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| Vincenzo Padula L'orco IntraText CT - Lettura del testo |
O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,
perchè vi brillan gli occhi come stelle?
Al mio racconto, Amore
vi arde e martella il core.
Amor? le fiamme tutte
ben n'ebbi in petto; e quindi ne favello
narrando a voi le lutte,
e i cari giochi di suo regno bello.
Lasso! qual pro'? son vecchio!
Amor mi spinse fuor dai campi suoi,
mi trasse per l'orecchio,
e qui mi fe' sedere in mezzo a voi,
sopra di questo antico
ceppo di legno accanto al focolare,
e «qui, mi disse, o mio povero amico,
ora ch'è verno, mettiti a cantare».
Abbondan le parole e 'l chiaccherìo
quando il valor vien meno;
guarda la gloria altrui, la tua finìo;
se alte cose non puoi, scrivile almeno.
O fanciulle, o fanciulle, o stregherelle,
ve 'l giuro per le stelle,
Amore non ha torto. Amore è infante,
grande così, non più grosso d'un pugno,
e seco vuol l'età verde e festante,
non pigro vecchio ch'à canuto il grugno.
A lui piaccion gli scherzi e le moine,
ed i finti dispetti, e alle gonnelle
dona l'assalto infine
con sole gherminelle.
E 'l principino ben sapea lo stile
dell'amorosa scola:
vince spesso le donne una gentile
ed arguta parola,
che pensare le faccia e le tormenti
quando solette sono:
pigiano il suolo allor, stridono i denti,
e giuran di non darti unqua perdono.
Ama la donna, eppur si persuade
ch'ella scherza soltanto
e che innocente è il gioco.
Finga l'amante allora, e semplicetto
porgasi pure, e intanto
si appressi a poco a poco.
Se di comprender mostra
ciò ch'ella non comprende, ovver no 'l vuole,
e s'invanisce di parerle astuto,
il misero è perduto.
Così non fece il principin, ned io
quando ero, oh rimembranza!
quando ero giovinetto, e sulla sera
ladro di amore percorrea le strade.
A riposarsi dal lavor diurno
ed a spirar delle nascenti stelle
il mite gel notturno,
sugli usci di lor case a gruppi a gruppi
stavan le stregherelle.
Ed io passando a questa il vel rapiva,
a quella il grembiale, un pizzicotto
dava al braccio d'un'altra, e poi tossiva,
e non faceva motto.
E allora quelle belle
stizzose stregherelle,
spiegazzando con ira il grembiulino,
esclamavano a coro, e senza frutto:
«To' il ladro! to' la forca! il malandrino,
lo scostumato, il brutto!».
Ed io? ed io ridea: poscia, il cappello
ben calcandomi in testa,
come non fosse fatto mio, bel bello
svignava in aria ipocrita e modesta.
Ma l'Orco, o Ituriele
(chè Ituriele è l'Orco,
e l'Orco è Ituriele), in fede mia,
non conoscea nè amor, nè cortesia.
Con tanta serietà
non si parla a una giovane beltà;
e però la perdette, e Ciriegina
se ne stette in prigion col suo diletto,
insino alla mattina.
Che dissero? O fanciulle, o stregherelle,
un bel racconto è come le mammelle,
che sembrano sì care,
perchè in parte si mostrano
e si celano in parte, e un palpitare
di vento che ne scuota il vel leggiero,
all'avido pensiero
che delle cose ama toccare il fondo,
fa indovinare di dolcezze un mondo;
e poi, in ogni storia dell'amore,
sol la storia ne piace
dei primi assalti che si danno a un core.
Toccata la vittoria,
si scema il desiderio,
ed il racconto ne diventa serio.
Da quanto a dir mi accingo
saprete che colei col giovanetto
altro non combinò che un bel progetto;
ed i progetti piaccion alle belle,
alle fanciulle, ed alle stregherelle.
S'imbianca il ciel, la terra si ridesta,
e metà nuda in mezzo all'ombre appare:
mormora e scuote la selva la cresta
in suon che pianto di esul spirto pare;
il pàsser vola in quella parte e in questa
sui balconi dell'Orco, e in suo cantare
par che gli dica: «O angel pellegrino,
svegliati, al tuo cas tel batte il mattino».
E l'Orco si risveglia. Un tempo (ahi fera
rimembranza che il cor gli ange e martella!
in grembo a rosea nuvola leggiera
ei riposava la persona bella.
