IX.
Ma per tre giorni consecutivi non
fu possibile a Giusto di arrivare in casa Cipolla prima di Gerolamo; il quale
non solo faceva le sue visite quotidiane alla innamorata
zoppa, ma le faceva lunghe.
Repugnava al pittore di farsi ricevere dalla
sua madonnina, mentre quel monello dell'Università pavese le diceva chi sa
quali asinerie, gli repugnava del pari aspettare in istrada che Gerolamo se ne fosse andato per accorrere al
salvataggio di Nina. E poi chi sa? Forse la pallida fanciulla, in quel giovane sanguigno che diceva il macello a
gran distanza, ritrovava il suo ideale fisico, perchè
la materia pur essa ha i suoi ideali anche nelle fanciulle spirituali. E allora l'impresa di salvataggio sarebbe stata inutile.
Il pittore non potè
neppure dire il proprio pensiero a Cristina, perchè
l'usciere, avendo dovuto andare improvvisamente a
Brescia per suoi affari, vi si era fatto accompagnare dalla figliuola. Così
Giusto vagò come un'anima in pena intorno alle due fanciulle,
una delle quali era sempre assente, l'altra sempre alle prese col figlio del
macellaio.
Ahi! povera
creaturina gentile!
Per ammazzare il tempo odioso,
Giusto aveva abbozzato di maniera la Madonna Addolorata. Prete Barnaba era venuto due volte a visitare il grande artista e l'ultima
volta si era lasciato uscire di tasca altre quattrocento lire, tanto era il suo
entusiasmo per l'arte sacra del cugino.
Però se le era lasciate uscire di
mano in certo modo curioso, quasi a malincuore, tenendo lungamente fra le dita quei quattro cencetti di
carta, e accompagnandoli con un sospiro fin nel portamonete del pittore. E dopo ancora avreste detto che aspettasse qualche cosa, che
non poteva essere il resto, perchè la Madonna dei
sette dolori era stata venduta a lire mille giuste.
Il cugino Venanzio aveva rinnovato la sua offerta di denaro senza pegno nè ipoteca al sette per cento.
La navicella di Giusto filava
dunque col vento in poppa.
Ma il pittore non era contento fin
che non avesse confessato il peccato della sua nuova fortuna a chi lo potesse
intendere veramente. Confessarsi ai cugini, i quali non gli credevano, era
assolutamente inutile; ma Cristina sua, se fosse
necessario, gli darebbe consiglio.
Nel desiderio segreto di Giusto era
pure l'idea che prima di profittare della bugia, dovesse,
oltre che con Cristina, consigliarsi con Nina.
Ma prima bisognava incominciare dalla
sua innamorata.
Perchè mai essa era a Brescia quando
Giusto aveva più bisogno di lei?
Finalmente l'usciere tornò a
Milano, e Cristina pure.
Quando essa seppe dal suo fidanzato
della celia notarile fatta in un giorno di convalescenza, rise fino alle
lagrime; a lei non venne neppure in mente di dubitare che Giusto le nascondesse
il vero, ma invece di affliggersi che unicamente per questa bugia fosse
divenuta facile una cosa difficile, e la più bella di tutte, cioè
il loro matrimonio, se ne compiacque e battè le mani.
Ma dunque Giusto soltanto aveva certi
scrupoli?
Sì, proprio lui solo.
- Mi piacerebbe interrogare uno
spassionato!
E Cristina propose subito:
- Lo domandiamo a Nina!
- Domandiamolo.
Fu convenuto che la stessa sera,
alle due in punto, si sarebbero trovati in casa della zoppina.
Come è facile intendere, Giusto Giusti
arrivò prima dell'ora e si piantò in sentinella nella via, senza perdere mai di
vista il portone di casa Cipolla, nel quale dovevano entrare la sua innamorata
e la fantesca.
Ma di lì a poco quello stesso portone
eruttò un coso nero e sporco, nient'altro che prete Barnaba, sfrittellato come al solito, anzi
peggiorato dall'uso.
Che diamine era venuto a fare prete
Barnaba in casa del notaio?
