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CANTO UNDECIMO
ARGOMENTO.
Nel viaggio Marfisa in corruzione
(dopo una febbre effimera) ritrova
le ville, le castella, e con ragione
nelle cittá di provincia non cova.
Va nella Spagna, e scopre il suo guascone
in una circostanza affatto nuova;
vien da Rugger sorpresa alla commedia;
l'accidente è passabil, se non tedia.
1
Quella
disperazion di Bradamante,
per cui piú non sapea quel che
facesse,
era una passion predominante,
che fa solo la borsa in capo
avesse.
Con disonor la cognata è
ambulante;
par che il dolor lo sposo le
uccidesse;
per tal fuga ognun mormora, è dolente:
Bradamante la borsa ha solo in
mente.
2
Né si trovava
una persona ardita
che le facesse un po' di
correzione,
e perch'era gran dama e riverita,
si rispettava la sua passione.
Benedetto il caval che l'ha
colpita
con quelle peta all'uscir del
portone,
che fe' alle genti far quella
risata
e ritirar la dama svergognata.
3
Marfisa,
Ipalca e il postiglion che trotta,
aveano fatta giá la prima posta.
La dama al postiglion la testa ha
rotta,
che a chiederle la corsa le
s'accosta.
Cambia la posta, e grida, che par
cotta,
che non vuol passo lento, non
vuol sosta,
a ponte rotto, a buca, a sasso, a
crollo
vuol che si corra e se ne vada il
collo.
4
Scrive Turpin
che non ci fu mai caso
che una corsa pagasse quella
dama.
Di questa veritá son persuaso,
perch'ella non dipende dalla
fama.
Turpino fu scrittor che avea buon
naso,
e per prova del vero cita e
chiama
de' mastri postiglion le note
certe,
dove son le partite ancor aperte.
5
A qualche
postiglion data ha la mancia,
se fu robusto e buon
bestemmiatore;
del resto il chieder prezzo era
una ciancia,
che tirava percosse d'un gran
core.
Ipalca, finta moglie, avea la
guancia
talor di carta e di color
peggiore,
e alle sciarre, a' cimenti, alle
contese,
vanta un suo voto che le avea
difese.
6
Tra la rabbia,
il furore e i patimenti
e l'amor pel guascone, che
conserva,
sentí Marfisa un dí scuotersi i
denti,
e volse il viso pallido alla
serva,
dicendo: - Io sento ribrezzi e
accidenti
e una debolezza che mi snerva:
mi duole il capo ed ho la bocca
amara. -
Rispose Ipalca: - Questa è febbre
chiara. -
7
Disse Marfisa:
- Io ti darò un susorno;
altro non mi sai far che triste
augurie; -
e grida al postiglion che suoni
il corno,
sferzi i cavalli, ed entra nelle
furie;
e benché porti una gran febbre
intorno,
non lascia le minacce né
l'ingiurie,
ma alfin la febbre d'una buona
razza
basta a frenare anche una donna
pazza.
8
E convenne far
alto in un villaggio.
perché Marfisa piú non si reggea.
Or quasi Ipalca ha smarrito il
coraggio
per il finto marito che gemea,
e dice: - Eccovi alfin quel dal
formaggio.
Caro Gesú! fuggir non si dovea. -
Marfisa è oppressa, ma l'ha
minacciata
con una guardatura spiritata.
9
Prendesi
alloggio, ed all'uomo-fanciulla
venne un dottor d'una trista
figura.
Di villa egli è, ma il capo non
gli frulla,
ne sa quanto un Macope ad una
cura,
perché l'arte sapea di non far
nulla
e di lasciar l'imbroglio alla
natura.
Tocca il polso, l'orina vuol
vedere,
e poi dice: - Ha la febbre il
cavaliere.
10
Diman verrò,
vederem, penseremo;
non mangi, e beva generosamente.
-
Marfisa al suo partir diceva: -
Fremo;
costui è un asin risolutamente. -
Torna il dottor, che par di
cervel scemo,
con un passo ed un viso
sonnolente,
ritocca il polso, vuol l'orina, e
guata,
poi dice: - Questa febbre è
declinata.
11
Faccia bibite
spesse ed abbondanti,
non mangi nulla, sorba qualche
brodo.
Stiamo a veder diman se il mal va
avanti;
se cresce, penserem la forma e il
modo.
I rimedi dell'arte sono tanti:
gli userem tutti, se il mal terrá
sodo.
A buon vederci: soffra e stia in
riguardo. -
Poi se ne va sonniferoso e tardo.
12
La dama va in
furor, dietro gli grida,
lo chiama dottorello ed
ignorante;
e perché son di femmina le
strida,
Stupefatto il dottor volse il
sembiante.
Guarda Ipalca nel viso, e par che
rida,
e disse: - Questo è un musico e
arrogante; -
e poi senz'altro dir scende le
scale:
Marfisa vuol scagliargli
l'orinale.
13
Ipalca la
pregava ad acchetarsi
per tutti i santi e le sante del
cielo.
- Costui - dicea Marfisa - vuol
spassarsi,
e del mio male non si cura un
pelo;
ma s'egli spera le paghe
beccarsi,
non ne beccherá una, pel
Vangelo!,
Tu sai la circostanza e la
premura;
ei vuol tenermi un anno alla sua
cura. -
14
Ma finalmente
il terzo giorno arriva:
si sente la bizzarra sollevata.
Giunto il dottor al polso, disse:
- Viva;
questa è stata un'effimera
sforzata. -
Dicea Marfisa: - Io son di febbre
priva,
ma voi non me l'avete
discacciata. -
Rispondeva il dottor: - Questo è
di fatto;
ma poteva ammazzarvi e non l'ho
fatto. -
15
Sonvi alcune
ragion chiare e precise,
d'una tal veritá, d'un'evidenza,
che sono intese insin dalle
Marfise
e le disarma della prepotenza.