Metà della volante capigliera
fluìa qual rivo di auro oltre di quella,
e or trasparìa la fronte, or un ardente
lembo dell'ali e 'l braccio in giù cadente.
Volava quella nuvola, e le care
alme del cielo, a un'infinita altezza,
sui loro capi la vedean rotare
sospinta in alto da perenne brezza,
in Dio poscia tuffarsi e dentro il mare
scomparire di Lui con santa ebbrezza,
emerger quindi, e scuoter dai capelli
lampi, spume di luce, ed astri belli.
Come un nascente mondo che divide
l'umido seno del nativo Nulla,
e si mostra a metade, e splende e ride
tra i veli avvolto della fosca culla,
tale la sua pupilla arder si vide
mentre in estasi cara egli si culla,
e che sospeso ai rai del divin sole
da globo a globo giù facea carole.
Così bello era un tempo; ma da quando
ribelle il guardo osò fissare in Dio,
tonando, traballando, fulminando
sotto i piedi di lui lo ciel si aprìo;
ed ei giù per lo spazio rotolando
qual sole estinto lungo tempo gìo,
che tuttavia fumeggi, e un solco lassi
di cenere e di orror dietro i suoi passi.
Fugli raso dal fronte il prisco nome,
e 'l lustro antico dai sembianti belli:
prive di serto caddergli le chiome
giù per le spalle in palpitanti anelli;
e al lor contatto abbrividì, siccome
fossero di serpenti aspri flagelli,
che gravi del divino odio implacando
i fianchi gli sferzassero fischiando.
Pur la gloria perduta, e 'l paradiso
e ogni altra gioja obblia quell'infelice,
quando di Ciriegina il vago viso
a lui dappresso vagheggiar gli lice.
Il lampo di quegli occhi ed il sorriso
dall'irto petto ogni dolor gli elice:
l'avido sguardo sopra lei raggira,
e un'imago del cielo in essa mira.
Prigioniero così mette ogni amore
nel fil di erbetta che spuntò tra i sassi
della carcer tra 'l bujo e l'umidore,
e veglia sopra lei con gli occhi bassi.
Tutto egli obblia, mentre ne aspetta il fiore,
cui nato a contemplare avido stassi;
chè in esso vede ogni suo bene immerso,
la famiglia, la patria e l'universo.
Ma l'Orco intanto è desto, e col mattino
apparir la fanciulla ancor non vede,
del serico ed arguto grembiulino
il fruscìo, qual soleva, ancor no 'l fiede.
Ei l'appella più volte, e invan vicino
il suon del noto passo udir già crede.
Ira e timore l'alma gli trabalza
e fuor dal letto immantinente balza.
Balza, e 'l vasto castel tutto rifruga,
ma alcun non trova in quella parte e in questa:
indizio certo di recente fuga
del prence la prigion gli manifesta.
Sosta e 'l sudore colla man si asciuga
che freddo sulla fronte or gli si arresta;
gli rimane a cercar di lei la stanza,
e là tremante e pallido si avanza.
Tre volte, quattro e sei colà si spinge,
poi sta sull'uscio e proseguir non tenta;
là di trovarla ei crede o creder finge,
e sua speranza di accertar paventa.
Pur entra alfine, e nuda ahi! gli si pinge
la stanza al guardo che d'intorno avventa.
Non pensò, non parlò, ma un infinito
dal sen selvoso uscì di duol ruggito.
Sugli origlieri del virgineo letto
su cui, senza spogliar la nobil vesta,
in quella notte di ansia e di sospetto
posato ella per poco avea la testa,
morbida impronta di quel caro aspetto
vide una concava orma. Ed ei si arresta
a contemplarla, e poi con amorose
ardenti labbra un bacio vi depose.
Sul capo gli pendeva in gabbia chiuso,
un dì sua preda e dono, un cardellino,
ch'educato da lei con gentil uso
scordato il prisco avea vivere alpino:
coll'ali aperte e col rostro dischiuso
sull'omer le volava alabastrino;
di lei nel pugno prendea l'esca, e ardito
mordeale il labbro e 'l provocante dito.
Ed ora egli lo guarda, e addolorato
poi che il vide celare il capo bello
sottesso l'ali, immoto e rabbuffato,
si commosse e gridò: «Povero augello!
