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CANTO DUODECIMO ED ULTIMO
ARGOMENTO.
Ritrova Orlando in luogo stran Morgante.
More il guascon per la filosofia.
Si dá un dettaglio general galante
di Carlo e Francia e della baronia.
Move la guerra Marsilio arrogante.
La bizzarra ha una fiera pulmonia:
guarisce mal, ché tisicuzza resta;
da pinzochera alfin caccia una vesta.
1
Della mia
penna d'oca, alme annoiate,
questo è l'ultimo corso e del mio
inchiostro.
È Marfisa al suo fin, non
dubitate;
non mi chiudete il caro udito
vostro.
So che in picciol drappello siete
state,
che lo stil mio non è pel secol
nostro,
ma un rancidume italian che
offese,
non essendo condito col francese.
2
Soccorri, o
Febo, i sezzi versi miei.
O Febo, o Febo, non sei giá piú
il sole.
Ciechi siam tutti, e ben esser
vorrei
scrittor, piú che di cose, di
parole.
Né tu se' un dio, né gli altri
dèi son dèi;
sono squagliate omai le antiche
fole;
ma perch'io tengo ancor di muffa
un poco,
scandalezzando ognun, te, Febo,
invoco.
3
Difendi almen
la povera mia pelle
dall'ugne di seimila e piú
Marfise,
che son rimaste vecchiette e
donzelle,
perché non han le bizzarrie
recise.
Tutte vorran di brigata esser
quelle
in quella che Turpino un tempo
mise;
e non varran proteste o apologie
con queste imbestialite anime
mie.
4
Da' Nami
avari, dagli Astolfi vani,
da' Terigi grossier, dagli
Olivieri,
da' Rinaldi ebbri, da' divoti
Gani,
Avini, Avoli, Ottoni,
Berlinghieri,
e Guottibuossi e Gualtier
cappellani,
e tante dame e tanti cavalieri
che a quelli di Turpino han
somiglianza,
mi salva: io non ho colpa né
arroganza.
5
Solo i Marchi
e i Mattei da San Michele
hanno alcune cagion
d'irritamento,
ché fûro un dí molesti alle mie
vele,
ma dicono: - Mea culpa e
me ne pento. -
Spegner non posso piú le lor
candele,
che stan come memoria e
monumento;
ma giuro a Dio che, se al mio sen
verranno,
cordiali baci ed amicizia
avranno.
6
Al secolo
torniam di Carlo Mano,
alle dolenti note di Turpino,
a Filinoro fatto ciarlatano,
alla bizzarra ed al fratel
meschino,
a Dodon sciolto, al danese
cristiano,
ad Orlando, ad ogni altro
paladino,
perocché incominciando s'ha
intenzione
di dare all'opra alfin
conclusione.
7
Il vecchio
Uggero in traccia di Marfisa
non andò molto lunge dalle mura.
Cavalcò poche miglia alla ricisa,
con gran molestia d'una sua
rottura,
dicendo: - Io sono il soccorso di
Pisa;
il zelo v'è, ma stanca è la
natura. -
Chiese notizie a parecchi
villani,
la fece dire in chiesa a tre
piovani.
8
Ma finalmente,
stanco e appassionato
d'aver abbandonata Galerana,
che aveva innanzi agli occhi in
ogni lato
per lui dolente e vecchia e poco
sana,
la rottura e l'amor l'han
consigliato:
è la speranza per Marfisa vana;
sicché tornò a Parigi di
portante,
lasso come venisse da Levante.
9
Giunto a
Parigi, Galerana attenta
volle gli fosser poste le
coppette,
sei sopra i lombi, e grida: -
Ch'ei le senta, -
ed una in sulla nuca, che fûr
sette;
né mai fu lieta né mai fu
contenta
se anche un servizial non se gli
mette,
dicendo: - So ben io che un
serviziale
a un riscaldato è la man
celestiale. -
10
Dodone aveva
scorsa l'Inghilterra,
invano di Marfisa ricercando.
Qui d'un suo portafogli, che
disserra,
ben mille commession venne
cavando,
ché al partir di Parigi un serra
serra
aveva avuto di «vi raccomando»,
sentendo ch'ei di Londra va a'
confini,
da cavalieri e dame e paladini.
