Com'è
inzuccherato e salutifero il precetto: La virtù sta nel mezzo! Deve
aver nitrito di letizia, puledro su verde praticello, colui che, per il primo,
divinò questo rimedio per ogni cruccio, questo succoso impiastro per ogni
ferita! Poichè la virtù sta nel mezzo, solo chi rimanga nel mezzo è virtuoso.
Magnifico assioma, che libera l'infinito stuolo dei mediocri dalle melanconie
dei desiderii vani e dai rodimenti della bile. E non importa che l'umanità,
così livellata, diventi grigia moltitudine di formiche in attesa del colpo di
scopa della morte e del capitombolo negli abissi del nulla. Non importa che il
nostro globo sia qualcosa più di un formicaio appunto perchè, di tempo in
tempo, dalle sue viscere nascon creature destinate a sbeffeggiare l'assioma e a
mostrare l'inganno della panacea. Di secolo in secolo, la formuletta
consolatrice è impiastro alle ferite di una mediocrità tormentata da desiderii
inutili e da travasi di bile. E di secolo in secolo, nelle case virtuose, una
teca, poggiata sovra un altarino, le serve di scrigno: e fiori di carta la
fiancheggiano e ceri accesi le offron tributo di devozione e di fumo.
È così dolce e semplice e
facile, la virtù! È così dolce guardare, dal fresco propileo, quell'insolente
chiacchierone di Socrate, che s'avvia sereno verso il tribunale e la condanna!
È così semplice togliere un pane dalla ricca mensa e porgerlo, condito di
sogghigni, all'iroso cipiglio di Dante! È così facile, sorbendo una tazza di
camomilla in crocchio di persone morigerate, commentare, fra lazzi e risa, i
torbidi amori di Baudelaire, i passi malcerti di Verlaine!
O cara placida virtù, che
procedi, avvolta entro un verecondo sudario, verso il sudario definitivo! Lenta
cammini, con i piedi ben caldi nelle pantofole imbottite: e ignori gli squassi
di chi senta la vita troppo angusta per gli ampii voli dell'immaginazione; e non
temi i pericoli, cui muove incontro chi non vada adagio, come fai tu, ma corra
e si scagli. Eppure, a volte, qualcosa di simile a un desiderio ti punge gli
stinchi pigri e un barlume di pena ti guizza nel cerebro nebbioso e una specie
di rimpianto ti gonfia il minuscolo cuore. Non vergognartene, o virtù, poichè
questi sono i segni di un destino, al quale tu hai rinunciato per fiacchezza o
paura. E i tuoi stinchi e il cuore e il cervello sanno che, nonostante la
formuletta, solo all'uomo, fra tutte le creature terrestri, è dato di non
morire: ma all'uomo che, spregiando le tue panacee, si avventi, col corpo e con
l'anima, verso i rischi e le glorie di una vita eccessiva.
La tua, o virtù, è una fatica di
Sisifo. Invano, di secolo in secolo, porgi la tazza della cicuta o il pane
dell'elemosina o il dileggio della stoltezza. L'umanità continua a sussistere
per gli uomini, che tu hai uccisi col veleno o col sarcasmo. L'umanità non sei
tu: è Socrate, è Dante, è Baudelaire. E tu, puritana mediocrità assillata dagli
scrupoli e dai timori, sei soltanto la penna, che scrive quei nomi sulle pagine
della storia. Rimani, dunque, alla tua comoda finestra, o virtù. E se udrai
salir dalla strada la rauca voce di De Musset ebro o vedrai passare Oscar Wilde
a braccetto di lord Alfredo Douglas, ridi, ridi forte, ridi liberamente. Così,
acqueterai l'uggia, che in fondo in fondo tu provi, di non poter distillare,
dalle vinacce delle tue cantine, una Confessione di un figlio del secolo
o di non poter raccogliere, dal fango dei tuoi vizi mediocri, una Ballata
della prigione di Reading.
Ma tu continui,
imperturbabile, a falciar tragiche vittime e a piangere, ipocritamente, sovra
le tombe, scavate dalle tue stesse mani. Non pietà nè scrupoli ti trattengono:
e il tuo volto terreo che, sovra la fronte sfuggente, mostra impresso l'assioma
«La virtù sta nel mezzo», non conosce la porpora della vergogna. E, tuttavia,
tu impallidisci se qualcuno, drizzandosi davanti a te e sfidando la tua maligna
acredine e il tuo cupo livore, legga i grandi atti di accusa della storia e ti
rammenti con voce commossa la nobiltà delle tue vittime e le miserie della loro
esistenza.
La nobiltà e le miserie di un
Edgar Poe, per esempio.
*
* *
Una comitiva di attori passa,
peregrinando di città in città, a traverso gli Stati Uniti d'America. Sono,
quelli, gli anni febbrili, in cui un popolo di emigranti e di avventurieri
tenta i primi sforzi per imporsi, come una giovine stirpe, alla vecchia Europa.
Sul nuovo carro di Tespi, fra gli smunti e tetri compagni, dominan le grazie e
trabocca la vivacità di una donna. Al suo fianco sta il marito, David Poe, che
rinunciò alla monotona esistenza borghese per divenire un randagio commediante
e apportare, nel branco istrionico, la propria melanconica fierezza e un nome,
reso illustre dal padre nella guerra per l'indipendenza americana.
Festose accoglienze
ha, dovunque, l'attrice. Ma quanta miseria, nella cameretta di Boston, ov'essa,
il 19 gennaio 1809, dà alla luce Edgar Poe! Spossata dalle grandi
interpretazioni shakespeariane, troppo grevi per la sua fragilità fisica, e
dalle studiose vigilie e dalle attese pavide e dalla fugacità dei trionfi e dal
perdurare degli stenti, la giovane donna vivrà ancora due anni soltanto: e a
lei il marito, etico, sopravviverà solo per pochi giorni.
Tre bimbi rimangono, privi
d'ogni aiuto: e si spegnerebbero anch'essi, nell'inedia e nell'abbandono, se
qualche pietoso non intervenisse a raccoglierli e ad ospitarli. Il maggiore
d'età, William, dotato di forte ingegno e di accesa fantasia, avrà un'esistenza
turbolenta ed avventurosissima, che lo sbalestrerà in ogni parte d'Europa, ma
lo farà morire, prematuramente, a ventitre anni. L'ultima, Rosalia, vivrà
invece a lungo: fra le penombre e le nebbie di un'ottusità mentale inguaribile.
Il secondo, Edgar, soccorso dalla dolce bontà di una donna, è adottato come
figlio dal marito di questa, Allan, proprietario di un umil negozio di
tabacchi, a Richmond. Cresce, il fanciullo, fra tenere cure e vezzeggiamenti:
ma non tarda a mostrar chiaro precoce segno dei proprio cupo destino. Sin da
quei primi anni, di fatti, egli ospita, nel fondo dell'anima, il germe della
sensibilità e della melanconia, che dovran, poi, stimolarlo alla contemplazione
lirica dell'amore e della morte, uniti l'uno all'altra indissolubilmente, e
renderlo uguale a Leopardi nell'inspirazione funerea e nel disperato dolore.
Una carezza femminea casta e lieve, sfiorando la ricciuta chioma del fanciullo,
basta per svegliare la sua impressionabilità e per rivelargli la sorte che, fra
le tenebre del futuro, lo attende. Ma la donna, che diede alimento al precoce
amore, scende presto Ombra fra ombre. E sul suo sepolcro Edgar si abbandona,
ogni notte, agli evanescenti sogni, intessuti di tristezza e di spiritualità,
che, più tardi, suggeriranno al poeta La dormiente e Ulalume.
Cresce, egli: ma bizzarro ed
eccentrico. E i dileggi dei compagni di studii verso il taciturno permaloso scolaro
aumentano la sua irritabilità naturale; e il brusco scioglimento dell'idillio
con Sarah Elmira Royster, maritata quasi bimba, dalla sollecita preoccupazione
paterna, a un bonomo qualunque, acuisce la sua melanconia.
Dopo aver evitato, per miracolo,
un fallimento, Allan, negoziante di tabacchi, eredita d'improvviso i milioni di
uno zio. Edgar, a quell'epoca, ha sedici anni: e può, inscrivendosi studente
nell'Università di Charlottesville, in Virginia, guardar con occhio sereno un
avvenire, che sembrerebbe sgombro di nubi. Sembrerebbe: non è. L'orgoglio di
Edgar, di fronte alle incomprensioni maligne degli altri allievi, assume
rapidamente le forme di un muto disdegno e gli crea, d'attorno, la solitudine e
spinge inesorabilmente la sua tristezza amara a volgersi, onde ottener
momentaneo sollievo, verso il subdolo fascinatore Lete del giuoco e
dell'alcool. La tragedia di Poe ha inizio in quei giorni, poichè in quei
giorni, appunto, egli comincia a conoscere le lenitrici gioie dell'ebrezza.
Beve, sì: ma da barbaro. Così
disse, con profonda intuizione di poeta, Carlo Baudelaire. Melanconico per
temperamento, privo della divina facoltà della risata ampia e chiara, pronto
solo al sorriso dell'umorismo ed agli sghignazzamenti della satira, che sono
ancor più dolorosi delle lacrime, Edgar beve in un modo particolare: non come
un volgar uomo, cui il vino e i liquori piacciano di per sè stessi, poichè
graditi al palato, bensì per gli effetti dell'alcool, che hanno la virtù di
alleviare dalle oppressioni della tristezza, dall'incubo delle fantasticherie
solitarie, e di aprir l'anima a un respiro, sia pur effimero, di gaiezza libera
da ogni peso di ricordi. I bevitori comuni giudican l'alcool un fine, per i
varii sapori con cui esso soddisfa il senso del gusto, non un semplice mezzo
per cadere temporaneamente a livello degli altri uomini e partecipar, quindi,
della lor sciocca, ma riconfortatrice, allegria. I poeti come Poe, invece,
devon vincere un'istintiva ripugnanza per accostar le labbra al bicchiere. E
bevon da barbari, tracannando il liquido d'un fiato, senza assaporarlo, onde
provarne con maggior rapidità gli effetti infernalmente benefici e raggiunger
più presto, nell'ebrezza, l'oblio di sè stessi.
Così, Edgar. E un compagno di
Università testimonia: «Non era attratto dal sapore del liquido; ma
s'impadroniva del bicchiere e, senza neppur sfiorarne con le labbra il
contenuto, in un solo sorso lo vuotava.»
Gli scienziati,
irrimediabilmente incapaci di addentrarsi nell'anima degli artisti, hanno
foggiata una grossa parola: dipsomania; e, appeso questo cartellino al nuovo
albero, scoperto nella flora dei vizi dell'umanità, sono andati a dormire
contenti come pasque. La dipsomania, essi affermano pomposamente, è ereditaria:
quindi, istintiva. O beatissimi voi, poichè ignorate che il bevitore per
istinto si trova esattamente agli antipodi del poeta che beve! L'uno facile e
lieto avvicina le labbra alla coppa; ma quale penoso sforzo deve compiere
l'altro e con quanta gratitudine accoglierebbe chi, iniettandogli nelle vene
una sostanza oggi ignota, lo immergesse nell'obliosa letizia prodotta
dall'alcool! È questo stesso brivido di raccapriccio di fronte al grossolano
succo della vite, è un'uguale trepida speranza, che induce il poeta a tentare
altri paradisi artificiali: l'oppio, per esempio. Come indusse Edgar Poe.
Aggiungono, gli scienziati, che
il dipsomane è, quasi sempre, sin da fanciullo, un melanconico. O beatissimi
voi, poichè non avete saputo, rovesciando i termini, coglier la verità! L'uomo
che beve per istinto, il vostro dipsomane, insomma, è, quasi sempre, una faceta
persona innamorata dei lazzi sgorganti, tra rosse schiume, dalla stappata
bottiglia. Ma il fanciullo melanconico diverrà, domani, un bevitore, non per un
imperioso pungolo dell'istinto. Diverrà un bevitore se la sua melanconia di
poeta, derivante da una raffinata ed esasperata sensibilità, gli additerà un
sol mezzo per abbandonare, di quando in quando, la greve armatura della
tristezza: l'alcool.
*
* *
Ma le sregolatezze di
Edgar e, sovra tutto, i debiti di giuoco dovevan sembrare intollerabili a un
uomo parsimonioso e tranquillo come il buon Allan, Il suo sbalordimento si
trasforma, ben presto, in sacra indignazione e questa dà luogo, rapidamente, a
un'implacabile collera. E un aspro diverbio tronca, in pari tempo, i rapporti
del giovane col padre adottivo e la vita universitaria e le molte speranze.