Piangi tu pur? te pure ella ha lasciato?
Soli or restammo in questo tristo ostello?
Deh! parla, parla, buona cardellina,
dammi novelle tu di Ciriegina».
Sciorinò un'ala, distese il collo,
tre volte attorno si raggirò;
col piè grattossi la pinta testa,
quindi il cardello così cantò:
«Zivè! Zivè! Zivè!»
la giovane non ci è.
Tutta pensosa ier sera
pianse, ma, quando ahimè!
la notte era più nera,
partissi, zipepè!
L'amante la seguìo,
zicolìo! zicolìo!
Amava essa gli augelli
amava udir zivè,
ma gli volea più belli,
più grandi assai di me;
or pago ha il suo desio
e fa Titirri! zio!».
«Ahimè! soggiunse l'Orco, se di lei
stato non fossi un dì delizia e cura,
uccello traditor, ti ucciderei,
te prima fonte della mia sciagura.
Con acuti perchè canori omei
non mi hai svegliato nella notte oscura?
Perchè non hai gridato: — o Signor mio?»
e l'uccello rispose: «Zicolio!».
E frettoloso nel giardin discese
risoluto a seguir quei due fuggenti;
corre e vede una vite che distese
le torte a un olmo avea braccia cadenti.
Oh quante volte a quell'ombra cortese
nell'estive del giorno ore più ardenti,
tra i pampini nascoso, il sonno avea
vagheggiato di lei che ivi giacea!
Facea solecchio d'una mano agli occhi,
languida le cadea l'altra sul seno;
levato ad arco aveva un dei ginocchi,
molle stendeasi l'altro in sul terreno;
parea che l'uva che pendea le scocchi
di rubini un baglior sul viso ameno,
mentre scossa dall'aura la trapunta
gonna scoprìa del pie' la rosea punta.
Ed or quei giorni, e quella cara vista
rimembra l'infelice, e «Se lontano
dell'acuta gragnuola che ti attrista
tenni sempre da te l'urto villano;
se in acre amplesso all'olmo tuo commista
d'uve vermiglie non ti intrecci invano,
deh! parla — ei dice —, o vite porporina:
dammi novelle tu di Ciriegina».
Stormîro i pampini, sciolse i caprèoli,
coi suoi mille occhi poi lacrimò;
quindi dei tralci dai vuoti calami
come di flauto tal suon mandò.
«L'ho veduta mesta mesta
seguitare un giovanetto;
spesso indietro colla testa
si rivolse e lacrimò;
ma il garzone al mio cospetto
le sorrise e poi parlò.
— Mira, o cara, come abbraccia
quella vite il suo consorte
colle chiome, colle braccia
cui feconde Iddio le fe';
amor mio, questa è la sorte
ch'anche il Ciel serbò per te.
Sei spigliata, sei leggiera
come palmite fragrante
l'occhio è un grano d'uva nera
lacrimato dal mattin,
la tua bocca è inebriante,
rubiconda come il vin.
Vieni dunque: a me ti appoggia,
pommi il braccio appresso al core:
nel sereno, nella pioggia
mi avrai sempre accanto a te;
parierem del nostro amore,
della nostra eterna fè! —.
Così disse, e 'l braccio a un tratto
porse a lui la giovinetta;
così bella era in quell'atto,
ci commosse il cor così,
che io coll'olmo mi son stretta,
ei più stretto a me si unì».
«Ah! sian divisi! — gridò l'Orco — come
or voi divido». — E in questo dire infranse
l'olmo e la vite, che le tronche chiome
vide rimase sul compagno e pianse;
di amor, di gelosia sotto le some
ei smania intanto, e le sue pene fànse
più acerbe ad ogni passo allor che trova
delle sventure sue novella prova.
Con quel furor, con quella vigoria
onde pugnò tra gli angeli ribelli,
a salti, a salti egli spaccia la via,
scavalca monti, burroni e ruscelli.
Così diviso l'äere si udìa
fremer violento in mezzo ai suoi capelli,
che come nebbia sbattuta sul monte
mille forme prendean sulla sua fronte.
Come due nere nubi che si aprendo
il lampo scaturir fanno dal seno,
si apron così le sue palpèbre, e orrendo
è quel che n'esce di furor baleno.
«Raggiungerolli, ei dice, Ultor tremendo;
del sangue loro spargerò il terreno».
