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Vincenzo Padula
L'orco

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V

 

 

O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

perchè vi brillan gli occhi come stelle?

Al mio racconto, Amore

vi arde e martella il core.

Amor? le fiamme tutte

ben n'ebbi in petto; e quindi ne favello

narrando a voi le lutte,

e i cari giochi di suo regno bello.

Lasso! qual pro'? son vecchio!

Amor mi spinse fuor dai campi suoi,

mi trasse per l'orecchio,

e qui mi fe' sedere in mezzo a voi,

sopra di questo antico

ceppo di legno accanto al focolare,

e «qui, mi disse, o mio povero amico,

ora ch'è verno, mettiti a cantare».

Abbondan le parole e 'l chiaccherìo

quando il valor vien meno;

guarda la gloria altrui, la tua finìo;

se alte cose non puoi, scrivile almeno.

O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

ve 'l giuro per le stelle,

Amore non ha torto. Amore è infante,

grande così, non più grosso d'un pugno,

e seco vuol l'età verde e festante,

non pigro vecchio ch'à canuto il grugno.

A lui piaccion gli scherzi e le moine,

ed i finti dispetti, e alle gonnelle

dona l'assalto infine

con sole gherminelle.

E 'l principino ben sapea lo stile

dell'amorosa scola:

vince spesso le donne una gentile

ed arguta parola,

che pensare le faccia e le tormenti

quando solette sono:

pigiano il suolo allor, stridono i denti,

e giuran di non darti unqua perdono.

Ama la donna, eppur si persuade

ch'ella scherza soltanto

e che innocente è il gioco.

Finga l'amante allora, e semplicetto

porgasi pure, e intanto

si appressi a poco a poco.

Se di comprender mostra

ciò ch'ella non comprende, ovver no 'l vuole,

e s'invanisce di parerle astuto,

il misero è perduto.

Così non fece il principin, ned io

quando ero, oh rimembranza!

quando ero giovinetto, e sulla sera

ladro di amore percorrea le strade.

A riposarsi dal lavor diurno

ed a spirar delle nascenti stelle

il mite gel notturno,

sugli usci di lor case a gruppi a gruppi

stavan le stregherelle.

Ed io passando a questa il vel rapiva,

a quella il grembiale, un pizzicotto

dava al braccio d'un'altra, e poi tossiva,

e non faceva motto.

E allora quelle belle

stizzose stregherelle,

spiegazzando con ira il grembiulino,

esclamavano a coro, e senza frutto:

«To' il ladro! to' la forca! il malandrino,

lo scostumato, il brutto!».

Ed io? ed io ridea: poscia, il cappello

ben calcandomi in testa,

come non fosse fatto mio, bel bello

svignava in aria ipocrita e modesta.

Ma l'Orco, o Ituriele

(chè Ituriele è l'Orco,

e l'Orco è Ituriele), in fede mia,

non conoscea amor, cortesia.

Con tanta serietà

non si parla a una giovane beltà;

e però la perdette, e Ciriegina

se ne stette in prigion col suo diletto,

insino alla mattina.

Che dissero? O fanciulle, o stregherelle,

un bel racconto è come le mammelle,

che sembranocare,

perchè in parte si mostrano

e si celano in parte, e un palpitare

di vento che ne scuota il vel leggiero,

all'avido pensiero

che delle cose ama toccare il fondo,

fa indovinare di dolcezze un mondo;

e poi, in ogni storia dell'amore,

sol la storia ne piace

dei primi assalti che si danno a un core.

Toccata la vittoria,

si scema il desiderio,

ed il racconto ne diventa serio.

Da quanto a dir mi accingo

saprete che colei col giovanetto

altro non combinò che un bel progetto;

ed i progetti piaccion alle belle,

alle fanciulle, ed alle stregherelle.

 

S'imbianca il ciel, la terra si ridesta,

e metà nuda in mezzo all'ombre appare:

mormora e scuote la selva la cresta

in suon che pianto di esul spirto pare;

il pàsser vola in quella parte e in questa

sui balconi dell'Orco, e in suo cantare

par che gli dica: «O angel pellegrino,

svegliati, al tuo cas tel batte il mattino».

E l'Orco si risveglia. Un tempo (ahi fera

rimembranza che il cor gli ange e martella!

in grembo a rosea nuvola leggiera

ei riposava la persona bella.