La curiosità stava tentandolo a correre subito a interrogare le gazza di casa Cipolla,
quando apparve sul canto la visione soave di Cristina. Allora ogni altra idea
volò via, per accorrere incontro alla sua innamorata. Fecero un tratto della
strada deserta in quell'ora, tenendosi per mano,
lasciandosi indietro la fantesca sorda, salirono le scale
legati così, legati ancora dagli sguardi amanti, e si sciolsero solo in
anticamera dopo essersi dati un bacio fuggitivo sul pianerottolo.
Apparve la notaia, e Giusto la
interrogò a bruciapelo: "che cosa voleva prete
Barnaba? me lo vuol dire?"
La gazza, poveretta, era incapace
di nascondere lungamente qualche cosa, se avesse saputo;
in ogni modo promise di pigliare le necessario informazioni.
I due fidanzati trovarono Nina
intenta a far la soprascritta a una lettera.
- A chi scrivevi? domandò Cristina dopo averle dato un bacio.
Nina mostrò la soprascritta.
"Al signor Gerolamo,
Città", lesse Cristina a voce alta.
Allora Giusto si fece innanzi.
- Vuol dare a me quella lettera? domandò audacemente.
- Perchè
no? Mi raccomando solo di consegnarla oggi stesso.
- Quando lei voglia
proprio, sarà fatto; ma spero che appena io le avrò detto una cosa, vorrà
riavere la lettera per stracciarla.
Giusto parlava con un tremore
insolito, come se l'audacia sua sembrasse a lui stesso soverchia.
Nina, stretta fra le braccia
dell'amica, sorrise melanconicamente.
- Tutto quello che lei mi potrà
dire non muterà una sillaba a quanto è scritto lì dentro.
- Ma
dunque... dunque l'ama?
Nina fece di no in silenzio.
Ah! che
piacere! Le parole che Giusto si proponeva di dire alla poveretta perchè non si lasciasse prendere
da quel bruto, diventavano inutili. Ma tanto volle
affermare brevemente il proprio pensiero incrollabile:
- Per ora mio
cugino è soltanto un monello; più tardi diventerà un animale; le volevo dir
questo.
La pallida fanciulla
sorrise ancora; ma quale sorriso fu il suo!
- Legga la
lettera, disse.
- E devo
consegnarla ancora?
- Legga.
Giusto lesse in silenzio.
Nina scriveva che dalle visite
frequenti e lunghe aveva avuto tutto l'agio d'intendere che Gerolamo non
potrebbe mai dare la felicità a Nina, e che Nina dal canto suo non saprebbe essere la compagna per tutta la vita di Gerolamo.
Perciò egli non perdesse il tempo a fare altre visite; ella
tornava a sognare altrimenti.
- Brava! esclamò
Cristina dando un bacio alla pallida amica.
- Brava! confermò
Giusto e fu tentato di fare come la sua fidanzata, ma si accontentò di
stringere la mano alle due fanciulle adorabili.
Chiuse la lettera nel portafogli e
non si parlò più di Gerolamo.
- Ora senta, signorina, disse Giusto con voce sommessa, chiudendo gli occhi per non
vedere altro che la propria coscienza; ho bisogno da lei d'un consiglio. Me lo
vuol dare?
- Altro! ma
che consiglio posso darle io?
Giusto riaprì gli occhi un momentino per impadronirsi della mano di Cristina, e
cominciò la confessione.
Disse della sua povertà di artista, dell'amor suo, del capriccio di far testamento
per celia e di ciò che ne era risultato; espose candidamente ogni cosa.
- Posso io continuare l'inganno e
approfittarne fino a compiere la mia felicità?
- Non capisco
bene, rispose Nina.
Cristina volle spiegare meglio la
cosa, ma Giusto le strinse forte la mano perchè tacesse.
- Io non credo che lei possa
continuare l'inganno, e nemmeno lasciarlo durare per approfittarne, conchiuse
Nina.
- Lo vedi? esclamò
Giusto aprendo gli occhi a guardare la sua innamorata sorridente.
Cristina crollò il capo.
- Ora parlo io,
disse. Si tratta del nostro matrimonio; Giusto si fa
scrupolo di sposarmi perchè il babbo lo crede ricco;
è tentato, perchè mi ama tanto, di convincere il
babbo del suo errore. Ora parla tu.