Ormai solo, da ricco ereditiere divenuto improvvisamente povero senza risorse
nè appoggi, il diciottenne Edgar si arruola, per vivere, soldato d'artiglieria,
a Boston, col nome lievemente modificato di Edgar A. Perry.
Due anni trascorrono. Infine,
mercè le pietose insistenze della moglie, il tabaccaio Allan, oggi milionario,
concede un benigno perdono e, tanto per dimostrare la propria magnanimità, spalanca
all'artigliere volontario le porte della Scuola militare di West-Point. Ma la
generosa protettrice muore, il vedovo Allan si affretta a convolare a nuove
nozze e a procreare un rampollo legittimo: e, agli occhi di Edgar, l'avvenire
si riempie nuovamente di tenebre. Come potrebbe, egli, rassegnarsi a subire più
a lungo la rigida disciplina del collegio, che al poeta sognatore nessun'altra
via aprirà, se non quella nebbiosa e intollerabile dell'ufficialetto
squattrinato? No, qualunque cosa, piuttosto! Piuttosto, la Corte Marziale, che
espella dalla Scuola l'allievo reo di ben ventuna assenze all'appello, nel
breve spazio di venti giorni, e di rifiuti d'ubbidienza agli ordini superiori.
Edgar ha ventidue anni: e, in tasca, un numero assai minore di soldi.
Tenta, egli, di bussare
all'uscio di Allan: ma trova i battenti chiusi. E ancora una volta, dopo due
anni di miseria atroce, entrerà in quella casa per chiedere il soccorso, che
non si nega neanche all'ignoto randagio: ma sarà definitivamente scacciato. Come
tremendo è l'odio del pacato borghese, irritato dalle scapataggini altrui e
vigilante sovra la propria borsa ben pingue! E come feroce fu la vendetta del
virtuoso tabaccaio, offeso dai debiti di un poeta! Morì, di fatti, Allan, e
lasciò due milioni alla famiglia: ma, al figlio adottivo, neppure mezzo
baiocco.
Passano, nell'ombra, anni di
povertà completa. Una modesta pensione di Baltimora ha accolto Edgar,
salvandolo dalla fame. È diretta dalla zia Clemm, la paziente «più che madre»:
ed offre al giovane non solo ospitalità, bensì anche i sorrisi e le
fanciullesche carezze e i conforti della cugina Virginia, dolce creatura, nelle
cui piccole mani già si trova racchiuso il grande trepido cuor del poeta. Tempo
di oscurità e di miseria, ma di serena letizia, durante il quale Edgar, trovata
la fanciulla degna del suo amore così spirituale, può acquetare un poco l'anima
oppressa dal tormento di sapersi inesorabilmente confinata fra le muraglie di
un orgoglio, cui nessuno sfocio è permesso.
Ma ecco, improvvisa, giungere la
fortuna. Nitidezza di calligrafia rende piacevole e agevole, ai giudici di un
concorso per novelle, la lettura del manoscritto, inviato da Poe. E il premio
di cento dollari è decretato all'autore. Non basta. Uno degli esaminatori, John
Kennedy (oh, ricordiamolo bene questo nome: è il nome dell'uomo, che spianò la
strada a un poeta di genio!), riesce a procurare al vincitore ventisettenne un
posto nella redazione di una rassegna di Richmond e uno stipendio, che inebria
Edgar di gioia e gli consente di portar via seco la zia Clemm e di sposare
Virginia, benchè questa abbia appena quattordici anni.
Ma, anche in piena felicità, una
tristezza ammonitrice grava sull'anima di Poe e lo spinge a scrivere a Kennedy:
«La mia situazione è, per molti aspetti, gradevole: e tuttavia mi sembra,
ahimè!, che nulla possa più, ormai, darmi piacere o una pur minima contentezza.
Voglia scusarmi, caro Signore, se troverà molta incoerenza in questa lettera. I
miei sentimenti, oggi, sono davvero lamentevoli. Soffro di un accasciamento,
come non ne ho mai provato uno uguale. Ho lottato invano contro l'influsso di
questa melanconia. Sono infelice, e ne ignoro il motivo. Mi consoli, se può. Ma
si affretti a farlo, o sarà troppo tardi..... Mi provi che è necessario ch'io
viva.....mi persuada a compiere ciò, che occorre compiere... abbia pietà di
me».
I sentimenti di Poe sono
presentimenti. Pochi mesi trascorrono. E, improvvisa al pari della fortuna,
sopraggiunge la sventura. Edgar, licenziato dalla rassegna, si trova di nuovo sul
lastrico.
Qualcuno gli aveva scritto:
«Credo fermamente che tu sia sincero in tutte le tue promesse. Ma, Edgar, ho
motivo di ritenere che, se tu rimetterai il piede in quelle strade, le
risoluzioni s'involeranno e le tue labbra si tufferanno di nuovo nel liquido
sino a farti perdere i sensi. Affidati alle tue sole forze, o sei perduto!...
Fuggi la bottiglia e i compagni bevitori!». Lettera di onest'uomo che, guidato
dal buon senso, comprende e prevede le altrui debolezze, ma ignora l'inutilità
dei consigli e degli sforzi per vincere le tenebrose leggi della fatalità. Se
Poe fosse stato una creatura normale, l'onest'uomo non avrebbe avuto neppur
bisogno di scrivergli. Bastava, di viva voce, in un colloquio amichevole, un
accenno all'indecorosità dell'ubriachezza ed alle probabili e irreparabili
conseguenze di questa. Ma Poe era una creatura d'eccezione, con una volontà
troppo saltuaria ed a scatti e con un assillante continuo imperioso desiderio
di buttar via, almeno per un attimo, la cappa di piombo d'un temperamento
schivo d'ogni realtà quotidiana. I mediocri, eh sì!,sono sempre propensi a
trarre materia di letizia dal mondo esteriore e ad interessarsi dei nonnulla,
che costituiscono la vita normale. Chi abbia, invece, un'anima popolata di
sogni e una sensibilità dolorante ad ogni rude o brusco contatto, deve
necessariamente chiedere a un illusorio nepente l'oblìo di sè stesso e il colpo
di bacchetta magica, che spalanchi le porte del regno della gioia.
*
* *
Poe è, dunque, di nuovo nella
miseria. Il suo carattere irrequieto e impulsivo non gli fa trovar requie nè
sosta in alcun luogo e lo spinge di città in città, assieme a Maria Clemm, fida
consolatrice, e alla delicata Virginia, più che moglie, amante ideale,
immortalata, poi, nella lirica Annabel Lee.
Brevi sprazzi di fortuna
illuminan l'ombre tetre di quegli anni di vagabondaggio allucinato. Un manuale
di conchigliologia, raffazzonato per trarne un pò di guadagno, ottiene un esito
editoriale, che nessun libro di Poe avrà, lui vivente. Una lunga serie di
articoli, ora irruenti e feroci, ora entusiastici e gonfi di elogi, desta la
curiosità americana e procura allo scrittore il titolo di «principe della
critica». Una sfida criptografica sbalordisce il pubblico, mettendo in rilievo
le formidabili facoltà mentali del decifratore. La collaborazione in una
rassegna di Filadelfia aumenta la tiratura di questa da ottomila a
cinquantamila copie. Infine, il poema Il corvo rende celebre, di colpo,
Edgar Poe e lo fa diventare, per qualche tempo, l'autore preferito e
vezzeggiato della società new-yorkese.
Nonostante tutto ciò,
Poe è messo alla porta dalla rassegna, che a lui doveva il miracoloso sviluppo,
e sostituito, per colmo di scherno, dal bieco pennaiolo Rufus W. Griswold. E
l'altra rassegna, quella, ch'egli vorrebbe fondare, vagheggiata da anni come un
gran sogno da tradurre in realtà, non trova appoggi, se non letterarii. E i
volumi di Poe non si vendono. E le sue conferenze raccolgono solo un pubblico
incuriosito dalla bizzarra esistenza e nomea dell'oratore; e fruttano, allo
stringer dei conti, molte amarezze, ma ben poco denaro. Ah, poeta
incorreggibile, che ti ostini a parlare di poesia e di cosmogonia a una folla
d'uomini d'affari!
Anche la speranza di un impiego
governativo dilegua con la rapidità, con cui è sorta. Quale e quanta speranza!
«Ciò, ch'ella mi dice dell'impiego nelle dogane», scrive Poe a un
patrocinatore, «mi rimette in vita. Nulla potrebbe corrispondere meglio ai miei
desiderii. Se riuscissi a ottenere un simile posto, sarei in grado di condurre
a termine tutti i miei ambiziosi progetti. Esso mi libererebbe da ogni
preoccupazione per i mezzi d'esistenza e mi darebbe il tempo di pensare, cioè
di agire.» Ingenuamente, egli crede che le persone, con le quali deve mettersi
a contatto per sollecitare l'impiego, siano illuminate dal criterio superiore,
indispensabile a vagliare le azioni altrui e a far indulgere ai difetti, se
compensati da pregi. E pomposo e, a volte, un po' ebro (oh, poco poco: quel
poco necessario perchè la fisionomia assuma un'espressione meno triste, meno
repulsiva per gli uomini normali, così pronti a subire il fascino della
disinvoltura e della gaiezza!) si presenta innanzi agli individui autorevoli,
che potrebber difendere la sua causa e ottenergli un posto comodo e uno stipendio,
unico mezzo per vivere e scrivere senza l'assillo del bisogno. Nobil poeta
illuso, egli crede di aver prodotta una forte impressione: e non sa che i
personaggi autorevoli, dopo averlo trattato con benigna condiscendenza e
accomiatato con una stretta di mano, torceranno il grifo con nausea e rideranno
dei suoi panni lucidi e delle sue arie di principe spodestato!
Ma il cruccio più amaro è dovuto
alla difficoltà di far accettare dalle rassegne i lavori letterarii e, se anche
questi siano accolti, di ricavarne un compenso non umiliante. Oggi, un
manoscritto di Poe vale somme rilevantissime. E, tuttavia, lo stesso Corvo
gli fu pagato, in vita, dieci dollari. E nessuna rassegna di Londra volle
stampare la novella Gli occhiali, se ben presentata ed elogiata da
Dickens. E una rassegna americana, ricevuto Il cuore rivelatore,
scrisse: «Se il signor Poe accondiscendesse a inviare articoli più pacati,
sarebbe un collaboratore desiderabilissimo.»
Sì, veramente! Nel martirologio
di Edgar Poe (messia, che non ha lasciato nessun testamento per la semplice
ragione che non aveva soldi neanche per pagare il notaio), si narra di un
editore, il quale, dopo aver amichevolmente rimprocciato all'autor di Ligeia
la sua testarda e insanabile originalità, gli preconizzava fior di quattrini
purchè si acconciasse a fare della letteratura usuale, secondo il gusto e le
bramosie del pubblico grosso. Sì, veramente: l'eterna questione eternamente
affiora. Oggi, come ieri. Anche oggi, Edgar Poe, rinascendo, salirebbe lo
stesso calvario: e le rassegne dell'un mondo e dell'altro continuerebbero ad
accogliere i suoi lavori come un dabben uomo accoglie un pugno in un occhio.
Bisogna ubbidire alla moda, han sempre detto e diranno sempre le rassegne,
adattarsi alle consuetudini e, sovra tutto, non sventolar mai, innanzi
all'ombroso lettore, il fazzoletto rosso del genio. Sistema comodissimo per
chi, senza ingegno nè arte, maneggi la penna del letterato come taglierebbe
stoffe nelle botteghe o peserebbe il chinino con le bilance esatte delle farmacie.
E comodissimo, anche, per i direttori di rassegne e per gli editori, i quali,
seguendolo, non devono lambiccarsi il cerebro per giudicare sul merito di una
novella o di un libro, ma possono sparagnar tempo e fatica annusando
semplicemente la merce e poi, se essa odori di letteratura di moda, gettandola,
senz'altra formalità, nella macchina distributrice non di godimenti estetici,
bensì di salsicce e salami.
Com'è buffa, sempre, la moda!
Quella odierna, per esempio, ricorda La bottega da caffè di Goldoni. Non
è, il pubblico, un don Marzio seduto innanzi al piccolo caffè veneziano? I suoi
sguardi si sollevano fino agli sporgenti tetti delle case, ma ignorano quel che
c'è al di sopra: il cielo. Il suo pensiero sfarfalleggia attorno agli omettini
e alle donnette, che trotterellan per la strada o s'affacciano alle finestre,
ma diverrebbe irto come un porco-spino se udisse qualcuno affermare che quei
fantoccetti, vestiti da maschi o da femmine, son pieni solo di crusca e, a
pungerli, si svuotano in un batter di ciglia. Insomma, questo pubblico, don
Marzio redivivo, non s'interessa se non delle piccole gesta di piccole creature
umane, che rappresentano, di fronte all'umanità, quel che rappresenterebbe un
effimero volo di bolle di sapone paragonato con la vertiginosa eterna corsa
delle sfere celesti. E, anzichè mostrarsi stufo arcistufo, non è mai stanco di
sentirsi raccontare e ripetere che la signorina tale ha messo tre anni, tre
mesi e tre giorni, poveretta, per comprendere che l'amore è come il pane imburrato,
al quale, se fai tanto di dargli due buoni colpi di lingua, non rimangono più
nè sapore nè burro, e che la signora talaltra ha il cuoricino simile a una
spugnetta avida d'imbeversi non di passione (la passione, per carità!), ma di
carnali esperienze e di succolenti capriccetti.
