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| Giovanni Berchet Ballate e romanze IntraText CT - Lettura del testo |
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I PROFUGHI DI PARGA
PARTE PRIMA. La disperazione.
«Chi è quel Greco che guarda e sospira, Là seduto nel basso del lido? Par che fissi rìmpetto a Corcira Qualche terra lontana nel mar. — Chi è la donna che mette uno strido In vederlo una rocca additar? «Ecco ei sorge. — Per l'erto cammino Che pensier, che furor l'ha sospinto? Ecco ei stassi che pare un tapino, Cui non tocchi più cosa mortal. — Ella corre — il raggiunge — dal cinto, Trepidando, gli strappa un pugnal. — «Ahi, che invan la pietosa il contrasta! Già alla balza perduta ei s'affaccia, Al suo passo il terren più non basta, Il suo sguardo su i flutti piombò. Oh spavento! ei protende le braccia: — Oh sciagura! già il salto spiccò. — «Remiganti, la voga battete; Affrettate; — salvate il furente. Ei delira un'orrenda quiete; Muore — e forse non sa di morir. — O già forse il meschino si pente; Gia rimanda a' suoi cari un sospir.» — Disse Arrigo. - E de' remi la lena L'ansia ciurma su l'acque distese; Ma a schernirlo dall'ima carena Fra i tacenti una voce salì: «Che t'importa, o vilissimo Inglese, Se un ramingo di Parga morì!» Quella voce è il dispetto de' forti Che, traditi, più patria non hanno. — Que' voganti alle belle consorti Corciresi ritornan dal mar. — Con lor passa a Corcira il Britanno Poi che i venti al suo legno mancâr. — Come il reo che dà mente all'accusa, Sentì Arrigo l'ingiuria, e si tacque: Come il reo che non trova la scusa, Strinse il guardo, la fronte, celò; E dell'isola avara ov'ei nacque Sul suo capo l'infamia pesò. Ma un nocchiere i compagni rincora; Sorge un altro, e lor segna un maroso. Ecco un altro si affanna alla prora Il governo da poppa ristè. — Ecco un plauso: «Su! mira il tuo sposo, Mira, o donna, perduto non è.» — Quando Arrigo posarsi al naviglio Vede il miser, su lui s'abbandona, E, qual madre a la culla del figlio, Su le labbra alitando gli vien; Della vita il tepor gli ridona, Gli conforta il respiro nel sen. I nocchieri a quel corpo grondante Tutti avvolgono a gara i lor panni: Tutti a gara d'intorno all'ansante Gli affatica un' industre pietà. — Noto a tutti è quell'uom degli affanni; Ognun d'essi la storia ne sa. S'ode un pianto: — Discesa alla spiaggia È la donna che invoca il consorte, E alla voga che a lei già vïaggia Più veloce scongiura il vigor. Infelice! un'angustia di morte Le travaglia la speme nel cor. A quel prego, su i banchi, — giuliva Del riscatto, — la ciurma s'arranca; — Già vicina biancheggia la riva; — Sotto prora già l'onda sparì; — Già d'un guardo il salvato rinfranca La compagna de' tristi suoi dì. L'uom di Parga all'ostello riposa; La sua stanca pupilla è sopita. — Ma, a custodia dell'egro, la sposa Quanto è lunga la notte vegliò. E a spïarne, tremando, la vita Su lui spesso ricurva penò. Nella veglia angosciosa il Britanno A la donna soccorre; e le dice: «Perché taci, e nascondi l'affanno? Ah! mi svela i segreti del duol; Narra i guai che al deliro infelice Fenno esosa la luce del Sol.» — Era il chieder dell'uom che prepara Un conforto maggior che di pianto, E a lei scese su l'anima amara, Come ad Agar la voce del Ciel, Quando gia pel deserto, ed a canto Le gemea l'assetato Ismael. — «O cortese, qualunque tu sia, No, d'aprirti il mio cor non mi pesa; Ma ove l'angiol di Parga t'invia A veder di sue genti il dolor, Se tu ascolti parola d'offesa, Non irarti; ma piangi con lor.» — Ogni fiel di rampogna futura Temperò con tai detti l'onesta; Poi, qual donna, che il tempo misura, Fe' silenzio e allo sposo tornò; La man lieve gli pose alla testa, E contenta, un suo voto mandò «Da le membra è svanito l'algore. Ah! sien placidi i sonni; e dal ciglio Si trasfonda la calma nel core; Nè il funestin vaganti pensier Che gli parlin di patria, d'esiglio, Che gli parlin d'oltraggio stranier.» — Oltre il mezzo è varcata la notte. — Nel tugurio le tenebre a stento Da una poca lucerna son rotte Che già stride, vicina a mancar. — Fuor non s'ode uno spiro di vento, Non un remo che batta sul mar. Tace Arrigo. — La Greca si asside A ridir le sue pene; e sovente Il sospir la parola precide, O l'idea ne la mente le muor, Perché al letto dell'uomo languente La richiama inquïeto l'amor.