Metà della volante capigliera

fluìa qual rivo di auro oltre di quella,

e or trasparìa la fronte, or un ardente

lembo dell'ali e 'l braccio in giù cadente.

Volava quella nuvola, e le care

alme del cielo, a un'infinita altezza,

sui loro capi la vedean rotare

sospinta in alto da perenne brezza,

in Dio poscia tuffarsi e dentro il mare

scomparire di Lui con santa ebbrezza,

emerger quindi, e scuoter dai capelli

lampi, spume di luce, ed astri belli.

Come un nascente mondo che divide

l'umido seno del nativo Nulla,

e si mostra a metade, e splende e ride

tra i veli avvolto della fosca culla,

tale la sua pupilla arder si vide

mentre in estasi cara egli si culla,

e che sospeso ai rai del divin sole

da globo a globo giù facea carole.

Così bello era un tempo; ma da quando

ribelle il guardo osò fissare in Dio,

tonando, traballando, fulminando

sotto i piedi di lui lo ciel si aprìo;

ed ei giù per lo spazio rotolando

qual sole estinto lungo tempo gìo,

che tuttavia fumeggi, e un solco lassi

di cenere e di orror dietro i suoi passi.

Fugli raso dal fronte il prisco nome,

e 'l lustro antico dai sembianti belli:

prive di serto caddergli le chiome

giù per le spalle in palpitanti anelli;

e al lor contatto abbrividì, siccome

fossero di serpenti aspri flagelli,

che gravi del divino odio implacando

i fianchi gli sferzassero fischiando.

Pur la gloria perduta, e 'l paradiso

e ogni altra gioja obblia quell'infelice,

quando di Ciriegina il vago viso

a lui dappresso vagheggiar gli lice.

Il lampo di quegli occhi ed il sorriso

dall'irto petto ogni dolor gli elice:

l'avido sguardo sopra lei raggira,

e un'imago del cielo in essa mira.

Prigioniero così mette ogni amore

nel fil di erbetta che spuntò tra i sassi

della carcer tra 'l bujo e l'umidore,

e veglia sopra lei con gli occhi bassi.

Tutto egli obblia, mentre ne aspetta il fiore,

cui nato a contemplare avido stassi;

chè in esso vede ogni suo bene immerso,

la famiglia, la patria e l'universo.

Ma l'Orco intanto è desto, e col mattino

apparir la fanciulla ancor non vede,

del serico ed arguto grembiulino

il fruscìo, qual soleva, ancor no 'l fiede.

Ei l'appella più volte, e invan vicino

il suon del noto passo udir già crede.

Ira e timore l'alma gli trabalza

e fuor dal letto immantinente balza.

Balza, e 'l vasto castel tutto rifruga,

ma alcun non trova in quella parte e in questa:

indizio certo di recente fuga

del prence la prigion gli manifesta.

Sosta e 'l sudore colla man si asciuga

che freddo sulla fronte or gli si arresta;

gli rimane a cercar di lei la stanza,

e tremante e pallido si avanza.

Tre volte, quattro e sei colà si spinge,

poi sta sull'uscio e proseguir non tenta;

di trovarla ei crede o creder finge,

e sua speranza di accertar paventa.

Pur entra alfine, e nuda ahi! gli si pinge

la stanza al guardo che d'intorno avventa.

Non pensò, non parlò, ma un infinito

dal sen selvoso uscì di duol ruggito.

Sugli origlieri del virgineo letto

su cui, senza spogliar la nobil vesta,

in quella notte di ansia e di sospetto

posato ella per poco avea la testa,

morbida impronta di quel caro aspetto

vide una concava orma. Ed ei si arresta

a contemplarla, e poi con amorose

ardenti labbra un bacio vi depose.

Sul capo gli pendeva in gabbia chiuso,

un sua preda e dono, un cardellino,

ch'educato da lei con gentil uso

scordato il prisco avea vivere alpino:

coll'ali aperte e col rostro dischiuso

sull'omer le volava alabastrino;

di lei nel pugno prendea l'esca, e ardito

mordeale il labbro e 'l provocante dito.

Ed ora egli lo guarda, e addolorato

poi che il vide celare il capo bello

sottesso l'ali, immoto e rabbuffato,

si commosse e gridò: «Povero augello!

Piangi tu pur? te pure ella ha lasciato?

Soli or restammo in questo tristo ostello?