*
* *
Poe ha trovato un
nido, nel paesello di Fordham: una casupola di legno, con una veranda lunga
quanto la facciata. A pianterreno, c'è una stanza grande, con quattro finestre,
e una piccola cucina. Un'angusta scaletta conduce alle camere del piano
superiore: l'una somigliante a una scatola, destinata a Maria Clemm; l'altra,
soffocata dal tetto in declivio, per gli sposi. Rustico nido. Ma che
spettacolo, dalla veranda! Pini e cedri, su creste rocciose; e vallate,
cosparse di villaggi, e ampie distese di prati, sin laggiù, sino al lontano
azzurro mare.
Il solitario nido ignora le
insidie degli uomini ma non può sottrarsi alla tragica ostilità del Destino. La
dolce compagna di Edgar, Virginia, muore etica. E il poeta, gravemente
ammalato, non può opporsi all'iniziativa di una sottoscrizione pubblica, che
lenisca la sua estrema miseria, nè difendersi da invidi avversarii, lieti di
coglier la stupenda occasione per cuoprire di ingiurie un uomo di genio.
Guarito, Poe volge gli occhi
d'attorno onde cercare un appoggio, un conforto. È rimasto così solo, nel
mondo! Ed è circondato da tanti livori, da tanti odii! Solo le donne scrittrici
lo guardano con simpatia. La sua natura cavalleresca e romantica non dettò
articoli elogiativi per le loro opere? Una, in particolar modo, gli rivolge il
sorriso promettitore dei conforti spirituali, di cui il tormentato poeta ha
così grande bisogno! Si chiama Sarah Whitman, è vedova, vive eccentricamente e
scrive versi. Una letterata puro sangue! Che soave umiltà, nelle sue prime
lettere a Poe: «Benchè il mio rispetto per la vostra intelligenza e la mia
ammirazione per il vostro genio m'inducano a sentirmi, in vostra presenza, una
bimba, saprete certo che sono molto più anziana di voi.» Ma qualcuno, nell'ombra,
vigila perchè il poeta non ottenga sollievo ai tristi ricordi e al doloroso
isolamento; qualcuno scrive a Griswold: «Conosci Sarah Elena Whitman? Certo,
avrai notizia del suo prossimo matrimonio con Poe. Mi è sembrata una brava
donna: e tu sai bene chi è Poe... Capisco che una vedova di età matura
sposerebbe non importa chi, purchè non fosse un negro... La signora Whitman non
ha amici, che sian conosciuti arche da te e che possano chiaramente spiegarle
il fenomeno Poe?».
Certo, Griswold pennaiolo questi
amici deve essersi affrettato a cercarli. E la sentimentale poetessa deve
averli ascoltati con sempre maggior condiscendenza. Tant'è vero che, presto,
nascon dissensi fra lei ed Edgar, e la soglia della sua casa comincia ad esser
vietata all'inquieto sognatore implorante un poco di pace. La tenera Sarah
diventa sempre più crudele. E, con mal celata superbietta, descrive sul
taccuino intimo (quale poetessa non ha un intimo taccuino?) le conseguenze
della sue crudeltà: «Dopo una notte di delirio frenetico, egli tornò il domani
da mia madre in uno stato di forte sovreccitazione e di grandi sofferenze
mentali, dichiarando che la sua felicità, in questo mondo e per l'eternità,
dipendeva da me... Non avevo mai udito nulla di così terrorizzante: terrorizzante
sino a raggiungere il sublime. Egli mi salutava come un angelo inviato per
salvarlo dalla perdizione.» Passa qualche tempo in un'alternativa continua di
rinnovate speranze e di bruschi licenziamenti. Infine, tutte le speranze
cadono, improvvisamente. Sarah, tenendo un boccetta d'etere sotto il naso per
non svenire come una donnicciola qualunque, ha detto di no, per sempre. Oh, le
letterate!
L'amicizia spirituale di una
fanciula, Annie, la dolce sorella Annie, lenisce le pene di Poe e lo aiuta a
dimenticare il tempestoso idillio. Ma gli inspira, anche, una presaga poesia:
il funereo canto Per Annie.
«Grazie al cielo, questa crisi
minacciosa è
svanita
e la lenta malattia
è, per
sempre, finita
e la febbre, a nome «vita»,
è vinta,
finalmente.
Sono privo d'ogni forza,
lo so bene,
e ho compreso
di non potermi più muovere
mentre
giaccio disteso.
Che importa? Cadde ogni peso.
Sto meglio,
finalmente.»
Canto funereo. E, tuttavia, il
cielo, quasi volesse schernire con un'ultima illusione l'impenitente sognatore,
si rischiara di colpo. Tutte le apparenze fan credere che la dolorosa odissea
sia terminata e che la fortuna sorrida di nuovo e definitivamente. Il grande
ideale, perseguito per lunghi anni, la rassegna «Stylus», ove Poe potrà
esplicare senza impacci la sua operosità di artista e di critico, è in procinto
di trasformarsi in realtà. E una donna di Richmond, conosciuta e amata nei
tempi della fanciullezza, Elmira, acconsente a sposare il poeta stanco e
bisognoso di quiete. Poe parte da Richmond per recarsi a prendere Maria Clemm,
fida amica e madre, che presenzierà indulgente alle nuove nozze di Eddy. Ma,
nonostante le promesse del cielo e della fortuna e dell'amore, egli è
tormentato da foschi presagi. «Parlava di sè come di un'anima perduta, senza
speranza di redenzione», dice un testimone di quei giorni. E Poe stesso scrive,
rabbrividendo «La mia tristezza è inesplicabile.»
Tre giorni passano. Ma, all'alba
del quarto, Maria Clemm riceve una fulminea notizia. Edgar è morto, di delirium
tremens, nell'ospedale di Baltimora: il 7 ottobre 1849.
Subito dopo, comincia la
gazzarra della stoltezza e della malignità. Tutti gli scrittori mediocri, tutti
gli untorelli della penna si strizzano il picciol cerebro per trovare e
sfrecciare contro il sublime scomparso gli epiteti più trafiggenti. I meno
astiosi lo chiamano «scellerato di talento», «scandaloso mostro del mondo
letterario», «maiale di genio». E l'ineffabile Rufus W. Griswold compie una
«immortale infamia», scrivendo una denigratrice biografia di Poe, che precederà
la raccolta postuma delle sue opere.
Giusta vendetta delle creature
mediocri. Non era, egli, un uomo di genio? E non aveva, quindi, la doppia
esistenza, la doppia personalità, così incomprensibili e intollerabili per
l'individuo normale, che ama solo le situazioni chiare e le anime semplici?
Troppo complessa appariva, invece, l'anima di Edgar Poe. Tanto complessa,
ch'egli non fu mai compreso neppure dagli amici più intimi: e a molti estranei
sembrò una persona inquietante, cinica, quasi demoniaca; e a molti altri parve
un uomo tranquillo, generoso, benevolo e cortese fino all'eccesso; e da
qualcuno fu definito, sin anche: «modello di virtù famigliari e sociali.»
Aveva, sì, una doppia
personalità. Nonostante l'orgoglio imperioso (ch'era piena coscienza di un
valore misconosciuto), nonostante i luminosi sogni di gloria, si abbandonava
alle seduzioni della notorietà effimera, perseguiva con accanimento il successo
volgare. Pur sapendosi così superiore agli altri da non poter ammettere
l'esistenza, nell'Universo, di qualcuno ancor più grande, ricercava la
compagnia degli uomini più comuni e ad essi ed agli amici della taverna
rivolgeva, con entusiasmata foga, discorsi degni di un uditorio di poeti. E
sempre, con chiunque conversasse, si prendeva terribilmente sul serio. Colpa
imperdonabile per chi, con i pannicelli della modestia, cuopra le ambizioni
della mediocrità.
«Io sono supremamente pigro e
prodigiosamente attivo, per accessi», scriveva, di sè, Poe. E, come nel
lavoro letterario, così in qualunque altra sua manifestazione. Sin anche il
volto pallido e serio diveniva, a sbalzi, animato e infiammato: e mostrava, nei
contrasti violenti fra la dolce melanconia dello sguardo e la piega sardonica
delle labbra e l'imperiale atteggiamento del volto, in pari tempo affilato e
massiccio, i profondi contrasti dell'anima.
Come avrebber potuto, gli uomini
mediocri, fra i quali Edgar Poe viveva, comprendere e giustificare l'enigma di
uno spirito troppo ampio per rinchiudersi nelle strettoie della morale comune,
di una genialità troppo esuberante per modificarsi, sia pur col volger degli
anni, e per adattarsi alle ipocrite esigenze della vita normale? E chi, se non
un altro uomo di genio, avrebbe compresa l'eccessività di una natura così
squisitamente sensibile? Dovevano, dunque, apparire veramente sbalorditive e,
fors'anche, comiche le spaventose depressioni, causate da inquietudini
passeggere o da una temporanea impotenza a scrivere, e le esaltazioni
frenetiche, dovute magari a una semplice frase di elogio, e le continue
incoerenze di un'anima sempre vacillante tra sconforti cupi e fanciulleschi
entusiasmi, tra misantropici disdegni e folli desiderii di gioia. Eccessività.
L'uomo di genio che, allettato da un paradiso artificiale confortatore d'ogni
tristezza, non cessava di bere se non quando gli mancavan le forze, era lo
stesso uomo che, avvolto nel vecchio mantellone di soldato, passeggiava per
lunghe ore sotto la veranda della casupola campestre, meditando i supremi
misteri dell'universo e costruendo mentalmente il poema cosmogonico Eureka.
Gli americani, stupefatti e
indignati, dícevan di lui ciò che la letteratoide Sarah Whitman volle
ripetergli, un giorno: «Ha grandi facoltà intellettuali, ma nessun senso
morale.» Solo qualche ingegno superiore intravide la sua possanza e s'affacciò
sul mistero della sua anima. E Longfellow, lo scrittore dilaniato da Poe nella
serie di articoli intitolata, appunto, La guerra di Longfellow, sollevò
un poco il velo e intuì una parte della verità, affermando: «Non ho mai potuta
attribuire la violenza delle sue critiche se non all'irritazione di una natura
sensibile, inasprita da qualche vago sentimento d'ingiustizia». E Lowel,
inchinandosi nobilmente e onestamente, gli scrisse: «Stroncami pure a tuo beneplacito;
ti leggerò sempre con uguale rispetto e con maggior soddisfazione di quanta mi
procurin le molte lodi, che ricevo».
*
* *
La mediocrità, se ben si
osservi, è, in fondo, apollinea: non vuole contorsioni nè sbalzi nè squilibrii.
Per questo, trova solo nell'arte apollinea un valore facilmente ravvisabile e
non ostico, anzi degno di un rapido consenso. Ed ha, con gli artisti apollinei,
un magnifico punto di contatto: l'invidia. Oh, il livore del bellissimo Iddio
greco verso il trasandato rivale! E che triste condanna, quella pronunciata da
Apollo vincitore contro il vinto Marsia! Se la sfida di Marsia fosse apparsa,
alla prova, il frutto di una presuntuosa vuotaggine, egli avrebbe ottenuto,
certo, compatimento e serbata intatta la pelle. Ma Apollo dovè intuire nel
competitore una forza, cui il tempo avrebbe donato ala e ampio volo. E il poeta
invido scagliò la sentenza.
Amara sentenza, nella quale si
rispecchia l'eterno dissidio fra due opposti temperamenti. Nè tanto doveva
cuocere a Marsia di sentirsi scuoiato, quanto di vedere il tronfio avversario
assistere, con un disdegnoso sorriso, al supplizio. E indubbiamente, se le pene
del corpo non avesser tramortita l'anima, egli avrebbe rivolte al crudele
Immortale parole immortali. «Oggi tu vinci, o Apollo», avrebbe detto «ma,
domani, anch'io trionferò nella memoria degli uomini. La tua tunica linda e la
tua mente serena e la tua vita e la tua arte, armoniche del pari, modellate del
pari secondo i dettami di una legge di ben composto equilibrio, cui gli eccessi
e gli scuotimenti e le depressioni e le esaltazioni ripugnino e piaccian solo
le acque scorrenti chiare e musicali tra fioriti e ben definiti argini, tutto
ciò, insomma, che ti rende apollineo, ha dato un ancor più intollerabil risalto
alle mie vesti trascurate e al mio tumultuoso ingegno e alla mia esistenza e
alla mia arte ugualmente prive di freno, di limitazioni e di serenità. E gli
uomini che, amando la compostezza e la proporzione, odiano quasi con furore gli
sregolamenti e gli squassi, hanno decretata a te, apollineo, la gloria e a me,
dionisiaco, il martirio. Ma se tu vinci nella vita, io vincerò nella morte».
