VIII.
Appena uscito di casa Cipolla, Giusto si
arrestò sulla via, come faceva qualche volta, a scandagliarsi ancora; veramente
non era egli in peccato verso Cristina?
La risposta data da lui non lo
potrebbe mai soddisfare, e posto che il cugino Ippolito ormai non avrebbe visto
nulla di male in una visita alla ragazza, quasi si proponeva
di andare subito a confessarsi a lei sola.
Erano le quattro e mezza sonate; a quell'ora un usciere di buona
volontà ha lasciato il tribunale e sta per tornare a casa. Per la confessione
sua, gli bisognava aver Cristina tutta orecchi, in
confidenza piena, senza inquietudine della cucina e della tavola da pranzo, e
poi non voleva trovarsi ancora col suocero restio, con quel suocero che a lui repugnava rendere arrendevole con la bugia. Se ne tornò
dunque allo studio a passo lento; per via si affacciò alla bottega del
falegname a ordinargli un telaio alto due metri, largo
un metro e cinquanta centimetri; la mattina egli vi avrebbe inchiodato una tela
di prima qualità e subito l'avrebbe coperta di colore. Cominciava a tirarsi in
mente quale modella le potesse servire meglio per la
rassegnazione dolente che egli voleva dare alla Madonna; e tirandosele in mente
tutte, non ne trovava una che avesse il dolore angelico. Molte madonne dipinte,
che pure hanno buona fama, non lo contentavano. Quasi tutte hanno sette spade
conficcate nel seno, molte piangono a goccioloni;
materializzano brutalmente il dolore. Egli non farebbe così;
la sua Madonna non avrebbe la veste azzurra imbrattata di sangue, nè lagrime sulla faccia scolorita, ma dovrebbe dire il
dolore muto e cocente, non rassegnato ancora, ma prossimo alla rassegnazione; e
direbbe questo con lo sguardo rivolto al cielo, con le mani congiunte nello
strazio insieme e nella preghiera; avrebbe la veste bianca di Nina, la faccetta
bianca e patita di Nina. La buona amica sua non
sarebbe ella capace di posare per l'altare di prete Barnaba? Forse sì.
Ma quando poi le cose sue spiegassero
le vele, un'altra tela alta due metri e anche più, rappresenterebbe l'estasi
dell'ascensione a Dio e raffigurerebbe il visino sorridente di Cristina.
Il giorno dopo, mentre aspettava le
dieci per poter andare a casa della fidanzata con la sicurezza di non trovarvi
l'usciere, si affacciò in istudio il cugino Gerolamo.
Egli era impaziente di sapere come era andata la cosa.
- Dimmi tutto, perchè, non lo crederesti, ho passato una notte
cattiva pensando alla mia innamorata. Puoi immaginare che alla
mia età innamorate ne ho avute più d'una e più di due, ma nessuna mai mi
fece l'effetto di non lasciarmi pigliar sonno. Forse perchè
erano innamorate d'un altro genere; non si aveva tempo a desiderarle tutta
notte stando a letto, perchè...
mi capisci? Dunque com'è andata? Non è vero che la
mia... come si chiama?...
- Nina.
- Non è vero che la mia Nina è
bella? Ha una faccetta curiosa di Madonna, come non ho mai veduto la simile.
Piace anche a te, non è vero? Dillo, che non sono geloso...
Giusto non si era preparato a dare
la notizia della infermità di Nina; aveva creduto che
dovesse costargli un po' di pena trovare le parole più adatte; ma a tanta
disinvoltura, fu disinvolto anche lui fino ad essere brutale.
- La tua Nina è uno splendore dal
busto in su.
Gerolamo rideva stupidamente,
aspettando una celia lesta.
- E dal
busto in giù? interrogò, visto che la celia stentava a
venire.
- È sciancata.
Ora che la parola era uscita di bocca, gli parve crudele, non per
l'innamorato, ma per la sua Madonnina dei sette dolori.
- Sciancata? domandò
paurosamente Gerolamo.
- È zoppina, corresse
il pittore.
- Zoppina, come? Vi sono zoppine di
varie qualità; io ne ho conosciuta una che mi piaceva tanto, ma non ho mai potuto averla a tiro...
- La buona ragazza zoppica molto, è
nata così; forse è un difetto anatomico; forse uno spostamento del femore
trascurato a balia.... ed è rimasta così inferma....
il resto è uno splendore.
Contro quello
che Giusto poteva immaginare, la notizia non sembrò affliggere molto Gerolamo,
il quale studiando legge all'Università di Pavia, aveva fatto naturalmente
profondi studi storici nei romanzi di Dumas padre, ed aveva appreso che la
signorina De la Vallière era una zoppina adorabile
anche lei ed aveva fatto perdere la testa a un re di Francia, il quale l'aveva
poi ritrovata con altre signore della società eletta. Non gli spiacerebbe avere
una zoppina per moglie... anche perchè...
