| Indice | Parole: Alfabetica - Frequenza - Rovesciate - Lunghezza - Statistiche | Aiuto | Biblioteca IntraText |
| Vincenzo Padula L'orco IntraText CT - Lettura del testo |
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
piove una beltà nuova, un dolor bello,
una modesta voluttà che prega;
e nostra vita allora è una colomba
che tra canti e preghiere si ravvolge,
e Dio cercando, il mal combatte e vince.
Infine l'Orco anch'ei ... Ma, o stregherelle,
Son pur lo stolto! perdonate, o belle;
moralizzar con voi gli è gran periglio.
L'armonia di quel canto, e la dolcezza
degli affetti divini ch'esprimea,
incatenava l'Orco, e la durezza
della feroce anima sua molcea.
Così di ammaliato angue si spezza
con dolce carme la malizia rea.
Perchè ei venne colà più non rimembra,
e tai pensieri in suo secreto assembra:
«È bello il cielo col suo sole in grembo,
è bello il mare colla sua barchetta,
è bello il ramo da cui pende un nembo
di frutti che fragranza all'aura getta,
è bello il fior sorgente sopra un lembo
della ripa d'un rio corrente in fretta,
quando il capo piegando sopra l'onda
in una calma sta meditabonda.
Ma più bella è la madre col suo figlio,
bianca vela sul mare della Vita,
sole di amore che le abbaglia il ciglio,
fior, nel cui grembo un'alma a un'alma è unita;
onda, che con armonico bisbiglio
tra le braccia dal sen le è scaturita:
ah! è un'immagin di Lui... di Lui...» nè Dio
«Egli pure così nel tempo eterno
tra le ginocchia un pargolo stringea:
con Lui cercava il Nulla, e 'l vuoto interno
di mille mondi fertile gli fea:
con Lui sol, pria che il ciel, pria che l'inferno
fondasse, riso e favellato avea.
L'imago all'uomo ahimè! di sè concesse,
ed alla donna le sue gioje istesse».
E quelle gioje il misero tornava
a contemplare, e ad obbliar sè stesso;
quando stormîr le frasche, ed ei si alzava,
e alla fanciulla comparì d'appresso.
Die' un grido, e 'l figlio al seno si serrava,
nulla oprando per sè, tutto per esso;
mentre che dal terrore affascinata
colle pupille immobili lo guata.
Ei china il capo, e delle braccia croce
facendo sopra il sen che si alza e freme,
«Ciriegina! — dicea con umil voce —
non son io che ti ho amato? Or perchè teme?
Guardami: son men bello, o più feroce
del dolce tempo che vivemmo assieme?
Teco partendo l'amor tuo partìo,
ma io son rimasto, ed immortale è il mio.
Tu credevi, o fanciulla, che giammai
più non ci avremmo riveduto in terra?
Che così fosse hai tu sperato, ed hai
pregato ancora, se il mio cor non erra.
Ma io son venuto a vagheggiar tui rai,
nè mi spinse desio di farti guerra.
Deh! parla; e se il vedermi ora ti spiace,
andrò lontano, e lascerotti in pace.
Andrò lontano, senza udir parola
da quella bocca dove il Cielo ha un'eco;
vivrò coll'alma eternamente sola
senza portare una parola meco.
Oh! a te che cale, se il dolor m'invola
parte dell'alma, se la gioja è teco?
Pur la tua gioja non invidio or io;
duolmi ch'opra non è dell'amor mio».
La bella donna prese cuore alquanto,
e benigna rispose: «Angiol mio buono,
me molto il tuo dolor commove e 'l pianto,
ma secura io vivea del tuo perdono.
Cresciuta, amata non mi hai forse? E, oh quanto,
dei beneficî tuoi grata ti sono!
Chiedi alla mia riconoscenza ormai
una prova, un ricordo, e tu l'avrai».
Mesto l'Orco sorrise, e poi riprese:
«Una prova? Un ricordo? Or nulla io voglio.
Ben altra prova l'amor mio ti chiese
un tempo, e in te rinvenni ingrato orgoglio.
Deh! perchè mi lasciasti, e orror ti prese
di tuo povero amico? Intender voglio
tutto dalle tue labbra, e bramo io stesso
te innocente trovar di tanto eccesso».
E la donna rispose: «Ecco! sincera
ti parlerò, poichè tu stesso il vuoi.
Maggior di mia beltà la tua ben era;
degli occhi miei, più begli erano i tuoi.
Or se la donna per bellezza impera,
come amore poteva esser tra noi?
se mai potuto dirti io non avrei
— Di te più bella me adorar tu dèi? —.