Questo avrebbe detto Marsia. E
avrebbe, forse, soggiunto: «Che vale, o bellissimo Iddio, il plauso del volgo?
Perchè costringere i nostri desiderii e i nostri amori e dolori entro gli
angusti confini delle costumanze ammesse o tollerate? Perchè, a evitare le
piccole noie, procurate dalla moltitudine se alcuno la offenda nelle sue
consuetudini mentali o carnali, rinuncieremmo alle grandi gioie dello spirito e
della carne? Non sei, tu, un immortale? Perchè, dunque, il giudizio dei mortali
ti preme a tal punto da costringerti a imitarli negli atteggiamenti calmi e nei
modi corretti e nei moti ben regolati onde sopraffare me, dionisiaco irruento e
ribelle, e importi alla loro ammirazione? Ma ecco ch'io, morendo, ti raggiungo.
Ecco che tu, donandomi la morte, mi schiudi la gloria».
E forse Apollo, se Marsia avesse
parlato, si sarebbe raccolto, pallido, in una meditazione assillata dal dubbio.
Ma nessuna parola fu pronunciata. E Apollo e Diòniso continuano a guardarsi in
cagnesco. Antagonismo buffo: e, tuttavia, irrimediabile. Come potrebbero, i
dionisiaci discendenti di Marsia, ottener venia agli occhi di Apollo e
dell'apollineo mondo dei mediocri? Non infrangono, essi, di continuo la legge
che, emanata appunto dal Dio greco, regola questo mondo mediocre? L'ira e la
tristezza sono le compagne del loro spirito; l'audacia e la foga straviziatrice
sono le guide del loro corpo. Passano, silenziosi e orgogliosi, tra le genti
chiacchieratrici e subdolamente modeste: e il loro orgoglio suscita l'altrui
livore; e la loro taciturnità dolorosa o pensosa offende la vacua allegra
loquacità. Passano, di furia, cercando di raggiungere la formidabil chimera della
gloria, di avvinghiarla, di soggiogarla con la gagliarda impetuosità del lor
temperamento, che non conosce imbarazzi di usi e di mode e di convenienze nè
legami di scuole.
Ma la gloria, regal femmina,
vuol sedurre e non esser sedotta: perciò, contende ai dionisiaci il bacio, da
lei stessa offerto, con spontaneità, agli apollinei. Come non darle ragione?
Come dar torto a una donna bella e sensuale, che l'ebro vagabondo irrida e
prescelga, per il proprio giaciglio, l'uomo apollineo armato d'ogni grazia e d'ogni
dolcezza? E come potrebbe, il mediocre mondo, non consentire in questa scelta e
non piegarsi, al pari della donna, innanzi a chi rappresenti, quintessenziate,
le virtù idolatrate dal mondo? S'erge, dunque, l'apollineo, a incarnare
l'assioma «La virtù sta nel mezzo». In arte, egli crea con Petrarca rime
musicali e squisite o svolge con l'Ariosto dilettevoli trame, ghiotto pasto per
i buongustai, o costruisce con Manzoni architetture ben equilibrate nella
materia e nello stile, nello svolgimento delle linee e nella distribuzione
degli ornati. Non conosce i sobbalzi e gli ardori di Dante o del Tasso o di
Foscolo o di Edgar Poe: ma, appunto perchè rifugge dalle passioni violente, è
più amato da un'umanità schiva e priva di passioni violente. Nella vita, poi,
l'apollineo è specchio d'ogni perfezione. Lungi dall'abbandonarsi ai focosi
stimoli dei sensi e dell'anima, con saggia pacatezza e con ferreo volere li
guida e li tempera, incanalando ogni pensiero e ogni azione fra le dighe,
elevate dalla mediocrità per difesa di sè stessa contro ogni rischioso eccesso,
contro ogni tentazione sovvertitrice. E la mediocrità, ravvisando
nell'apollineo le virtù, da lei predilette, prontamente gli incorona di lauro
la fronte.
E tuttavia, anche i dionisiaci,
spento con la morte lo scandalo della vita e ottenuta venia, col tempo, per le
arditezze e la possente originalità dell'arte, strappano il plauso a coloro
stessi che, esterrefatti spettatori dello scandalo e tardi apprezzatori
dell'originalità, li avean considerati, per l'addietro, come lebbrosi. No, i
dionisiaci non sono lebbrosi. Ed hanno, in fondo, un solo torto: di non esser
mai contemporanei.
Il dionisiaco poeta non vive mai
all'epoca giusta. Eppure, quasi sempre, è l'uomo più rappresentativo della sua
epoca. Anche Poe, nato da una razza amalgamata e, tuttavia, intenta a foggiarsi
i caratteri di una stirpe nuova, fu senza volerlo e senza saperlo, per una
feroce ironia del destino, l'uomo più rappresentativo di quella medesima folla,
da cui era ignorato o spregiato. Ma non il popolo d'emigranti, raccolto nei
vasti confini degli Stati Uniti d'America e ancor sbalordito per il brusco
distacco dalle antiche origini e dalla madre patria, riuscì a scorgere nel
poeta maledetto le qualità essenziali della stirpe in formazione: e neppure si
avvider di ciò i biografi, fosser essi acrimoniosi cronisti come Rufus W.
Griswold o entusiasti poeti come Baudelaire. E, tuttavia, le bizzarre
caratteristiche di quel popolo giovane e vecchio ad un tempo appaion così
nitide e definitive nell'opera letteraria di Poe, da sembrar come segni di
fuoco, tracciati a dirigere i primi passi di una razza verso le ultime mète.
Bizzarre caratteristiche: ed armi ben foggiate per la vittoria. La
mistificazione, rendendo gli uomini attoniti, non li induce forse, meglio di
qualunque altro richiamo, a volger gli occhi e gli animi verso il
mistificatore? E il paradosso non è il colpo d'ala, che fa raggiungere
fulmineamente, nella vita e nell'arte, le vette più inaccessibili? E il canard
e il bluff e tutto ciò, insomma, che nel linguaggio comune si chiama
«americanata», non rappresentarono, forse, un elemento essenziale sia della
rapida ascesa degli Stati Uniti sia dell'arte di Poe? Col volger dei tempi,
ottenuta la vittoria e placati, quindi, gli stimoli, la mistificazione e il
paradosso si trasformarono da strumenti istintivi in strumenti ragionati, sino
a divenire una formula, nella vita pratica come in letteratura: formula
drammatica con Francis Bret-Harte, comica con Mark Twain. Ma Edgar Poe viveva
agli albori della civiltà americana e, creando un'opera, nella quale si
rispecchiavano forze ancor tumultuanti e primitive, dovea lasciare che queste
si sviluppassero non fra i calcolati argini del dramma o della commedia, bensì
oltre ogni strettoia, con epica ampiezza.
*
* *
Per questo, per questa
stessa ampiezza fuor d'ogni regola e d'ogni controllo, le qualità di Poe, come
uomo rappresentativo, sfuggirono agli sguardi dei suoi contemporanei e dei
biografi.
Eppure, com'è americano lo
scrittore che, in quei lontani tempi, per dare salde basi alla progettata
rassegna «Stylus», formulava l'idea di una società fra i dodici maggiori
letterati, che s'accaparrasse e dominasse il pubblico: trust vero e
proprio, ma in anticipo! Com'è americano il novelliere che, fondendo assieme
arte e commercio, costruiva le facezie L'angelo del bizzarro e L'uomo
senza fiato per battere la gran cassa a qualche prodotto industriale! Com'è
americano lo spirito mistificatore, che suggerì a Poe tanti colossali scherzi e
lo stimolò a comporre addirittura un Saggio sulla mistificazione!
Il diario di Giulio Rodman,
giornalista inviato a esplorare le Montagne Rocciose fra le insidie dei
pelli-rosse, La traversata dell'Atlantico in pallone, resoconto di un
avvenimento favoloso per quell'epoca, in cui l'aereonautica era ancora in
fasce, La scoperta di von Kempelen, alchimista moderno occupato a
fabbricar oro artificiale, La rivelazione mesmerica, tuffo nel tenebroso
regno dei fenomeni medianici, La filosofia della composizione, atroce
beffa di un poeta avido di raggirare il mondo e, anche, sè stesso, stupirono
profondamente il pubblico degli Stati Uniti e s'imposero per un momento alla
sua credulità. Nessuno scrittore di altra razza avrebbe potuto creare queste
gigantesche mistificazioni. E nessuno scrittore avrebbe potuto, al pari di
Edgar Poe, presentarle con caratteri di verità così suggestivi e, in pari
tempo, raggiunti con tale spontanea semplicità di mezzi.
Anche l'amore per il paradosso è
qualità fondamentale del popolo americano e fulcro dell'opera artistica di Poe.
E come il «bluff», nel mondo affaristico della giovine razza desiderosa di
aprirsi una strada, diveniva realtà pratica, così le paradossali concezioni
acquistavano, nelle pagine del geniale scrittore, consistenza di verità assoluta.
Oggi, siamo avvezzi alle audacie scientifico-utopistiche degli imitatori di
Poe, da Verne a Wells, da Villiers de l'Isle-Adam a Carlo Dadone. Ma esse non
ci consenton mai di toglierci dal campo del fittizio e del fantastico,
dall'atmosfera della letteratura, anche se questa sia destinata, come accadde
per l'ingegnosissimo Verne, a tradursi, poi, in realtà di scoperte
scientifiche. Con Edgar Poe, le cose procedon diversamente. La sua arte di
donar colori di naturalezza all'assurdo era tale, da trarre ognuno in inganno.
Anche questa è vera virtù americana: virtù, per la quale il paradosso è
concepito e formulato con così esperta meticolosità, con così stringenti
argomentazioni, da apparire non fantastico, ma solidamente reale. Per
comprenderne la forza convincitrice, basta leggere, per esempio, La verità
sul caso del signor Valdemar. Ogni frase è calcolata per l'effetto finale e
onde dare a questo l'indiscutibile apparenza del vero. Attraverso un resoconto
giornalisticamente semplice e trasandato nella forma, scrupoloso nei
particolari, svolto come una rete sempre più fitta, sempre più catturante, il
paradosso mistificatore si sviluppa con una tale naturalezza e con una logica
così ferrea da non far dubitare, neanche per un attimo, che ci troviamo,
anzichè nel mondo dei fatti, nel regno dell'immaginazione. La minuzia del
resoconto, sciorinato con placida indifferenza di giornalista avvezzo a non
meravigliarsi di nulla, e il susseguirsi di episodii, tutti possibili se non
probabili, non ci porgon modo nè agio di soffermarci a controllare le nostre
impressioni, a indagare se vi sia tranello. E il brusco scioglimento ci
sorprende così fulmineo, da non permetterci di ragionare sovr'esso. Per un
attimo, lo vogliamo o no, abbiam creduto a quel corpo di uomo ipnotizzato in
punto di morte, che si trasforma rapidamente in putredine sotto l'opera
risvegliatrice del magnetizzatore: per un attimo, lo vogliamo o no, siamo
rimasti vittime della mistificazione.
Ma il desiderio del paradosso,
in un temperamento sensibile ed eccessivo, si risolve sempre in un amore per
l'assurdo in sè, per il mistero, qualunque esso sia. E l'anima irrequieta di
Poe, la sua natura di profondo analizzatore, bramoso di risolvere i problemi
più difficili e più astrusi, dovevan necessariamente spingerlo a non
accontentarsi di semplici giuochi mistificatori, ma a volgersi con ardore verso
i regni più inesplorati del mondo umano e trascendentale.
