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| Vincenzo Padula L'orco IntraText CT - Lettura del testo |
O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,
prendete il velo delle monachelle.
Uomo mortale non è certo degno
della vostra beltà nel dolce regno,
e farsene sovrano.
Ah! io ben voluto avrei nascere donna,
avuto avrei il rigor d'una colonna,
anima dura, ed a pietà rubella.
Qual gioja allor per me gli uomini stolti
cadere dalle finestre capovolti
[ ....... ] ed altri impazzire?
[ ....... ] dura, o sempre via più vaga
[ ....... ]to col saettar degli occhi;
[ ....... ]a un'insanabil piaga;
[ ....... ]li: «Nessun mi tocchi!».
[ ....... ] io mi fo bella, ed ei
[ ....... ]da ei sol dei vezzi miei.
[O fanciulle,] o fanciulle, o stregherelle,
[ ....... ] in questo mondo afflitto
[ ....... ] le donne essere belle,
[ ....... ] la beltà porta a delitto.
[ ....... ]e i giovanetti ardenti
[ ....... ] ognor dappresso
[ ....... ] tra loro un favellio sommesso;
«Ah! la sgualdrina!» avrìa tosto gridato,
«in arresto si metta! è una ribella!
è un cervellin costei troppo esaltato!
ha le congiure sotto la gonnella!».
Ma ahimè! che dissi io mai? son pur lo stolto,
care fanciulle, a favellar così.
A cantare di amore io mi son vôlto,
per torre ai ceppi i miei canuti dì.
Per l'infinite ambiziose voglie
del core umano è stretta assai la terra;
di qui le gare, e le fraterne doglie,
di qui la polizia, di qui la guerra.
Lasciam dunque ad altrui l'ignobil regno
di questa terra che doman cadrà:
più santa regïon, più nobil segno
cerchiamo col pensier che non morrà.
Parliam solo di amor, parliam di Dio,
immensi campi in cui non è delitto
avere ingegno innovatore e pio,
e un cuore posseder nobile e dritto.
Torniamo dunque all'interrotta storia,
e agli altri il disonor, a noi la gloria.
«Ogni balcone, ancella mia, vo' aperto,
voglio aria, voglio giorno, voglio luce:
Dicea la Brutta — e l'altra obbediente
entrar facea il mattino; e dall'adorno
«Ancella! — soggiugea poi sospirando —
guarda; son men deforme almen di jeri?».
E di quella specchiando
«Oh! è vero — rispondea quella cortese —;
candido sogno in tua fronte maestosa
«Ancella! tu m'inganni. Ahimè! vorrei
parte di tua bellezza avere in dono,
e questo io cederei
E qual per donna è mai miglior diadema
d'una al par della tua chioma lucente,
Esser povera e bella! esser sprezzata,
aver bellezza e non destare ardore!
Ah! io ne sarei beata!
Paga mi chiamerei del mio secreto
amor soltanto e di sua interna lode.
Da' qua quel braccio... Oh! vedi: un'infinita
gioja l'anima tua, dì, non consuma
Ch'ora ondeggia, or si tuffa entro il rosato
ruscello a cui tue vene apron la via,
che suona e interminato
un'armonia che tutta ti circonda,
che ti accompagna intorno in ogni verso,
le raggiava sul viso, — e dell'ancella
come volesse frangerla,
Poscia con suon di voce assai men forte,
«O ancella! — soggiungea — molto mi piaci:
voglio che tu lo baci.
Voglio veder come due belle bocche
giovani e fresche faccian nodo insieme,
come l'una trabocche
sull'altra tutta l'anima
che imprigionata freme.
Or vanne, e vedi se la donna antica
venne chiamata, e tosto a me la invia:
Obbediva l'ancella, e da pietade
commossa uscìa dalla regale stanza,
Ed ecco apresi l'uscio, ed una buona
monaca comparìa dal viso dolce.
«Regina! — poi dicea — dal monastero
dov'io vivo con Dio perchè mi chiami?
«Tu mi chiami regina, o madre santa!
Nè gli occhi abbassi, nè crolli la testa?
«Nessuno, o figlia. Un'anima non hai?
Dalle mani di Dio non sei tu uscita?
E spreggiar posso mai
Deh mira! Il sol, che nella stanza or manda
il giorno, è bello! Egli la notte fuga,
Pure è di te men bello, è assai men bello
di me, cui intorno van pugnando gli anni,
di me, che nell'avello
Ah! il sol non ama, il sol non spera o pensa,
ignora quanto sua bellezza vale!
e al nostro corpo abbràcciasi
Il sol morrà, e sul feretro del mondo
l'ultima manderà fioca scintilla,
ad offuscarsi è l'ultima
Morrà, spargendo privo di beltade
suo cener biondo ov'or la luce piove,
Morrà; nè Dio la sua dorata polve
a miglior chiamerà vita novella.
