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Giovanni Berchet
Ballate e romanze

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  • ANTICHE ROMANZE SPAGNUOLE   TRADOTTE DA   GIOVANNI BERCHET
    • GAIFERO E SUA MADRE
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GAIFERO E SUA MADRE

 

Estava se la condessa...

 

CANC.° DE ROM.s ANVERS 1555.

 

Sta seduta la Contessa

Sulla proda del suo letto:

Forbicine d'oro ha in mano,

Con che abbella il figliuoletto.

E parole di gran peso

Va dicendo a quel puttino.

Son parole dolorose

Che fan piangere il piccino.

— «Dio ti metta barba in guancia!

«Dio ti rechi a gioventù!

«E' ti dia ventura in arme!

«Qual Rolando, tal sii tu!

«Sicchè possa tu la morte

«Di tuo padre vendicar! —

«L'hanno ucciso a tradimento,

«Per tua madre poi sposar

«Ricche nozze mi si fenno,

«A cui Dio non aderì:

«Ricchi più che da regina

«Panni bei m'ornâr quel .» —

Benchè picciolo il fanciullo,

Le parole le ha capite.

Fu a risponderle Gaifero;

Quel ch'ei disse or bene udite.

— «A Gesù, a Santa Maria

«Tal preghiera anch'io la fo!» —

Stava il Conte a tener corte;

Di tutto egli orecchiò.

— «Taci, olà! Contessa, taci,

«Mala bocca usa a mentir!

«Tuo marito io non l'ho morto;

« fui causa al suo morir.

«Ma, Contessa, quel ch'hai detto

«Il fanciullo l'ha a pagar.» —

E i creati del suo padre,

Gli scudieri ei fe' chiamar.

Perchè piglino il fanciullo,

E 'l finiscan via di .

Di che morte ei lo vuol morto

È l'udirlo una pietà:

Mozzo il piè vuol della staffa,

E la man dello sparviere:

Vuol che svelgangli ambo gli occhi,

Per più a tutto provvedere:

— «Per segnal poi mi recate

«Il suo dito ed il suo cuor

Già lo pigliano Gaifero;

Già à finirlo il portan fuor.

— «Oh!» dicean «Gesù, Maria

Gli scudieri in compassione.

«Se uccidiam questo zitello,

«Qual n'avremo guiderdone

Mentre dubbian sul che fare,

Una cagna lor s'appressa,

Una cagna tenerella

Che venia dalla Contessa.

Parla subito un di loro:

State a udir quel che dirà.

— «Ammazziam questa cagnuola

«Noi per nostra securtà.

«Chè a Galvan possiam recarlo.

«Ci bisogna trarle il cuor:

«E al zitel mozziamo il dito;

«Questo segno fia il miglior.» —

Già a voler mozzargli il dito,

Van Gaifero ad abbrancar.

— «Su! Gaifero; qua venite;

«State zitto ad ascoltar.

«Ite via di questa terra;

« vi fate più veder.» —

E per segni dangli indizio

Del cammin che dee tener.

— «Ite via, di terra in terra,

«Al zio vostro ov'egli sta.»

E Gaifer, disconsolato,

Per lo mondo se ne va.

Ver Galvan, dov'egli aspetta,

Gli scudieri il passo han torto.

Dangli il dito, dangli il cuore;

E gli dicon che l'han morto.

La Contessa a metter lai

Cominciò per tal novella.

Pianse, pianse, fuor per gli occhi,

Da scoppiarne, poverella!

Lasciam star quella meschina,

Quel suo piangerdirotto;

E diremo di Gaifero,

Della strada ovridotto.

Ei va il giorno: ei va la notte;

Mena passi, e sempre va;

Fin che arriva da suo zio,

Alla terra ov'egli sta.

— «O mio zio, pigliava a dirgli,

«Dio vi voglia mantener

— «Ben venuto il mio nipote!

«Ben venuto sì davver!

«Che venuta buona è questa?

«Raccontate, dite su!

— «La venuta ond' io qui vengo

«Tribolosa e cruda fu.

«Ahi! Galvan mi volea morto;

«Tanto ei corse a invelenir!

«Or, mio zio, quel che vi chieggo,

«Quel che prego, si è di gir

«Noi la morte di mio padre,

«Fratel vostro a vendicar.

«L'hanno ucciso a tradimento,

«Per mia madre poi sposar!» —

— «Oh! calmatevi, nipote:

«Vi calmate, fate cuor:

«Del fratel che m'hanno ucciso

«Sì, vendetta andremo a tor.» —

Per due anni, per più ancora

Stetter fermi in quel pensiero:

Quando alfin parola nuova

Pigliò a muoverne Gaifero.




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