Spicca un salto d'un miglio, e in valle piomba,
qual sasso spinto da fischiante fromba.
In valle piomba, e nel cadere il piede
sentesi offeso da maligna spina;
torce la fronte, ed un rosajo vede
a cui serto di gemme il capo inchina.
Bene è tristo il pensier ch'allor lo fiede,
le braccia incrocia, il mento vi declina,
e sta come chi coglie un'armonia,
che lenta si discosta e vola via.
Ed era un'armonia di rimembranze
che lo chiamano a un tempo assai lontano,
ch'ella piccina uscì dalle sue stanze
e in quelle rose si scalfì la mano.
Pargli d'udire ancor sue dolci istanze,
il suo grido infantile e subitano,
quando dicea con viso sbigottito:
«Orco mio, Orco mio, succiami il dito!».
Ed egli allora il divin labbro a quella
viva neve tremando avvicinava,
e suggere credea l'ambrosia bella
che in fondo ai fiori nati in Ciel libava.
Ora è questo il pensier che lo martella
e che dal petto un gemito gli cava;
«O dei fior, dice poi, vaga regina,
dammi novelle tu di Ciriegina».
La boccia ruppero bottoni mille,
le vermigliuzze labbra mostrâr;
dai puri calici fragranti stille
piovver di nettare, poscia cantâr.
«Soffulta al braccio
del caro amante
venne anelante
la vergine.
Volgean pupille
tenere ed ebbre,
come per febbre
tremavano.
L'un l'altra guata,
l'un l'altra spinge,
rossor gli pinge,
poi ridono.
Spiccò una rosa
quel giovanetto,
a lei sul petto
composela.
Poscia con voce
disse amorosa,
— Certo è la rosa
bellissima!
Ma è assai più bella
quella tua bocca,
là amor trabocca
i balsami.
Sopra la rosa
va la farfalla,
vi gioca e balla
volubile.
Avida sugge
l'accolto odore,
poi chiusa muore
nel calice.
Soave morte!
languir beato!
Insetto aurato,
t'invidio.
Ah! di tua bocca
due baci soli
fa ch'io t'involi
dai petali —.
Ella sdegnossi
tentando il braccio
dal caro laccio
disciogliere.
Ma più si appressa
mentre il respinge;
egli la stringe
e baciala».
Come per scatto di una molla ascosa
in terra sotto il suo piede immortale,
die' l'Orco un salto, e in guisa assai pietosa
le tempie e 'l viso si battè con l'ale.
«Un bacio!» ei grida, e in questo dir la rosa
atterra e sfronda, e in alto poi risale;
ogni ostacol che incontra urta e calpesta,
e tutta quanta trema la foresta.
Nella nebbia che lenta si dissolve
dal seno delle valli e dei burrati,
come in immensa clamide si avvolve
e del vento i sentier tratta intentati.
Di suo aereo mantello l'aura solve
ad ora ad ora i lembi interminati,
disvelando di lui l'occhio che splende,
qual lampo che sinuoso i nembi intende.
Si apre la selva al formidato passo,
e quinci e quindi l'ardua vetta inchina,
chiudesi dietro a lui poi con fracasso,
e l'eco ne raddoppia la rovina.
Così volando, gira il guardo abbasso,
e vago di novelle si avvicina,
dove un giardin di agrumi il cielo empìa
di orezzo, di fragranza e di armonia.
Ivi colei si piacque al tempo antico
pensierosa del dì filar lunghe ore,
come una ninfa del bel tempo antico
che, in un momento di estasi e di amore,
per tutti i pori del corpo pudico
respiravan del creato il vario odore,
le bellezze del cielo, e le gioconde
aure del mare, e divenìan feconde.
Colà si volge, e dove ergere vede
un pallido limon suoi frutti di auro,
sosta come uom che chiama altrui mercede,
o un detto almeno che gli dia ristauro:
«E deh! — gli dice poi — se a te concede
il Ciel di frutti e fior ricco tesauro,
parla, o pianta gentile e pellegrina,
dammi novelle tu di Ciriegina».
Sugli spinosi rami odorosi
lieve l'un pomo l'altro percosse
quai globi musici; quindi una tenera
voce sull'aure volò commossa.
«Stanco per la lunga via
un uom qui si ristà
con lei che lo seguìa,
poi sì favella:
— Belli di fuori e cari
sono quei pomi; ma
di dentro han succhi amari,
anima bella.