Nina non stette a
riflettere; dichiarò tranquillamente che era un'altra cosa.
Come un'altra cosa? Sì, un altro
paio di maniche... Si spieghi subito, via, da brava.
E la cara fanciulla
spiegò subito che quando due hanno promesso d'essere l'uno dell'altra, ogni
scrupolo che possa impedire il mantenimento della promessa è colpevole e
ridicolo.
- Ridicolo?...
- Propriamente ridicolo.
Stettero in silenzio un poco ancora
per dar tempo a Giusto di riflettere.
Il pittore si oppose debolmente:
- Non si tratta d'impedire, ma solo
di ritardare. Ci pensi un momento.
Ma la pallida consigliera gli tappò
la bocca con queste parole:
- Ritardare qualche volta è
impedire.
E Giusto, il quale non desiderava
altro, si diè vinto.
Cristina, curvandosi a baciare le
labbra che avevano profferito parole di evangelo amoroso, mormorò qualche cosa che Giusto
cominciò intendere appena, quando vide la faccia pallidina
di Nina tinta d'un lieve rossore.
- Dalle un bacio anche tu, Nina, te
lo permetto.
Ma Giusto ne fu impedito dalla
notaia, la quale affacciandosi nel vano dell'uscio lo chiamava in disparte.
- A più tardi, disse, sorridendo a
Nina.
Appena fu nell'altra stanza la gazza gli disse tutto. Prete Barnaba era andato
dal notaio per vedere il testamento di Giusto, o almeno la minuta, o almeno
sentire ripetere le clausole all'ingrosso, non si fidando alle dicerie che
correvano per la città, e avendo fatta una spesa spropositata... Quale? Una
Madonna dei sette dolori ordinata al pittore e pagata anticipatamente solo perchè sapeva della disposizione testamentaria che legava
la Madonna a prete Barnaba per la cappella dove diceva messa. Ora che il
pagamento era fatto, gli bruciava molto perchè egli
contava sulla restituzione immediata, senza aspettar la morte dell'artista, il
quale era capacissimo di sepellire lui e gli altri
parenti fino alla decima generazione.
In tanto sconforto avrebbe trovato
un sollievo quando avesse la sicurezza della clausola testamentaria, ma la
sicurezza gli veniva mancando.
E il notaio Cipolla come si era
comportato?
Magnificamente. Non aveva detto
nulla al paziente sentendosi legato dalla professione a tacere degli atti
consumati col proprio ministero; ma aveva fatto rileggere la minuta alla sua
legittima collaboratrice.
- E se lei
crede, posso confortare prete Barnaba.
Giusto era sicuro che il suo
permesso era inutile, e perciò lo diede subito. In
premio di questa amabilità, la notaia informò il
testatore che negli ultimi giorni erano venuti a consultarsi, prima col marito,
poi con lei, tutti i legatarii, uno solo eccettuato,
l'usciere Ippolito... forse per decoro professionale?
- No, non era decoro professionale.
- E allora
che cos'era?
Senza rispondere Giusto ringraziò
la notaia con calore, ma tutta la voglia di ridere della propria celia gli era passata da un pezzo.
Prima di lasciarselo fuggire di
mano la signora Cipolla fece un'uscita audace.
- Vuol scommettere lei che faranno
di tutto per impedire le nozze con la sua fidanzata?
Come sapeva?...
Sapeva. Si sa sempre tutto; basta volere.
- Vuol scommettere? insistè.
Giusto non volle scommettere nulla
e tornò nell'altra stanza a finire nascostamente la cosa incominciata. Baciò
dunque leggermente la Madonnina addolorata, poi, senza parlare, scoccò molti
baci sonori sulle guancie, sugli occhi, sulle labbra
della sua innamorata. E alla fanciulla spaurita spiegò
che faceva così per confondere i suoi ingrati eredi, i quali vorrebbero che non
sposasse una ragazza capacissima di render nullo nella sostanza il testamento,
senza incomodare in nessun modo il notaio Cipolla, e senza nemmeno intinger la
penna nel calamaio.
- In che modo? interrogarono
allo stesso tempo Cristina e Nina.
Giusto non lo volle dire.
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