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| Vincenzo Padula L'orco IntraText CT - Lettura del testo |
O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,
e vale più del ciel, più delle stelle,
val più di questo mondo, ov'aspro viaggio
pien di triboli e spine ella sortìo.
Dio le segna una croce in sulla faccia,
poi la manda vêr terra, e la si avaccia
pellegrina per essa; e mentre scende
invisibile a tutti, Amor la chiama.
Amor la chiama, che, di lei pietoso,
l'avvolge nel più bel bacio amoroso,
poscia l'apre il sentiero, onde si chiuda
di casta donna dentro il fianco bello.
Nel carcere materno allor si aggira
materia inerte attorno a sè rimira;
avidamente sopra lei si getta
e la riscalda al suo nativo ardore.
E come or ella suole ad un'idea
ed altre mille imporre,
formando un edificio, onde si bea,
un ideale, tenue mondo, ov'ella,
lieta dell'opra sua, palpita e scorre;
allora anche così gli atomi grevi
vita lor dona e senso, e colle levi
ali fiammanti li contorna e serra
formando il corpo ov'ella alberga e posa.
O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,
esser leggiadre assai,
quando ciascuna di esse or così belle
si ha composto le membra, e sopra i suoi
sembianti esterni sparse immensi rai.
Perchè dunque stupir se la bell'alma
di Ciriegina mia
Ogni alma umana, vedova di salma,
è sostanza incompleta, che desìa
tornare ai lacci di sue membra amiche.
Quindi a loro si abbraccia affettuosa,
vola, fugge, ritorna, e con ambascia
tenta invan ricompor le sue ritorte.
Augelletto così sul rotto nido
gli vola attorno con pietoso strido;
pur si conforta, e di bel nuovo unendo
va sua casa diletta a mano a mano.
O mesta anima mia! deh, perchè mai,
al par di augello con dolenti lai
tu non puoi, riunendole, tornare
a sparger nuova gioja, e nuovo pianto?
Ben lo potrai, ma quando il sole, oriuolo
ma finchè dura questa vita, solo
fu a Ciriegina mia la grazia data
di ripigliarsi il corpo suo giocondo.
Poter, che dall'amor le fu concesso
Misero! a pro' credea sol di sè stesso
farla immune da morte, e non sapea
dovere a pro' di altrui serbarla tale!
O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,
della donzella mia
ma io, per lo Ciel ve 'l giuro e per le stelle,
provo pietà dell'Orco, e l'alma mia
con duol prosegue l'intrapresa storia.
«Tutto dunque fu un sogno doloroso?»
il principe dic[ea . . . . . .]
Ed ella r[. . . . . .]
dei s[. . . . . . . ]
Oh! [. . . . . . . ]
Oh! [. . . . . . . ]
[. . . . . . . ]
[. . . . . . . ]
. . . . . . . . . . . .
Alle grazie di Dio riconoscente,
volle di grazie agli altri esser cortese:
a sé chiamò la Brutta, e dolcemente
le die' perdono, ed obblïò le offese.
Tremando, palpitando la dolente
innanzi [ai pie'] di lei tutta si stese.
[. . . . . . . ] pietà più bella
. . . . . . . . . . . .
Non odio, non livor le uscìa del viso,
ma un religioso e nobile stupore,
benedicendo in lei quel Dio che intriso
le aveva il volto dei suoi rai di amore;
e dir pareva agli atti: «Oh! il paradiso
quanto bello esser dèe! quanto il Signore,
se fuor dall'inaccessa ombra che il serra
tanta luce lasciò cadere in terra!».
Or già vôlto era un anno, e Ciriegina
diceasi madre di leggiadro infante;
era giovane e bella, era regina,
era di vago sposo amata amante:
pur non era felice, e spesso china
la fronte altri la vide e lacrimante,
ed involarsi della corte al lieto
tripudio, per piangere in secreto.
E ben d'onde ne avea; chè spesso, stanca
mentre in braccio dormìa di suo marito,
nel sogno si mirò pallida e bianca
parer l'immago dell'Orco tradito.
Un braccio sopra il sen, l'altro sul fianco
la contemplava a lungo: indi, brandito
acuto stile, la stringea pel crine
dicendo: «Or ecco! ti ho raggiunto alfine!».
Ella allor si scuotea cacciando un grido,
sulla madida fronte irta i capelli;
e del seno facendo al pargol nido
aspettava del giorno i rai novelli.
Sorda è ai conforti del consorte fido,
nè finan di plorar gli occhi suoi belli,
e teme di veder quando che sia
vero nel dì ciò che la notte offrìa.
Nè s'ingannava, no: chè dell'oltraggio
altamente riposto era il pensiere
nel cor dell'Orco, per cui lasso! il raggio
d'ogni gioja sparì, ned ha che spere.
Tutto un anno nell'animo selvaggio
covò dell'ira le tempeste nere,
mentre il giardin negletto ed il castello
in rovine cadea d'intorno ad ello.
