
- Facciamo subito.
Lì per lì il notaio mandò a
prendere due fogli di carta bollata, e Giusto volle pagarli senza aspettare il
conto; si chiamò l'oste, il quale chiamò il cuoco, il cameriere e lo sguattero,
tutti testi idonei maschi e d'età maggiore, e Giusto dettò senza ridere, mentre
ne aveva una voglia straordinaria.
"Del mio piccolo patrimonio di
dugento mila lire in cartelle del Debito pubblico
italiano, che si troveranno nel cassetto della mia scrivania, faccio quattro parti
uguali fra i miei cari parenti, non avendo nessuna ragione di favorire uno
piuttosto che l'altro, essendomi provato che essi valgono uno quanto l'altro.
"Lego dunque L. 50.000 al mio buon cugino prete Barnaba, con l'obbligo
di dire egli stesso, se sarà vivo al tempo della mia morte, o di far dire da un
altro prete della sua chiesa, dieci messe in suffragio del mio purgatorio.
Regalo ancora allo stesso mio cugino prete Barnaba la Madonna dei sette dolori
che mi propongo di dipingere e che egli farà collocare nella Cappella dove dice
messa.
"Lego L.
50.000 al mio cugino Venanzio Bordini.
"Lego L.
50.000 a mio zio Bortolo Negri, negoziante di carni di macello.
"Lego L.
50.000 a mio cugino Ippolito Portatore usciere.
"Lascio i quadri e tutto
quanto si troverà nel mio studio alla mia morte, alla mia cuginetta Cristina, figlia di mio cugino Ippolito.
"E augurando ai miei cari
parenti di vivere lungamente per seppellirmi con poca spesa, trasportandomi al
cimitero monumentale in un modesto carro di seconda classe, terza categoria, mi
sottoscrivo
"Giusto Giusti."
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