11
Spiegando i
bullettin, che avea riposti
per la gran fretta senza fare
esame,
legge che astucci e oriuoli avean
posti,
catene, tabacchiere e vasellame,
mille lavor fantastici e
supposti,
e tutto d'oro e niente di rame;
indi guaine o vuoi stivali o
guanti
per certe dita de' moderni
amanti.
12
Certe manteche
stimolanti ed atte
a risvegliar la snervata
lussuria;
certi spiriti ed acque ad arte
fatte,
che metton nelle reni della
furia;
e cento libri osceni e cose
stratte
contro contro al ciel, contro la
romana curia,
e insegnamenti a creder solamente
nel vin, ne' cibi e al coito
allegramente.
13
Il bello era a
veder ne' bullettini,
massime in que' che i libri
ricercavano,
le scritte commession da'
paladini,
di spropositi piene, che
fummavano.
Parean note dell'arte de'
facchini
a tal che appena si
raccapezzavano;
pur volean libri usciti sul
Tamigi,
per fare i letterati per Parigi.
14
Fu per
scoppiar di rabbia Dodon santo;
ma finalmente si metteva a
ridere,
gridando: - O paladini, o secol,
quanto
cercate il mal dal ben scêrre e
dividere!
Beata etá, se tanto
mi dá tanto,
chi retto può dell'avvenir
decidere?
Felici tutti i secol che verranno
dietro la traccia di costor che
sanno. -
15
Arsi ha i
viglietti delle ordinazioni
Dodone e verso Francia via
galoppa,
dicendo: - O vili,
o porci, o mascalzoni!
Rotta ogni chiave omai, rotta
ogni toppa.
Astucci d'oro, e d'òr
repetizioni!
Color mi pagherieno alfin di
stoppa.
Guaine, unguenti, libri da
puttane!
M'hanno posto nel ruol delle
ruffiane. -
16
Cosí ridendo
ed ora bestemmiando,
sprona il destriere e spaccia la
campagna.
Ora troviamo un poco il conte
Orlando,
che cerca invan Marfisa in
Alemagna.
In una piazza a Vienna capitando,
gente vide che s'urta e si
scalcagna,
che usciva fuor d'un grand'uscio
ed entrava
al quale un carantano si pagava.
17
Sopra
quell'uscio grande una gran tela
era appiccata, e un uom dipinto
in questa:
parea formato il quadro d'una
vela,
tanto è l'uom di statura
disonesta.
Fuori è un che trangoscia e si
querela
con voce roca, e sopra al quadro
pesta
con una verga, e grida, e ognun
consiglia
ad appagarsi della maraviglia.
18
Orlando guarda
la trista pittura
del gigante ivi esposto, e crede
certo
che ignota non gli sia quella
figura;
pure il ritratto non conosce
aperto.
La curiositá della natura
lo spinge all'uscio; il carantano
ha offerto;
entra ed iscopre con stupor
davante
spettacol del casotto il gran
Morgante.
19
Il Pulci in
modo arcano lasciò scritto
che pel morso d'un granchio egli
era morto;
ma per allegoria s'intenda il
vitto
d'un casotto, e il suo fine un
tristo porto.
Orlando fuor di sé, dal duol trafitto,
gridò: - Fortuna, è troppo grave
il torto!
Com'hai ridotto in sí misero
stato
un che con le mie mani ho
battezzato?
20
Caro
figlioccio mio, gigante degno,
chi ti condusse a tanta
estremitade?
tu che meco domasti piú d'un
regno,
spargendo il sangue per
cristianitade? -
Morgante a questa voce, ad ogni
segno,
conobbe Orlando suo, pien di
bontade,
e si coperse con le mani il viso,
a un pianto abbandonandosi
improvviso.
21
Il conte
l'abbracciò teneramente,
e in una stanza trasse il suo
gigante,
dov'è un gran pagliariccio
puzzolente,
su cui dormiva il povero
Morgante.
Quivi cresce di lagrime il
torrente:
fu per morir d'angoscia il sir
d'Anglante,
e chiede al catecumeno suo monte:
- Chi t'ha uguagliato ad un rinoceronte?
-
22
Rispose quel:
- Poiché mi battezzasti,
e ch'ebbi per Gesú tante ferite,
e tanti turchi col battaglio ho
guasti,
vinte cittá, rotte schiere
infinite;
giudicai d'aver fatto quanto
basti
a meritarmi il pan per mille
vite;
ma Carlo in pace, grasso e
rimbambito,
ebbe nel dua chi l'aveva servito.