PARTE SECONDA. Il racconto.
I.
Quando Parga e il suo popol fioria, Anch'io spesso nell'alma gustai La gentil voluttà d'esser pia. Or caduta all'estremo de' guai, Mi conforta che almen su me torna Quella piéta che agli altri donai. Oh! se un dì per me lieto aggiorna; Se un dì mai rivedrò quelle mura Da cui l'odio di Alì ci distorna; Se mai vien ch'io risalga secura A posar sotto il tiglio romito Che di Parga incorona l'altura; Fra i terrori del turbo sparito, Un rifugio fia dolce al cor mio Rammentar chi m'ha salvo il marito. Ahi! percossa dall'ira di Dio A che parlo speranze di pace, Se di morte il feroce desìo Forse ancor nel mio sposo non tace? Ma i sonni son placidi; Svanito è l'algor; La calma del ciglio Trasfusa è nel cor. Oh Dio ! nol funestino Vaganti pensier Di patria, d'esiglio, D'oltraggio stranier
II
Dalle vette di Suli domata L'infedele esecrò le mie genti, Che una sede ai fuggiaschi avean data. Là, su i templi del Dio de' redenti Ecco il rosso stendardo dell'empio Elevar le sue corna lucenti. Quei che indisse a Gardichi lo scempio, Quei che rise in vederlo, ha giurato Rinnovarne su Parga l'esempio. La sua. tromba suonò lo spietato; Noi la nostra: e scendemmo nell'ira Sul terreno d'Aghià desolato; Sul terren che le caste rimira Sue donzelle vendute al servaggio, E scannati i suoi prodi sospira. Gl'infelici eran nostro lignaggio, Nostri i campi; e a punir noi scendemmo Chi insultava al comune retaggio. E noi donne, noi pur combattemmo: O accorrendo al tuonar de' moschetti, Carche l'armi al valor provvedemmo. La vittoria allegrò i nostri petti; E il guerriero asciugando la fronte Già cantava i salvati suoi tetti. Già le spose recavan dal fonte Un ristoro ai lor cari, e frattanto La vendetta cantavan dell'onte. «Ah! cessate la gioia del canto: Due fratelli il crudel m'ha trafitto; L'un sull'altro perironmi accanto.» Cosi in Parga una voce d'afflitto Rompe i gridi del popol festoso Che ritorna dal vinto conflitto. Ahi! chi pianga i fratelli è il mio sposo. Fur l'ultime lagrime Che il miser versò: Poi cupo nell'anima Il duol rinserrò; Con negri fantasimi Più sempre il nodrì; Ahi misero! misero! La vita abborrì. — Ma il sonno più aggrevasi; Ritorna il tepor: Trasfusa dal ciglio La calma è nel cor. Oh Dio! nol ritentino Vaganti pensier Di patria, d'esiglio, D'oltraggio stranier.
III.
Come uscito alla strada il ladrone, Se improvviso lo stringe il periglio, Riguadagna a gran passo il burrone; Là si accoscia, e dal vil nascondiglio Gira il guardo, ed agogna il momento Di spiegar senza rischio l'artiglio; Tale Alì si sottrasse al cimento. Poi rivolto all'infausta pianura, L'attristò d'un feral monumento. Ma que' marmi non son sepoltura Che piangendo ei componga al nipote, Arra son di sua rabbia futura. — Sorge un vecchio e predice: «Remote Ah! non son le vendette del vinto; Oggi ei fugge, doman vi percote. «D'armi nuove il suo fianco è ricinto; E alle vostre la punta fu scema In quel di che l'avete respinto.» — Consigliera de' stolti è la tema. Stolto il veglio e chi udillo! Fu questa De le nostre sciagure l'estrema. Noi vedemmo venir la tempesta; E dov'è che cercammo salute? Nel covil della serpe! — Oh funesta Cecità de le menti canute! Oh de' giovani incauta fidanza! Oh vigilie de' forti perdute! Più di libere genti la stanza Non è Parga. Un'estrania bandiera È il segnal di sua nuova speranza. La sua spada è una spada straniera, I non vinti suoi figli all'Inglese Han commesso che Parga non pera. De' tementi Egli il gemito intese, E, signor delle vaste marine, Come amico la destra ci stese. Ecco Ei siede sul nostro confine: Ecco Ei giura nel nome di Cristo Far secure le genti tapine. — Ahi! qual fè ci è serbata dal tristo. A che laccio il mio popol fu còlto, Sâl' quest'uomo su cui mi contristo, Questo forte che il senno ha sconvolto. Ma l'ansie cessarono; Più lene è il sopor; La calma trasfondesi Dal ciglio nel cor. Oh Dio! non la turbino Lugúbri pensier, Crucciose memorie D'oltraggio stranier.