Anche qui, ritroviamo in Poe i
caratteri della sua razza. Egli possiede, difatti, in sommo grado, la massima virtù
americana, l'abbagliante luce che rischiarò il cammino agli Stati Uniti: la
facoltà, ossia, essenzialmente pratica del calcolo, che permette di risolvere qualunque difficoltà teoretica
e, ben adattando i mezzi allo scopo, di trasformare la teoria in realtà. Poe
era troppo privo dell'arma più efficace nella lotta per l'esistenza, la
volontà, e, inoltre, seguendo i propri sogni di poeta, troppo disdegnava il
mondo reale per poter trarre frutto, nella vita quotidiana, da questa sua virtù
di calcolatore. Ma, a differenza degli scrittori di altre razze, egli non fu
soltanto un letterato: fu un uomo che, quando circostanze speciali lo esigevano
o lo consentivano, abbandonò il campo astratto dell'arte e passò, senza sforzo
alcuno, nel campo concreto dei fatti. Allorchè componeva Lo scarabeo d'oro,
basandolo sovra l'interpretazione di un criptogramma, che rivelerà l'esistenza
di un tesoro sepolto nella foresta, Poe era un novelliere. Ma era un uomo
pratico, un analizzatore pronto a risolvere problemi reali allorchè, nel
«Graham's magazine», affermava di poter spiegare qualunque criptogramma e
decifrava veramente tutte le innumerevoli scritture a chiave e a segreto,
inviate da ogni parte degli Stati Uniti in risposta alla sua sfida orgogliosa.
E allorchè scriveva Il doppio assassinio di via Morgue e La lettera
rubata, creando il personaggio del poliziotto dilettante Augusto Dupin,
progenitore dei Lecoq e degli Sherlock Holmes, era un novelliere intento a
schiarire con l'analisi i complessi enigmi fabbricati dalla sua stessa
fantasia. Ma era un meraviglioso indagatore della realtà allorchè, nel Mistero
di Maria Roget, trasformava un delitto, effettivamente avvenuto, in una
trama di racconto e additava il colpevole, rimasto sino a quel momento
nell'ombra nonostante le ricerche della polizia, o allorchè, nel Giuocatore
di scacchi di Maelzel, con acuto e stringente raziocinio rivelava
l'esistenza di un trucco e la cooperazione della mente umana nel giuoco
dell'automa, da tutti ritenuto un semplice meccanismo, e non solo affermava che
il fantoccio era manovrato e diretto da un giuocatore in carne ed ossa, benchè
invisibile, ma additava sin anche il nascondiglio di questo.
Infaticabile ricercatore d'ogni
mistero, Poe volge la propria attenzione non solo verso il mondo dell'anima
umana, bensì pure verso il mondo fisico, esplorando i liquidi abissi di un
vortice oceanico con Una discesa nel Maelstrom, l'enigma del Polo Sud
col romanzo Avventure di Arturo Gordon Pym, i segreti della vita lunare
con L'impareggiabile avventura di un certo Hans Pfaal, e l'intiero
universo col poema cosmogonico Eureka.
Ma, qui, un altro
elemento, prettamente poetico, entra in giuoco, a dar ali più grandi
all'analisi: la fantasia. Meravigliosa fantasia, dolce e prepotente amica, che
con morbide dita duramente ci avvinghi per trarci fuori dalle stagnanti acque
della realtà e trasportarci rapida verso i tumultuosi oceani del sogno! Non hai
necessità, tu, di teorie einsteiniane nè di volanti cocchi per attraversare il
tempo e lo spazio e sopprimerli. E un tuo bacio, rovente sigillo sovra il
nostro gelido volto di uomini, basta per far crollare, attorno a noi, le alte
monotone muraglie della vita giorno-per-giorno e le saracinesche, elevate da
una scienza beffarda tra le nostre limitate possibilità e i nostri desiderii
infiniti. Per te soltanto, o fantasia, noi dimentichiamo i nostri impacci e le
nostre abiezioni di creature di carne e ci consoliamo di esistere. E il tuo
bacio, distruggendo il tempo e lo spazio, ci trasforma in Iddii.
Ed ecco che, guidato da te, il
poeta esplora i misteri del cielo e della terra. Passano, accanto al suo volo
veloce, i globi di fuoco degli astri, roteanti fra abissi di tenebre, e ondulan
veli di nebulose, stringendosi con lunghi brividi attorno ai lor nuclei d'oro,
e sfreccian comete, sferzandolo per un attimo col vivo barbaglio della lor coda
di scintille. Poi, stordito da quel pellegrinaggio fra mezzo a una ridda di
giganti, il poeta ripiomba sul piccolo mondo terrestre per chiedere al Tempo
emozioni meno violente di quelle, offertegli dallo Spazio. Ed ecco che,
percorrendo a ritroso le epoche, egli vede risorger dall'acque lo spetro di un
passato scomparso senza lasciar traccia alcuna di sè. Innanzi agli occhi
smarriti l'Oceano si apre, lasciando sbocciare una vasta distesa di luminosi
continenti. E, dapprima, appare l'Atlantide con le sue città dalle porte d'oro
e con i suoi rossigni abitatori: e sembra un immenso ponte proteso fra le terre
dei rossigni egizi e le contrade, ricche d'oro, degli aztechi. Quindi sorge la
Lemuria, incastrandosi nelle profonde insenature dell'India: e i suoi bruni
abitanti mostran le stesse feroci subdole pupille dei selvaggi pirati degli
arcipelaghi rimasti sovra la superficie dell'acque come ultimo segno di monti
inghiottiti per sempre.
Quante cose, o fantasia, tu
rievochi! E l'uomo, pur sbiancando di paura, ti ama e chiede di continuo il tuo
aiuto. Questo amore e questa richiesta non si manifestano, forse, sin dalla
prima infanzia? Le manine del bimbo, tese verso la buona nonna perchè racconti una
fiaba, e gli occhioni sgranati mentre si parla degli orchi cattivi e delle fate
protettrici non sono, forse, i primi segni del desiderio? E, più tardi, la
nostra avidità di scorrer pagine, ove si narrin viaggi in terre lontane e
avventure fra genti ignote, che altro significa, se non l'istintiva tendenza ad
abbandonare il mondo della realtà quotidiana per il regno della fantasia? Che
importa se i viaggi e le avventure rappresentino un'altra realtà? Quelle terre
sono lontane e quelle genti sono ignote. Ciò basta perchè il sogno possa
liberamente tesser la propria trama aerea, festonando contrade ed uomini come
la neve festona i secchi rami degli alberi.
Ma, alla fantasia di Edgar Poe,
non sono sufficienti i mondi noti ed ignoti. Travolto dalla curiosità, egli
penetra arditamente nei misteri dell'oltretomba, aprendo vertiginosi spiragli
con la Conversazione d'Eiros e Charmion, ove divampa il cataclisma, da
cui la nostra terra sarà annientata, col Colloquio tra Monos ed Una, che
segue passo per passo la creatura avviata dalla vita alla morte, con I
ricordi di Augusto Bedloe e con Metzengerstein, suggestive indagini
sulla trasmigrazione dell'anima, con Possanza della parola, ove,
slanciandosi con audace ala a traverso l'infinito, egli strappa all'eterno
enigma il segreto della creazione delle stelle.
*
* *
Ma l'anima del poeta è
come l'anima del fanciullo. Anche i bimbi ascoltano avidamente le narrazioni di
misteri impersonati in evanescenti figure di fate, in orridi ceffi di orchi, e
poi, fra le tenebre, nella solitudine del lettuccio, rabbrividiscono a ogni
soffio di vento, che scuota le imposte delle finestre, a ogni bussare di tarlo
nei mobili. Un'anima molto sensibile, che indaghi il Mistero, non può sottrarsi
alle insidie del terrore. Ma qui, in questo morboso campo di creazione
artistica, ci troviamo, appunto, di fronte alla maggiore, alla più intima
originalità di Edgar Poe.
Egli è terribilmente moderno. La
sua opera rispecchia i tempi nostri in ciò, ch'essi hanno di tragicamente
tenebroso, nella spaventevole conseguenza di una vita troppo movimentata e
troppo intensamente vissuta: la nevrosi. Poe è il pioniere di questa
insondabile malattia, che tormenta l'umanità moderna, raffinata e in pari tempo
logorata dalla cultura enciclopedica, dal progresso materiale e dalle febbrili
preoccupazioni di un'epoca sempre più assetata di scoperte scientifiche e
pratiche, le quali possano sempre maggiormente agevolare e, quindi, accelerare
il ritmo dell'esistenza. Per questo, l'arte di Poe dominerà la letteratura modernissima
e influirà sovra i poeti sommi, da Baudelaire a Swinburne. Prima di lui,
lasciati da banda gli scrittori mediocri, come Anna Radcliffe e Lewis, un solo
autore aveva tentato di penetrare nel segreto dell'anima moderna, irrequieta e
nevrotica: Hoffmann. E se volessimo istituire un esame critico fra le opere
dell'americano e del tedesco, troveremmo il ciclo delle novelle più
ossessionate dell'uno, da Morella alla Rovina della casa Usher,
preconizzato nel Violino di Cremona e nel Maggiorasco dell'altro,
e la stessa teoria del demone della perversità, inspiratrice del Cuore
rivelatore e del Gatto nero, già formulata nella Chiesa dei
gesuiti.
Ma, in arte, non si
tratta tanto di derivazioni, quanto di affinità spirituali. E la catena
d'influssi, che unisce Hoffmann a Poe e Poe a Leopardi, non foggia un albero
genealogico, ma addita uno sboccio di rami fratelli sul grande tronco di
un'epoca storica. Inoltre, Hoffmann e Poe, ugualmente sinceri, vivevano in
ugual modo i tormenti e i terrori, descritti nelle novelle. E l'uno e l'altro
avevan, del pari, bisogno di dolci mani femminee, che calmassero il lor spasimo
interno. E, a traverso l'opera letteraria dell'uno e dell'altro, noi assistiamo
del pari ai sobbalzi e alle vibrazioni di anime irrimediabilmente sofferenti.
Bagliori vividi solcan le pagine, arroventandole; singhiozzi di cherubini in
esilio si elevan da sconosciuti abissi, accompagnando i tremuli suoni di
un'arpa, toccata dall'alito del dolore. E il fantasma di noi stessi, evocato da
labbra ignote, fugge tacito fra muraglie di tenebre, cennandoci perchè lo
seguiamo.
L'originalità di Edgar Poe è
indiscutibile. E, tuttavia, fu completamente ignorata dagli americani di quei
tempi, nè valse a evitare al poeta maledetto la taccia di plagiario: vano tentativo
di pigmei desiderosi di dar lo sgambetto a un gigante. Perchè, questo? Ecco.
Sotto la mia finestra, una sera, è passato, cantando, un gruppo di avvinazzati.
Cantavano tutti, con molta foga, convinti di possedere, nella gola, un tesoro:
ma le voci eran rauche, i versi sbagliati e le stonature continue.
D'improvviso, gli ubriachi tacquero. Dall'ombre del viale, un'altra voce,
solitaria, si sviluppava in un canto pieno di dolcezza e di musicalità vera.
Gli ubriachi, per qualche minuto, ascoltarono, quasi sopraffatti dallo
sbalordimento: poi, non volendo tollerare più oltre l'ingiuria, con fischi,
beffe e risate soffocarono quella voce proterva, che aveva osato interrompere
la loro melopea di Zulù. Ugual cosa accade in ogni manifestazione della vita. I
passerotti, riuniti in crocchio pettegolo tra le fronde degli alberi, seguono
con sguardo sprezzante l'altissimo volo dell'aquila; e le lumache, drizzando le
lor viscide corna, inturgidite come i bargigli di un galletto iroso, ridono a
crepapancia delle corse folli dei cervi. Non c'è proprio niente da fare! La
mediocrità ama la mediocrità e scrolla le spalle innanzi alle creature
d'eccezione, non tanto perchè offesa dalla loro superiorità, quanto perchè non
riesce a comprenderle. Nell'esistenza quotidiana, l'uomo generoso e pensoso è
irremissibilmente travolto dalla bituminosa marea degli egoismi e del
vaniloquio: e, nel mondo dell'arte, l'uomo di genio, per raggiungere la
vittoria, deve lottare molto più a lungo e ben più duramente dell'uomo
semplicemente d'ingegno. Perchè i savii dovrebbero aiutare un pazzo ad aprire,
nelle boscaglie, un sentiero nuovo, mentre c'è la strada maestra ampia, comoda
e soleggiata? Ma i savii, così pensando, dimenticano che le penombre della
foresta offron ristoro e gioia agli occhi ed all'anima e che la strada maestra,
invece, offre solo polvere e fango.
Il pubblico americano tollerò e,
qualche volta, forse amò Poe per le sue virtù americane, per lo spirito
mistificatore e paradossale e per la forza d'analisi e di calcolo, non certo
per la sua opera veramente originale, dolorante di nevrosi e inspirata dal
desiderio di guardare, faccia a faccia, il Mistero e assillata dall'inseparabil
compagno del mistero: il terrore.