23
Tu sai del
memorial ch'ho presentato:
ch'ei mi facesse almeno alfier si
chiese;
ed egli alfier mi fece riformato
con que' meschin cinque ducati il
mese.
Giá conosci il mio ventre
dilatato
e s'eran sufficienti per le
spese:
ebbi tant'ira, caro paladino,
ch'io fui per farmi ancora
saracino.
24
Molte donne
cristiane parigine,
innamorate della mia grandezza,
m'avrien soccorso con un certo fine;
ma non vo' dirti la lor
sfrenatezza.
Oh quai costumi! oh che buone
farine!
perché la chiesa vostra ancor
battezza?
Irato, stomacato, sbalordito,
ospite insalutato son fuggito.
25
Non volli
abbandonar la nuova fede,
perché l'ho ancora in buona
opinione.
Tu dicesti: - Esser cieco de' chi
crede,
de' sperar, abbia o non abbia
ragione. -
Sperando, sono andato sempre a
piede;
servii, sperando, di
guardaportone;
ma, perch'io mangio assai, mi
diêro il bando:
partii cieco credendo e ognor
sperando.
26
Pelle ed ossa,
una mummia era ridotto,
sembrava la figura d'un sudario.
Videmi un cavaliere, industre e
dotto
de' teatri e dell'opere
impressario;
mi disse che, s'entrassi in un
casotto
per lui, meco saria Cesare e
Dario.
Risposi sí, ché vedeva la fame
e da tre dí vivea di fieno e
strame.
27
Mi fece por
sopra un gran carro chiuso
questo caritatevol ortodosso,
perché nessuno mi vedesse il
muso,
per non aver pregiudizio d'un
grosso.
Di cittade in cittá di me fece
uso;
tu vedi il modo, ch'io tacer ti
posso,
e servo per le spese come il
miccio,
la notte dormo in su quel
pagliericcio. -
28
Morgante qui
le lagrime rinnova,
che ognuna avrebbe empiuta una
scodella;
i suoi merti rammenta e il duol
che prova
per la prostituzione e si
martella;
qualch'eresia gigantesca ritrova,
ché la disperazion lo discervella
e dice della fede e la speranza
cose contro gli arcani e la
costanza.
29
Orlando molto
lo rimproverava,
col viso brusco, sussiegato e
fiero,
dicendo: - Anche nell'onde
s'affogava,
perché mancò di fede, un dí san
Piero.
Colle tribolazion Dio ti provava,
per veder s'eri buon cristian da
vero. -
Disse il gigante lagrimoso e
chiotto:
- È ver, ma risparmiar potea il
casotto.
30
- No - grida
il conte, - vessazion piú fiera
dell'esporti al casotto potea
darti;
la berlina, la frusta e la galera
potean giugnere ancora a
tribolarti.
Vedi che inaspettato questa sera
a Vienna m'ha spedito a
sollevarti. -
Grato Morgante allora è al ciel
rivolto,
ché frusta né galea non l'abbia
còlto.
31
Coll'impressario
il roman senatore
ebbe molte parole e molta pena
per liberar Morgante, ché il
signore
ha una scritta peggior d'una
catena.
Il conte è pien dell'antico
furore;
colui non par che lo badasse
appena,
e disse: - Piú non s'usano i
bestiali;
cantan le carte e sonvi i
tribunali. -
32
Dal suo
procurator corre volando.
Ecco un messo togato viene
ansante,
che intima una gran pena al conte
Orlando
e nel casotto sequestra il
gigante;
poi cita il senator, per non so
quando,
a non so quale tribunal davante.
Quest'ordin, questo messo, queste
carte
fecero smemorare il nostro Marte.
33
E cominciava
gli occhi a stralunare,
dicendo: - O Dio del ciel, che
cosa è questa!
può la giustizia un furbo
spalleggiare?
qual è la triste azion, qual è
l'onesta? -
E volea lo staggito via menare.
Morgante ride e crollava la
testa,
dicendo: - Ecco per me, caro
campione,
della galera la tribolazione. -
34
Molti tedeschi
Orlando han consigliato
a non commetter criminal per
certo,
perocché avrebbe in tutto
rovinato
nel vero punto la question del
merto.
- Voi avete avversario un
avvocato
- dicean - ch'è ben inteso e
molto esperto,
e saprá côr vantaggio in sui
trapassi:
bisogna misurar l'ordine e i
passi. -
35
- Qual ordine?
quai passi? - il conte grida
quanto spender dovrò? quanto
piatire? -
Diceano quei: - Se avrete buona
guida,
basteran tre o quattr'anni a
diffinire.
