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Vincenzo Padula
L'orco

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XI

 

 

O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

l'anima nostra è raggio

della luce di Dio,

e vale più del ciel, più delle stelle,

val più di questo mondo, ov'aspro viaggio

pien di triboli e spine ella sortìo.

Dio le segna una croce in sulla faccia,

tre potenze, onde intende,

vuole, ricorda ed ama;

poi la manda vêr terra, e la si avaccia

pellegrina per essa; e mentre scende

invisibile a tutti, Amor la chiama.

Amor la chiama, che, di lei pietoso,

di lei povera e nuda,

le procura un ostello:

l'avvolge nel più bel bacio amoroso,

poscia l'apre il sentiero, onde si chiuda

di casta donna dentro il fianco bello.

Nel carcere materno allor si aggira

operosa architetta,

emula al suo Fattore:

materia inerte attorno a rimira;

avidamente sopra lei si getta

e la riscalda al suo nativo ardore.

E come or ella suole ad un'idea

unire idea novella,

ed altre mille imporre,

formando un edificio, onde si bea,

un ideale, tenue mondo, ov'ella,

lieta dell'opra sua, palpita e scorre;

allora anche così gli atomi grevi

della materia afferra

e gli aggiunge amorosa:

vita lor dona e senso, e colle levi

ali fiammanti li contorna e serra

formando il corpo ov'ella alberga e posa.

O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

deggiono l'alme in voi

esser leggiadre assai,

quando ciascuna di esse or così belle

si ha composto le membra, e sopra i suoi

sembianti esterni sparse immensi rai.

Perchè dunque stupir se la bell'alma

di Ciriegina mia

prese le forme antiche?

Ogni alma umana, vedova di salma,

è sostanza incompleta, che desìa

tornare ai lacci di sue membra amiche.

Quindi a loro si abbraccia affettuosa,

e con dolor le lascia

quando la scioglie morte:

sulle loro rovine dolorosa

vola, fugge, ritorna, e con ambascia

tenta invan ricompor le sue ritorte.

Augelletto così sul rotto nido

piange, maledicendo

il cacciator villano:

gli vola attorno con pietoso strido;

pur si conforta, e di bel nuovo unendo

va sua casa diletta a mano a mano.

O mesta anima mia! deh, perchè mai,

quando tue membra care

avrà la morte infranto,

al par di augello con dolenti lai

tu non puoi, riunendole, tornare

a sparger nuova gioja, e nuovo pianto?

Ben lo potrai, ma quando il sole, oriuolo

del tempo, avrà suonata

l'ultima ora del mondo:

ma finchè dura questa vita, solo

fu a Ciriegina mia la grazia data

di ripigliarsi il corpo suo giocondo.

Poter, che dall'amor le fu concesso

dell'Orco che la fea

nelle membra immortale.

Misero! a pro' credea sol di stesso

farla immune da morte, e non sapea

dovere a pro' di altrui serbarla tale!

O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,

della donzella mia

voi rallegra la gloria;

ma io, per lo Ciel ve 'l giuro e per le stelle,

provo pietà dell'Orco, e l'alma mia

con duol prosegue l'intrapresa storia.

 

«Tutto dunque fu un sogno doloroso

il principe dic[ea . . . . . .]

Ed ella r[. . . . . .]

dei s[. . . . . . . ]

Oh! [. . . . . . . ]

Oh! [. . . . . . . ]

[. . . . . . . ]

[. . . . . . . ]

. . . . . . . . . . . .

Alle grazie di Dio riconoscente,

volle di grazie agli altri esser cortese:

a sé chiamò la Brutta, e dolcemente

le die' perdono, ed obblïò le offese.

Tremando, palpitando la dolente

innanzi [ai pie'] di lei tutta si stese.

[. . . . . . . ] pietà più bella

[. . . . . . . ]ò sorella.

. . . . . . . . . . . .

Non odio, non livor le uscìa del viso,

ma un religioso e nobile stupore,

benedicendo in lei quel Dio che intriso

le aveva il volto dei suoi rai di amore;

e dir pareva agli atti: «Oh! il paradiso

quanto bello esser dèe! quanto il Signore,

se fuor dall'inaccessa ombra che il serra

tanta luce lasciò cadere in terra!».

Or già vôlto era un anno, e Ciriegina

diceasi madre di leggiadro infante;

era giovane e bella, era regina,

era di vago sposo amata amante:

pur non era felice, e spesso china

la fronte altri la vide e lacrimante,

ed involarsi della corte al lieto

tripudio, per piangere in secreto.

E ben d'onde ne avea; chè spesso, stanca

mentre in braccio dormìa di suo marito,

nel sogno si mirò pallida e bianca

parer l'immago dell'Orco tradito.

Un braccio sopra il sen, l'altro sul fianco

la contemplava a lungo: indi, brandito

acuto stile, la stringea pel crine

dicendo: «Or ecco! ti ho raggiunto alfine!».

Ella allor si scuotea cacciando un grido,

sulla madida fronte irta i capelli;

e del seno facendo al pargol nido

aspettava del giorno i rai novelli.

Sorda è ai conforti del consorte fido,

finan di plorar gli occhi suoi belli,

e teme di veder quando che sia

vero nel ciò che la notte offrìa.

s'ingannava, no: chè dell'oltraggio

altamente riposto era il pensiere

nel cor dell'Orco, per cui lasso! il raggio

d'ogni gioja sparì, ned ha che spere.

Tutto un anno nell'animo selvaggio

covò dell'ira le tempeste nere,

mentre il giardin negletto ed il castello

in rovine cadea d'intorno ad ello.