Il terrore: vera fonte dell'arte
più personale di Poe. Tuttavia, questo stato di terrore è, dapprima,
considerato al pari del mistero stesso, che lo produsse: cioè, come un oggetto
d'indagine e una materia di raffigurazione artistica. Ed ecco scaturire dalla
penna dello scrittore le numerose novelle, ancora relativamente oggettive, in
cui il brivido è ancora fuori delle carni e dell'anima di chi racconta: Il
re Peste, orrendo quadro di un bagordo d'ubriaconi delinquenti fra
l'imperversare del morbo letale; Il sistema del dottor Catrame e del
professor Piuma, ove l'impazzito direttore di un manicomio convita un
ignaro viandante a un banchetto di mentecatti; il Manoscritto trovato in una
bottiglia, che ci trasporta sovra un vascello fantasma e tra un equipaggio
di morti; Il seppellimento prematuro, con lo spasimo dell'uomo che si
sveglia, o crede, entro la bara; Il pozzo e il pendolo, col delirante
terrore di una creatura, condannata dall'inquisizione di Spagna al più
raffinati tormenti spirituali; La maschera della Morte Rossa, col folle
carnasciale nel palazzo del principe Prospero, interrotto dall'apparire della
purpurea maschera della morte più ripugnante.
Ma ben soggettivo, ben scaturito
dallo stesso allucinato cervello di Poe è il terrore, espresso nelle sue
migliori novelle. È Poe, veramente Poe il protagonista del Convegno e di
Silenzio e di Ombra e di Morella e di Berenice e di
Ligeia e della Rovina della casa Usher: novelle, che
rappresentano tragedie interiori, stati d'animo sotto l'ossessione della grande
nevrosi. E L'uomo delle folle non è, forse, Poe, Poe in persona, che
segue sè stesso, e inutilmente, per scuoprire la segreta faccia del proprio
tormento? E William Wilson, l'opera più soggettiva fra tutte, non è
l'esasperata raffigurazione della tragedia, che squassa l'anima dello scrittore?
In William Wilson, però, l'ossessione diventa così intensa e così
intollerabile, da dar luogo a un violento gesto liberatore, a un impulso
omicida che sopprime, sì, l'incubo, ma nel medesimo istante sopprime anche la
terrorizzata vittima di questo. Siamo giunti, così, alle novelle più
parossistiche, nel buio regno del demone della perversità. Il terrore si è
trasformato in orrore e la tragedia intima, tuffandosi nel sangue, è divenuta
tragedia esterna.
Poe, anche qui, non dimentica
d'essere un autore americano. Stimolato dal desiderio di analizzare e di
rendere evidenti, reali, quasi palpabili i fantasmi della sua anima allucinata,
egli s'addentra a spiegare in che consista questa perversità, a definire con
precisione quasi scientifica questa forma di nevrosi come uno stimolo
prepotente e invincibile, che costringe a compiere un'azione appunto e solo
perchè quest'azione non dovrebbe esser compiuta. Ma il gesto impulsivo trova la
propria condanna nella stessa nevrosi, da cui fu inspirato. I protagonisti di Cuore
rivelatore e del Demone della perversità, eseguito con fredde
cautele il delitto, pur sapendosi al riparo da ogni sospettoso sguardo e da
ogni pericolo sono inesorabilmente spinti dalla loro eccitata sensibilità a
confessare, urlando, la colpa. Ma, se questa confessione espiatrice manchi, lo
spaventevole miagolio del Gatto nero, di dentro all'introvabile sepolcro
scavato nella muraglia, interviene come la voce stessa, eschilea, del Fato.
*
* *
Edgar Poe è, anche, un grande
scrittore umorista. Ma, per comprender bene l'ampiezza della sua arte, in
questo campo, occorre chiarir qualche equivoco. Molti battezzano per umorismo
le acrobatiche pagliacciate degli scrittori parigini così detti «gai»; altri,
in buona fede, parlan di un'arte scettica, cioè di una cosa assurda, poichè un
temperamento scettico potrà sbozzolarsi nel giornalismo o nella critica o nella
letteratura inferiore, non mai nell'arte vera. Cerchiamo, dunque, di
raccapezzarci, immaginando d'esser comodamente sprofondati in un poltrona di
teatro, la nuca abbandonata in posa languida sullo schienale. Il sipario si
apre: e, con esso, si schiude una magnifica occasione per mettere alla prova e
conoscere, infine, il nostro proprio temperamento. Se quelle brave persone, che
si muovono e discorrono fra scenarii di tela dipinta, appariranno ai nostri
sguardi come creature viventi di un'esistenza non fittizia, se le passioni,
ch'esse esprimono, ci daranno una certezza di realtà, potremo affermare, senza
tema di smentite, che il nostro è un temperamento lirico. Se, al contrario, gli
occhi discerneranno la buca del suggeritore e la sottil linea d'ombra, che
divide la parrucca dalla fronte degli attori, recitiamo pure il confiteor e
dichiariamoci scettici. Ma, attenti a non cadere in un inganno! L'anima lirica
e la lagrimuccia, caduta giù da due oneste ciglia, non sono ancora poesia, come
non è affatto umorismo il sorriso, che ha sfiorato le labbra mentre il degno
Shylock fingeva di strapparsi i peli di una barba prolissa quanto posticcia. E
dunque? E dunque, lo scetticismo diventerà arte solo se sarà tramutato, da
gelido sterpeto di raziocinii, in viva fiamma di sentimenti. E se l'azione
scenica e lo stesso nostro scetticismo saranno da noi sentiti come un'allegra
beffa, la nostra penna emulerà quelle di Aristofane e di Rabelais; e se la
beffa ci darà la profonda amarezza, che si prova guardando, dopo un roseo
sogno, la bigia realtà, diventeremo un Luciano o un Voltaire; e se, infine, un
urlo di sacra collera proromperà dal nostro cuore deluso, potremo esser certi
di diventare, presto o tardi, un Giovenale o uno Swift.
Ma c'è un temperamento in cui,
come l'olio sull'acqua, lo scetticismo galleggia sovra un fondo lirico: e i due
elementi, fusi assieme, creano la suprema arte umorista, dal Don Chisciotte al Sogno
di una notte di mezza estate, dal Viaggio sentimentale di Sterne a Orione
di Ercole Luigi Morselli.
Edgar Poe è maestro in tutte
queste varie forme di umorismo. Acrobatici giuochi di risate appaiono le sue
burlesche novelle La settimana con tre domeniche, Gli occhiali, Sei
tu il colpevole. Una melanconia amara, velata fra trame di sorrisi, inspira
Il filosofo Bon Bon, Miss Psiche Zenobia e una gran parte dei Marginalia.
E un'ira, mal rattenuta sotto la maschera sghignazzante, arde in novelle come Quattro
bestie in una, Il diavolo nel campanile e Discussioncella con una
mummia.
Ma Poe trova in altre
opere la maggior espressione del proprio umorismo di lirico. Egli è come un
viandante, che proceda nell'afa meridiana. Attorno al pellegrino la terra,
riarsa, apre innumerevoli bocche, mostruosamente scontorte, per tentare un
respiro multiplo, che allevii il soffocamento, o, forse, per chieder pietà: e
le erbe son fulvo pelame, rastrellato e schiacciato contro il suolo dal pettine
dell'estate; e le piante mostrano il desolato scheletro dei rami scricchiolanti
sotto la stretta del sole. Il viandante, quasi abbacinato, si avanza. Ha gli
sbarrati occhi della paura, ha i tesi nervi dell'incubo. Che cosa riluce
dovunque, nel cielo e sui campi? È sabbia o è polvere d'oro? E questo
esasperato stridìo, che si diffonde dovunque, nell'alto e nel basso, è frinir
di cicale o è la stessa ebra voce dell'ora cocente? Ma ecco. Da un invisibile
gigantesco vulcano traboccan, laggiù, nembi tenebrosi e scaglian violenti la lor
tetra ovatta a riempire dapprima l'orizzonte lontano e, poi, tutta l'affocata
cupola di quel frammento di mondo. Nel buio, striato da lampi, le cicale
tacciono: ma le bocche, aperte nella terra, si dilatano ancor più, sempre più
mostruose, a implorare un sollievo per l'inestinguibile sete.
L'uragano s'è dileguato. Che
ampio respiro, nei polmoni del cielo! E con quale spasimo voluttuoso i rami
degli alberi e le erbe e le zolle placan l'interna arsura imbevendosi a poco a
poco di fresche gocce di pioggia! Anche il viandante prova la dolcezza di quel
refrigerio. Non è, egli, una piccola parte del vasto mondo? E le sue carni
inaridite non hanno bisogno, per rivivere al pari delle piante e delle zolle e
dell'erbe, di un lavacro che le disseti e deterga gli occhi dall'ombre della
paura e plachi i nervi, tesi dall'incubo? Troppo profonda è, tuttavia, la
dolcezza, e troppo intenso è lo spasimo voluttuoso. L'uomo sente che ogni cosa,
lì intorno, rinasce: e gli par d'essere il terriccio e lo sterpo che, dopo aver
provato il tormento plumbeo della sterilità, si abbandonano, ora, alla gioia di
rivivere.
Troppa gioia! Troppo spasimo!
Chi, nelle lande arsicce dello scetticismo, riceva il possente lavacro della
lirica, non può dar sfocio allo spasimo e alla gioia se non con una delirante
risata. La stessa risata, che stride sulle labbra di Hop-Frog, mentre la
sua fiaccola folle brucia e ravvisa il plumbeo monarca.
*
* *
La fiaccola folle non
cadde, a spengersi sopra il freddo suolo, ma fu raccolta da un altro scrittore:
Villiers de l'Isle-Adam. E l'opera dell'umorista francese completa quella
dell'umorista americano, come la vita dell'uno illumina ancor più la vita
dell'altro. «Endurer pour durer», fu il motto di Villiers e il simbolo del suo
martirio. Sopportare per rimanere! Non è lo stesso motto di Poe? Ma quale santo
o qual poeta scioglierà alla Pazienza un inno degno di questa sublime virtù,
che accompagna l'uomo di genio nel suo doloroso calvario e lo accomuna col
pensoso asinello, così mal conosciuto e misconosciuto dal mondo? Anche nel
mistero cristiano, un profondo simbolismo assegna una parte essenziale al
ciuco, fedele amico di Colui, che dalla vita dovea ricevere la maggior somma di
delusioni e di dolori e dalla morte la maggior luce di gloria. Pazienza, bordone
per i passi stanchi, raggio di sole per l'anima ottenebrata, non a torto tu
fosti proclamata prerogativa del più orecchiuto, ma del più disdegnoso fra gli
animali, dagli ancor più orecchiuti seguaci della beffa stolida e superficiale!
L'assiomatica irritabilità dei poeti, trastullo retorico d'ogni studente di
liceo, non è che l'apparenza effimera, sotto la quale si cela, appunto, la
pazienza. Ed io so che, salvo poche eccezioni, dovute a capricci della sorte,
le creature superiori trangugiano intiera la coppa del fiele prima di sfolgorar
dal lor Golgota: io so che Dante dovè, chiusi gli occhi per sempre, attendere
che il patrocinio di un Boccaccio gli aprisse la via al trionfo: so che
Cervantes dovè veder, vivo, il suo Don Chisciotte
interpretato come un libro di amena lettura e, solo dopo morte, sorridere amaro
della troppo tarda ammirazione: so che la grande Elisabetta e il buon pubblico
londinese doveron considerare Shakespeare come un semplice piacevole istrione,
e stupirebbero, oggi, se, tornando al mondo, lo scorgessero circonfuso di
gloria. La parodia del «genio incompreso», pur essendo una graziosa burattinata
ad uso e consumo degli scrittori mancati, ha profonde radici nella realtà: e
gli stentati alberelli dei superuomini in miniatura altro non sono se non i
labili segni di una legge eterna.
Ed ecco ancora un uomo di genio,
che trascorse inosservato la propria esistenza e oggi, scomparso da anni dal
buffo palcoscenico del mondo, si drizza gigante sovra le più alte vette
dell'arte: Villiers de l'Isle-Adam.