Chi volete del spender che
decida?
non si misuran ne' litigi lire. -
Morgante ride e dice: - Conte
mio,
tribolazioni che ti manda Dio! -
36
Non poté
Orlando trattener le risa,
pensando al vecchio ed al nuovo
costume.
- Questa spada tal causa avria
decisa
a' giorni miei - dicea -
senz'arte o acume.
Mille pupille e vedove in tal
guisa
da tirannia levai, da mendicume.
A non poter trar fuori, or son
ridotto
un da me battezzato, d'un
casotto.
37
Giudici miei,
non siate addormentati;
delle leggi si fanno iniqui abusi
da una caterva d'uomin
scellerati:
deh! non sedete sonnolenti e
ottusi.
Certi procurator, certi avvocati
fan mille oppression, mille
soprusi,
temerari affidando alcuna volta
in chi dorme sedendo o male
ascolta.
38
O siate
vigilanti ad impedire
i lacci occulti, i forensi
veleni,
o lasciate l'un l'altro ogni uom
ferire
per le proprie ragioni e i propri
beni.
Questo è un voler far tisici
morire
mezzi i soggetti vostri d'amor
pieni,
ed un voler che chi non ha danari
sia pasto de' piú furbi e de' piú
avari.
39
Dov'è quel
mascalzon dell'impressario?
Non vo' consigli o fòro o
citazione,
né star tre anni in mano col
lunario
a legger ferie e dí di riduzione.
Non so di merto o d'ordine o
divario,
non voglio prima istanza o
appellazione:
piú non conosco la ragion qual
sia;
voglio pagar la sua bricconeria.
-
40
Or qui in
maneggio quella lite andava
tra il conte Orlando e l'avverso
avvocato,
il qual di cerimonie il caricava,
vantandosi sincero ed onorato.
Il conte d'un sudor freddo sudava
e chiude gli occhi e chiede esser
spacciato.
Dunque per il real lucro cessante
cento zecchin fûr chiesti pel
gigante.
41
Orlando gli
pagò subitamente,
piú del solito guercio ma
scherzevole,
dicendo: - Ella è un signor
conveniente:
la richiesta è discreta e
ragionevole.
La prego a riverirmi il suo
cliente,
al qual parto obbligato ed
amorevole.
Il cielo a lei mandi sempre
lavoro
e quanto le desidero nel fòro. -
42
Il sir
d'Anglante gli volse le schiene,
chiama il gigante e mettonsi in
viaggio
verso Parigi. - Meco al male e al
bene
starai - diceva Orlando, - ma sie
saggio. -
Morgante rispondeva: - Io non so
bene
se i saggi o i matti trovin piú
vantaggio;
vedo nel mondo certe stramberie,
che saran chiare al novissimo
die. -
43
Rispose
Orlando: - Questo avvien, mi credi,
perché gli uomin si scostan dal
Vangelo.
Contan le man, la bocca, il
ventre, i piedi,
e dicono: - Un sipario azzurro è
il cielo,
e togli quel che puoi e quel che
vedi;
e se vuoi pace, altrui tien
l'arma al pelo,
e stupra e strippa e procura
dovizia,
ché dorme e si delude la
giustizia. -
44
Tosto che fu
trattato l'eroismo
da certi libriccini geniali
col titol di pazzia, di fanatismo
ne' martiri, ne' forti e ne'
leali,
fu una conseguenza l'ateismo
e il far la societade d'animali,
ma d'animai tanto peggior de'
bruti,
quanto di questi gli uomin son
piú acuti.
45
Non sarien
tanti astuti tra le genti,
se tra le genti non vi fosser
sciocchi,
fra quai si denno porre anche i
prudenti,
che offesi son dai furbi e
chiudon gli occhi;
poiché son oggi gli astuti
insistenti,
e la prudenza abborrisce gli
stocchi,
donde i prudenti sopraffatti e
oppressi
nel numer degl'ignocchi vengon
messi.
46
Se la massima
«Fa' quel che tu possa»
prevale alla «Non far quel che
non devi»,
il povero di spirto è nella fossa
e non trova nessun che lo
sollevi;
ché se alcun'alma a sollevarti è
mossa,
benefizio non è quel che ricevi.