IV.
Squilla in Parga l'annunzio d'un bando. — Posti a prezzo dall'Anglo noi siamo, Come schiavi acquistati col brando. — Vano è il pianger; schernito è il richiamo: Già il vegliardo dell'empia Giannina Co' suoi mille avanzarsi veggiamo. Già già tolta all'inflessa vagina Sfronda i cedri del nostro terreno L'insultante sua sciabla azzurrina. Egli viene: — dal perfido seno Scoppia il gaudio dell'ira appagata; La bestemmia è sul labbro all'osceno. Non è il forte che sfidi a giornata; E il villano che move securo A sgozzare l'agnella comprata. Ah! non questo, o Britanni, è il futuro Che insegnavan le vostre promesse, Questi i patti, o sleali, non furo. Pur quantunque deluse ed oppresse, Le mie genti al superbo Ottomanno. Non offrir le cervici sommesse. Un sol voto di mezzo all'affanno, Un sol grido fu il grido di tutti: «No, per Dio! non si serva al Tiranno.» Quindi al crudo paraggio condutti, Preferimmo l'esiglio. — Ma questi Ch'oggi tu m'hai scampato dai flutti, Fin d'allora in suo cor più funesti Fea consigli, e ne' sogni inquïeti Io, vegghiando, l'udía manifesti Darmi i segni de' fieri segreti. — Ma i sonni prolungansi, L'affanno cessò; Le membra trasudano Il cor si calmò. Serene le immagini Ti formi il pensier; O sposo, dimentica L'oltraggio stranier!
V.
Eran quelli i dì santi ed amari, I dì quando il fedele si atterra Ripentito agli squallidi altari, Ove l'inno lugúbre disserra Le memorie dei lunghi dolori Con che Cristo redense la terra. Là, repressi i profani rancori, Offerimmo le angosce a quel Dio Che per noi ne patì di maggiori. Poi gemendo il novissimo addio, Surse, e l'orme de' suoi sacerdoti Taciturna la turba seguio. Quel ne trasser là dove, remoti Da' trambusti del mondo, e viventi Nel più caro pensier de' nipoti; Sotto il salcio dai rami piangenti Dormían gli avi di Parga sepolti, Dormían l'ossa de' nostri parenti. Qui, scoverte le fosse, e travolti I sepolcri, dal campo sacrato Gli onorandi residui fur tolti — Ah! dovea, su le tombe spronato, Il cavallo dell'empio quell'ossa A' ludibri segnar del soldato? — Da pietà, da dispetto commossa Va la turba, e sul rogo le aduna Che le involi alla barbara possa. Guizza il fuoco: — all'estrema fortuna De' suoi morti la vergin, la sposa I recisi capegli accomuna. Guizza il fuoco: — la schiera animosa De' mariti il difende; e appressarse La vanguardia dell'empio non osa. Guizza il fuoco, divampa; — son arse Le reliquie de' padri; — ed il vento Già ne fura le ceneri sparse. — Quando il rogo funereo fu spento, Noi partimmo: — e chi dir ti potria La miseria del nostro lamento? Là piangeva una madre, e s'udia Maledire il fecondo suo letto, Mentre i figli di baci copria. Qui toglievasi un'altra dal petto Il lattante, e fermando il cammino, Con istrano delirio d'affetto Si calava al ruscello vicino, Vi bagnava per l'ultima volta Nelle patrie fontane il bambino. E chi un ramo, un cespuglio, chi svolta Dalle patrie campagne traea Una zolla nel pugno raccolta. — Noi salpammo: — e la queta marea Si coverse di lunghi ululati, Sicchè il dì del naufragio parea. Ecco Parga è deserta: Sbandati I suoi figli consuman nel duolo I destini a cui furon dannati. — Io qui venni mendica; e ciò solo Che rimanmi è quest'uom del mio core. E i pensier con che a Parga rivolo. Ei non ha che, me sola, e il furore De' suoi sdegni e de' morti fratelli, Questi avanzi di pianto e d'amore Li rinvenne all'aprir degli avelli; Carità sì severa ne’l punse. Che, geloso, alla pira non dielli, Ma compagni alla fuga li assunse.