Tanti secoli poi, che nulla traccia
lasciato avean sul tuo viso giocondo,
mi atterrìano — , e temea levar la faccia
vêr chi veduto avea nascere il mondo.
Di quegli antichi abissi la minaccia
credea di udire di tuo petto in fondo;
e al tuo cospetto mi sentiva io, lassa!
qual polve sulla quale il vento passa».
Poscia soggiunse ridendo e graziosa:
«La donna, e tu pur sai ch'io parlo il vero,
ha sempre da celare qualche cosa
all'occhio dell'amante ed al pensiero;
dèe talora ingannarlo, e capricciosa
mostrargli l'alma sua dentro un mistero,
dentro un velo, che agitato ognor disvela
un nuovo oggetto, e poi di nuovo il cela.
Ma a te, che col pensiero addentro vai
negli arcani del mondo e in quei del Cielo,
nascondere io potea qual cosa mai,
e dire appresso a me: — Ciò non gli svelo —?
Offerta nuda ai tuoi potenti rai
sarìasi l'alma mia senza alcun velo,
e tu letto vi avresti i nuovi inganni,
che all'amore ogni dì dan nuovi vanni.
E poi — dire il dovrò? — secreto istinto
mi allontanava dalla tua natura,
restando il cuore mio preso ed avvinto
Da tali affetti fu il mio pie' sospinto
a fuggire lontan dalle tue mura;
pure, se questo ti conforta alquanto,
fuggendo, sappi, avea sugli occhi il pianto».
Tacque la bella donna, e da pietate
dipinto sovra lui fermava il viso;
mentre egli, le pupille al ciel levate,
parea da tristi idee vinto e conquiso.
Poscia esclamò: «Gli è ver! la tua beltate
esser preda dovea del primo riso
dell'uom, solo per cui Quegli, che adori,
crëò la donna ed i fecondi amori.
Ah! se agli angioli suoi simil la sorte
negli anni eterni avesse ahimè! largito,
se avesse lor concesso una consorte,
una compagna in quel Vuoto infinito;
non mai, non mai contro l'eterne porte
d'angel pugnato avrìa drappello ardito,
ned io nemico a Lui caduto fora
da pene a pene, e in altre pene ancora.
Deh! quale gioja a me di quel potere
sterile e vano, ch'ei ci avea concesso?
Novelli astri formar, novelle sfere,
nuovi mondi produr n'era permesso:
ma io no, non divideva il mio piacere
con una donna che mi stesse appresso;
ma quei mondi, e quegli astri erano spenti,
senza amor, senza riso e senza accenti.
Non eran del mio cor, di quel tesoro
di smanie e di desii, pur vive parti:
non essi in me, ned io viveva in loro;
eran gli esseri nostri estranei e sparti.
Venirti attorno non vedeansi a coro
a riderti, a guardarti, a favellarti.
Ah! non eran miei figli! Opre leggiadre
erano sì; ma io no, non era padre!».
Lo udìa l'altra commossa, e a lui rivolta,
dicea con confortevoli parole:
«Ah! tu sei così savio, io così stolta,
nè donarti consiglio il mio cor puote.
Pur io penso, che Lui, che l'ampia volta
curvò del cielo e in mezzo pose il sole,
diverse grazie ma egualmente care
ha seminato in terra, in cielo e in mare.
Se agli angeli negò le gioje umane,
all'uomo anche negò le gioje vostre;
nostre nature son tra lor lontane,
quindi diverse son le sorti nostre:
m'ambe felici; chè ambe alle fontane
bevon di Vita nell'eterne chiostre.
E' premio eguale all'uomo e all'angel Dio:
Egli è il tuo guiderdone, ed Egli è il mio.
Deh! a che non torni, da umiltà compunto,
alla sedia perduta e al Nume antico?
Un sol sospiro, un desiderio, un punto,
una lacrima può fargliti amico.
L'angiol non fu crëeato all'uom congiunto
perchè nel calle della vita obblico
fosse guida a costui, fosse fratello
e ritornasse in cielo insiem con ello?».
L'Orco guatolla, e parve intenerito,
chè quasi il pianto gli venìa sui rai.
«Donna! — poi disse — pria che ad altro lito
l'ira propria o l'altrui mi tragga ormai,
al tuo povero amante, al tuo tradito
nessuna grazia a chiedere tu hai?».
E la donna su lui gli sguardi pose
tenerissimamente, e gli rispose:
. . . . . . . . . . . . . . . . . .