Nel tuo impressario fa' che tu
discerna
un'alma generosa alla moderna.
47
Tu vedi in che
consiste oggi la gloria,
che un dí coll'eroismo
s'acquistava.
Fosse pur fanatismo: alla memoria
ho che in util del popolo
tornava.
Or un tuppé, un vestito è una
vittoria
a' nostri stolti paladin di fava;
e l'oriuol co' dondoli e la dama
e un bel convito lor dá pregio e
fama.
48
Certa
ignoranza, certa nebbia folta,
cert'ozio, certa voluttá brutale
occupa tutti, fa ogni mente
stolta;
e una certa ingordigia
universale,
che han tutti a voler tutto in
una volta,
per satollarsi, vada bene o male.
Debito, amor, inganno e mal
francese
fa pien di disperati ogni paese.
49
Rilieva il
segno de' gran disperati
dalle campagne, d'assassin
covili,
da que' tanti da lor stessi
impiccati,
da que' che balzan giú da' campanili.
Forse i Scevole e i Curzi son
tornati?
Cerca i moventi e saran lordi e
vili,
ché il troncar la credenza sopra
il tetto
ha sempre cagionato un tristo
effetto.
50
Tant'è,
Morgante; stiam costanti e fissi,
trapassiam della vita
l'ultim'ore;
e morendo co' nostri crocifissi,
speriam trovar di lá vita
migliore.
Io dirò sempre: - Ciò che
scrissi, scrissi. - E
qui piangeva il roman senatore.
Anche il gigante gli occhi
imbambolava,
seguendolo alla staffa, e singhiozzava.
51
Lasciamgli
andar verso Parigi. Il testo
ritorna a Filinoro saltimbanco,
che, fuggendo il palchetto sí
molesto,
trova la moglie, travagliato e
stanco,
e fece fare i suoi fardelli
presto,
ché pargli aver qualche sicario
al fianco;
poi, caricata una sua gran
carrozza,
quella notte partí di Saragozza.
52
Di cittade in
cittá, di fiera in fiera
espose gli stagnoni e i
bossoletti,
ma il suo commercio scarseggia in
maniera
da non poter comperar sei
panetti.
Anche all'uccellagion della
mogliera
venien pochi tordi e magheretti,
perocché i capitali erano mezzi
e v'è stagione in cui son schifi
i vezzi.
53
L'arte del
ciurmadore Filinoro
lascia in una cittá che nol
conosce,
e torna cavalier posto in decoro
per cercar via di riparar le
angosce.
Si mette al petto un bell'ordine
d'oro
e cammina diritto in su le cosce;
nelle ricreazion si producea;
le dame d'esso gelose facea.
54
D'una tra
l'altre, vedova opulente,
a Filinor molto garbava il core,
e giá le avea rubata sí la mente,
ch'ella sposato l'avria per
amore.
Ma v'era il nodo fatto
anteriormente,
ostacolo importuno a côrre il
fiore.
Filinor, dotto nei nuovi sistemi,
né ammaina vele né ritira i remi.
55
Studiato avea
quella bella lezione,
che il mal occulto mal non era
certo,
e che sol era mal d'opinione
quando venía nel pubblico
scoperto;
donde una sua scientifica
intenzione
va mulinando, d'uom di vero
merto:
Turpin la scrisse e d'aver pianto
accenna;
ed a me nelle man triema la
penna.
56
Trovo memorie
di certo veleno,
di certi ordin secreti
scellerati,
che ammorzan quasi il plettro nel
mio seno;
pur i miei fogli esser denno
imbrattati
di relazion da fare il gozzo
pieno
a' mascalzoni affamati e
assetati,
che con lor voci chiocce van
gridando,
seguita la sentenza o dato il
bando.
57
E deggio dir
che vedovo è rimasto
il guascon della sposa
cantatrice;
ma che il dotto pensiere gli fu
guasto
che non sia male il mal dalla
radice;
perché l'idea d'occultazione è un
pasto
nell'empio malfattor molto
infelice.
Le azioni proibite han troppe
cose
che restar non le lasciano
nascose.
58
Nota che senza
violenti brame
l'uom non si mette della vita a
rischio.
Avarizia, vendetta, amore o fame
lo sbalordisce e fa calare al
fischio;
e chi è fuor di sé, tutte le
trame
non sa evitar né vede tutto il
vischio;
cieco trasporto è guida e cieche
desta
d'occultazion lusinghe in cieca
testa.