La dama col dottore alquanto
rise,
e le fu liberale in diligenza,
dicendo sempre: - È ver ciò che
diceste;
potevate ammazzarmi e nol
faceste.
16
La vostra
umanitá, la virtú vostra
è rara molta nella medic'arte. -
Grato a Marfisa il medico si
mostra,
e sonnolento la ringrazia e
parte.
Esce dal letto la bizzarra
nostra,
chiede i vestiti, e le par
d'esser Marte.
Ma nel rizzarsi in piè non si può
dire
quanto inabil trovossi al
dipartire.
17
Le trieman le
ginocchia, il capo gira:
convien fermarsi nel villaggio
alquanto,
sin che la dama un pocolin
respira
e riacquista del vigore infranto.
Or qui veggo il lettor meco
s'adira
per queste fievolezze ch'io gli
canto;
doglie di capo, effimere,
tremori,
cosí non s'intrattengono i
lettori.
18
Cari lettori,
abbiate pazienza:
io deggio esser fedele al mio
Turpino.
Cotesta poca vostra sofferenza,
questo vostro decider repentino,
vi fa molto simili in coscienza
a' sudditi del figlio di Pipino,
ch'eran dottori senza intender
nulla,
col capo al gioco, al sarto, a
una fanciulla.
19
Questa
fiacchezza, di cui fa memoria
Turpino, della dama dopo il male,
che scemò alquanto la furia e la
boria
d'andare in posta tosto alla
bestiale,
non è inutile affatto per la
storia,
oltre all'esser la cosa naturale:
fatto sta che Turpino in quella
villa
ferma la dama, e assai cose
postilla.
20
Prima sopra a
quel medico antedetto
va compilando alcune coserelle.
Dice che alla cittá fu poveretto
per la persecuzion non delle
stelle,
ma degli altri dottor che avean
concetto;
ed il concetto è delle cose
belle,
perché, sia ben fondato o
ingiustamente,
a rovinar parecchi è sufficiente.
21
Misero quel
che il vitto aspettar deve
dalla riputazion fra gli
abitanti,
se d'essere impostor gli sembra
greve
e non uccella sciocchi ed ignoranti;
e' si riduce in villa e al verde
in breve,
perché i competitor stan
vigilanti
co' lor dileggi arcani e
paroloni.
Son di Turpin coteste
riflessioni.
22
Il qual segue
a narrar che in quel villaggio,
sendo Marfisa maschio
contraffatto,
bizzarra e di cervello poco
saggio,
volle prender sollazzo qualche
tratto;
e cominciò con lubrico
linguaggio,
come fa qualche fanciullaccio
matto,
a tentar le ragazze forosette,
e le trovò maliziose e scorrette.
23
Quell'antica
innocenza villereccia,
un tempo celebrata da' poeti,
non avea piú né seme né
corteccia,
il rossor, il pudor si stavan
cheti;
perocché certi paladini feccia,
o vogliam dir filosofi discreti,
che villeggiavan l'autunno e la
state.
avean le villanelle addottrinate.
24
Il vizio ne'
maggiori è una magagna,
che ne' maggiori sol non sta
rinchiusa,
ma ne' minor si dilata e
accompagna,
e ognun adduce esempi ed ha sua
scusa.
Passa dalla cittade alla
campagna,
e sin nelle caverne alla fin
s'usa;
però i vizi de' stolti paladini
s'eran diffusi ancor nei
contadini.
25
Il lusso di
Parigi smisurato
aveva fatti i paladin fallire:
volevan sostenersi in grado
alzato
con debiti e con truffe da non
dire.
Facean lo stesso i servi nel lor
stato,
per imitare i grandi e comparire;
e le villeggiature de' signori
avean fatti i villani imitatori.
26
Non correan
piú que' rozzi panni e bigi,
que' zoccoli all'antica e i
cappellacci,
le forosette andavano a Parigi
spesso a tôr nastri e scarpette
ed impacci,
coralli che costavano luigi,
fior di seta, orecchin, ritagli e
stracci
e cappellin con fettucce e
frastaglie,
per pararsi d'amore alle
battaglie.
27
E come i
paladin davan l'esempio
con gabbi e scrocchi, estorsion,
prepotenze,
e faceano all'amor sino nel
tempio,
nel villeggiare, e mille
scandescenze;
i villanzoni acquistavan
dell'empio,
rinvigorendo assai le coscienze.
Le villanelle, stuzzicate, a furia
rubavan biade per gale e
lussuria;
28
e sapeano
scherzar coll'occhiolino
e alle richieste altrui non
ritrosire;
aderiano ai sospir d'un paladino,
massime aggiunte ai sospir poche
lire,
perché serviano a un nuovo
gamurrino
per farsi vagheggiare e benedire:
donde Marfisa da maschio vestita
la sua convalescenza ha
divertita.
29
E sendo un
giorno alla messa in parrocchia,
quando all'altar si volgeva il
piovano
a spiegare il vangel, Marfisa
adocchia
che dalla chiesa usciva ogni
villano:
- Perdio! che gracidar vuol la
ranocchia -
dicendo, - ella mi secca il
diretano; -
e usciti que' villan sul
cimitero,
siedeano al sol scherzando sopra
al clero.
30
- Odi tu -
dicea l'un - cotesto prete
a predicar che non si de' rubare?
Se il quartese de' furti gli
darete,
v'insegnerá a rubar, nel
predicare. -
L'altro dicea: - Se ben
l'ascolterete,
tutti i castighi, ch'ei sa
minacciare,
saran sospesi in ciel, se noi gli
diamo
nelle borse i quattrin che
addosso abbiamo. -
31
Diceva un
altro: - Notate voi bene
come fa grande il foco al
purgatorio?
come per levar l'alme dalle pene
chiede danar per lui
dall'uditorio?
So che cappon, c'hanno tante di
schiene,
purgan nel suo paiuol brobo in
martorio,
e che un gran foco nella sua
cucina
tormenta ariste di vitella fina.
32
-
Comprendereste voi che voglia dire
quel non rubar? - diceva un
villan scaltro.