Sperando di trovar nella vendetta
le gioje che negato aveagli amore,
al palagio regale il passo affretta
quando a mezzo del giorno erano l'ore.
Nascosto nel giardino, ivi l'aspetta;
pur di vederla non gli basta il core:
l'ora che passa pargli lunga assai,
e insiem desìa che non venisse mai.
Lo strazio, onde gelosa alma è ripiena,
impicciolito avea la sua statura:
parea un fanciullo di tre lustri appena,
L'idea di tanti secoli di pena
su quel viso infantil facea paura:
l'ingenua forma avea dei teneri anni,
ma il pensiero dei secoli e gli affanni.
E quel vasto pensier, quel duolo eterno
quando appariva in quel gentil suo viso,
quando membra sì deboli all'esterno
scoteva sì, che il duol pareva riso;
orror destava come se l'inferno
sul punto stesso fosse e 'l paradiso:
di tenebre e di lume un misto truce
tutto bujo non è, né tutto è luce.
Dalle membra divine uscìa un riflesso
che di luce spargea bianca e vermiglia
le fronde della siepe a cui sta presso,
e che pia sovra lui trema e bisbiglia.
Sopra l'ali raccolte ei sta dimesso
volgendo a sè d'attorno avide ciglia,
coll'alma piena di vendetta e amore
aspettando colei, contando l'ore.
Alfin pur venne — e là dove muscosa
pietra un molle sedile all'ombra offrìa,
col pargoletto in braccio ella si posa
e si guata d'attorno onesta e pia;
poi denudando del bel sen la rosa,
all'infante il porgea, che i labbri aprìa;
mentre ella sopra lui chinata il volto
sta collo spirto in bianche estasi avvolto.
Un livido pallore ed improviso
covrì l'Orco tremante a quella vista.
Ahimè! sì bella, e con sì bello viso,
così divina ancor non l'avea vista!
or la beltà materna erari mista;
in essa il frutto era successo al fiore,
che maturo dicea: «Coglimi, o amore!».
«Deh! come — egli pensava — Amore e Imene
tutto han svolto il tesor di sua bellezza!
Le nevi della gola or son più piene,
più curvo flutto i fianchi or le carezza!
Come un mondo di amore or lene, lene
più ricco il sen le balza, e par che spezza
col suo voluttuoso impeto un velo
di spuma, e mostri una metà di cielo.
Quanti palpiti e baci, e quanti ardori
depor di lei nel seno altri ha dovuto,
perchè il fior chiuso di sui vivi avori
fosse così or sfoggiato e sì cresciuto!».
gli lampeggian sul viso in giù caduto;
poscia soggiunge: «Ah no! non è più quella;
e un altro ahimè! l'ha così fatta bella!».
E balza in pie', d'aprir deliberato
in quel sen non più suo mortal ferita;
poi sta qual uom cui Genio disperato
mortalmente a ferir sè stesso invita;
il qual col viso pallido e sformato
voltasi indietro a salutar la vita,
a contemplarla per l'estrema volta
pria che dal proprio acciar gli venga tolta.
E l'Orco stassi, e a contemplar la torna
per empirsene ed occhi e core ed alma.
L'altra sospira ed a guardar ritorna
del figliuolino suo la dolce calma:
di qua, di là le chiome indi si storna,
apre le labbra e canta. In sulla palma
l'Orco declina il viso, e stassi attento
tu suggi a me quando mi suggi il petto,
e mi sento di gioja e di desire
hai in due diviso, e in te mi cerco e trovo;
credo mirar tua fronte, e miro in essa
me stessa.
Tutto è comun tra noi;
io penso, io sento dentro i sensi tuoi:
di te a traverso miro il mondo, ed ello
Pure non sei tu mio.
Dio ti ha creato, e tutto sei di Dio.
— Me 'l cresci, e di virtù gli sii nutrice! —.
mi dice.
Ah! non ti possan mai
tramontar dalla fronte i santi rai
della croce, di cui qual suo ti ha scôlto
il volto!
di Te, che della vita apri le porte,
posto sul viso bel, mi muove o quanto!
al pianto!
Però mi son più care
le tue sembianze, e pajonmi un altare:
tua croce ancor non hai tu col peccato
Senza la Croce, oh! come
deforme è l'uomo! È un uomo senza nome.
Prima che a te la strappino gli errori,
deh! muori.
alla virtude, al pianto e insieme a Dio:
tre cose che van giunte in questo esiglio,
o figlio.
ti scorderai, rammenta il sen materno;
e l'idea da quel seno ov'or tu stai,
ne avrai.
e della donna curvo è pure il seno:
curva è l'Eternità come mammella
anch'ella:
tutto il genere uman mirando Lui
tornerà infante, e beverà infinita
la vita!
perchè il regno di Dio venga qui in terra:
dei popoli e dei re vinci gli errori,
e muori!
della virtude è il regno e dell'amore,
quando saranno gli uomini felici
e amici;
stretti e pregando andranno a Dio d'appresso
dicendo: — Al ciel nascemmo tutti quanti;
avanti! —».