Deh! parla, parla, buona cardellina,

dammi novelle tu di Ciriegina».

 

Sciorinò un'ala, distese il collo,

tre volte attorno si raggirò;

col piè grattossi la pinta testa,

quindi il cardello così cantò:

 

«Zivè! Zivè! Zivè!»

la giovane non ci è.

Tutta pensosa ier sera

pianse, ma, quando ahimè!

la notte era più nera,

partissi, zipepè!

L'amante la seguìo,

zicolìo! zicolìo!

Amava essa gli augelli

amava udir zivè,

ma gli volea più belli,

più grandi assai di me;

or pago ha il suo desio

e fa Titirri! zio!».

 

«Ahimè! soggiunse l'Orco, se di lei

stato non fossi un delizia e cura,

uccello traditor, ti ucciderei,

te prima fonte della mia sciagura.

Con acuti perchè canori omei

non mi hai svegliato nella notte oscura?

Perchè non hai gridato: — o Signor mio?»

e l'uccello rispose: «Zicolio!».

E frettoloso nel giardin discese

risoluto a seguir quei due fuggenti;

corre e vede una vite che distese

le torte a un olmo avea braccia cadenti.

Oh quante volte a quell'ombra cortese

nell'estive del giorno ore più ardenti,

tra i pampini nascoso, il sonno avea

vagheggiato di lei che ivi giacea!

Facea solecchio d'una mano agli occhi,

languida le cadea l'altra sul seno;

levato ad arco aveva un dei ginocchi,

molle stendeasi l'altro in sul terreno;

parea che l'uva che pendea le scocchi

di rubini un baglior sul viso ameno,

mentre scossa dall'aura la trapunta

gonna scoprìa del pie' la rosea punta.

Ed or quei giorni, e quella cara vista

rimembra l'infelice, e «Se lontano

dell'acuta gragnuola che ti attrista

tenni sempre da te l'urto villano;

se in acre amplesso all'olmo tuo commista

d'uve vermiglie non ti intrecci invano,

deh! parla — ei dice —, o vite porporina:

dammi novelle tu di Ciriegina».

 

Stormîro i pampini, sciolse i caprèoli,

coi suoi mille occhi poi lacrimò;

quindi dei tralci dai vuoti calami

come di flauto tal suon mandò.

 

«L'ho veduta mesta mesta

seguitare un giovanetto;

spesso indietro colla testa

si rivolse e lacrimò;

ma il garzone al mio cospetto

le sorrise e poi parlò.

Mira, o cara, come abbraccia

quella vite il suo consorte

colle chiome, colle braccia

cui feconde Iddio le fe';

amor mio, questa è la sorte

ch'anche il Ciel serbò per te.

Sei spigliata, sei leggiera

come palmite fragrante

l'occhio è un grano d'uva nera

lacrimato dal mattin,

la tua bocca è inebriante,

rubiconda come il vin.

Vieni dunque: a me ti appoggia,

pommi il braccio appresso al core:

nel sereno, nella pioggia

mi avrai sempre accanto a te;

parierem del nostro amore,

della nostra eterna ! —.

Così disse, e 'l braccio a un tratto

porse a lui la giovinetta;

così bella era in quell'atto,

ci commosse il cor così,

che io coll'olmo mi son stretta,

ei più stretto a me si unì».

 

«Ah! sian divisi! — gridò l'Orco — come

or voi divido». — E in questo dire infranse

l'olmo e la vite, che le tronche chiome

vide rimase sul compagno e pianse;

di amor, di gelosia sotto le some

ei smania intanto, e le sue pene fànse

più acerbe ad ogni passo allor che trova

delle sventure sue novella prova.

Con quel furor, con quella vigoria

onde pugnò tra gli angeli ribelli,

a salti, a salti egli spaccia la via,

scavalca monti, burroni e ruscelli.

Così diviso l'äere si udìa

fremer violento in mezzo ai suoi capelli,

che come nebbia sbattuta sul monte

mille forme prendean sulla sua fronte.

Come due nere nubi che si aprendo

il lampo scaturir fanno dal seno,

si apron così le sue palpèbre, e orrendo

è quel che n'esce di furor baleno.

«Raggiungerolli, ei dice, Ultor tremendo;

del sangue loro spargerò il terreno».

Spicca un salto d'un miglio, e in valle piomba,

qual sasso spinto da fischiante fromba.