Nacque, egli, a Saint Brieuc, in
Bretagna, il 7 novembre 1838 e, dopo gli splendori e le gioie di un'adolescenza
idoleggiata dai famigliari e sorrisa dalle agiatezze, condusse l'umile
miserabile vita del suo fratello spirituale: Edgar Poe. Ma, dentro il cuore,
custodiva la rifulgente memoria degli avi crociati e, nell'animo, un sogno, che
trascendeva ogni realtà. Gli scapigliati caffè parigini videro questo
impenitente nottambulo avvicendare le ebrezze di una sfrenata improvvisazione,
in crocchio di amici, con le ebrezze, oh come tremende!, dell'alcool. E gli
scrittori mediocri e morigerati storser le labbra sdegnosi; e i cittadini
pacifici gridaron l'anatema o volsero altrove gli sguardi. Non sapevan, però,
gli uni e gli altri, qual tesoro si celasse in quell'ometto timido e irruento a
sbalzi, femmineo a dispetto del pizzo alla moschettiera e dei baffi spavaldi,
ingenuo nei chiari occhi azzurri, aspro e doloroso nella piega ironica delle
labbra, trasandato nelle vesti, ma nobilmente scrupoloso e accurato in tutto
ciò, che toccasse la sua maggiore amica e nemica: l'arte. La chioma lunga e
bionda, di continuo rigettata all'indietro da un consuetudinario gesto della
mano fine, di donna o di abate d'altri tempi, era così piena di luce, da non
dover temere i contatti con le tenebre o, peggio, con la greve atmosfera delle
bettole affumicate. Ma gli uomini non vedevan la luce: gli uomini, ancora
nauseati ed offesi dalla vita buia di un altro genio luminoso, scorgevano in
Villiers, come avevan scorto in Carlo Baudelaire, un inseguitore di nuvole e di
chimere, un perdinotti inutile, e forse nocivo, per una società ben ordinata e
regolata.
Solo zia Kérinou (o «più che
madre» indimenticabile, Maria Clemm di Edgar Poe!) seppe, unica per anni,
comprendere gli entusiasmi e le speranze e la fede del poeta. Poi, altri,
pochissimi, si avvicinarono, tendendo le mani: primi, Baudelaire e Wagner. Poi,
ma col lungo volger del tempo, qualche giovane si soffermò, ammirando:
Verlaine, Maeterlinck; grandi nomi! E il poeta maledetto divenne caposcuola
delle nuove generazioni. Ma la vita continuò a mostrarglisi dura: lo scoppio
della guerra tra Francia e Germania soffocò fragoroso le nascenti voci di
simpatia; e un morbo, rampollato dalla miseria e dagli stravizi di un
temperamento eccessivo, sopraggiunse a travolgere nei gorghi della morte, il 18
agosto 1889, la spoglia corporea e a consacrare alla gloria l'arte di Giovanni
Maria Mattia Filippo Augusto conte di Villiers de l'Isle-Adam.
Un solo amore, da giovinetto;
qualche preziosa amicizia; molte ammirazioni seminascoste (in ritardo,
quest'ultime); nessun episodio chiassoso, nessun viaggio, se non per udire le
opere Wagneriane. Esistenza, che può essere racchiusa in una frase. Ma
l'ostinato sedentario, l'uomo che rifuggiva dagli spettacoli così detti poetici
ed emozionanti (paesaggi, paesi: natura, mondo), non aveva bisogno di muoversi,
non aveva bisogno di varcare la cinta della città per trovare spettacoli, per
provare emozioni. Un intiero universo era nel suo cervello: un universo, che
già conteneva quello reale, arricchito dalle visioni magnifiche di una
immaginazione di poeta.
Un altro scrittore di genio
viveva, in quei tempi, ignoto e ignorato. Ma, al contrario di Villiers, Ernesto
Hello, il formidabile pensatore dal volto ecclesiastico, che passò a traverso
Parigi provocando le risa dei molti col suo ingombrante ombrello verde di
campagnuolo, balzava, leonino, a chiedere per qual motivo gli fosse contesa la
gloria e sbalordiva vedendosi trascurato e non rammentava che le trombe della
rinomanza facevano, in quegli anni, risuonare le vie del nome di Teofilo
Gautier, un mortale, mentre il nome di Carlo Baudelaire, un immortale,
germogliava ancora nell'ombra. Molti libri ho composti, diceva: per chi? per i
tarli arabescatori e la polvere divoratrice, becchini e lenzuolo funebre dei
volumi invenduti? E non sapeva, Hello, che le quercie tarde sono allo sviluppo,
ma resistenti all'insidia dei secoli.
Villiers no, Villiers sapeva; e
già aveva formulata la condanna dei contemporanei e costretto in quattro parole
il destino dei proprii rari fratelli nello spazio e nel tempo, ruggendo
sarcastico, fra due feroci sghignazzate: «Niente genio, sovra tutto!»
Il vero Villiers non è nelle
pagine spirituali, solcate dai barbagli della fede e arroventate dalle fiamme
della scienza occulta: non è nè in Isis nè in Asrael nè in Akédysséril.
E non è neppure, sebbene, qui, la personalità si affermi con maggior
risolutezza, nelle acqueforti della vita: in Le signorine di Bienfilâtre
(Guy de Maupassant appare già lì, precorso, per intiero) o nei drammi. Per
trovarlo veramente, per rinvenire il filone d'oro puro, un pò soffocato dalla
pressione dell'influsso di Poe, maestro d'ogni spiritualità e d'ogni
acquafortismo, occorre giungere ai migliori Racconti crudeli, al romanzo
L'Eva futura e, sovra tutto, a Tribolato Bonomo.
Badiamo. Non bisogna
chiedere a queste opere la risata di Voltaire o di Pulcinella: risata di
letterato che, dal davanzale della finestra, contempli la piccola verità del mondo
esteriore, ma ignori la grande verità racchiusa nel nostro mondo interno e,
credendo di mostrarsi benefico verso l'umanità, distrugga con l'acido corrosivo
dell'ironia i leggeri veli, distesi dall'illusione innanzi agli occhi degli
uomini. Il poeta ride ben diversamente. Il poeta sa, per divina intuizione, che
la verità obiettiva si risolve in una menzogna e che ogni velo, interposto fra
i nostri sguardi e il mondo, ci aiuta a trovare in noi stessi la verità vera e
a sopportare con minor disperato accoramento quelle fallaci: e perciò, appunto,
se una furia d'uragano laceri le aeree trame tessute dal desiderio e spinga
lui, tremebondo, a cozzare contro le deformi membra di una realtà denudata,
cuopre gli urli e nasconde i gemiti della propria anima con le sghignazzate di
Swift e le risate di Cervantes e le invettive di Dante. Così Villiers. La sua
arma è il sarcasmo, non l'ironia; poichè l'ironia è una pallida fiamma di
alcool, ma il sarcasmo è il vivo incendio del rogo, ove si straziano la carne
stessa e l'anima del poeta. Oh, si sdilinquisca pure, e frema di godimento, la
critica, innanzi alla letteratura ironista, frutto di uno scetticismo privo di
luce! Arricci pure la bocca, questa occhialuta signora, davanti ad opere, nelle
quali il dolore, non potendo pianger liberamente, ha presa la tragica veste del
sarcasmo e la spietata maschera della satira: e, non riuscendo a romper con i
molli denti la dura scorza, che protegge la mandorla, tacci di grossolanità gli
scrittori poeti! La critica è miope: ma la gloria è presbite.
Che cosa rappresenta Tribolato
Bonomo, se non la personificazione di un dolore, che può rivelarsi solo, tanto
è profondo e squassante, per mezzo della profonda satira, del sarcasmo
squassante? Il segreto di un'epoca imbevuta di positivismo, desiderosa, al
fisico come al morale, di una tranquillità, che non turbi i falsi orgogli per
un falso progresso nè le reali gioie di una laboriosa digestione, adoratrice,
nella propria mediocrità, del mediocre idoletto Buonsenso; il recondito pensiero
moderno, insomma, ha trovato un tremendo porta-voce nell'accorato poeta: e, pur
subendo il destino delle età di transizione, travolte irremissibilmente (uomini
e cose) dalla lor nullità verso il nulla, si è accaparrato nella storia,
incarnandosi in Bonomo, un posto in piena luce.
Umorismo, dunque,
rappresentativo di un'epoca: come rappresentativo di una razza è l'umorismo di
Poe. Quante affinità, nella vita e nell'arte, fra i due scrittori! E tuttavia
il poeta americano, genio più vasto, lasciò anche nella lirica pura, a
differenza dell'irrimediabilmente amaro Villiers, una traccia indelebile.
*
* *
Come nelle migliori novelle,
così nelle poesie di Edgar Poe il vero protagonista è sempre lui. Anche qui, nella
lirica, domina la grande nevrosi, col suo strascico d'incubi e di terrori. E,
accanto al poeta ossessionato e allucinato dallo spetro della morte, riappaiono
le evanescenti figure delle sue eroine predilette, di quelle donne che, pur
chiamandosi con i diversi e armoniosi nomi di Ligeia, Berenice, Ulalume,
Lenora, Annabel Lee, riproducono sempre un'unica donna illuminata dal più puro
amore e idealizzata dall'inesorabile morte. Poe lirico deve esser collocato a
fianco di Leopardi, poichè entrambi hanno cantato, come nessun altro, il dolore
senza speranza e lacrimato con spasimo uguale per la misteriosa legge, che dà
profondità all'amore solo a traverso la morte.
L'amore, sulla terra, è
impossibile, piange Poe nella lirica Annabel Lee, inspirata dal ricordo
di Virginia, la sororale sposa scomparsa: è impossibile, poichè gli stessi
angeli del cielo, invidiosi di questa felicità umana, si affrettano a
troncarla:
« Or sono molti e molti anni
- in un reame accanto al mare –
una
fanciulla viveva,
che forse
voi conoscete,
di nome
Annabel Lee;
e la
fanciulla viveva
con
quest'unica sete
di amare
e d'essere
amata da me.
Bimbi eravamo in quegli anni
- e in quel reame accanto al
mare -
ma ci
amavamo di un bene
ch'era assai
più dell'amore,
io ed
Annabel Lee;
era tanto
questo bene
che agli
angeli fè il cuore
tremare
d'invidia
per essa e per me.
Ecco perchè, or son tanti anni,
- in quel reame accanto al mare
-
una nube
alitò un vento
gelido per
la mia bella
mia bella
Annabel Lee;
e chiuso fu
il corpo spento
nella tomba
più bella
sul mare,
lontano
lontano da me».
Ma se la felicità non può esser
raggiunta in vita, la morte deve apparire come una liberazione dal dolore.
Questo è, appunto, il motivo lirico del poemetto Per Annie, che
preannuncia I fiori del male di Baudelaire e si scioglie come un inno di
gratitudine perchè la crisi, la febbre chiamata Vita, è scomparsa.
Ma la vita e la morte sono i due
personaggi di un'immane tragedia: e dal loro cozzo nasce l'orrore. Ed ecco la
raffigurazione di questa tragedia nel poema Il verme conquistatore. Ed
ecco, infine, la lirica della disperazione, che non conosce tregua nè parola
consolatrice: Ulalume, pellegrinaggio del poeta verso una vaga luce
nebulosa, troncato dalla fredda sagoma d'un sepolcro su cui appare inciso,
irrevocabile sentenza di dolore eterno, il nome della morta benamata Ulalume.
Ed ecco il poema più famoso fra tutti: Il corvo. Qui, Poe si trova
faccia a faccia col proprio destino: e il destino è nero corvo che, appollaiato
sovra il bianco busto di Pallade, diffonde, nella silenziosa stanza, un'ombra
sempre più ampia. I dolori e i desiderii, le speranze e i ricordi parlan con le
labbra del poeta, rivolgendo all'uccello infausto l'eterna domanda. Dolori e
desiderii avran quiete? E i ricordi potranno trarre conforto dalle speranze? E
Lenora, l'amatissima, che riassumeva in sè ogni luce e, morendo, lasciò dietro
di sè solo tenebre, rivivrà, in spirito o in carne, accanto all'uomo tormentato
dalla solitudine? Ma il corvo risponde, con insistenza gelida: No, mai più! E ogni
domanda cade nel vertiginoso abisso del nulla. E l'ombra del corvo si distende
sovra tutta la stanza, come la disperazione sull'anima dei poeta.
Il corvo e le migliori
poesie di Edgar Poe rappresentano vibrazioni di sensibilità, stati dello
spirito, che si manifestano con le parole, ma togliendo a queste ogni peso di
materia e aereandole sino a farle divenire lievi come suoni d'arpa. Così, per i
colori, l'arcobaleno o un alone lunare, se confrontati con la massiccia fonte
luminosa, dalla quale provengono. Lirica, che suggerisce senza spiegare e che,
rifuggendo dal definitivo e dal descrittivo, adoprando l'immagine come un
semplice ponticello gettato di tempo in tempo fra il sogno e la realtà,
s'intesse solo di sfumature e di moti intimi e di musicalità, che è, pur essa,
sensibilità. Delirio ebro, simile, per qualche aspetto, al delirio dell'uomo
che, fermo sotto una nicchia, ove un mite volto di madonnina di pietra s'anima
lievemente roseo al fievol barlume di una pia lanternina, parli e gestisca in
un soliloquio altrui incomprensibile. L'uomo è fermo, ma parla veemente, in
tòno ora aspro ora ironico, e gestisce violento, manifestando ora sprezzo ora
collera. Magnifico d'orgoglio, afferma la propria personalità di fronte alla
statuetta di pietra: ma anche di fronte alla notte e al cielo e al mondo creato
e al Creatore. Non c'è, forse, entro di lui, tutto un mondo? Non è forse, egli
stesso, un Iddio? Inebriato della propria forza, l'uomo attinge da questa
l'audacia per ingigantire sino a riempir di sè l'universo. Ed è sublime e
grottesco ad un tempo: ma non s'accorge d'esser sublime, e non si preoccupa di
apparire grottesco. Sembra intieramente accaparrato dal colloquio con la
silenziosa madonnina; eppure, se un'ala di pipistrello gli sfiori la guancia o
un alito di brezza s'insinui a giocare tra i ciuffi dei suoi capelli
scompigliati, sobbalza e guata bieco d'attorno e a volte urla di terrore come
se avesse sentito il freddo fiato della morte. La sua impressionabilità è
grande, infatti, al pari della sua personalità: l'una gli riempie il cuore
d'ombre, l'altra gli riempie l'anima di luce.
