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Vincenzo Padula
L'orco

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IX

 

 

O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

prendete il velo delle monachelle.

Uomo mortale non è certo degno

di porre il pie' profano

della vostra beltà nel dolce regno,

e farsene sovrano.

Ah! io ben voluto avrei nascere donna,

ma bella, bella, bella:

avuto avrei il rigor d'una colonna,

anima dura, ed a pietà rubella.

Qual gioja allor per me gli uomini stolti

vedere al mio apparire

cadere dalle finestre capovolti

[ ....... ] ed altri impazzire?

[ ....... ] dura, o sempre via più vaga

[ ....... ]to col saettar degli occhi;

[ ....... ]a un'insanabil piaga;

[ ....... ]li: «Nessun mi tocchi!».

[ ....... ] io mi fo bella, ed ei

[ ....... ]da ei sol dei vezzi miei.

 

[O fanciulle,] o fanciulle, o stregherelle,

[ ....... ] in questo mondo afflitto

[ ....... ] le donne essere belle,

[ ....... ] la beltà porta a delitto.

[ ....... ]imi! ne avrìa

 [ ....... p]olizia.

[ ....... ]e i giovanetti ardenti

[ ....... ] ognor dappresso

[ ....... ]eggiarmi intenti

 [ ....... ] tra loro un favellio sommesso;

«Ah! la sgualdrinaavrìa tosto gridato,

«in arresto si metta! è una ribella!

è un cervellin costei troppo esaltato!

ha le congiure sotto la gonnella!».

Ma ahimè! che dissi io mai? son pur lo stolto,

care fanciulle, a favellar così.

A cantare di amore io mi son vôlto,

per torre ai ceppi i miei canuti .

Per l'infinite ambiziose voglie

del core umano è stretta assai la terra;

di qui le gare, e le fraterne doglie,

di qui la polizia, di qui la guerra.

Lasciam dunque ad altrui l'ignobil regno

di questa terra che doman cadrà:

più santa regïon, più nobil segno

cerchiamo col pensier che non morrà.

Parliam solo di amor, parliam di Dio,

immensi campi in cui non è delitto

avere ingegno innovatore e pio,

e un cuore posseder nobile e dritto.

Torniamo dunque all'interrotta storia,

e agli altri il disonor, a noi la gloria.

 

«Ogni balcone, ancella mia, vo' aperto,

voglio aria, voglio giorno, voglio luce:

tra la mia fronte e 'l serto

passan sogni orribili

che la notte conduce».

Dicea la Brutta — e l'altra obbediente

entrar facea il mattino; e dall'adorno

real talamo sorgente

ella pareva un nuvolo

che corre incontro al giorno.

«Ancella! — soggiugea poi sospirando

guarda; son men deforme almen di jeri?».

E di quella specchiando

si gìa dubbiosa ed avida

entro i begli occhi neri.

«Oh! è verorispondea quella cortese —;

candido sogno in tua fronte maestosa

ha le sue grazie stese

e della notte tacita

la bellezza pensosa».

«Ancella! tu m'inganni. Ahimè! vorrei

parte di tua bellezza avere in dono,

e questo io cederei

invidiato talamo,

la mia corona e 'l trono.

E qual per donna è mai miglior diadema

d'una al par della tua chioma lucente,

che in mille anelli trema

e susurra volubile

sull'omero candente?

Esser povera e bella! esser sprezzata,

aver bellezza e non destare ardore!

Ah! io ne sarei beata!

Il cuore mio desidera

bellezza e non amore.

Paga mi chiamerei del mio secreto

amor soltanto e di sua interna lode.

Bel viso ha cuore lieto;

splende e di medesima

beltà si pasce e gode.

Da' qua quel braccio... Oh! vedi: un'infinita

gioja l'anima tua, , non consuma

questa neve tornita

ch'arde, che freme e palpita

come un velo di spuma?

Ch'ora ondeggia, or si tuffa entro il rosato

ruscello a cui tue vene apron la via,

che suona e interminato

di gioja un senso dèstati

e un'arcana armonia,

un'armonia che tutta ti circonda,

che ti accompagna intorno in ogni verso,

come di vita un'onda

che nel suo pieno vortice

rapisce l'Universo».

E dicendo così, livida luce

le raggiava sul viso, — e dell'ancella

con un'invidia truce,

come volesse frangerla,

stringea la mano bella.

Poscia con suon di voce assai men forte,

«O ancella! — soggiungea — molto mi piaci:

quando il re mio consorte

ritornerà da caccia,

voglio che tu lo baci.

Voglio veder come due belle bocche

giovani e fresche faccian nodo insieme,

come l'una trabocche

sull'altra tutta l'anima

che imprigionata freme.

Or vanne, e vedi se la donna antica

venne chiamata, e tosto a me la invia:

in lei saggia e pudica,

a Dio sacrata vergine,

pongo ogni speme mia».