Ma noi, quando ci solve
E queste membra tue, che tu sfornite
credi di grazia e di beltà mortale,
saran da lui riunite,
Invida dunque non girar pupilla
delle beltà terrene al breve lampo.
La misera regina avido ascolto
dava alla suora, e soggiungea dappoi:
Deh! lo invoca per me: Dio tutto puote;
muta la notte in giorno, e 'l giorno in notte,
Ma l'altra rispondea: «Regina mia,
(e crollò il capo) un impossibil vuoi.
malgrado il nostro chiedere,
Fragil cosa è bellezza, un falso lume;
pudore ed onestà leva dal trono:
e come vuoi che il Nume
ahimè! possa concederti
Sola la colpa è brutta, e contro di ella
chiamar si deve Dio con voti e pianto;
E 'l corpo allor riluce al par d'impura
nuvola, oltre la quale il sol tramonta.
Ecco: io son vecchia; eppur tra ruga e ruga
quando Dio mi passeggia e 'l cor m'invade,
allor son bella, allor mi sento bella
d'una beltà diffusa ed immortale,
il viso corruttibile
Dell'interna beltà sii dunque paga;
questa cerca da Dio, l'altra abbandona;
altri non può, ti studia
Qui tacea la canuta, e pensierosa
la regina l'udìa; poscia dicea:
«E' dunque inutil cosa
ogni intrapresa a togliermi
Prega almeno per me». Così dicendo
l'accommiatava, e quell'uscìa mansueta.
L'altra al balcon venendo
E 'l giardin sottoposto avidamente
rimirando, e 'l mattin leggiadro tanto,
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d'innamorato cor:
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Chi, se non Egli, avría
di due facendo un'anima,
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del caro giovanetto,
Perchè al silenzio e all'ombra
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egli è lo stesso Dio,
di cui la gioja allor
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Ma incompïute e brevi
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E quando da un amplesso
sciolta io mi taccio, e oppresso
Così cantava con sommesso accento,
e contemplava da mestizia ingombra
le nubi che, pel verde firmamento
volando, in terra projettavan l'ombra,
che cheta cheta sopra i fior del prato
sdrucciolava via via come un rimorso,
il quale ad un cor tristo, addormentato
tra le delizie, viene a dar di morso.
Ed ecco un frullo di ala, e Ciriegina
su vanni di colomba accorta e destra
posò sopra una pianta, che vicina
stendea l'ombrella alla regal finestra.
Vide la Brutta e disse: «Ella è infelice!».
Pianger la vide, e ne provò pietate,
dimenticando che la traditrice
spento avesse la sua giovin beltate.
Videla, che guardando i fiori gìa
e l'aure, e l'ombre e 'l lor diverso incanto;
vide che a nuovo canto il labbro aprìa,
ed ella stette ad ascoltarne il canto.
I
«Oh! perché l'alma mia ch'ama cotanto
con quell'aure non può libera errar,
rapir brina e profumi, e un tenue manto
di profumi e di brina a sè formar?
come il mio amore,
il quale all'impeto
dell'amor mio
membra sì belle possedere allora!».
I
E Ciriegina rispondeva a lei:
«Come quell'aura l'alma mia pur va
nuda gemendo a ritrovar suoi bei
membri perduti, e i rai di sua beltà.
con una rosa.
Poi fugge, e dice:
— No, non è quello;
sentir la pena, che dentro mi accora!».
II
«Deh! cedetemi, o fior, chè aver gli bramo,
di vostra bocca il fresco ed il color.
A voi qual pro'? dir non potete: — Io ti amo! —
ned un pensiero susurrar di amor.
Ma al mio consorte
io dir potrei:
— Come la morte
gli affetti miei
sono immutabili,
sono costanti;
sì belle labbra possedere allora!».
II
E Ciriegina rispondeva a lei:
«Ero felice e verginella un dì;
ora pregando Dio, spargendo omei
vado in cerca d'un ben che mi fuggì.
i vostri calici
Deh! a me cedeteli
in cortesia
la sorte mia.
sentir la pena che dentro mi accora!».
«Quella colomba come canta mesta!
— disse allor la regina — ella è sfuggita
certo alla gabbia di fanciulla onesta
che con amore se l'avea nutrita;
e che certo infelice, e forse bella,
al caro augello d'insegnar si piacque
questa canzone così trista, ond'ella
plorava il fato d'un amor che giacque.
Vieni, o colomba, a me! La tua signora
a cantar ti apparò delle sue pene;
ma io son regina e più infelice ancora;
t'insegnerò più tristi cantilene».
E Ciriegina verso lei le penne
spiegò chiamata, e quella in man la prese;
la chiuse in una gabbia, e sì le avvenne
alla nemica sua di esser cortese.