PARTE TERZA. L'abbominazione.
Nunziatrice dell'alba già spira Una brezza leggiera leggiera Che agli aranci della ampia Corcira Le fragranze più pure involò. – Ecco il Sol che la bella costiera Risaluta col primo sorriso, E d'un guardo rischiara improvviso La capanna ove l'egro posò. — Egli è il Sol che fra bellici stenti Rallegrava agli Elléni il coraggio, Quando in petto alle libere genti Della patria fremeva l'amor, Quando al giogo d'estranio servaggio Niun de' Greci curvava il pensiero, E alla madre giurava il guerriero Di morire o tornar vincitor. Come foglia in balía del torrente, Ahi, la gloria di Grecia è sparita! L'aure antiche or qui trovi, e fiorente Delle donne la bruna beltà; Ma in le fronti virili scolpita Qui tu scorgi la mesta paura, Qui l'impronta con cui la sventura Le presenta all'umana pietà. Sol, che a libere insegne vedrai Batter forse qui ancor la tua luce, Sol di Scheria, i tuoi limpidi rai Sien conforto a un tradito guerrier Qui, vagando a rifugio, il conduce D'una sposa il solerte consiglio; E tu qui, fra la morte e l'esiglio, Fa ch'ei scelga il più mite voler. — Dal guancial de' suoi sonni al mattino L'uom di Purga levò la pupilla Il pallore è sul volto al meschino; Ma il terror, ma, l'angoscia non v'è. Un ristoro che il cor gli tranquilla Son gli olezzi del giorno novello; E quel Sol gli rifulge più bello Che perduto in eterno credè. Ma perchè, se il suo spirto è pacato, Perchè almen nol rivela il saluto? Perchè a lei che il sorregge da lato Con un bacio ei non tempra il dolor? Perchè immoto sull'uom sconosciuto Il vigor de' suoi sguardi s'arresta? E che subita fiamma è codesta Che in la guancia gli vive e gli muor? Ben Arrigo la vide: — e compreso Da che affetto il tacente sia roso, Come l'uom che propizia un offeso, Questa ingenua parola tentò: «O straniero, al tuo cor doloroso So ch'orrenda è l'assisa ch'io vesto, So ch'io tutti qui gli odî ridesto Che l'infida mia patria mertò. «Ma se i pochi che seggon tiranni Delle sorti dell'Anglia, fur vili, Tutti no non son vili i Britanni Che ritrosi governa il poter. Premian croci ingemmate e monili La spergiura amistà di que' pochi; Ma l'infamia, che ad essi tu invochi Mille Inglesi imprecârla primier. «Mille giusti il cui senno prepone Al favor de' potenti i lor sdegni, Mille giusti in le vie d'Albïone Pianser pubblico pianto quel dì Che aggirato con perfidi ingegni Narrò un popol fidente ed amico, Poi venduto al mortal suo nemico Da quel braccio che scampo gli offrì; «Oh rossor! Ma il sacrilego patto Nol segnò questa man ch'io ti stendo; Ma non complice fu del misfatto Questo petto che geme per te. — Non tu solo se' il miser. Tremendo, Ben più assai che l'averla perduta, Egli è Il dir: La mia patria è caduta In obbrobrio alle genti ed a me. «Per l'ingiuria che entrambi ha percosso, Or tu m'odi, o fratel di dolore! Io nè il suol de' tuoi padri a te posso, Nè la bella ridar libertà; Ma se in te non prevale il rancore, Se preghiera fraterna è gradita, Dal fratello ricevi un'aïta Che men grami i tuoi giorni farà.» Cosi l'alma schiudea quell'afflitto; Così, largo di doni e di pianto, Col rimorso egli sconta il delitto, Il delitto che mai nol macchiò. — Piange anch'essa la Greca, e di tanto Il penar del pietoso l'accora, Che le par mal venuta quell'ora In cui mesta i suoi casi narrò. Ella tace; e col guardo prudente, Vedi! il guardo ella cerca allo sposo. Vedi come n'esplora la mente! Come in volto il travaglio le appar! — Chi sa mai se dell'uom generoso