In valle piomba, e nel cadere il piede

sentesi offeso da maligna spina;

torce la fronte, ed un rosajo vede

a cui serto di gemme il capo inchina.

Bene è tristo il pensier ch'allor lo fiede,

le braccia incrocia, il mento vi declina,

e sta come chi coglie un'armonia,

che lenta si discosta e vola via.

Ed era un'armonia di rimembranze

che lo chiamano a un tempo assai lontano,

ch'ella piccina uscì dalle sue stanze

e in quelle rose si scalfì la mano.

Pargli d'udire ancor sue dolci istanze,

il suo grido infantile e subitano,

quando dicea con viso sbigottito:

«Orco mio, Orco mio, succiami il dito!».

Ed egli allora il divin labbro a quella

viva neve tremando avvicinava,

e suggere credea l'ambrosia bella

che in fondo ai fiori nati in Ciel libava.

Ora è questo il pensier che lo martella

e che dal petto un gemito gli cava;

«O dei fior, dice poi, vaga regina,

dammi novelle tu di Ciriegina».

 

La boccia ruppero bottoni mille,

le vermigliuzze labbra mostrâr;

dai puri calici fragranti stille

piovver di nettare, poscia cantâr.

 

«Soffulta al braccio

del caro amante

venne anelante

la vergine.

Volgean pupille

tenere ed ebbre,

come per febbre

tremavano.

L'un l'altra guata,

l'un l'altra spinge,

rossor gli pinge,

poi ridono.

Spiccò una rosa

quel giovanetto,

a lei sul petto

composela.

Poscia con voce

disse amorosa,

— Certo è la rosa

bellissima!

Ma è assai più bella

quella tua bocca,

amor trabocca

i balsami.

Sopra la rosa

va la farfalla,

vi gioca e balla

volubile.

Avida sugge

l'accolto odore,

poi chiusa muore

nel calice.

Soave morte!

languir beato!

Insetto aurato,

t'invidio.

Ah! di tua bocca

due baci soli

fa ch'io t'involi

dai petali —.

Ella sdegnossi

tentando il braccio

dal caro laccio

disciogliere.

Ma più si appressa

mentre il respinge;

egli la stringe

e baciala».

 

Come per scatto di una molla ascosa

in terra sotto il suo piede immortale,

die' l'Orco un salto, e in guisa assai pietosa

le tempie e 'l viso si battè con l'ale.

«Un bacio!» ei grida, e in questo dir la rosa

atterra e sfronda, e in alto poi risale;

ogni ostacol che incontra urta e calpesta,

e tutta quanta trema la foresta.

Nella nebbia che lenta si dissolve

dal seno delle valli e dei burrati,

come in immensa clamide si avvolve

e del vento i sentier tratta intentati.

Di suo aereo mantello l'aura solve

ad ora ad ora i lembi interminati,

disvelando di lui l'occhio che splende,

qual lampo che sinuoso i nembi intende.

Si apre la selva al formidato passo,

e quinci e quindi l'ardua vetta inchina,

chiudesi dietro a lui poi con fracasso,

e l'eco ne raddoppia la rovina.

Così volando, gira il guardo abbasso,

e vago di novelle si avvicina,

dove un giardin di agrumi il cielo empìa

di orezzo, di fragranza e di armonia.

Ivi colei si piacque al tempo antico

pensierosa del filar lunghe ore,

come una ninfa del bel tempo antico

che, in un momento di estasi e di amore,

per tutti i pori del corpo pudico

respiravan del creato il vario odore,

le bellezze del cielo, e le gioconde

aure del mare, e divenìan feconde.

Colà si volge, e dove ergere vede

un pallido limon suoi frutti di auro,

sosta come uom che chiama altrui mercede,

o un detto almeno che gli dia ristauro:

«E deh! — gli dice poi — se a te concede

il Ciel di frutti e fior ricco tesauro,

parla, o pianta gentile e pellegrina,

dammi novelle tu di Ciriegina».

 

Sugli spinosi rami odorosi

lieve l'un pomo l'altro percosse

quai globi musici; quindi una tenera

voce sull'aure volò commossa.

 

 «Stanco per la lunga via

 un uom qui si ristà

 con lei che lo seguìa,

 poi sì favella:

 — Belli di fuori e cari

 sono quei pomi; ma

 di dentro han succhi amari,

 anima bella.

