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Mentre andava empiendo di sgorbi le
sue carte bollate, il notaio Cipolla pensava, pensava anche l'oste, e il
cameriere pure; e i loro pensieri, avviati sulla medesima strada, erano di
meraviglia mista a un lontano sospetto di
corbellatura.
Ma il testatore era rimasto serio,
sapendo bene che se gli fosse scappato da ridere tutto l'intento suo sarebbe
fallito.
E qual era il suo intento? Niente altro che beffarsi, con poche lire di carta bollata,
dei suoi parenti ricchi e miserabili.
Non l'aveva tentato alla commedia
testamentaria la sciocca soddisfazione di lasciar con un palmo di naso i suoi
eredi quando egli avesse a morire; tutt'altro;
egli si sentiva rinascere, gli pareva chiaro che toccasse a lui seppellire a
uno a uno tutti i suoi cugini e suo zio macellaio, e a suo tempo avrebbe fatto volontieri questo ufficio pietoso. La celia diventava
saporita per la sicurezza che il notaio Cipolla, tornato a casa, avrebbe detto
ogni cosa alla notaia, la quale, in gran confidenza ne avrebbe
informato prima l'usciere e poi tutti quanti.
Giusto s'anticipava con
l'immaginazione la faccia mortificata di zio Bortolo, di prete Barnaba e di ogni altro cugino suo nell'apprendere che il gran pittore
non solo era un faro, ma anche una borsa piena e capace, capace di dare
una musica allegra di marenghini.
Essendo tutti più maturi (salvo uno, cugino Venanzio), avrebbero poca speranza di toccar
nemmeno con un dito l'eredità, e questa sarebbe la loro punizione; che Giusto
già si vedeva rifiorito meglio di prima. Insomma, cominciava per lui la festa;
solo, avrebbe un po' di noia per pagare il conto dell'oste, e più tardi il
notaio.... ma chi sa che non potesse, durante la
convalescenza, indurre l'oste a posare; e forse ancora, il ritratto del notaio
Cipolla avrebbe il bisogno di essere ritoccato, anzi ne avrebbe bisogno di
sicuro, perchè una volta il Cipolla portava la barba
come un capuccino, ma poi sentendosi crescere la
dignità del tabellionato si era pelato come un ginocchio.... E... e che altro?
Che altro? Soltanto questo: che il
cugino usciere, sapendo il pittore ricco
di dugento mila lirette, si
affretterebbe a buttargli nelle braccia Cristina cara,
Cristina bella.
E perchè
all'idea di avere l'amor suo per questo mezzo, Giusto si sentì venire uno
scrupolo?
Perchè il grand'artista
era anche un uomo semplice, capacissimo, quanto qual si sia
bandito, di rapire la sua innamorata, ma alla luce del sole, tenendo in
rispetto il suocero e gli altri avversari, se ce ne fossero, con un trombone
calabrese spianato, ma mettere la mano sulla propria felicità con un'astuzia,
anzi con un inganno, gli repugnava.
E fu tentato di dire al notaio
Cipolla, il quale finiva in silenzio l'atto solenne, che avendo voluto fare una
celia ai suoi cari parenti, era già pentito. Guardò sott'occhio l'oste e i
testimoni, e gli parvero quattro brave persone contente in modo straordinario
di assaggiare la dignità di testi idonei; ebbe pietà di loro; temette la
collera muta del notaio corbellato, e compì la corbellatura firmando la carta
bollata, e ringraziando tutti quanti di averlo aiutato in quella
impresa. Ancora non rideva.
Rise, appena notaio e testimoni
furono fuori dell'uscio, rise senza far rumore, e lungamente rise, poi si
lasciò venire in mente tutto il buono che dalla
corbellatura poteva nascere, e il buono non gli pareva dover essere gran cosa;
ma la soddisfazione di tener inquieti i suoi legatari, e un giorno crescere la
loro inquietudine con un altro testamento, segreto davvero (che il segreto sarebbe
affidato prima alla ceralacca che al notaio Cipolla) ciò rendeva propriamente
felice quell'anima ingenua d'artista.
E non ebbe più scrupolo della
menzogna in carta bollata per carpire la propria innamorata. Decise subito di
essere guarito senza aspettare la licenza del medico, si levò a sedere sul
letto e stette un po' come a tastarsi tutto mentalmente; e si sentì sano più
d'un pesce, cioè vispo al par d'un bambinone risanato
appena. Si levò di letto in un batter d'occhio, e corse ad empire di meraviglia
i suoi complici testamentarii, i quali avevano sempre
inteso dire che fare il proprio testamento allunga la vita, ma non sapevano
ancora, e toccavano con mano, che acceleri la
guarigione di un caso difficile.
Ed era dunque stato un caso difficile
il suo?
Altro! Un tifo famoso, fino alla
terza settima; invece di andare all'altro mondo, come sembrava disposto a fare,
Giusto aveva cominciato a guarire: in venti giorni eccolo lì... in piedi,
arzillo... dimagrato, ma appena appena.
Giusto era in quello stato di
beatitudine degli scampati a morte; gli sembrava d'essere un po' eroe, cioè d'avere sfidato il malanno e a vincerlo avessero
contribuito una fibra resistente e una volontà delle più straordinarie.
Volle uscire per farsi radere e il
cameriere lo accompagnò in bottega del più vicino barbiere, al quale affidò
l'ospite prezioso.
- Devo venire ad accompagnarlo fra
mezz'ora?
No; Giusto
saprebbe fare da sè; prima di tornare a Milano non
mancherebbe di stringere la mano agli amici della Corona, ringraziare il notaio
e il dottore; più tardi farebbe il proprio dovere di pagare il conto e dare la
mancia al cameriere... ora no, perchè era capitato a Barzanò con poco denaro...
Ma le son
cose da dire?
Un uomo come Giusto, dopo un
testamento simile, vi pare? può anche non pagare un
soldo e non perde dignità; la sua reputazione rimane intatta.
Il faro della pittura lombarda,
rimesso a nuovo prima dal dottore e ora dal barbiere, vistosi
nello specchio molto magro, ma contento della sua magrezza, andò a salutare il
dottore, che non trovò in casa, poi il notaio Cipolla, o per essere più nel
vero, la signora Cipolla.
E indovinò veramente che la notaia
sapeva del testamento, che sapeva dall'a fino alla
zeta, perchè quella perla di suo marito non aveva
avuto segreti con la sua metà legittima.
Dov'era ora il caro notaio?... Tornato a Milano per suoi affari, ma non rimanesse in
piedi, doveva essere debole dopo una malattia simile, si accomodasse un
momentino a far due parole...
- Grazie, grazie.
E Giusto si fregava le mani,
pensando: questa gazza parlerà, non vede l'ora di spifferare il segreto di suo
marito a tutti gl'interessati.
- Lei se ne ritorna a Milano?
- Sissignora.
- Beato lei, la mia penitenza della
campagna durerà ancora una settimana, poi me ne torno
al nostro bel Milanone... dov'io spero di vederla
qualche volta.
Giusto chinò il capo, e disse
ancora una bugia, assicurando che non desiderava di meglio...
Alle diciassette, rientrava nelle
sue stanze abbandonate, e spalancava le due finestre, perchè con l'aria settembrina vi entrasse l'alito di
nuova gioventù che porta seco la guarigione.
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