Sperando di trovar nella vendetta

le gioje che negato aveagli amore,

al palagio regale il passo affretta

quando a mezzo del giorno erano l'ore.

Nascosto nel giardino, ivi l'aspetta;

pur di vederla non gli basta il core:

l'ora che passa pargli lunga assai,

e insiem desìa che non venisse mai.

Lo strazio, onde gelosa alma è ripiena,

impicciolito avea la sua statura:

parea un fanciullo di tre lustri appena,

d'una soave angelica figura.

L'idea di tanti secoli di pena

su quel viso infantil facea paura:

l'ingenua forma avea dei teneri anni,

ma il pensiero dei secoli e gli affanni.

E quel vasto pensier, quel duolo eterno 

quando appariva in quel gentil suo viso,

quando membradeboli all'esterno

scoteva sì, che il duol pareva riso;

orror destava come se l'inferno

sul punto stesso fosse e 'l paradiso:

di tenebre e di lume un misto truce

tutto bujo non è, né tutto è luce.

Dalle membra divine uscìa un riflesso

che di luce spargea bianca e vermiglia

le fronde della siepe a cui sta presso,

e che pia sovra lui trema e bisbiglia.

Sopra l'ali raccolte ei sta dimesso

volgendo a d'attorno avide ciglia,

coll'alma piena di vendetta e amore

aspettando colei, contando l'ore.

Alfin pur venne — e dove muscosa

pietra un molle sedile all'ombra offrìa,

col pargoletto in braccio ella si posa

e si guata d'attorno onesta e pia;

poi denudando del bel sen la rosa,

all'infante il porgea, che i labbri aprìa;

mentre ella sopra lui chinata il volto

sta collo spirto in bianche estasi avvolto.

Un livido pallore ed improviso

covrì l'Orco tremante a quella vista.

Ahimè! sì bella, e con sì bello viso,

così divina ancor non l'avea vista!

Al verecondo verginal sorriso

or la beltà materna erari mista;

in essa il frutto era successo al fiore,

che maturo dicea: «Coglimi, o amore!».

«Deh! come — egli pensavaAmore e Imene

tutto han svolto il tesor di sua bellezza!

Le nevi della gola or son più piene,

più curvo flutto i fianchi or le carezza!

Come un mondo di amore or lene, lene

più ricco il sen le balza, e par che spezza

col suo voluttuoso impeto un velo

di spuma, e mostri una metà di cielo.

Quanti palpiti e baci, e quanti ardori

depor di lei nel seno altri ha dovuto,

perchè il fior chiuso di sui vivi avori

fosse così or sfoggiato e sì cresciuto!».

E pensando così, mille furori

gli lampeggian sul viso in giù caduto;

poscia soggiunge: «Ah no! non è più quella;

e un altro ahimè! l'ha così fatta bella!».

E balza in pie', d'aprir deliberato

in quel sen non più suo mortal ferita;

poi sta qual uom cui Genio disperato

mortalmente a ferir stesso invita;

il qual col viso pallido e sformato

voltasi indietro a salutar la vita,

a contemplarla per l'estrema volta

pria che dal proprio acciar gli venga tolta.

E l'Orco stassi, e a contemplar la torna

per empirsene ed occhi e core ed alma.

L'altra sospira ed a guardar ritorna

del figliuolino suo la dolce calma:

di qua, di le chiome indi si storna,

apre le labbra e canta. In sulla palma

l'Orco declina il viso, e stassi attento

a beverne l'armonico lamento.

 

«L'anima, o mio diletto,

tu suggi a me quando mi suggi il petto,

e mi sento di gioja e di desire

morire!

Me con incanto novo

hai in due diviso, e in te mi cerco e trovo;

credo mirar tua fronte, e miro in essa

me stessa.

Tutto è comun tra noi;

io penso, io sento dentro i sensi tuoi:

di te a traverso miro il mondo, ed ello

par bello.

Pure non sei tu mio.

Dio ti ha creato, e tutto sei di Dio.

— Me 'l cresci, e di virtù gli sii nutrice! —.

mi dice.

Ah! non ti possan mai

tramontar dalla fronte i santi rai

della croce, di cui qual suo ti ha scôlto

il volto!

Questo segno di morte,

di Te, che della vita apri le porte,

posto sul viso bel, mi muove o quanto!

al pianto!

Però mi son più care

le tue sembianze, e pajonmi un altare:

tua croce ancor non hai tu col peccato

macchiato!

Senza la Croce, oh! come

deforme è l'uomo! È un uomo senza nome.

Prima che a te la strappino gli errori,

deh! muori.

Cresci, fanciullo mio,

alla virtude, al pianto e insieme a Dio:

tre cose che van giunte in questo esiglio,

o figlio.

Se mai del Nume eterno

ti scorderai, rammenta il sen materno;

e l'idea da quel seno ov'or tu stai,

ne avrai.

Curvo è il cielo sereno,

e della donna curvo è pure il seno:

curva è l'Eternità come mammella

anch'ella:

immenso cerchio, in cui

tutto il genere uman mirando Lui

tornerà infante, e beverà infinita

la vita!

Cresci, soffri e fa guerra

perchè il regno di Dio venga qui in terra:

dei popoli e dei re vinci gli errori,

e muori!

E 'l regno del Signore

della virtude è il regno e dell'amore,

quando saranno gli uomini felici

e amici;

quando in fraterno amplesso

stretti e pregando andranno a Dio d'appresso

dicendo: — Al ciel nascemmo tutti quanti;

avanti! —».

 


 




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