59
Il non aver al
fatto testimoni,
il colorir col pianto un gran
dolore,
il far di mali scorsi narrazioni,
di predizion d'alcun bravo
dottore,
ed un torrente d'acute invenzioni
non giovano al guascon buon
dicitore,
che sostien solo superfizialmente
quel «Non v'è mal, se occulto è
fra la gente».
60
Un frate vi
direbbe che il peccato
accieca l'empio per voler di Dio.
A questa opinione, umiliato
e pieno di credenza, assento
anch'io;
ma posso dir senz'esser
condannato,
fuor dai mirabil anche, il parer
mio:
l'empio, sciente d'esser in
periglio,
ha dipinto l'interno sopra al
ciglio.
61
Nelle
dimostrazion giusta misura
prender non può, sicch'egli
affetta alfine,
perch'altera il cervello la
paura,
e passa il vero natural confine.
L'iniquo Filinor tutto proccura,
ma troppe son le smanie e le
moine,
troppi i discorsi, le proteste, i
pianti
per chi lo conosceva per lo
avanti.
62
Aggiungi che la povera ammalata
aveva detto al medico
all'orecchio:
- Temo d'esser, dottore,
avvelenata;
il mio marito è un vil traditor
vecchio. -
L'Ippocrate l'avea molto
osservata
ne' sintomi e nel vano suo
apparecchio,
e finalmente in se stesso è
d'avviso
che un velen l'abbia spinta in
paradiso.
63
Consegna a'
tribunali i suoi sospetti
e della morta i secreti timori.
Sparasi occultamente; ecco gli
effetti
d'un funesto velen
negl'interiori.
Non dimandar se adopran
gl'intelletti
i cancellier, magnifici signori.
La fame è un dio cerusico
oculista
per aguzzare a' cancellier la
vista.
64
Secreti esami,
tracce, costituti
vanno guastando la filosofia;
a parecchi stranier, che son
venuti,
del guascon nota è la fisonomia;
sui popolar bisbigli non son
muti;
va razzolando la cancelleria,
trova che fu bandito, ciarlatano,
abate, baro e marito e ruffiano.
65
Vedi quante
gran cose inaspettate
e non previste, o forse non
temute,
al filosofo nostro son pur nate,
le sue cautele a far zoppe e
scrignute!
Le fogne invan si tengono turate:
dove stanno si sa che intorno
pute.
Chi le malizie de' scrittor
comprende,
da' lusinghier sofismi si
difende.
66
Gli amori
colla ricca vedovetta,
le brame del guascone ed i
pensieri,
tutto si scrive e va per
istaffetta.
Piangean per l'allegrezza i
cancellieri.
L'industre criminale formichetta
pel fil della sinopia ha i lumi
interi,
ed al sistema che il mal non sia
male,
fu spennacchiato il culo e rotte
l'ale.
67
Non bisogna
sprezzar l'esperienza
de' secoli trascorsi ed il
sapere,
e credi che l'antica sapienza
mestier non ha di moderno
brachiere.
Togli per infallibile sentenza
la favola di Mida e del barbiere,
che al bucolin degli orecchioni
grida,
donde nacquer le canne dalle
strida.
68
Filinor ode il
sordo mormorio:
per le botteghe faceva il
leprone,
gli occhi ha incantati e pavidi,
e pur brio
tenta mostrar, ché ha in cor la
sua lezione.
Timor di morte alfin piú che di
Dio,
scorgendo bieco il guardan le
persone,
lo fece diffidar del suo sistema:
volle fuggir per sua miseria
estrema.
69
Fermato vien
dalla sbirraglia: allora
la fuga alla condanna fu sigillo.
Lo scellerato, d'ogni speme
fuora,
in modo s'avvilí ch'io non so
dillo.
Giá data è la sentenza ch'egli
mora,
con quel timo condita e quel
serpillo,
ch'essendo uscito di nobil
casato,
fosse per somma grazia dicollato.
70
Cosí
la filosofica alta idea,
che resiste a' martelli e alle
tenaglie,
men valse della opinion plebea
ridicola, che parlin le muraglie;
e Filinor, che il ciel sprezzar
solea,
or fra due cappuccini e le
gramaglie,
pallido, sbigottito e tutto fede,
avemarie dimanda a chi lo vede.