- V'aggiugni un «ciò che tu non
puoi ghermire»,
e tosto intenderai - diceva un
altro.
- Naffe! tu parli meglio del Dies
irae -
gridavan tutti, - senz'altro,
senz'altro. -
Qui i villanzon rideano alla
distesa
del lor piovan che predicava in
chiesa.
33
Marfisa, con
Ipalca uscita anch'ella,
stava ascoltando i villan
risvegliati,
e poi diceva alla sua damigella:
- Benedetti i scrittori
illuminati!
Diffusa è sí la scienza novella,
che son sino i villan
spregiudicati:
questi pretacci e fratacci
ghiottoni
finito han di strippar co' lor sermoni.
-
34
Faceva Ipalca
il grugno di bertuccia
e rannicchiava il collo nelle
spalle,
co' detti di Marfisa si coruccia,
di Giosafat rammemora la valle.
Un riso alla bizzarra fuori
smuccia,
dicendo: - Vatti appiatta nelle
stalle.
Come concordi, beata Verdiana,
la santitá col farmi la ruffiana?
35
- Oh, Maria
del rosario! - rispondeva
Ipalca - io tutto fo per un buon
fine. -
Allor Marfisa piú forte rideva,
ischiamazzando come le galline.
Ognun di que' villani rifletteva
che si godesse delle lor
dottrine,
dicendo: - Quello è un paladin,
ch'approva
che noi sappiam dove la lepre
cova.
36
S'egli ha
campagne, a fitto le torremo;
quanto al rubar, veggiam ch'egli
è in accordo;
alle guagnel lo rigoverneremo;
ognun dal canto suo spennacchi il
tordo. -
La predica frattanto era
all'estremo
di quel piovan, che predicava al
sordo;
la turba in chiesa ad ascoltar
tornava
quel rocchio della messa che
restava.
37
A questo passo
Turpin moralista
fa parecchi riflessi, ch'io vi
taccio.
Forse la sua moral parrebbe
trista
a un secol ripurgato per lo
staccio.
De' paladin l'esempio lo
rattrista,
e vuol la correzion del
popolaccio
dipendente da quel; ma veramente
Turpino fu scrittor di poca
mente.
38
Perché voleva
che la religione
utile fosse anche dal tetto in
giuso.
Quanto alle ruberie delle
persone,
sí corto fu che le chiamava
abuso,
e prese un granchio a chiamar
«corruzione»
alla coltura perspicace e
all'uso;
dond'io d'epilogarvi non mi degno
i riflessi d'un uom di poco
ingegno.
39
Marfisa è in
nerbo, e la posta ritoglie;
corre come un dimon verso la
Spagna
con la sua imbellettata finta
moglie,
che col rosario in mano
l'accompagna.
Turpin la briga a narrarci si
toglie
alcune coserelle, e pur si lagna,
vedute da Marfisa, e scrive e
ciancia
delle cittá e castella della
Francia.
40
Giugnendo la
bizzarra in qualche terra,
o vuoi castello o cittá
provinciale,
metteva del calesse il piede a
terra,
e per gire a' caffè metteva
l'ale.
In alcun luogo, se Turpin non
erra,
il caffè si bevea dallo speciale.
Basta, di quelle adunanze Marfisa
lasciò un itinerario ben da risa.
41
In quel caffè
venien certe figure
da' paladin antichi discendenti,
abitanti in castei pien di
fessure,
puntellati i canton, rotti e
pendenti,
con le finestre metá di
scritture,
metá di vetri avanzati dai venti,
e con porte che, chiuse, non che
a' sorci,
non impedien l'ingresso a' cani,
a' porci.
42
Parte aveano
gabban di Salonicchio,
certi spadon, certe scarpe
infangate,
da ciabattin rimesso qualche
spicchio,
certe calze da sprazzi
indanaiate,
cappellini tignosi e come un
nicchio,
cappellon con le alacce mal
puntate;
e tuttavolta ognuno avea sua
scusa,
dicendo: - Oggi a Parigi questo
s'usa. -
43
Entravane un
con faccia larga e grassa,
rossa pel vin, pel sole
abbrustolita,
con la parrucca come una matassa
di lin, non ripurgata o
ribollita,
che per le guance penzolava
bassa,
con la coduzza dietro di tre
dita:
entrando, a tutti facea
riverenza,
e poi siedeva con magnificenza.
44
Un altro con
la faccia lunga e nera
ha le banduzze corte e
inanellate,
un parrucchin con gli aghi e con
la cera,
con sevo e gran farina
impastricciato;
e nondimen con una sicumera
nella bottega a seder era
entrato,
che mettea suggezione a tutti
quanti,
perocch'era un di quei che aveano
i guanti.
45
Era quel
parrucchino una letizia,
sul viso lungo e ner, sí corto e
bianco;
e la bizzarra gli facea
giustizia,
ridendo sí che le scoppiava il
fianco.
Quel gentiluom non entrava in
malizia,
ché di sé troppo è persuaso e
franco;
ma giudicando con sua fantasia,
sorride anch'ei per social
pulizia.
46
Vedeansi
giovanastri coi vestiti
di qua e di lá con gli ucchiei
replicati,
ma sopra il destro quarto
ricuciti,
segno evidente ch'eran rivoltati.
Gli untumi pel calor gli avean
traditi,
ch'anche al rovescio s'erano
affacciati,
massime sulla schiena a' capei
sotto,
ed è superfluo il ragionar del
rotto.
47
Pur nondimeno
alcuno era contento
con que' vestiti del diebus
illi,
perocché quattro sacca di
frumento
avea cambiato in due fibbie di
brilli;
e passeggiando la bottega, è
attento
di serpeggiar col piè dove il sol
stilli;
crescegli il cor, che gli occhi
degli astanti
ferisca il fiammeggiar de' suoi
brillanti.
