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Salvatore Farina
Carta bollata

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Mentre andava empiendo di sgorbi le sue carte bollate, il notaio Cipolla pensava, pensava anche l'oste, e il cameriere pure; e i loro pensieri, avviati sulla medesima strada, erano di meraviglia mista a un lontano sospetto di corbellatura.

Ma il testatore era rimasto serio, sapendo bene che se gli fosse scappato da ridere tutto l'intento suo sarebbe fallito.

E qual era il suo intento? Niente altro che beffarsi, con poche lire di carta bollata, dei suoi parenti ricchi e miserabili.

Non l'aveva tentato alla commedia testamentaria la sciocca soddisfazione di lasciar con un palmo di naso i suoi eredi quando egli avesse a morire; tutt'altro; egli si sentiva rinascere, gli pareva chiaro che toccasse a lui seppellire a uno a uno tutti i suoi cugini e suo zio macellaio, e a suo tempo avrebbe fatto volontieri questo ufficio pietoso. La celia diventava saporita per la sicurezza che il notaio Cipolla, tornato a casa, avrebbe detto ogni cosa alla notaia, la quale, in gran confidenza ne avrebbe informato prima l'usciere e poi tutti quanti.

Giusto s'anticipava con l'immaginazione la faccia mortificata di zio Bortolo, di prete Barnaba e di ogni altro cugino suo nell'apprendere che il gran pittore non solo era un faro, ma anche una borsa piena e capace, capace di dare una musica allegra di marenghini.

Essendo tutti più maturi (salvo uno, cugino Venanzio), avrebbero poca speranza di toccar nemmeno con un dito l'eredità, e questa sarebbe la loro punizione; che Giusto già si vedeva rifiorito meglio di prima. Insomma, cominciava per lui la festa; solo, avrebbe un po' di noia per pagare il conto dell'oste, e più tardi il notaio.... ma chi sa che non potesse, durante la convalescenza, indurre l'oste a posare; e forse ancora, il ritratto del notaio Cipolla avrebbe il bisogno di essere ritoccato, anzi ne avrebbe bisogno di sicuro, perchè una volta il Cipolla portava la barba come un capuccino, ma poi sentendosi crescere la dignità del tabellionato si era pelato come un ginocchio.... E... e che altro?

Che altro? Soltanto questo: che il cugino uscieresapendo il pittore ricco di dugento mila lirette, si affretterebbe a buttargli nelle braccia Cristina cara, Cristina bella.

E perchè all'idea di avere l'amor suo per questo mezzo, Giusto si sentì venire uno scrupolo?

Perchè il grand'artista era anche un uomo semplice, capacissimo, quanto qual si sia bandito, di rapire la sua innamorata, ma alla luce del sole, tenendo in rispetto il suocero e gli altri avversari, se ce ne fossero, con un trombone calabrese spianato, ma mettere la mano sulla propria felicità con un'astuzia, anzi con un inganno, gli repugnava.

E fu tentato di dire al notaio Cipolla, il quale finiva in silenzio l'atto solenne, che avendo voluto fare una celia ai suoi cari parenti, era già pentito. Guardò sott'occhio l'oste e i testimoni, e gli parvero quattro brave persone contente in modo straordinario di assaggiare la dignità di testi idonei; ebbe pietà di loro; temette la collera muta del notaio corbellato, e compì la corbellatura firmando la carta bollata, e ringraziando tutti quanti di averlo aiutato in quella impresa. Ancora non rideva.

Rise, appena notaio e testimoni furono fuori dell'uscio, rise senza far rumore, e lungamente rise, poi si lasciò venire in mente tutto il buono che dalla corbellatura poteva nascere, e il buono non gli pareva dover essere gran cosa; ma la soddisfazione di tener inquieti i suoi legatari, e un giorno crescere la loro inquietudine con un altro testamento, segreto davvero (che il segreto sarebbe affidato prima alla ceralacca che al notaio Cipolla) ciò rendeva propriamente felice quell'anima ingenua d'artista.

E non ebbe più scrupolo della menzogna in carta bollata per carpire la propria innamorata. Decise subito di essere guarito senza aspettare la licenza del medico, si levò a sedere sul letto e stette un po' come a tastarsi tutto mentalmente; e si sentì sano più d'un pesce, cioè vispo al par d'un bambinone risanato appena. Si levò di letto in un batter d'occhio, e corse ad empire di meraviglia i suoi complici testamentarii, i quali avevano sempre inteso dire che fare il proprio testamento allunga la vita, ma non sapevano ancora, e toccavano con mano, che acceleri la guarigione di un caso difficile.

Ed era dunque stato un caso difficile il suo?

Altro! Un tifo famoso, fino alla terza settima; invece di andare all'altro mondo, come sembrava disposto a fare, Giusto aveva cominciato a guarire: in venti giorni eccolo ... in piedi, arzillo... dimagrato, ma appena appena.

Giusto era in quello stato di beatitudine degli scampati a morte; gli sembrava d'essere un po' eroe, cioè d'avere sfidato il malanno e a vincerlo avessero contribuito una fibra resistente e una volontà delle più straordinarie.

Volle uscire per farsi radere e il cameriere lo accompagnò in bottega del più vicino barbiere, al quale affidò l'ospite prezioso.

- Devo venire ad accompagnarlo fra mezz'ora?

No; Giusto saprebbe fare da ; prima di tornare a Milano non mancherebbe di stringere la mano agli amici della Corona, ringraziare il notaio e il dottore; più tardi farebbe il proprio dovere di pagare il conto e dare la mancia al cameriere... ora no, perchè era capitato a Barzanò con poco denaro...

Ma le son cose da dire?

Un uomo come Giusto, dopo un testamento simile, vi pare? può anche non pagare un soldo e non perde dignità; la sua reputazione rimane intatta.

Il faro della pittura lombarda, rimesso a nuovo prima dal dottore e ora dal barbiere, vistosi nello specchio molto magro, ma contento della sua magrezza, andò a salutare il dottore, che non trovò in casa, poi il notaio Cipolla, o per essere più nel vero, la signora Cipolla.

E indovinò veramente che la notaia sapeva del testamento, che sapeva dall'a fino alla zeta, perchè quella perla di suo marito non aveva avuto segreti con la sua metà legittima.

Dov'era ora il caro notaio?... Tornato a Milano per suoi affari, ma non rimanesse in piedi, doveva essere debole dopo una malattia simile, si accomodasse un momentino a far due parole...

- Grazie, grazie.

E Giusto si fregava le mani, pensando: questa gazza parlerà, non vede l'ora di spifferare il segreto di suo marito a tutti gl'interessati.

- Lei se ne ritorna a Milano?

- Sissignora.

- Beato lei, la mia penitenza della campagna durerà ancora una settimana, poi me ne torno al nostro bel Milanone... dov'io spero di vederla qualche volta.

Giusto chinò il capo, e disse ancora una bugia, assicurando che non desiderava di meglio...

Alle diciassette, rientrava nelle sue stanze abbandonate, e spalancava le due finestre, perchè  con l'aria settembrina vi entrasse l'alito di nuova gioventù che porta seco la guarigione.

 

 

 




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