Questo ultimo perchè
non lo volle dire, non avendo trovato l'incoraggiamento necessario nella faccia
di Giusto.
Era dunque cosa intesa. Gerolamo
andrebbe a far visita alla bella Nina, e se non zoppicasse proprio troppo, se
la piglierebbe in moglie.
Egli diceva me la piglio, come se la cosa dipendesse unicamente da lui.
Giusto acconsentì per quell'istesso giorno alle due, non prima, avendo altre cose
da fare.
Per farne una lasciò in tronco le
vanterie universitarie di suo cugino e andò a confessarsi a Cristina.
La quale, quando seppe della visita
alla povera Nina, e del modo con cui il suo promesso sposo si era comportato,
stette a pensare un momento, poi disse: ebbene, sì,
vogliamole bene entrambi; è tanto buona.
Alle due Gerolamo fu puntuale.
Giusto, nel vederselo venire
incontro allegramente, pensò che egli valesse più di quanto aveva creduto; ma
dopo le prime parole riconobbe che poteva essere un
imbecille.
Le prime parole furono
semplicemente queste:
- Non vedo l'ora di conoscere la
sciancata che mi ha innamorato, e parola d'onore, se non è sciancata troppo, me
la piglio. Andiamo subito.
Andarono in silenzio, repugnando a Giusto di esprimere il proprio pensiero; non
sapendo Gerolamo che altro dire dopo il risultato della prima celia.
Presentato alla notaia, Gerolamo venne introdotto alla presenza della povera Nina. Giusto era
stato lungamente incerto se dovesse accompagnarsi al pretendente per fare cuore
alla ragazza, o se la presenza sua in quella occasione
fosse per riuscire inopportuna - finì coll'andarsene,
annunziando al cugino che l'avrebbe aspettato in istudio.
Un'ora dopo Gerolamo tornò
raggiante.
Nina gli era piaciuta più di prima;
era proprio dal busto in su un vero splendore; nemmeno
la zoppaggine gli spiaceva; tutt'altro; fra studenti
d'università è ricevuto come verità di fede che far l'amore con le sciancate...
è una cosa paradisiaca...
Presentandosi il caso raro di fare
l'esperimento, egli non se lo sarebbe lasciato scappare di mano.
Dunque?
Dunque si piglierebbe Nina.
Se la piglierebbe proprio?
Proprio. Anzi aveva già chiesto la
mano alla mamma, la quale, da notaia intelligente, aveva solo messo una
difficoltà, una sola, la età giovanile dello sposo; ma
quando il babbo macellaio non negasse il consenso, la sua ragazza avrebbe
potuto prendere in considerazione la proposta, pensarci sul serio, e poi
decidere.
E allora?
E allora è cosa fatta; il babbo non
dirà di no, e Nina dirà di sì.
- E sei
proprio contento?
Sì, Gerolamo era contentone; prima di tutto avrebbe provato una verità della
quale la scolaresca va sempre parlando senza darne mai la dimostrazione, e
quando avesse fatto l'esperimento, sia che fosse rimasto contento o il
contrario, un vantaggio almeno gli rimarrebbe sicuro.
E quale?
Che sua moglie non gli potrebbe
correre dietro per tutte le vie di Milano... starebbe volontieri a casa.
Il caro cugino rideva.
Ma Giusto non rise affatto.
- Che hai?
mi sembri più accigliato del solito; non parli.
Giusto ebbe voglia di scatenare
parole rabbiose come mastini, ma seppe trattenerle e non se ne lasciò scappare
nemmeno una.
- Sto pensando alla mia Madonna dei
sette dolori.
- Ti annoio cianciando? domandò Gerolamo; e Giusto rispose di sì, che voleva essere
lasciato solo, perchè l'ispirazione non piglia legge
da nessuno... come Gerolamo sapeva benissimo.
Gerolamo fu schietto anche lui, e confessò
che d'arte non sapeva nulla di niente; ma in ogni modo se ne andava,
non avendo più bisogno di suo cugino. Nina era a tiro, e toccava a lui
allungare la mano per pigliarla....
- A rivederci
dunque.
- A rivederci.
Tutto il resto di quel giorno Giusto
pensò alla Madonna dei sette dolori, a quella veduta in un'ora sola, ma vi
pensò solo per scrupolo di coscienza.
- Bisogna salvarla a ogni costo, disse a voce alta.
E la notte sognò che egli era stato impotente contro la cretineria di Gerolamo; il
monello di Pavia aveva contentato la sua fregola di
conoscere come sia fatto l'amore delle zoppine e la sua Madonnina addolorata
aveva otto spade piantate nel seno.
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