 

 Pomi simili a questi

 Iddio pur collocò

 amabili e funesti

 a donna in seno.

 L'uomo che nasce intanto

 colà si abbrevra, — ed oh!

 bee della vita il pianto

 ed il veleno.

 

 Ma fatto adulto poi

 vi corre e trova

 per tutti i mali suoi

 conforto estremo.

 Lascia che qui io posi

 il viso, o mia beltà;

 poscia più vigorosi

 incederemo —.

 

Ed ella: ...». «Ah non seguir!» lo sventurato

Orco esclamò, ma con sì fioco accento,

che lo spirto vitale in lui gelato

parve o dal cor fuggito in quel momento.

E' pallido, e di fuori appar placato

pel troppo duolo che lo cuoce drento;

franger vorrìa quell'albero, ma stanco

sente il braccio cadersi sopra il fianco.

Pur segue, ed ecco a lui castagno annoso

che, come aurata cupola sospesa

sopra nero pilòn, spiega pomposo

di biondi ricci clamide distesa.

Simile al suon dell'organo maestoso

che romba tra le volte d'una chiesa,

tale il vento fremea, mettendo un lagno

nel cono tenebroso del castagno.

E l'infelice udì quel lagno, e grato

abbracciare volea quell'alber pio,

che gli pareva piangere, e turbato

fremer sui casi del destin suo rio.

Umil si accosta, e dice: «Albero amato!

Tu che compàti all'infortunio mio,

vedesti la mia Ciri...» e qui le chiome

scosse, proferir potè quel nome.

 

Con quel lamento l'alber risponde

onde all'autunno l'aride fronde

l'una appo l'altra consegna al suolo,

mentre che il vento le leva a volo.

 

«Ho inteso dolci accenti,

ah! dolci assai;

care repulse poi, dolci lamenti,

ed io spiai!

Surse ei da terra ed ella

restò pensosa,

seduta a pie' di lui come un'ancella,

come una sposa».

 

No, che il tremuoto mai quando si desta

dal suo letto di zolfi e di bitumi

e sollevando l'ebbra, incerta testa

fa che il terren vampeggi e 'l mare fumi,

quando delle città che urta e calpesta

semina il cener bianco ed i frantumi,

certo che non solleva urlo maggiore

di quel che all'Orco allora uscì dal core.

Piomba sul viso, e si riman confitto

sul terreno, e nella polve impura

ei che orgoglioso al suo Signore invitto

sdegnò chinar la fronte alta e sicura.

I fuggenti inseguir non può l'afflitto,

vuol, poichè compiuta è sua sventura,

e che su quel terreno altri ha carpito

il fiore ch'egli avea per nutrito.

Intanto qual corona verginale

rotta e svelta alla fronte di donzella,

rosate nubi del mattin sull'ale

vanno pel cielo in questa parte e in quella.

Dalla crocea collina orientale

il sol si affaccia con sembianza bella;

incede dietro il bosco, e pare il bosco

preso da incendio rosseggiante e fosco.

Si leva sopra il bosco, e tra le cime

che quinci e quindi con fragor rigetta

pare naviglio bel che va sublime

e si alza e bassa di un maroso in vetta;

che men rutilo e grande indi si adime

pare e costeggia nuda collinetta,

sopra i cui lisci fianchi a poco a poco

rotola, ed uno appar globo di foco

Giunge alla cima, e più serena e immota

quivi la faccia sua par che divente;

vòlvesi attorno qual pavon che ruota

dell'ampia coda il baldacchin fulgente;

quando ammirando non discosto nota

l'Orco per terra immobile e giacente,

sosta e distorna dai sembianti belli

di qua e di i prolissi aurei capelli.

Poi con suono di voce ch'esprimea

meraviglia e dolor commisti insieme,

«Ituriele! Ituriel! — dicea

sorgi, fratello mio; qual duol ti preme?».

Il misero a colui non rispondea

e sembrava lottar coll'ore estreme,

poi lento levò il capo, e mostrò il volto

sformato e nelle lacrime ravvolto.

«Tu piangi, tu?» soggiunse il Sole, e 'l viso

alta pietà gli avvien che annebbii e cangi,

«tu che con ciglio asciutto un paradiso

ed un cielo hai perduto, ora tu piangi?

Così, così dal tuo valor diviso

or sei, che contro i mali il cor ti frangi?