Pomi simili a questi
Iddio pur collocò
amabili e funesti
a donna in seno.
L'uomo che nasce intanto
colà si abbrevra, — ed oh!
bee della vita il pianto
ed il veleno.
Ma fatto adulto poi
vi corre e trova là
per tutti i mali suoi
conforto estremo.
Lascia che qui io posi
il viso, o mia beltà;
poscia più vigorosi
incederemo —.
Ed ella: ...». «Ah non seguir!» lo sventurato
Orco esclamò, ma con sì fioco accento,
che lo spirto vitale in lui gelato
parve o dal cor fuggito in quel momento.
E' pallido, e di fuori appar placato
pel troppo duolo che lo cuoce drento;
franger vorrìa quell'albero, ma stanco
sente il braccio cadersi sopra il fianco.
Pur segue, ed ecco a lui castagno annoso
che, come aurata cupola sospesa
sopra nero pilòn, spiega pomposo
di biondi ricci clamide distesa.
Simile al suon dell'organo maestoso
che romba tra le volte d'una chiesa,
tale il vento fremea, mettendo un lagno
nel cono tenebroso del castagno.
E l'infelice udì quel lagno, e grato
abbracciare volea quell'alber pio,
che gli pareva piangere, e turbato
fremer sui casi del destin suo rio.
Umil si accosta, e dice: «Albero amato!
Tu che compàti all'infortunio mio,
vedesti la mia Ciri...» e qui le chiome
scosse, nè proferir potè quel nome.
Con quel lamento l'alber risponde
onde all'autunno l'aride fronde
l'una appo l'altra consegna al suolo,
mentre che il vento le leva a volo.
«Ho inteso dolci accenti,
ah! dolci assai;
care repulse poi, dolci lamenti,
ed io spiai!
Surse ei da terra ed ella
restò pensosa,
seduta a pie' di lui come un'ancella,
come una sposa».
No, che il tremuoto mai quando si desta
dal suo letto di zolfi e di bitumi
e sollevando l'ebbra, incerta testa
fa che il terren vampeggi e 'l mare fumi,
quando delle città che urta e calpesta
semina il cener bianco ed i frantumi,
certo che non solleva urlo maggiore
di quel che all'Orco allora uscì dal core.
Piomba sul viso, e si riman confitto
là sul terreno, e nella polve impura
ei che orgoglioso al suo Signore invitto
sdegnò chinar la fronte alta e sicura.
I fuggenti inseguir non può l'afflitto,
nè vuol, poichè compiuta è sua sventura,
e che su quel terreno altri ha carpito
il fiore ch'egli avea per sè nutrito.
Intanto qual corona verginale
rotta e svelta alla fronte di donzella,
rosate nubi del mattin sull'ale
vanno pel cielo in questa parte e in quella.
Dalla crocea collina orientale
il sol si affaccia con sembianza bella;
incede dietro il bosco, e pare il bosco
preso da incendio rosseggiante e fosco.
Si leva sopra il bosco, e tra le cime
che quinci e quindi con fragor rigetta
pare naviglio bel che va sublime
e si alza e bassa di un maroso in vetta;
che men rutilo e grande indi si adime
pare e costeggia nuda collinetta,
sopra i cui lisci fianchi a poco a poco
rotola, ed uno appar globo di foco
Giunge alla cima, e più serena e immota
quivi la faccia sua par che divente;
vòlvesi attorno qual pavon che ruota
dell'ampia coda il baldacchin fulgente;
quando ammirando non discosto nota
l'Orco per terra immobile e giacente,
sosta e distorna dai sembianti belli
di qua e di là i prolissi aurei capelli.
Poi con suono di voce ch'esprimea
meraviglia e dolor commisti insieme,
«Ituriele! Ituriel! — dicea —
sorgi, fratello mio; qual duol ti preme?».
Il misero a colui non rispondea
e sembrava lottar coll'ore estreme,
poi lento levò il capo, e mostrò il volto
sformato e nelle lacrime ravvolto.
«Tu piangi, tu?» soggiunse il Sole, e 'l viso
alta pietà gli avvien che annebbii e cangi,
«tu che con ciglio asciutto un paradiso
ed un cielo hai perduto, ora tu piangi?
Così, così dal tuo valor diviso
or sei, che contro i mali il cor ti frangi?