Obbediva l'ancella, e da pietade

commossa uscìa dalla regale stanza,

dicendo: «Se beltade

perde donna, alla misera

qual altro bene avanza?».

Ed ecco apresi l'uscio, ed una buona

monaca comparìa dal viso dolce.

Dal cinto una corona

le pende, e bianca e tremula

sopra un baston si folce.

«Regina! — poi dicea — dal monastero

dov'io vivo con Dio perchè mi chiami?

Al riverito impero

ancella tua sollecita

eccomi! or , che brami?».

«Tu mi chiami regina, o madre santa!

gli occhi abbassi, crolli la testa?

Bruttezza in me cotanta

dunque non dèstati odio,

nessuno orror ti desta?».

«Nessuno, o figlia. Un'anima non hai?

Dalle mani di Dio non sei tu uscita?

E spreggiar posso mai

del mio Signor un'opera,

un essere ch'à vita?

Deh mira! Il sol, che nella stanza or manda

il giorno, è bello! Egli la notte fuga,

ei di raggi ha ghirlanda,

dispensa l'ore e i secoli,

sul viso ha una ruga.

Pure è di te men bello, è assai men bello

di me, cui intorno van pugnando gli anni,

di me, che nell'avello

cadrò tra poco a chiudere

della vita gli affanni.

Ah! il sol non ama, il sol non spera o pensa,

ignora quanto sua bellezza vale!

Ma in noi la vita è immensa,

e al nostro corpo abbràcciasi

un'anima immortale.

Il sol morrà, e sul feretro del mondo

l'ultima manderà fioca scintilla,

come in uom moribondo

ad offuscarsi è l'ultima

la languida pupilla.

Morrà, spargendo privo di beltade

suo cener biondo ov'or la luce piove,

siccome re che cade

senza compianto e gloria,

e va non si sa dove.

Morrà; Dio la sua dorata polve

a miglior chiamerà vita novella.

Ma noi, quando ci solve

la morte in bianca polvere,

a nuova vita appella.

E queste membra tue, che tu sfornite

credi di grazia e di beltà mortale,

saran da lui riunite,

e cosparse di gloria

e di luce immortale.

Invida dunque non girar pupilla

delle beltà terrene al breve lampo.

Ciò che quaggiuso brilla

passa qual fuoco fatuo,

come l'erba del campo».

La misera regina avido ascolto

dava alla suora, e soggiungea dappoi:

«Al convento io ti ho tolto,

perchè dal Ciel mi ottengano

bellezza i preghi tuoi.

Deh! lo invoca per me: Dio tutto puote;

muta la notte in giorno, e 'l giorno in notte,

e le preci devote

di te sua casta vergine

a muoverlo son dotte».

Ma l'altra rispondea: «Regina mia,

(e crollò il capo) un impossibil vuoi.

Inutil cosa o ria,

malgrado il nostro chiedere,

Dio non concede a noi.

Fragil cosa è bellezza, un falso lume;

pudore ed onestà leva dal trono:

e come vuoi che il Nume

ahimè! possa concederti

un sì funesto dono?

Sola la colpa è brutta, e contro di ella

chiamar si deve Dio con voti e pianto;

chè quando l'alma è bella

di luce investe e irradia

il suo lurido ammanto.

E 'l corpo allor riluce al par d'impura

nuvola, oltre la quale il sol tramonta.

All'oro i raggi fura,

e ostenta in dell'Iride

la vaga ondata impronta.

Ecco: io son vecchia; eppur tra ruga e ruga

quando Dio mi passeggia e 'l cor m'invade,

e l'alma messa in fuga

prega, lampeggia e tremula

dal suo carcere evade,

allor son bella, allor mi sento bella

d'una beltà diffusa ed immortale,

appo cui di donzella

il viso corruttibile

vanta bellezza frale.

Dell'interna beltà sii dunque paga;

questa cerca da Dio, l'altra abbandona;

e se chiamarti vaga

altri non può, ti studia

ch'almen ti chiamin buona».

Qui tacea la canuta, e pensierosa

la regina l'udìa; poscia dicea:

«E' dunque inutil cosa

ogni intrapresa a togliermi

tanta bruttezza rea?

Prega almeno per me». Così dicendo

l'accommiatava, e quell'uscìa mansueta.

L'altra al balcon venendo

stiè del mattino l'aure

a respirar più cheta.

E 'l giardin sottoposto avidamente

rimirando, e 'l mattin leggiadro tanto,

chinò il capo languente,

e commossa nell'animo,

aprì le labbra al canto.

 

1

 

«Sull'alma un sedeami

la notte d'un avello,

di ossami immondo ostello,

dove la speme muor,

dove di vita o gioja

accento mai non suona;

ma ora mi sento buona,

e lacrimo di amor.

 

2

 

Se Dio non sempre tròvasi

in mezzo al vario mondo,

tròvasi sempre in fondo

d'innamorato cor:

colà tra mille palpiti

la voce Sua risuona,

ed io mi sento buona

e lacrimo di amor.