48
Era un diletto
udirli al lor arrivo
chiamar: - Bottega! - in voce
gigantesca,
e all'apparir del caffettier
giulivo,
non voler piú che un gotto
d'acqua fresca,
il suo caffè disprezzando
cattivo:
pur convien spesso ch'egli fuor
se n'esca,
perocché si minaccia e non si
prega,
reiterando: - Bottega, bottega! -
49
Diceano al
caffettier que' ragazzoni
de' goffi sali e impertinenze
vili,
per fare i perspicaci e i
ciceroni;
poi si gettan ridendo nei sedili.
Il caffettier, che ha molte
erudizioni,
le dice con de' termini incivili,
e scopre il debituzzo e la
lordura:
ma che non vince al fin
disinvoltura?
50
In questo
postiglioni capitavano,
che avean le mance scosse per le
corse,
e in un stanzin della bottega
entravano,
sfoderando le carte con le borse.
Tosto que' paladin
s'affratellavano,
e la lor nobiltá lasciando in
forse,
puntano al faraone a tavolino,
superando in bestemmie il
vetturino.
51
Né perché un
birro sopraggiunga e punti,
que' nobili rampolli hanno
ribrezzo.
Frattanto i padri, alla bottega
giunti,
leggono le gazzette per un pezzo,
e notan negligenze, errori e
punti.
Alcuno grida: - O Dio, mi
scandalezzo,
il tal monarca s'è portato male,
e non fu cauto appien quel
maresciale. -
52
E qui della
politica e dell'armi,
di regi matrimoni e d'alleanze
diceano cose da scolpir ne'
marmi,
e di ragion di Stato e di
speranze,
ed han greche sentenze e latin
carmi,
per raffermare, e molte
sconcordanze,
topografie, geografie, misure,
che non si troveran sulle figure.
53
Sostengon
riscaldati e pettoruti
le loro opinioni, il pensamento;
pur insensibilmente son caduti
senz'avvedersi al scarso del
frumento,
e ad esclamar che, se Dio non gli
aiuti,
il viver sará un tedio ed uno
stento,
perocché l'uve anche poche
saranno,
e discordan sui prezzi di
quell'anno.
54
Un grida che
s'è sconcia una sua vacca
e per la menda ha citato un
villano.
Un altro all'oche d'un vicin
l'attacca,
ch'è danneggiato d'un quarto di
grano.
Uno è in furor; vuol spezzare una
lacca,
se sa chi ne' suoi fichi ha posta
mano.
Cosí restan monarchi, arme e
regine,
per oche, vacche, ficaie e
galline.
55
Turpin Marfisa
fa per le piú colte
cittá della provincia ancor che
passi,
e va notando osservazion
raccolte,
e costumi e cervei, difetti e
passi;
dice che in queste, alle
apparenze molte,
alle giostre, a' teatri, a'
giuochi, a' spassi,
alle carrozze, a' servitori,
all'oro,
si potea giudicar molto tesoro.
56
Ma nel
fermarsi alcuni giorni poi,
l'antico detto si verificava:
«tutt'òr non è quel che splende
tra noi»,
sicché Marfisa assai farneticava.
Vede alcun gentiluom, che, agli
occhi suoi,
a' panni molto agiato non
sembrava;
non tenea cocchio o pompa, e pur
in cera
del cor dipinta avea la
primavera.
57
Dall'altra
parte molti risplendenti
scorrer vedea ne' cocchi lor
famosi,
con certe risa sforzate fra i
denti,
con certi sguardi cupi e
sospettosi,
che dipingeano gli animi
scontenti
e de' pensier molesti e
tenebrosi;
donde Marfisa facea strani gesti,
veggendo i pover lieti e i ricchi
mesti.
58
L'alterigia,
il puntiglio, il fumo, il fasto
ben tosto discopriva
quest'arcano.
Gli appariscenti appiccavan
contrasto
co' men splendenti per la dritta
mano,
e per i posti a una festa, ad un
pasto,
e' metteano sozzopra il monte e
il piano:
volean risarcimenti e vergognose
cercan vendette per le vie
nascose.
59
Perocché
l'ozio e i sistemi novelli
aveano lor sí rinvilito il core,
che tenean gran ribrezzo de'
duelli,
ma ricorreano dal governatore.
Con invenzion, tradimenti e
tranelli
lo facean divenir persecutore;
poi boriosi in piazza, a visi
alzati,
narravan come s'eran vendicati.
60
Qui del
governatore uscieno arresti
e rabbuffi e minacce mal fondate.
Gli oppressi tosto facean
manifesti,
che le bugie scoprivano
storpiate:
e perché l'ira fa gli uomini
desti,
le lingue piú non eran moderate,
e allor sapeano tutti i
forestieri
delle famiglie il stato ed i
misteri.
61
E oscure
azion, prepotenze e clamori,
debiti, usurpi e liti poco sante,
e mille altre vergogne sbucan
fuori,
perché parta erudito il
viandante.
Sapeasi che i men ricchi ne'
colori
avean la casa in sostanza
abbondante,
e che, per non far debiti
all'usanza,
vivean modesti e con poca
baldanza.
62
Non v'era
altra ragion per le oppressioni
che la disuguaglianza de'
vestiti,
e de' risarcimenti le ragioni
erano sangui antiqui e gran
partiti.
Se v'eran degli agiati illustri e
buoni,
questi non difendevano i traditi,
perocché in terzo, in quarto o in
quinto grado
tenean con gli oppressori
parentado.
63
Era in que'
tempi il lusso una malia,
che cagionava piú d'una
ingiustizia.
L'uomo alterata avea la fantasia,
perdea d'ogni misura la notizia;
ed alla necessaria economia
aveva dato il nome d'avarizia.
Ciò cagionava gran confusione
ne' provinciali, povere persone.
64
Turpin delle
cittá de' provinciali
mille altri pregiudizi ed i
sistemi
ha scritto diligente negli annali
di conti e cavalier di cervel
scemi,
ed etiche peggior de' serviziali,
ridicole rubriche, insulsi temi,
a tal ch'anche Marfisa io vo'
trar fuori,
ch'ella mi fa pietá tra que'
signori.
