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| Giovanni Berchet Ballate e romanze IntraText CT - Lettura del testo |
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GAIFERO E SUO ZIO.
Vamonos dixo mi tio...
CANC.° DE ROM.s ANVERS 1555.
— «Su, mio zio, facciam d'andarne! «Su, a Parigí; alla città! «E in figura di romei; «Che Galvan l'ignorerà. «Ci farebbe tor la vita «S'ei n'avesse mai sentor. «Su i nostr'abiti di seta «La schiavina vogliam por. «E per gir più alla secura, «Ci convien le spade aver: «E ciascuno il suo bordone, «Per dar vista ai passegger.» — Già si partono i romei; Già si parton, vanno attorno, Per le strade, quando è notte Per le macchie quando è giorno. A di lungo inver Parigi Tiran via le lor giornate. Ma là giunti; non vi s'entra: Là le porte son serrate. Sette giri danno ai muri, Per veder se v'ha un'entrata. E all'ottavo, una portella Trovan come trasandata. E via dentro: e fan domande. Non inchieggon già d'ostiere, Ne tampoco, no, d'ospizio: De' palazzi e' von sapere. Von saper della Contessa, Del palazzo in cui dimora. L'han trovato: l'han veduta: A parlarle vanno allora. — «Oh vi salvi Iddio, Contessa!» — — «Oh romei, ben giunti qua!» — — «Deh! limosina ci fate «Per onor di carità.» — — «Ah! con Dio n'andate in pace! «Non vi posso nulla dar; «Chè romei non vuole il Conte, «Nè ch'io gli abbia ad albergar.» — — «Deh, limosina, o Signora, «Fate! e il Conte nol saprà: «Cosi faccianla a Gaifero «Nella terra ov'egli sta!» — Come udì nomar Gaifero, Ella trasse un gran sospir, Fe' del vino lì a' romei, Fe' del pane stribuir. Sovra loro in quel frangente, Ecco, il Conte capitò. — «O Contessa, che è mai questo? «Questo mai com'esser può? «Non v'imposi che romei «Non aveste ad albergar?» — E su lei levato il pugno, Un fier colpo andolle a dar; Donde feale al pavimento Gittar fuora i denti bei. Allor mossi a voler dire, Così dissero i romei: — «S'ella ha fatto un po' di bene, «Mal non merta la signora.» — — «Zitti, olà! che non vi colga, «Voi romei, la vostra ancora!» — La sua spada alzò Gaifero Colpi lui d'un taglio pieno Che sbalzar gli fe' la testa Via dagli omeri al terreno. Piangea forte la Contessa, Piangea lì col volto smorto. — «E chi siete, voi romei, «Voi che il Conte avete morto?» — A risponderle il romeo Tal risposta allor le fa: — «Io, signora, son Gaifero, «Figlio vostro, in verità.» — — «Non può darsi: ell'è menzogna! «Chè i segnali io serbo ancor, «I segnali della morte, «Il suo dito ed il suo cuor.» — — «Non fu mai cuor di persona «Quel che feste di serbar. «Ben il dito è dito mio, «E vedetel qui mancar.» — La Contessa che l'udia, L'abbracciò, gli fe' carezza. Il dolor di ch'era mesta Le si volse in allegrezza. |
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