Fien disdetti i soccorsi od accolti? — Ma una voce prorompe; — s'ascolti; È il ramingo che sorge a parlar: «Tienti i doni, e li serba pe' guai Che la colpa al tuo popol matura. Là, nel dì del dolor, troverai Chi vigliacco ti chiegga pietà. Ma v'è un duolo, ma v'è una sciagura Che fa altero qual uom ne fia côlto: E il son io; — nè chi tutto m'ha tolto Quest'orgoglio rapirmi potrà. «Tienti il pianto; nol voglio da un ciglio Che ribrezzo invincibil m'inspira: — Tu se' un giusto: — e che importa? sei figlio D'una terra esecranda per me — Maledetta! dovunque sospira Gente ignuda, gente esule o schiava, Ivi un grido bestemmia la prava Che il mercato impudente ne fe'. «Mentre ostenta che il Negro si assolva, In Europa ella insulta a' fratelli; E qual prema, qual popol dissolva Sta librando con empio saver. — Sperdi, o cruda, calpesta gli imbelli! Fia per poco. — La nostra vendetta La fa il tempo e quel Dio che l'affretta, Che in Europa avvalora il pensier — «Io vivea di memorie; — e il mio senno Da manie, da fantasmi fu vinto. Veggo or l'ire che compier si denno: — E più franco rivivo al dolor. Questa donna che piansemi estinto, Questa cara a cui tu mi rendesti, Più non tremi: a disegni funesti Più non fia che m'induca il furor. «Forse il dì non è lunge in cui tutti Chiameremci fratelli, allorquando Sopra i lutti espïati da' lutti Il perdono e l'obblio scorrerà. — Ora gli odî son verdi: — e nefando. Un spergiuro li intima al cor mio; Però, s'anco a te il viver degg'io, Sappi eh' io non ti rendo amistà; «Qui starò nella terra straniera; E la destra onorata su cui Splende il callo dell'elsa guerriera, A' servigi più umíli offrirò. — Rammentando qual sono e qual fui, I miei figli, per Dio! fremeranno; Ma non mai vergognati diranno: Ei dall'Ariglo il suo frusto accattò.» L'uom di Parga giurò; — nè quel giuro Mai falsato dal miser fu poi; — Oggi ancor d'uno in altro abituro Desta amore a chi asilo gli diè. Scerne il pasco ad armenti non suoi, Suda al solco d'estranio terreno, Ma ricorda con volto sereno Che l'angustia mai vile nol fe'. Fosca, fosca ogni dì più s'aggreva Su lo spirto d'Arrigo la noja; Nessun dolce desir gli rileva Qualche bella speranza nel sen; Non gli ride un sol lampo di gioja; Teme irata ogni voce ch'ei senta; Vede un cruccio, uno scherno paventa Su ogni volto che incontro gli vien. La sua patria ci confessa infamata, La rinnega, la fugge, l'abborre; Pur da altrui mal la soffre accusata, Pur gli duole che amarla non può. Infelice! L'Europa ei trascorre; Ma per tutto lo insegue un lamento. Ma una terra che il faccia contento, Infelice! non anco trovò. Va ne' climi vermigli di rose, Lungo i poggi ove eterno è l'ulivo, A traverso pianure che erbose Di molt'acque rallegra il tesor; Ma per tutto, nel piano, sul clivo, Giù ne' campi, di mezzo a' villaggi Sente l'Anglia colpata d'oltraggi, Maledetta da un nuovo livor. — Va in le valli de' tristi roveti, Su pe' greppi ove salta il camoscio, Giù per balze ingombrate d'abeti Che la frana da' gioghi rapì; — Ma ove tace, ove mugge lo stroscio Quando l'alta valanga sprofonda, Da per tutto v'è un pianto che gronda Sovra piaghe che l'Anglia ferì. — Varca fiumi e di spiaggia in ispiaggia Studia il passo a cercar nuovo calle. Per città, per castelli vïaggia, Nè mai ferma l'errante suo pie. — Ma per tutto, di fronte, alle spalle, Ode il lagno di genti infinite, D'altre genti dall'Anglia tradite, D'altre genti che l'Anglia vendè. |
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