65
Correndo a
stracca per la via piú mozza,
giunse sul fiume Iber, lá nella
Spagna,
e furiosa un giorno in Saragozza
entrò colla sua moglie o sua
compagna.
Qui con un locandiere si
raccozza,
sprezza le stanze, di tutto si
lagna;
poi scherza seco, poi ride, poi
grida,
ma finalmente piglia albergo e
annida.
66
Nelle
conversazion col suo guascone,
l'avea sentito mille volte a dire
ch'ei teneva efficace
inclinazione
d'irsene in Spagna prima di
morire;
però spera trovare il suo mignone
in Saragozza, o novella sentire
che glielo additi; e da maschio
vestita,
pe' caffè in traccia conducea la
vita.
67
Nelle botteghe
eran giunti i foglietti
ed i successi di tutti i paesi.
Que' pagani facevan rigoletti
per un caso avvenuto tra'
francesi;
e perch'eran nimici maladetti
per le guerre passate e ancor
accesi
contro l'andata bravura
francesca,
facean risa impulite alla
turchesca.
68
La dama vuol
saper di quelle risa;
drizzando un turco i baffi, le
rispose:
- Una sorella di Rugger di Risa,
ch'era una delle donne
strepitose,
fuggita è da Parigi alla recisa
da quelle che si chiaman sacre
spose;
ed ogni conghiettura è chiara e
piana,
ch'ella pel mondo faccia la
puttana. -
69
Marfisa era
filosofa a bastanza
perché quel titol non le desse
pena,
ma il parlar del pagan senza
creanza
di pregiudizio alquanto
l'avvelena;
e disse: - Non è molto bella
usanza
in faccia ad un francese giunto
appena
il dir ch'è una bagascia a
dirittura
una sua dama, e sol per
congettura. -
70
Rispose il
saracino: - In un francese
io non credea delicatezza in
questo,
perocché noi sappiam che al suo
paese
si ride d'un marito troppo
onesto,
e che le donne sono anche riprese
s'hanno del schizzinoso e del
modesto,
e che de' libriccin molto
applauditi
giudican tutti i casti scimuniti.
71
Se a ciò che
s'applaudisce che sia fatto
si vuol che il fatto poi solo si
taccia,
non siete ancor spregiudicati
affatto,
se non vi si può dire in sulla
faccia;
ma se tra voi si de' tacer
quell'atto
che commendate, qui vogliam
bonaccia,
e nelle nostre region vogliamo
rider de' parigin quanto bramiamo.
-
72
Fu la bizzarra
per appiccar zuffa,
ma il numer grande di que'
saracini,
e il timor di scoprirsi alla
baruffa
la tenne col cervel dentro a'
confini,
e fece come fa chi ride e sbuffa
ne' difficili casi repentini,
per mostrar del disprezzo e del
coraggio
verso qualche nimico poco saggio.
73
Era in sul
fatto Ferraú qui giunto,
nipote di Marsilio, re di Spagna,
che di cavalleria conosce il
punto
e co' suoi patrioti assai si
lagna:
poi con Marfisa in amistá
congiunto,
la serve e pel paese
l'accompagna;
e pur la guarda in viso, e
giureria
che non gli è ignota sua
fisonomia.
74
Marfisa Ferraú
conosce certo,
ché seco fatto avea piú d'un
duello;
ma fa del franco ed usa il tratto
aperto,
che lievi ogni sospetto dal
cervello.
Verso la piazza sentesi un
concerto
di corni e violini molto bello.
Il popol corre, dá d'urto e
schiamazza,
e tutta Saragozza è nella piazza.
75
Marfisa a
Ferraú ragion dimanda
di quel concerto e di quel gran
furore.
Le rispose il pagan che in quella
banda
da due giorni era giunto un
ciurmadore,
che avea di privilegi una
ghirlanda,
e cantatrici e piú d'un
suonatore;
ch'era per lui la cittá
sbalordita,
e si facea chiamar «cosmopolita»;
76
che da molti
francese è giudicato,
ma che alterava spesso la
favella;
che avea la sposa canterina a
lato,
con bella voce, assai scaltrita e
bella;
che vendea cataplasmi a buon
mercato,
ma che la moglie veramente è
quella
che con certi secreti suoi lavori
acquistava al marito de' tesori.
77
Giunsero nella
piazza passeggiando,
ma convien colle spinte farsi
strada.
Marfisa verso il palco va
guardando
per veder quella cosa come vada.
La folla la rispinge rinculando,
sicch'ella è quasi per cavar la
spada,
e pur il collo allunga da lontano
per veder questo nuovo
ciarlatano.
78
Parle veder, non le par ben
scoprire,
spera ingannarsi per la
lontananza;
vorria appressarsi piú, vorria
fuggire;
mostra negli atti molta
stravaganza.
Colui che i bussoletti e
l'elisire
alza ciurmando e ciarla
all'adunanza,
alla taglia, al sembiante, a'
capei d'oro,
le sembra ad evidenza Filinoro.
79
No, che non
v'è ne' romanzi del Chiari
sorpresa a quella di Marfisa
eguale.
Fece il viso d'un uom senza
danari,
aprendo gli occhi e una bocca
spannale.
Ferraú guarda e vuol che le
dichiari
quella sorpresa fuor del
naturale,
e sol trasse da lei
quell'africante:
- Oh, cospetto di Dio, questa è
galante!
80
Può fare il
ciel - soggiungea la bizzarra
fuori di sé, né sa d'esser udita
- che senza aver riguardo alla
caparra,
egli abbia sí vil giarda
stabilita?
Questo sarebbe saltare ogni
sbarra!
Non è possibil, scommetto la
vita;
traveggo, non è ver, non sará
desso,
e vo' serbarmi a vederlo
dappresso. -
81
Ferraú,
maggiormente curioso,
replica le richieste tuttavia.