Vedi: son tristo anch'io; pure giocondo

imperator del mi appella il mondo».

E l'Orco a lui: «Son terra! ah perchè mai

non può sciogliersi in terra il corpo mio?

Piú del Ciel, piú del regno io persi assai

quando ho perso colei ch'amai qual Dio.

Fratello! Ella è fuggita. Ah! tu non sai

quanto ci affanni il tradimento rio,

l'ingratitudin di gentil persona

che immemore ed ingrata ci abbandona».

E 'l Sole: «Fratel mio, la colpa è pena,

e col suo stesso fallo altri è punito.

Ricorda i trascorsi, il pianto affrena,

tu fosti traditore, or sei tradito:

lo fummo entrambi, e dritto ei fu che appena

ci segnò quai ribelli il divin dito,

gli esseri tutti a noi fossero ingrati,

a noi nemici a Lui, che gli ha creati».

«Ben dici!» egli risponde, e 'l capo atterra

qual pria da nuovo duol vinto ed affranto,

poscia di nuovo lo levò da terra

esclamando: «E pur io l'amava tanto!

Io la fecibella! io dalla guerra

degli anni immune! io le concessi il van[to]

di eterna giovinezza! Io mi scordai

di me cosí!... Fratello, io l'odorai».

Sospirò il Sole e disse: «E Dio concesso

forse molto di piú non ebbe a noi?

Ei ne die' vita nel momento istesso

con un raggio il più bel dei raggi suoi.

Nascemmo uniti, e l'uno all'altro appresso

ci ritrovammo, e tu membrar lo puoi,

quando Egli ci sorrise, ed infinita

in quel sorriso suo bevvi la vita.

Dell'alma pargoletta il primo moto

fu a Lui; senza saperlo a Lui sospinta,

il suo primo pensier fu quell'ignoto,

fu quell'immenso a cui sentìasi avvinta.

Poscia in stessa rigirossi, e noto

le fu il tesor di grazie ond'era cinta;

l'intelligenza sua, lo suo splendore

sentì, conobbe e palpitò di amore.

Poi mi volsi d'intorno, e non lontano

te rimirando insiem con me creato,

ti sorrisi, ti amai, ti diei la mano,

lume a lume mescendo, e fiato a fiato.

Nostro padre era Dio, nostro sovrano,

di tanti doni pur ci avea colmato;

eppure, o Ituriele, obbliar lo puoi?

questo re, questo padre odiammo noi!».

Qui si tacquero entrambi, e lento lento

l'uno dall'altro si scostò col viso,

l'uno dell'altro aver parea spavento,

esiliati ambedue dal paradiso.

Il Sol girava l'occhio al firmamento,

l'Orco il tenea sopra la terra affiso,

e chiudendo il pensier nel proprio duolo

a ciascuno parea d'esser solo.

Alfin come uom che seco pensa e parla

l'Orco esclamò: «Più di essermi consorte

non merta, indegna è già; ma tormentarla

vorrei, sempre vorrei darle morte;

averla presso eternamente, farla

pentir ma inutilmente e ognor più forte,

mostrarle il ben perduto, e dirle ognora:

— non ti voglio più mia, ma ti amo ancora! — ».

Il Sol lo intese, e come un gran pensiero

eccitassero in lui quelle parole,

a lui rivolto disse: «E' vero, è vero;

tradito amantediscorrer suole.

Ei prova insiem vendetta e amor sincero,

e giusti entrambi! Ed Ei che tanta mole

ne impose di tormenti, anch'Egli brama

vendicarsi in eterno, e insiem pur ci ama».

«No! possibil non è — con duolo e sdegno

l'Orco esclamò —; gli è ver che in petto mio

vendetta e amore stanno insiem, ma degno

è dell'inferno quel che provo or io.

E' un orrendo contrasto, orrendo a segno

che infelice ne fora anch'esso Dio,

e Dio... ma Dio dev'essere in eterno

felice, finchè dura il nostro inferno».

E qui tacquer di nuovo, e stetter come

due amici cui rimorde il fallo stesso:

schivano entrambi di chiamarsi a nome,

e d'incontrarsi con lo sguardo oppresso.

Questi da quegli si scostò, siccome

l'Eterno in mezzo a lor si fosse messo;

l'uno di qua, di l'altro partìo,

e separarsi senza dirsi addio!

 


 




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