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Vincenzo Padula
L'orco

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 [XII]

 

 

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

piove una beltà nuova, un dolor bello,

un amore che soffre,

una modesta voluttà che prega;

e nostra vita allora è una colomba

che tra canti e preghiere si ravvolge,

e Dio cercando, il mal combatte e vince.

Infine l'Orco anch'ei ... Ma, o stregherelle,

perchè quello sbadiglio?

Son pur lo stolto! perdonate, o belle;

moralizzar con voi gli è gran periglio.

 

L'armonia di quel canto, e la dolcezza

degli affetti divini ch'esprimea,

incatenava l'Orco, e la durezza

della feroce anima sua molcea.

Così di ammaliato angue si spezza

con dolce carme la malizia rea.

Perchè ei venne colà più non rimembra,

e tai pensieri in suo secreto assembra:

«È bello il cielo col suo sole in grembo,

è bello il mare colla sua barchetta,

è bello il ramo da cui pende un nembo

di frutti che fragranza all'aura getta,

è bello il fior sorgente sopra un lembo

della ripa d'un rio corrente in fretta,

quando il capo piegando sopra l'onda

in una calma sta meditabonda.

Ma più bella è la madre col suo figlio,

bianca vela sul mare della Vita,

sole di amore che le abbaglia il ciglio,

fior, nel cui grembo un'alma a un'alma è unita;

onda, che con armonico bisbiglio

tra le braccia dal sen le è scaturita:

ah! è un'immagin di Lui... di Lui...» Dio

pronunzïare l'infelice ardìo.

«Egli pure così nel tempo eterno

tra le ginocchia un pargolo stringea:

con Lui cercava il Nulla, e 'l vuoto interno

di mille mondi fertile gli fea:

con Lui sol, pria che il ciel, pria che l'inferno

fondasse, riso e favellato avea.

L'imago all'uomo ahimè! di concesse,

ed alla donna le sue gioje istesse».

E quelle gioje il misero tornava

a contemplare, e ad obbliar stesso;

quando stormîr le frasche, ed ei si alzava,

e alla fanciulla comparì d'appresso.

Die' un grido, e 'l figlio al seno si serrava,

nulla oprando per , tutto per esso;

mentre che dal terrore affascinata

colle pupille immobili lo guata.

Ei china il capo, e delle braccia croce

facendo sopra il sen che si alza e freme,

«Ciriegina! — dicea con umil voce

non son io che ti ho amato? Or perchè teme?

Guardami: son men bello, o più feroce

del dolce tempo che vivemmo assieme?

Teco partendo l'amor tuo partìo,

ma io son rimasto, ed immortale è il mio.

Tu credevi, o fanciulla, che giammai

più non ci avremmo riveduto in terra?

Che così fosse hai tu sperato, ed hai

pregato ancora, se il mio cor non erra.

Ma io son venuto a vagheggiar tui rai,

mi spinse desio di farti guerra.

Deh! parla; e se il vedermi ora ti spiace,

andrò lontano, e lascerotti in pace.

Andrò lontano, senza udir parola

da quella bocca dove il Cielo ha un'eco;

vivrò coll'alma eternamente sola

senza portare una parola meco.

Oh! a te che cale, se il dolor m'invola

parte dell'alma, se la gioja è teco?

Pur la tua gioja non invidio or io;

duolmi ch'opra non è dell'amor mio».

La bella donna prese cuore alquanto,

e benigna rispose: «Angiol mio buono,

me molto il tuo dolor commove e 'l pianto,

ma secura io vivea del tuo perdono.

Cresciuta, amata non mi hai forse? E, oh quanto,

dei beneficî tuoi grata ti sono!

Chiedi alla mia riconoscenza ormai

una prova, un ricordo, e tu l'avrai».

Mesto l'Orco sorrise, e poi riprese:

«Una prova? Un ricordo? Or nulla io voglio.

Ben altra prova l'amor mio ti chiese

un tempo, e in te rinvenni ingrato orgoglio.

Deh! perchè mi lasciasti, e orror ti prese

di tuo povero amico? Intender voglio

tutto dalle tue labbra, e bramo io stesso

te innocente trovar di tanto eccesso».

E la donna rispose: «Ecco! sincera

ti parlerò, poichè tu stesso il vuoi.

Maggior di mia beltà la tua ben era;

degli occhi miei, più begli erano i tuoi.

Or se la donna per bellezza impera,

come amore poteva esser tra noi?

se mai potuto dirti io non avrei

— Di te più bella me adorar tu dèi? —.