Disse la dama: - Io son un po'
dubbioso
di conoscer colui; ma andiamo
via. -
Ferraú, ch'era un pagan generoso,
soggiunse: - Questa sera, in
cortesia,
nel mio palchetto a teatro
verrete
alla commedia e l'ore passerete.
-
82
Disse Marfisa:
- Volontieri accetto
e vi ringrazio della esibizione;
anche mia moglie condurrò al
palchetto,
perch'abbia un poco di
ricreazione;
ma vo' per grazia e per aver
diletto
e per far bella la conversazione,
che voi facciate al palco anche
venire
quel ciarlatan che vende
l'elisire. -
83
Rispose
Ferraú: - Questo fia fatto; -
diconsi addio, le man si sono
strette:
- A rivederci al cominciar
dell'atto,
nell'ordin primo, al numer
diciassette. -
Ferraú resta alquanto stupefatto.
Marfisa imita al partir le
saette:
non vede l'ora trovar la
compagna,
per esalarsi e bestemmiar da
cagna.
84
Giunta alla
stanza sua con ciglio oscuro,
getta il cappel per terra e lo
calpesta,
ed i vestiti scaglia contro al
muro;
la camicia sudata la molesta:
la trae stizzita, e col suo viso
duro
su e giú passeggia, astratta con
la testa,
ignuda mezza e con la spada a
lato,
e corre come un levrier
sguinzagliato.
85
Era a vedersi
una scena faceta
Marfisa mezza ignuda con la
spada,
che passeggia fanatica inquieta,
e Ipalca spaventata, che la bada
e che la guarda come una cometa,
non intendendo il fatto come
vada;
ma finalmente ardita le chiedeva
la ragion del furor che
l'accendeva.
86
Disse la dama:
- Senti: s'egli è vero,
alla croce di Dio! con un pugnale
gli spacco il cor, lo mando al
cimitero:
conoscerá Marfisa quanto vale. -
E detto questo, va come il
pensiero.
Ipalca replicava: - Chi e quale?
-
La dama irata si rivolge e dice:
- Ella è una cantatrice,
cantatrice.
87
È saltimbanco,
vende teriaca,
guadagna sulla moglie, fa il
ruffiano,
e m'ha ficcata questa pastinaca,
il turco, l'assassino, il
luterano! -
E pur s'infuria, bestemmia,
s'indraca.
Ipalca rispondeva: - Dite piano.
-
Ma pure strologando indovinava
per qual ragion Marfisa furiava.
88
Di quel
sospetto nulla piú fa sdegno
a Ipalca, che il sentire il
traditore
si fosse sottomesso all'atto
indegno
di dar la mano a una cantante e
il core.
- Che sia ruffian - diceva - io
mi rassegno,
ho pazienza che sia ciurmadore;
ma che una cantatrice sposata
abbia,
santissimo Gesú, questo fa
rabbia.
89
Io mi sento
agghiacciar piú che nel verno.
Una cantante! oh, san Francesco
mio!
una donna dannata in sempiterno,
per cui non ha misericordia Dio;
che ha mandate tant'anime
all'inferno,
cantando in sul teatro e che so
io!
una cantante, una scomunicata!
o Vergine Maria sempre laudata!
90
S'egli avesse
sentito un cappuccino
a predicare un dí, com'ho
sentito,
e gridare e sudar quell'angelino
contro queste donnacce da
prurito,
e a provar che son diavol con
l'uncino
sotto il belletto e sotto un bel
vestito,
diguazzando una barba veneranda,
le avria il guascon lasciate da
una banda. -
91
La stizza del
sentir discorsi sciocchi
pose a Marfisa l'altra ira in
bilancia,
e disse: - Non può far che l'ora
scocchi;
t'immaschera al costume della
Francia,
perocché le tue ciarle da pidocchi
gorgogliar presto mi farien la
pancia. -
E brievemente andarono a vestirsi
per gir alla commedia a
divertirsi.
92
E mascherate
al teatro sen vanno,
l'una com'uomo e l'altra come
dama.
Al numer diciassette picchiato
hanno:
Ferraú tosto, per acquistar fama,
apre, mettendo Ipalca a
saccomanno
con ceremonie, e quel momento
chiama
felice, glorioso, e dá del resto;
ma Ipalca affatto era inesperta a
questo.
93
Sei volte
un'«umilissima» infilzando,
con rossor di Marfisa, entra e
s'asside:
il sipario, che allor si andava
alzando,
il complimento, grazie a Dio,
recide.
La commedia si fa. Di quando in
quando
si picchiano le mani e il popol
ride,
e perch'ella era alquanto
curiosa,
Turpin ci lasciò scritta qualche
cosa.
94
V'erano in
essa di molti cristiani
posti in aspetto obbrobrioso e
tristo,
preti papisti e frati veneziani,
ch'altro eran ben, che imitator
di Cristo.
Ma tra gli altri cattolici
romani,
entro a quella commedia un ne fu
visto
d'un secolare spigolistro avaro,
che all'uditorio turco assai fu
caro.
95
Il poeta pagan
fingea che morta
fosse la moglie del divoto arpia,
e che i preti gli fossero alla
porta
per le candele e per portarla
via.
L'avaro, ch'era una persona
accorta,
per l'avarizia spender non volia,
ma per unirla alla religione,
col piovan facea scena in un
cantone.
96
- Per scarico
- dicea - di coscienza,
piovano, confessar vi deggio il
vero:
mia moglie, e ve lo dico in
confidenza,
nulla credea ne' successor di
Piero.
Le ho fatto correzioni in
scandescenza,
ma le fatiche mie furono un zero;
morí secreta eretica in peccato,
né deve esser sepolta nel
sagrato. -
97
Il piovano,
ammirato e grave in viso,
faceva del zelante e del
prudente,
dicendo: - A un caso occulto ed
indeciso,
non si deve dar scandalo alla
gente;
e poi so ch'ella è ita in
paradiso,
e il posso dir d'una mia
penitente.
