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| Vincenzo Padula L'orco IntraText CT - Lettura del testo |
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«Invano allor tirarmi
vorrai tu per l'orecchia.
Addio, mia cara vecchia,
tempo non è di amor».
Alle fanciulle ed alle stregherelle
del dolce tempo mio così dicea.
E' una lunga canzon: vi spiacque, o belle?
... Eh! non la canto come un dì solea.
Se la voce di allor... se la chitarra...
«Ma taci, vecchio, eh via!
— qui m'interruppe Ciriegina — e narra,
narra la storia mia».
Già tien sedici anni la vaga fanciulla,
nè più del giardino co' fior si trastulla;
non più tra le siepi va i nidi cercando,
nè segue l'uccello, nè l'aurea farfalla:
ma sola soletta va seco parlando,
ma spesso canticchia, ma spesso anche balla;
o pure passeggia per loco romito.
Voleva il marito — voleva il marito.
Sorgendo da desco va subito a letto,
e quando sen leva, tien bianco l'aspetto.
Se l'Orco l'appella, talora non sente,
talor non capisce di quello il dimando;
e fèrmasi in tronco, siccome per mente
un altro pensiero le vada girando.
Tien picciolo sonno, tien poco appetito.
Voleva il marito — voleva il marito.
Mangia, e col coltello or un dito si taglia,
or tesse la calza e le scappa la maglia.
Or tien ciondoloni sul fianco la mano,
in viso or ti appunta l'immota pupilla;
traversa le stanze facendo un baccano;
or senza cagione sta mesta, or tranquilla.
Il naso si gratta sovvente col dito.
Voleva il marito — voleva il marito.
Arriccia, se parla, le diafane nari:
gli accenti ne sono sdegnosi e pur rari.
Nel fulgido specchio sovvente si mira
di fronte, di lato, poi ride soletta,
poi torce le braccia, le incrocia e sospira;
poi sopra la sedia, pensosa, si getta.
Fa mille ricami, ma niuno è finito.
Voleva il marito — voleva il marito.
«Sì! il marito tu vuoi!» dentro suo core
un giorno disse l'Orco, e a sè chiamolla;
la guatò con un palpito di amore;
gli sedè quella allàto, ed ei baciolla.
Poi guardò il cielo, il bosco e la collina,
poi si guardò le mani, e sospirò;
prende la man di lei che sta vicina,
si fece rosso in viso e favellò:
«Dimmi, fanciulla mia, fonte di amore,
dimmi, se mi ami, o no».
Ella gli volse un guardo senza amore,
e disse: «E perché no?».
«Nell'uomo, cui la femina
devota adora ed ama,
beltà, sapienza, e gloria,
forza e ricchezza brama:
sterili doni, o giovane,
che qui si apprezzan tanto,
che io spreggio; eppur soltanto
li puoi trovare in me.
Sopra tre cose i secoli
non lasciano orma alcuna,
sul cielo, sull'oceano
e su mia fronte bruna;
in cui diffusa e immobile
quella beltade istessa,
che in cielo e in mar sta impressa,
legger si può da te.
Questo che miri splendere
nell'alto, eterno sole,
sotto i miei piedi a tessere
un dí venía carole.
Dietro il potente fascino
degli occhi miei ridenti
correano gli astri ardenti,
devoti prigionier.
Bello siccome un'estasi,
bello siccome il Vero,
bello siccome l'impeto
del creätor pensiero;
se visto avesser gli uomini
le mie primiere piume,
mi avrían creduto un Nume,
e culto il mio poter».
«Dimmi, fanciulla mia, fonte di amore,
dimmi, se mi ami, o no».
Ella gli volse un guardo senza amore,
e disse: «Non lo so».
«Ed io son mesto e misero
perché so tutto — e nulla
ad imparar piú restami;
nè l'alma si trastulla
l'indovinello a sciogliere
della creäta mole:
già l'ultime parole
trovonne e disprezzò.
Cosí disprezza il tumido
rumore del torrente,
chi la primiera gocciola
vide di sua sorgente;
e a me pur noto è il tenue
filo, di cui nel fondo,
per crudo scherzo, il mondo
un cieco Dio legò.
Quanto tu vedi ha un'anima,
un pianto e una favella.
Della tua stirpe gli uomini
no, non intendon quella.
Ma io chiamo l'astro e l'atomo
col proprio nome antico,
e ognun come un amico
viene a parlar con me.
Ah! di sessanta secoli
dentro la mente mia
raccolsi la bestemmia,
il vero e la bugia:
e or questa fronte libera,
su cui del Genio il Nume
batte le accese piume,
piegasi innanzi a te».
«Dimmi, fanciulla mia, fonte di amore,
dimmi, se mi ami o no».
Ella gli volse un guardo senza amore,
e disse: «Non lo so».
«Perché vedermi, o giovane,
or non mi puoi, qual era
quel dí che tutto fulgido
di maëstà guerriera,
nel guardo dell'Altissimo
osai fissare il guardo,
rapirgli il trono, e 'l dardo,
che nella man gli sta?
del chiuso tabernacolo
entrar nei sacri orrori,
fra gl'immortali eserciti
avvolgermi, e gli ardori
dei mondi, che cadeano
sotto il pie' nostro — e in mille
di cenere e faville
nembi scioglieansi già —?
Io caddi, è ver: dal fulmine
tremendo ed immortale
ancor le membra fumano,
ancor mi ardon le ale;
ma tu conosci, o giovane,
che non sempre la gloria
stassi nella vittoria,
nel perdere anche sta.
Sta nell'ardir — nell'arduo
imprendimento! — ed io
son grande, chè avversario
di me sol degno è Dio.
E or Dio mi ha vinto, or ch'umile
adoro nel tuo viso
i rai del paradiso,
i rai di sua beltà».
«Dimmi, fanciulla mia, fonte di amore,
dimmi, se mi ami, o no».
Ella chinò lo sguardo per terrore,
e nulla replicò.
«Quante ha il terren dovizie
nel sen cupo — inaccesso,
son mie, son tue. se ascondermi
vorrai dentro un amplesso.
Chiedi del sol la clamide,
chiedi alla notte il velo,
chiedi le gemme ai cielo:
quel che tu vuoi, sarà.
Al mio destino, o giovane,
unisci il tuo. Vaganti
eternamente, e liberi,
liberi sempre e amanti
trascorrerem lo spazio.
Tutto, fuorchè l'amore,
la vita ed il dolore,
Iddio tôr ne potrà.
Abbrevieranno i secoli
la mia, la tua figura:
diventerem due gocciole
di ruggiadetta pura,
due raggi del crepuscolo,
due aure palpitanti,
due atomi, ch'erranti
favellano di amor.
Dai fumiganti ruderi
degli ampii firmamenti,
come i due estremi gemiti
degli esseri morenti
emergerem: — lo spazio
allor fia tutto mio,
nel Vuoto io vuoto Dio
vivrò con teco allor».
«Dimmi, fanciulla mia, fonte di amore,
dimmi, se mi ami, o no».
Ella coverse il viso di rossore,
e disse: «Non lo so».
«Non lo sai?», disse l'Orco mestamente,
levossi in pie', nè più le stette accanto;
passeggiò pel giardino lentamente,
sospirò e parve confortarsi alquanto.
«E' ver, tu ancor no 'l sai, buona fanciulla,
— soggiunse poi — ma lo saprai tra poco:
troppo semplice è ancora, e non sa nulla,
ned è matura all'amoroso fuoco».