Vedi: son tristo anch'io; pure giocondo
imperator del dí mi appella il mondo».
E l'Orco a lui: «Son terra! ah perchè mai
non può sciogliersi in terra il corpo mio?
Piú del Ciel, piú del regno io persi assai
quando ho perso colei ch'amai qual Dio.
Fratello! Ella è fuggita. Ah! tu non sai
quanto ci affanni il tradimento rio,
l'ingratitudin di gentil persona
che immemore ed ingrata ci abbandona».
E 'l Sole: «Fratel mio, la colpa è pena,
e col suo stesso fallo altri è punito.
Ricorda i dì trascorsi, il pianto affrena,
tu fosti traditore, or sei tradito:
lo fummo entrambi, e dritto ei fu che appena
ci segnò quai ribelli il divin dito,
gli esseri tutti a noi fossero ingrati,
a noi nemici a Lui, che gli ha creati».
«Ben dici!» egli risponde, e 'l capo atterra
qual pria da nuovo duol vinto ed affranto,
poscia di nuovo lo levò da terra
esclamando: «E pur io l'amava tanto!
Io la feci sì bella! io dalla guerra
degli anni immune! io le concessi il van[to]
di eterna giovinezza! Io mi scordai
di me cosí!... Fratello, io l'odorai».
Sospirò il Sole e disse: «E Dio concesso
forse molto di piú non ebbe a noi?
Ei ne die' vita nel momento istesso
con un raggio il più bel dei raggi suoi.
Nascemmo uniti, e l'uno all'altro appresso
ci ritrovammo, e tu membrar lo puoi,
quando Egli ci sorrise, ed infinita
in quel sorriso suo bevvi la vita.
Dell'alma pargoletta il primo moto
fu a Lui; senza saperlo a Lui sospinta,
il suo primo pensier fu quell'ignoto,
fu quell'immenso a cui sentìasi avvinta.
Poscia in sè stessa rigirossi, e noto
le fu il tesor di grazie ond'era cinta;
l'intelligenza sua, lo suo splendore
sentì, conobbe e palpitò di amore.
Poi mi volsi d'intorno, e non lontano
te rimirando insiem con me creato,
ti sorrisi, ti amai, ti diei la mano,
lume a lume mescendo, e fiato a fiato.
Nostro padre era Dio, nostro sovrano,
di tanti doni pur ci avea colmato;
eppure, o Ituriele, obbliar lo puoi?
questo re, questo padre odiammo noi!».
Qui si tacquero entrambi, e lento lento
l'uno dall'altro si scostò col viso,
l'uno dell'altro aver parea spavento,
esiliati ambedue dal paradiso.
Il Sol girava l'occhio al firmamento,
l'Orco il tenea sopra la terra affiso,
e chiudendo il pensier nel proprio duolo
a ciascuno parea d'esser là solo.
Alfin come uom che seco pensa e parla
l'Orco esclamò: «Più di essermi consorte
non merta, indegna è già; ma tormentarla
vorrei, sempre vorrei nè darle morte;
averla presso eternamente, farla
pentir ma inutilmente e ognor più forte,
mostrarle il ben perduto, e dirle ognora:
— non ti voglio più mia, ma ti amo ancora! — ».
Il Sol lo intese, e come un gran pensiero
eccitassero in lui quelle parole,
a lui rivolto disse: «E' vero, è vero;
tradito amante sì discorrer suole.
Ei prova insiem vendetta e amor sincero,
e giusti entrambi! Ed Ei che tanta mole
ne impose di tormenti, anch'Egli brama
vendicarsi in eterno, e insiem pur ci ama».
«No! possibil non è — con duolo e sdegno
l'Orco esclamò —; gli è ver che in petto mio
vendetta e amore stanno insiem, ma degno
è dell'inferno quel che provo or io.
E' un orrendo contrasto, orrendo a segno
che infelice ne fora anch'esso Dio,
e Dio... ma Dio dev'essere in eterno
felice, finchè dura il nostro inferno».
E qui tacquer di nuovo, e stetter come
due amici cui rimorde il fallo stesso:
schivano entrambi di chiamarsi a nome,
e d'incontrarsi con lo sguardo oppresso.
Questi da quegli si scostò, siccome
l'Eterno in mezzo a lor si fosse messo;
l'uno di qua, di là l'altro partìo,
e separarsi senza dirsi addio!