 

3

 

Chi, se non Egli, avría

tanta dolcezza messo

nel bacio e nell'amplesso

di giovane amator?

di due facendo un'anima,

un'unica persona,

mentre io mi sento buona,

e lacrimo di amor?

 

4

 

Quando il mio cor si slancia

d'un altro core in traccia,

ricordo Dio, che caccia

la man nel Nulla, e fuor

ne leva il mondo, e cìngelo

d'una fiammante zona,

mentre io mi sento buona

e lacrimo di amor.

 

5

 

Perchè languendo in seno

del caro giovanetto,

del mondo ad ogni oggetto

amo celarmi allor?

Perchè al silenzio e all'ombra

l'amor mio si abbandona,

ed io mi sento buona

e lacrimo di amor?

 

6

 

Oh! quel pudor, quell'ansia,

quel sacro brividìo

egli è lo stesso Dio,

di cui la gioja allor

gli amanti, ladri timidi,

furano e la corona;

ed io mi sento buona

e lacrimo di amor.

 

7

 

Ma incompïute e brevi

son quelle gioje, e io sento

frenetico tormento

che un mondo a me miglior

annunzia, un mondo eterno

ch'eterno il gaudio dona;

ed io mi sento buona

e lacrimo di amor.

 

8

 

O amor! tu mi hai redento.

E quando da un amplesso

sciolta io mi taccio, e oppresso

sento di gioja il cor,

dolce un pensier mi dice:

— O donna, ama e perdona! —.

Ed io mi sento buona

e lacrimo di amor».

 

Così cantava con sommesso accento,

e contemplava da mestizia ingombra

le nubi che, pel verde firmamento

volando, in terra projettavan l'ombra,

che cheta cheta sopra i fior del prato

sdrucciolava via via come un rimorso,

il quale ad un cor tristo, addormentato

tra le delizie, viene a dar di morso.

Ed ecco un frullo di ala, e Ciriegina

su vanni di colomba accorta e destra

posò sopra una pianta, che vicina

stendea l'ombrella alla regal finestra.

Vide la Brutta e disse: «Ella è infelice!».

Pianger la vide, e ne provò pietate,

dimenticando che la traditrice

spento avesse la sua giovin beltate.

Videla, che guardando i fiori gìa

e l'aure, e l'ombre e 'l lor diverso incanto;

vide che a nuovo canto il labbro aprìa,

ed ella stette ad ascoltarne il canto.

 

I

 

«Oh! perché l'alma mia ch'ama cotanto

con quell'aure non può libera errar,

rapir brina e profumi, e un tenue manto

di profumi e di brina a formar?

Un corpo bello

come il mio amore,

fulgido ostello

di ardente core,

il quale all'impeto

dell'amor mio

non fosse ostacolo

deforme e rio?

Oh! qual letizia fora

membrabelle possedere allora!».

 

I

 

E Ciriegina rispondeva a lei:

«Come quell'aura l'alma mia pur va

nuda gemendo a ritrovar suoi bei

membri perduti, e i rai di sua beltà.

Sui fiori l'alma

vaga pensosa;

scambia sua salma

con una rosa.

Poi fugge, e dice:

— No, non è quello;

era il mio viso

dei fior più bello —.

Oh! qual cordoglio fora

sentir la pena, che dentro mi accora!».

 

II

 

«Deh! cedetemi, o fior, chè aver gli bramo,

di vostra bocca il fresco ed il color.

A voi qual pro'? dir non potete: — Io ti amo! —

ned un pensiero susurrar di amor.

Ma al mio consorte

io dir potrei:

— Come la morte

gli affetti miei

sono immutabili,

sono costanti;

uniamo l'anime

sui labbri amanti —.

Oh qual letizia fora

belle labbra possedere allora!».

 

II

 

E Ciriegina rispondeva a lei:

«Ero felice e verginella un ;

ora pregando Dio, spargendo omei

vado in cerca d'un ben che mi fuggì.

Pupille gravide

di mesti umori

i vostri calici

sembrano, o fiori.

Deh! a me cedeteli

in cortesia

per meglio piangere

la sorte mia.

Oh! qual cordoglio fora

sentir la pena che dentro mi accora!».

 

«Quella colomba come canta mesta!

disse allor la regina — ella è sfuggita

certo alla gabbia di fanciulla onesta

che con amore se l'avea nutrita;

e che certo infelice, e forse bella,

al caro augello d'insegnar si piacque

questa canzone così trista, ond'ella

plorava il fato d'un amor che giacque.

Vieni, o colomba, a me! La tua signora

a cantar ti apparò delle sue pene;

ma io son regina e più infelice ancora;

t'insegnerò più tristi cantilene».

E Ciriegina verso lei le penne

spiegò chiamata, e quella in man la prese;

la chiuse in una gabbia, e sì le avvenne

alla nemica sua di esser cortese.

 


 




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