Ma guai s'egli riprenda a
camminare. Il suo passo vacillante rivela, subito, che la personalità era
artificiosa e che l'impressionabilità era dovuta al demoniaco influsso dell'alcool.
E, tuttavia, quell'ubriaco
avrebbe potuto proclamarsi fratello, almeno per un momento, del poeta lirico
puro. Altri elementi concorrono a inspirare la tragedia e la tragicommedia, ma
due soli bastana per la lirica: personalità e impressionabilità. Effetto
dell'ebrezza nell'uomo alcoolizzato, questa sensibilità, spontanea in un
temperamento di poeta, si nobilita divenendo, a sua volta, causa di una ebrezza
maggiore e migliore: della ebrezza, piena d'ombre e di luci, che sfocia appunto
nell'oceano, or cupo ora fosforescente, del lirismo. Ma nella voce rauca
dell'ubriaco, per chi porga attento orecchio, si odon passare a ondate,
malinconica parodia, le gioiose sonorità e i disperati singhiozzi del poeta.
Delicato strumento, barometro
spirituale foggiato per registrare i più lievi mutamenti, il poeta lirico
accoglie e incanala nella propria personalità il continuo afflusso delle
impressioni esteriori come la montagna accoglie le gocce dell'acqua piovana per
avviarle, in gorgoglianti rivoletti, verso lo scroscio del fiume. Si chiamava,
ieri, Catullo: e cantava i sensuali amori e la purpurea vita di Roma
dominatrice; si chiamava Rudel, e cercava turbolento di ghermire la maggior
avventura fra il tumulto di un'epoca ricca d'avventure; si chiamava De Musset,
e tuffava la propria inquietudine nel gorgo di una generazione inquietissima.
Poe era, anch'egli, un lirico.
Ma era, anche, l'esule che guarda trasognato le sterili contrade offerte alla
sua sete; era il pellegrino che, a piedi nudi, percorre un terreno irto di
sassi; era l'orestiade, che fugge ululando, inseguito dalle furie del dubbio.
Triste destino, oggi, nascer
poeti! L'umanità, straripando, immane fiumana, dagli argini, che la sorte le
aveva costruiti, infuria contro tutto ciò, che le sembri d'impaccio al cammino,
e travolge con folle gioia ogni opera d'arte, ogni segno di bellezza.
Livellatrice feroce, essa scaglia le proprie onde contro ogni cosa, che emerga,
e sghignazza sguaiata a ogni crollo. Ma, forse, sa d'infuriare contro sè
stessa. Forse, in questa spietata distruzione dei valori, in questa corsa
sfrenata verso la volgarità, c'è la febbre alta, la febbre della crisi, che
segna il trapasso alla morte o il ritorno alla vita. E la lucida falce, che
lavora incessantemente a eguagliare le anime, è, forse, la falce che abbatte
l'erba perchè, nella nuova stagione, cresca più rigogliosa.
Ma, intanto, il poeta trema
udendo giungere, sempre più vicino, sempre più minaccioso, il mugghio
dell'acque. Ardito è il suo piede: e potrebbe aiutarlo a scalare vette
infranabili, a salvarsi dalla ruina. Ma è un piede chiuso entro una scarpa
fabbricata da uomini frettolosi: scarpa dozzinale, che si spacca se tu la
costringi a salire.
Come poteva questa umanità,
l'umanità moderna, comprendere l'ebro delirio del poeta? Solitario visse,
dunque, Edgar Poe: tra grandi sogni. Ma, sebbene il suo temperamento di
romantico lo spingesse a disincagliarsi da ogni tradizione e da ogni dogma, la
sua raffinata natura di artista lo ricondusse sempre entro i confini della
poesia pura che è, essenzialmente, armonia. Isolato nel mondo, egli fu e seppe
rimanere un solitario, anche in arte. Per questo, la letteratura americana e il
popolo degli Stati Uniti, così rifuggenti, l'una e l'altro, da ogni
raffinatezza, poterono avere l'imperial dono di una lirica aristocraticamente
eccezionale. Ma per questo, anche, la lirica di Poe è intraducibile. Il
paziente bulino di Mallarmé ne rese, in parte, la squisita musicalità;
l'intuitivo genio di Baudelaire ne riprodusse, in parte, l'intimo brivido. Ma
nessuna versione rispecchia 1'ebro delirio del poeta, che definiva la poesia
come una ritmica creazione della bellezza e dichiarava il ritmo e la musica
unici mezzi, a traverso i quali si possan provare le gioie estatiche di un
mondo superiore a quello terreno.
Più tardi, il concetto di una
sensibilità lirica espressa nei modi più impalpabili e inafferrabili sarà
ripreso da Verlaine e formulato definitivamente nel verso
«De la musique avant toute chose».
Ma quanti anni dovevan trascorrere
prima che il sublime poeta di La dormiente fosse proclamato principe
della Lirica. E quanti più ne sarebbero occorsi se, a toglier Poe dalla bolgia
dei poeti maledetti, non fosse intervenuto un altro scrittore di genio:
Baudelaire!
E come incompleta e monca
sarebbe la biografia dell'uno, se non parlassimo dell'altro: di colui che,
sventurato e sublime del pari, dimenticò i propri crucci e nobilmente umiliò il
proprio ingegno per tradurre e rivelare al mondo l'opera del maggior fratello
nel tempo!
*
* *
Nove aprile 1821: data
formidabile. Il poeta della nuova Odissea nasce, mentre l'eroe della nuova
Iliade si prepara, sovra un lontano scoglio, a morire. Il vasto tumulto epico,
nel quale gli uomini eran stati tuffati dall'imperial cenno di Napoleone, dovea
lasciare negli uomini, spegnendosi, il senso di stordimento pauroso, che segue
lo scoppio della folgore. Ed è, appunto, questa sensazione di vuoto che,
suscitando il desiderio di donar nuova ala a una vita smarrita fra tenebrori
stanchi e scorati, crea i grandi pellegrini del mondo esterno e del mondo
interiore Ulisse e Baudelaire. L'uno e l'altro inseguon sè stessi, fra le
tempeste oceaniche o spirituali; l'uno e l'altro, dopo aver posto il desiderio
a contatto con la realtà, intima o esterna, vagheggiano, per le lor delusioni
di navigatori, un medesimo approdo: l'approdo in un mondo senza gente. E l'uno
e l'altro appaiono come i supremi rappresentanti della disperata
irrequietudine, dello stremante dubbio e dei delirii nostalgici, che s'abbatton
sovra l'umanità quando l'anima sobbalzi fra le strettoie dell'involucro
corporeo e l'esistenza sognata cozzi contro l'esistenza vissuta. L'eroe greco e
il poeta parigino esprimono un uguale tormento: e la febbrile energia di Ulisse
è solo in apparenza diversa dall'allucinata pigrizia di Carlo Baudelaire.
Pigro, sì, fu Baudelaire: pigro
come tutti gli artisti, che racchiudono nel lor cranio un mondo più ampio di
quello esteriore. La visione del di fuori giova agli interpreti, non ai
creatori; è necessaria a chi, semplice specchio più o meno terso, più o meno
sfolgorante di luce, compia una missione di osservatore e di descrittore, non a
chi possieda entro di sè, Minerva balzante su al cenno olimpico, un intiero
universo. Gli artisti sublimi non han bisogno di navigare tra i confini del
mondo poichè la lor anima già ospita un mondo senza confini. Per questo,
appunto, essi vivon silenziosi e incompresi fra gli uomini, e per questo,
ahimè, cercan così spesso di sfuggire all'incubo atroce della lor solitudine e
di accomunarsi con la rimanente umanità adottandone i vizi propinatori di
un'ebrezza obliosa.
Glorioso e tremendo destino! Una
stessa radice fa rampollare la forza, che permette a un Baudelaire e ad un Poe
di esprimere, pur trascorrendo l'esistenza nel cupo monotono mondo delle città,
le più luminose e varie e vaste visioni, e genera la debolezza, che all'uno
dovea procurar la paralisi e all'altro il delirium tremens. Ma la mediocrità e
la malignità, feroci abitudinarie beghine, condannan lo scrittore di genio ad
attendere che la Morte e il Tempo, cancellando i difetti e avvezzando
l'orecchio umano alle nuove voci dell'arte, assolvan l'uomo e rendan sacro il
poeta. Edgar Poe ebbe, in vita, ben scarsi ammiratori. E il borioso Hugo e il
garbato Lamartine e Sainte-Beuve paternamente bonario sarebber scoppiati dalle
risa se qualcuno avesse lor parlato di un Carlo Baudelaire immortale. Ah,
miserie! Colui, che al proprio legittimo orgoglio aveva offerta la formula
conclusiva «Essere l'uomo più grande e dirselo in ogni momento», dovea, sul
limitare tra la vita e la morte, guardar con occhio tetro il bilancio di un
passato senza luce e, con un lungo sordo disperato singhiozzo, entrar nel regno
dell'Ombre.
I fiori del male, le Lettere
alla madre e Lo spleen di Parigi sono, anch'essi, un lungo sordo
disperato singhiozzo. La nuova umanità, che s'affaccia sugli orizzonti ancor
arrossati dalla vampa delle rivoluzioni e delle guerre, possiede una
sensibilità acutizzata dal violento trapasso storico e dall'irrompere di desiderii,
sino a ieri ignorati. Per placarla, bisognerebbe che il fuso ardente metallo di
questi desiderii colasse senza ostacoli nello scabro stampo della realtà. Ma ad
un desiderio più elevato corrisponde sempre una più bassa realtà: e dal
contrasto fra l'ideale e il reale nascono, irrimediabilmente, l'esasperazione e
l'angoscia. Il magnifico lirismo dei Fiori del male, con la sua sonora
musicalità e il robusto inesauribil sentimento inspiratore, non è solo una
manifestazione d'arte perfetta: è, anche, la profonda echeggiante voce del
nuovo cruccio. Lirico puro, Baudelaire non conobbe i tragici squassi di Poe e
di Villiers de l'Isle-Adam, nè potè trarre dai tempi rinnovati l'ampia satira
della Discussione con una mummia o di Tribolato Bonomo. Ma le
armoniose corde della sua arte, percosse dagli uragani sessuali, donarono agli
uomini la più ricca e più straziante sinfonia dell'amore.
Oh, badiamo! Il blando
amore-capriccio, infiorato di sorrisi, e il brusco amore-passione, imbevuto di
lagrime, non hanno nulla in comune con l'amore
nostalgico, che impregna di sè l'opera baudelairiana. Il poeta della
sensibilità soffre non per la donna in genere nè per una donna ben determinata,
ma perchè sa che l'ideale femminile è irrevocabilmente condannato ad
infrangersi contro gli scogli della femminile realtà. Per questo, e soltanto
per questo, egli chiede alle creature più lascive di elargirgli, tra le
fantasmagorie e i sussulti tetanici del sensuale delirio, i sogni oppiati
dell'illusione. Per questo, e soltanto per questo, il poeta, attingendo nella
carnale realtà un lenimento per il suo idealismo incurabile, accoglie come
supreme dispensatrici di gioia la vagabonda rossigna e l'ebrea prostituta e
Giovanna Duval, insaziata e insaziabil regina di lussuria, e oppone un nauseato
disdegno all'amore normale, offerto da Aglae Sabatier, la bellissima.
«Pellegrino cupo e solitario,
frammisto all'onda della folla irrequieta», Carlo Baudelaire, pur barcollando
sotto la croce dell'umano dolore, ha pronunciata, per i suoi fratelli spersi
nel tempo e nello spazio, la parola divina e rincuoratrice: «Le cose terrene
esistono appena: la vera realtà è soltanto nei sogni».
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