71
«Oh maledetti
ingegni traditori
- è di Turpin l'invettiva
zelante, -
filosofi del mal coltivatori,
maestri a far la societá
forfante,
de' patiboli infami protettori,
certo voi siete a parte del
contante
del carnefice, a voi sozio e
compagno;
e ben vi si conviene un tal
guadagno».
72
Segua il
guascon gli oscuri suoi destini:
fuggiam, lettor, dalla
malinconia.
Vada dove lo inviano i cappuccini
o dove il suo carnefice l'invia:
torniamo a' nostri snelli
parigini,
perocch'è giunta la bizzarra mia.
Rugger di notte in Parigi entrar
volle,
come prudente, per fuggir le
folle.
73
Bradamante,
ch'è a letto, fuori balza;
si mette una vestaglia e va a
incontrallo,
corre giú per la scala cosí
scalza;
le poppe vizze ha fuor, che fanno
un ballo.
Strilla da lunge con la voce,
ch'alza:
- La borsa, la mia borsa senza
fallo. -
Rugger per rabbia, stracchezza e
vergogna
fece un trapasso e le disse: -
Carogna!
74
andatevi a
ripor tra le lenzuola;
di vostre borse non è il tempo
questo. -
Bradamante, politica e spagnuola,
fe' la mortificata e pianse
presto,
mostrando un gran dolor della
parola;
sforza se stessa e con visino
mesto
cambia i discorsi e bacia suo
marito,
tanto che vinse e lo vide
pentito.
75
Ma bisognava
pensare a Marfisa,
che per la stizza e pe' casi
accaduti
era oppressa e ammalata d'una
guisa
che non sa dove sia né di saluti.
Mette paura a chi la guarda fisa,
ha tutti i segni di morte
compiuti.
Fu tratta dal calesse e posta a
letto:
si fe' palese un mal grave di
petto.
76
I medici alla
cura sono molti
e la dánno sfidata della vita;
alcuni però d'essi stan raccolti
con speranza in arcano
ermafrodita,
perché in error non voglion esser
còlti,
sia o non sia per la dama finita.
S'ella morrá, l'avran
pronosticato;
e se vivrá, l'avranno indovinato.
77
Le dame di
Parigi e i cavalieri
dicean: - Beato Rugger s'ella
muore! -
Pur si spediscon lacchè
giornalieri
di Ruggero a palagio a gran
furore,
a chieder dello stato; e i
dispiaceri
sono infiniti e infinito è il
dolore,
perché serbar doveasi in
apparenza
l'urban costume della
convenienza.
78
L'oppression
del male all'infelice
lieva la consueta bizzarria,
e rantacosa chiama protettrice
particolar la Vergine Maria.
Fa tutto ciò che il parroco le
dice,
riceve umil la santa Eucaristia;
indi va peggiorando tanto e
tanto,
che alfin se le minaccia l'olio
santo.
79
Ermellina, la
moglie del danese,
ch'era sua amica e buona dama
assai,
è veramente afflitta pel paese:
fa divozioni e non dispera mai.
Un giorno un certo prete esservi
intese,
che facea malattie sparire e
guai,
benedicendo per tutto Parigi
con le scarpe che fûr di san
Dionigi.
80
Volle
introdotto il buon prete all'amica,
e grida fede, e piange e mai
rifina;
fa con le scarpe che la benedica,
e poi la lascia cheta e via
cammina.
Ciò che scrive Turpin, convien
ch'io dica:
l'inferma quella notte molto
orina.
Grida Ipalca per casa, che par
matta:
- Oh scarpe del mio Dio! la crisi
è fatta. -
81
Bradamante
mostrava esser allegra
di fuor, ma dentro non so come
stesse.
Va migliorando molto la
nostr'egra.
Non è da dir s'Ermellina godesse:
a tutti vuol narrar la storia
intégra.
Dio guardi qualchedun
contraddicesse
delle scarpe il miracolo: la dama
chiude le orecchie ed ateo lo
chiama.
82
I medici
dicean: - Nostre ricette
non lascian ir Marfisa in
sepoltura. -
Fra paladini alcun non si rimette
e vuol la crisi effetto di
natura.
Ermellina, la chiesa e le
donnette
sostengono le scarpe a quella
cura;
basta, natura, scarpa o
medic'arte,
Marfisa piú verso il cielo non
parte.
83
Vero è ch'ella
rimase estenuata
con una lunga febbre lenta lenta,
e certa tossa asciutta ed
ostinata,
sicché del stato suo non è
contenta.