Dovete anzi, di cere liberale,
farle un solenne onor nel funerale.
-
98
Ciò che
adduceva l'avaron marito
per non dar cere a quella
sepoltura,
ciò che il piovan rispondeva
perito
a voler torce di buona misura,
cagionava un dialogo fiorito,
di veritá ripieno e di natura,
a tal che i turchi pel rider
scoppiavano,
e le lor brache larghe
scompisciavano.
99
Ancor che
fosse Marfisa affannosa
pel saltambanco che non giunge
mai,
non tacque alla commedia
scandalosa,
che il cristianesmo rinvilisce
assai.
A Ferraú si volse dispettosa,
e disse: - Questi vostri
commediai
sono troppo maledici e indiscreti
contro ai cristiani, a' nostri
frati e a' preti. -
100
Ipalca certo
sarebbe fuggita,
ma giá dormiva alla seconda
scena.
Ferraú con maniera assai pulita
disse a Marfisa: - Non vi date
pena,
la politica nostra è stabilita,
nel far commedie in sulla turca
scena,
di porre in tristo aspetto
l'inimico,
per conservar nel popol l'odio
antico.
101
In ludibrio si
mettono i cristiani
e in una vista schifa e
abbominevole,
acciò non si battezzino pagani.
La massima non sembra
irragionevole.
Certo i vostri poeti son piú
umani,
e le commedie loro han del
piacevole;
e sembra, per voler retto
decidere,
che vogliano i cristian far
circoncidere.
102
Certi Macmud
dipingono prudenti,
molto teneri in cor, molto
pietosi,
certi bey, filosofi saccenti,
moralisti, divoti e generosi;
e per converso cristian
malviventi,
marchesi ladri e conti
pidocchiosi;
donde da noi si spera certo e
crede
che vorrete abbracciar la nostra
fede.
103
E inver sono
infiniti i cristian vostri
che voi chiamate «turchi
rinegati».
Fioccano a torme sempre a' templi
nostri,
non senza alcuni preti e alcuni
frati.
Forse annoiati son de'
paternostri,
o poveri o viziosi o disperati;
ma forse anche i scrittor mal
cauti fanno
cotesti disertor con vostro
danno. -
104
Marfisa nelle
spalle si rannicchia,
perocché quel discorso ha del
preciso.
Ecco un che gentilmente al palco
picchia:
è il ciurmador che avuto avea
l'avviso.
Marfisa nel tabarro
s'incrocicchia,
mettendo pria la maschera sul
viso.
Si desta Ipalca, e anch'ella
prestamente
s'è mascherata alquanto
goffamente.
105
In bocca la bizzarra
un sassolino
si getta per confonder la
favella,
caso che il ciurmador per rio
destino
fosse il guascon, che mai non
vorrebb'ella;
ma ci vuol flemma, ché insino a
un puntino,
al viso, al favellare, alla
gonnella,
alla disinvoltura, ed in sostanza
è Filinoro: è tronca ogni
speranza.
106
Bolle il
sangue a Marfisa, e le dá d'urto
nella pia-madre, e quasi esce dal
cerchio,
siccome il brodo nel paiuol ch'è
surto
pel troppo foco e spinge insú il
coperchio.
Un uomo, a cui vien fatto il maggior
furto,
che ha gran famiglia e nulla di
soperchio,
non ha metá dolor di quel che
prova
Marfisa, che il pidocchio alfin
ritrova.
107
Avea questo
filosofo guascone,
poiché lasciò quel padre abate
santo,
piantato il laico a piè, suo compagnone,
dormente un giorno e cotto piú
che alquanto;
e venduto il destriere ed il
rozzone
e i ricchi guarnimenti, trasse
tanto
che poté tôr le poste e far
viaggio,
piantar carote e cambiar
personaggio.
108
Qui apparve
abate, lá uffizial da guerra,
qua inviato secreto con arcani,
lá pellegrin che per gravi colpe
erra,
e tenta d'elemosine i piovani;
in qualche castelletto, in
qualche terra,
fu giuocator col diavol nelle
mani,
perocché certo e' le sapeva tutte
e aggiunge alle dottrine di
Margutte.
109
Protettor
fatto d'una cantatrice,
vestito nobilmente e riccamente,
ei fu in sul punto, per quanto si
dice,
ch'era il borsello suo
convalescente.
In questa bella trovò la fenice,
amante men dell'altre fintamente,
ma non tanto fenice che donasse,
se prima il cavalier non la
sposasse.
110
Avea raccolta
questa verginetta,
tra onesti doni e le merci
onorate,
d'orivuol, gemme e astucci una
cassetta
e borse d'òr da esser venerate,
perché con sdegni casti e senza
fretta
e con rifiuti le aveva
acquistate,
con modesti atti e discorsi
morali
e con le sette virtú cardinali.
111
Ma poiché
molto il pericol, dicea,
d'ir sui teatri la mortificava,
ché la sua castitá, che salva
avea
sino a quel punto, si
perseguitava,
a sposar Filinoro discendea
e i santi acquisti in dote gli
recava;
ma veramente l'accieca la brama
di sposar Filinor per esser dama.
112
Filinoro,
filosofo in bisogno,
non ebbe alcun ribrezzo e se la
prese,
dicendo in cor: - Tu sarai dama
in sogno;
co' tuoi borsel mi lascia ire
alle prese;
quando ho danar, di nulla mi
vergogno. -
E cominciò di smisurate spese,
e veste e giuoca e spende senza
fine,
e tratta principesse e ballerine.
113
In poco tempo
al verde s'è ridotto.
Alla dama consorte il ver celava;
pur, perch'ella il vedea giuocare
al lotto,
ad un sí triste segno sospettava;
ma finalmente scopre ch'egli è
rotto,
che le vesti e le cuffie le
impegnava,
e cominciava ad appiccar baruffa:
ma invan con Filinor si grida e
sbuffa.