Tanti secoli poi, che nulla traccia

lasciato avean sul tuo viso giocondo,

mi atterrìano — , e temea levar la faccia

vêr chi veduto avea nascere il mondo.

Di quegli antichi abissi la minaccia

credea di udire di tuo petto in fondo;

e al tuo cospetto mi sentiva io, lassa!

qual polve sulla quale il vento passa».

Poscia soggiunse ridendo e graziosa:

«La donna, e tu pur sai ch'io parlo il vero,

ha sempre da celare qualche cosa

all'occhio dell'amante ed al pensiero;

dèe talora ingannarlo, e capricciosa

mostrargli l'alma sua dentro un mistero,

dentro un velo, che agitato ognor disvela

un nuovo oggetto, e poi di nuovo il cela.

Ma a te, che col pensiero addentro vai

negli arcani del mondo e in quei del Cielo,

nascondere io potea qual cosa mai,

e dire appresso a me: — Ciò non gli svelo —?

Offerta nuda ai tuoi potenti rai

sarìasi l'alma mia senza alcun velo,

e tu letto vi avresti i nuovi inganni,

che all'amore ogni dan nuovi vanni.

E poi — dire il dovrò? — secreto istinto

mi allontanava dalla tua natura,

restando il cuore mio preso ed avvinto

all'amor di mortale crëatura.

Da tali affetti fu il mio pie' sospinto

a fuggire lontan dalle tue mura;

pure, se questo ti conforta alquanto,

fuggendo, sappi, avea sugli occhi il pianto».

Tacque la bella donna, e da pietate

dipinto sovra lui fermava il viso;

mentre egli, le pupille al ciel levate,

parea da tristi idee vinto e conquiso.

Poscia esclamò: «Gli è ver! la tua beltate

esser preda dovea del primo riso

dell'uom, solo per cui Quegli, che adori,

crëò la donna ed i fecondi amori.

Ah! se agli angioli suoi simil la sorte

negli anni eterni avesse ahimè! largito,

se avesse lor concesso una consorte,

una compagna in quel Vuoto infinito;

non mai, non mai contro l'eterne porte

d'angel pugnato avrìa drappello ardito,

ned io nemico a Lui caduto fora

da pene a pene, e in altre pene ancora.

Deh! quale gioja a me di quel potere

sterile e vano, ch'ei ci avea concesso?

Novelli astri formar, novelle sfere,

nuovi mondi produr n'era permesso:

ma io no, non divideva il mio piacere

con una donna che mi stesse appresso;

ma quei mondi, e quegli astri erano spenti,

senza amor, senza riso e senza accenti.

Non eran del mio cor, di quel tesoro

di smanie e di desii, pur vive parti:

non essi in me, ned io viveva in loro;

eran gli esseri nostri estranei e sparti.

Venirti attorno non vedeansi a coro

a riderti, a guardarti, a favellarti.

Ah! non eran miei figli! Opre leggiadre

erano sì; ma io no, non era padre!».

Lo udìa l'altra commossa, e a lui rivolta,

dicea con confortevoli parole:

«Ah! tu sei così savio, io così stolta,

donarti consiglio il mio cor puote.

Pur io penso, che Lui, che l'ampia volta

curvò del cielo e in mezzo pose il sole,

diverse grazie ma egualmente care

ha seminato in terra, in cielo e in mare.

Se agli angeli negò le gioje umane,

all'uomo anche negò le gioje vostre;

nostre nature son tra lor lontane,

quindi diverse son le sorti nostre:

m'ambe felici; chè ambe alle fontane

bevon di Vita nell'eterne chiostre.

E' premio eguale all'uomo e all'angel Dio:

Egli è il tuo guiderdone, ed Egli è il mio.

Deh! a che non torni, da umiltà compunto,

alla sedia perduta e al Nume antico?

Un sol sospiro, un desiderio, un punto,

una lacrima può fargliti amico.

L'angiol non fu crëeato all'uom congiunto

perchè nel calle della vita obblico

fosse guida a costui, fosse fratello

e ritornasse in cielo insiem con ello?».

L'Orco guatolla, e parve intenerito,

chè quasi il pianto gli venìa sui rai.

«Donna! — poi dissepria che ad altro lito

l'ira propria o l'altrui mi tragga ormai,

al tuo povero amante, al tuo tradito

nessuna grazia a chiedere tu hai?».

E la donna su lui gli sguardi pose

tenerissimamente, e gli rispose:

.  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  .  . 

 


 




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