114
Che con moine,
carezze e scherzetti,
quel ch'ei disegna, ben le fe'
comprendere:
comincia in casa a condur degli
oggetti,
paladini e milord che potean
spendere;
gli pianta e parte al canto de'
duetti
e di quell'arie che soleano
accendere.
La dama sposa per necessitate
l'util modestie ha infin
rinnovellate.
115
E perché giova
in cosí fatta tresca
cambiar paesi e riuscir novelli,
questa coppia gentil piantò
bertesca
e in diverse cittá vischio agli
uccelli.
La dama, ch'era una lana
sardesca,
al cavalier tenea stretti i
borselli,
dond'ei che i vizi suoi vuol
mantenere,
si fece ciurmador, di cavaliere.
116
Ma lo faceva
con magnificenza
e suoni e canti e livree ben
guarnite.
La moglie in casa non facea
credenza,
ed egli in piazza spaccia
elisirvite;
e tenendo nel dua la rubescenza,
di qua, di lá le genti ha
sbalordite.
Da pochi giorni in Saragozza egli
era,
e in brieve nel palchetto è
quella sera.
117
Quando riebbe
la bizzarra il fiato,
fece forza a se stessa:
discorrendo
col sassolino fitto nel palato,
molte richieste al guascon va
facendo.
Quel diavol, ch'era un golpon
scozzonato,
alle dimande va soddisfacendo:
nelle risposte si fe' grande
onore,
salvo che apparve un po'
millantatore.
118
Non so qual
fosse degli angeli bigi,
che inducesse la dama a far
richiesta
a quel cosmopolita se Parigi
vedesse, andando in quella parte
o in questa,
ché le pareva in chiesa a San
Dionigi
veduto averlo a messa un dí di
festa;
e ch'anzi, poiché ogni uom alfin
pur ama,
l'avea veduto a far scherzi a una
dama.
119
Disse il
guascon: - È vero, è vero, è vero.
Era costei di famiglia elevata,
Marfisa detta, sorella a Ruggero,
morta per me, basita, spasimata.
Per dirvi tutto, io l'aveva nel
zero,
né so dir come l'abbia
sopportata,
ché le puzzava il fiato ed era
pazza,
ed anche anche non molto ragazza.
-
120
Or qui Marfisa
lascia ogni contegno,
allarga il suo tabarro, e strigne
il pugno,
gridando: - O figlio di puttana,
indegno! -
gli sciorina una nespola nel
grugno.
La maschera le cade a questo
segno,
la faccia ha calda piú che al sol
di giugno,
e gli schiaffi e i cazzotti
replicando:
- Becco, ruffian! - gridava
trangosciando.
121
Ipalca è
anch'essa smascherata e grida:
- Ponete, Dio, la vostra santa
mano. -
Ferraú sembra incantato da Armida
e non intende questo caso strano.
- Olá, zitti, si calmi e si
divida, -
gridava dal palchetto ogni
pagano;
il teatro è commosso in tutti i
lati,
e i comici si stan co' visi
alzati.
122
Il guascon
l'influenza vuol fuggire
e del palchetto aperto ha giá la
porta:
di stizza la bizzarra ecco
svenire;
nelle braccia d'Ipalca è mezza
morta.
Ferraú non rifina di stupire,
e faceva la bocca d'una sporta;
ma divenne peggior la
circostanza,
che il caso non è ancor brutto a
bastanza.
123
Rugger dietro
la traccia de la suora
a Saragozza assai stanco è
arrivato.
Egli era tutto fango e tarda è
l'ora:
a casa Ferraú l'uscio ha
picchiato;
non che sapesse di Marfisa
ancora,
né ch'abbia in Saragozza il piè
fermato,
ma per non alloggiar nelle taverne,
che in Spagna son peggior delle
caverne.
124
Ferraú gli era
stato amico assai,
né spezza l'amistá religione.
Rugger gli aveva scritto
sempremai,
mantenendo social correlazione.
Un servo al buio gli rispose: -
Andrai
al teatro, se cerchi il mio
padrone,
al numer diciassette, all'ordin
primo. -
Rugger dal sommo il fe' scendere
all'imo.
125
Poiché gli ha
consegnato il suo destriere,
vuol ire alla commedia, e giá
s'avvia
stanco, con gli stivai, né vuol
sedere,
ché Ruggero è un gioiel da
compagnia.
Tanto gli è ver ch'egli era
cavaliere,
che, benché la commedia a mezzo
sia,
la paga die' alla porta
interamente
con un sussiego d'uomo
indifferente.
126
Al numer
diciassette è per picchiare.
- Questa è - dicea - delle belle
sorprese;
in trasporto vedrò Ferraú andare,
venirmi incontro con le braccia
tese. -
Ma spesso avvien il contrario al
pensare.
Ardeano allor le premesse
contese;
Filinor per fuggir da quella
guerra,
sbuca e spinge Rugger col culo in
terra.
127
Lasciando il
paladino a gambe alzate,
trova la scala senza chieder
scusa;
Rugger, che cerimonie ha
immaginate,
si rizza con la mente assai
confusa.
Entra nel palco, e vo' che
giudichiate
se rimanesse con la testa busa;
Marfisa e Ipalca son senza bauta,
e tutta è sbottonata la svenuta.
128
Ferraú carta
alla lumiera accende
ed alla dama suffumigia il naso;
l'entrata di Rugger nessun
comprende,
perché son tutti stolidi del
caso.
Rugger conosce ognun, ma nulla
intende,
e duro duro nel palco è rimaso;
rinvien Marfisa, e tutti tre in
un punto
iscopron Rugger, ch'era qui
giunto.
129
Ferraú con un
«oh!» d'ammirazione
volle abbracciar l'amico e a
mezzo resta;
Marfisa con un «ah!» di
soggezione
rimase con la faccia bassa e
mesta;
Ipalca con un «uh!» di confusione
si cacciò la bauta sulla testa;
Ruggero con un «eh» si morse un
guanto,
ed io coll'ipsilon termino il
canto.
FINE DEL CANTO
UNDECIMO
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