Lieva dal letto, l'aere ha
cambiata:
di risvegliar la bizzarria
ritenta;
gli uomini ancor non le
increscevan molto;
s'aiuta col belletto e i nèi sul
volto.
84
Immagina,
lettor, questa signora,
giá per etá presso ai quaranta
giunta,
con un fil di febbretta che
lavora,
con la tossa, residuo d'una
punta,
con la passata vita che la onora,
pallida, pelle ed ossa, arsa e
consunta
che con nèi, con belletto e
bizzarria
cerca d'aver amanti tuttavia.
85
Esplicabil non
son le sue fatiche
e la dottrina ch'usa nello
specchio,
il gran lavoro intorno a due
vesciche,
per far che sien pur enti in
apparecchio;
del spruzzarsi di odor, delle
rubriche,
de' fiori al seno e a' fianchi
del capecchio,
delle scamoffie e del sbilerciar
gli occhi:
ma a' suoi boccon non s'attaccan
ranocchi.
86
Saltato
avrebbe ogni fossa, ogni sbarra
per appiccare il filo con Terigi,
quantunque ei fosse, come Turpin
narra,
fallito, al verde e l'odio di
Parigi,
Prima nel fòro ha perduta la
sciarra
co' suoi parenti da' gabbani
grigi,
poscia è diserto dal suo
cappellano
e da' contrabbandier di
Montalbano.
87
Lasciam per
poco la bizzarra in pena
d'esser come un cadavere
abborrita.
Giunto è Dodone, Orlando, ognuno
è in scena;
segno che la commedia è omai
finita.
Rinvigorisca alquanto la mia vena
a riassumer netta ogni partita,
onde alcun non apponga al buon
Turpino
né a me di negligenza un
bruscolino.
88
Padre del
ciel, la mia barchetta triema,
piú che nell'alto mare, al vicin
porto.
Carlo è giá vecchio e presso
all'ora estrema,
e deggio dir, pria che sia in
tutto morto,
a che ridotto fosse e in qual
sistema
lo Stato nell'inerzia e l'ozio
assorto,
e del popolo il vero e del
monarca:
Dio mio, ti raccomando la mia
barca.
89
L'anno
ottocentoventi a mano a mano
correva dell'arcana incarnazione
del divin Verbo, nostro
pellicano,
al qual son tanto ingrate le
persone.
Si leggea nel lunario da Bassano
sull'anno in generale un gran
sermone,
minacciarne vendetta e storpio e
guerra:
nessun gli dava retta per la
terra.
90
Credeva Carlo
rimbambito e grasso
d'esser imperator d'un vasto
impero,
per aver una veste da Caifasso,
la corona gemmata oltre al
pensiero,
e per veder, allor che andava a
spasso,
chinar le genti per ogni
sentiero,
e per sentir, se dal palagio
uscia,
timpani, corni, trombe e
sinfonia.
91
Mille e piú
gabellier con mille trame,
mostrandogli che il nero era
turchino,
e computi furbeschi e falso
esame,
esibendo un tributo piccolino,
gli avevano usurpato il suo
reame.
Alle borse galluzza il bambolino:
crede imperar nel regno, e l'ha
venduto
a mille re per un meschin
tributo.
92
Non dimandar
se i mille re birboni,
per pagar il tributo lievemente,
e dare a certi mezzi certi doni,
perché ridotto han Carlo alla lor
mente,
sanno accrescer gabelle ed
estorsioni,
e dilatar lo stato iniquamente
del lor palliato regno e farsi
ricchi,
e far ch'ogni contrario lor
s'impicchi.
93
Il quondam
Gano empiuto avea i suoi scrigni
nel stabilir cotesti re genia,
ed agl'incolleriti, a' visi
arcigni
era stato flagello, epidemia.
Ricordi a Carlo avea dati maligni
col Credo in bocca e coll'Avemaria,
massime che si den tenere
oppressi
i sudditi inquieti per se stessi,
94
e che si denno
piluccare e mugnere,
ché l'uom senza danari è
mansueto.
Tal massima è ben saggia nel suo
giugnere,
usata in modo oculato e discreto;
ma la sua ruota non si vuol
sempre ugnere
con gli occhi chiusi a questo bel
secreto,
perocch'ella fa poi troppo
viaggio,
e torna pazzo chi prima era
saggio.
95
Si de' tener
sempre il saggiuolo in mano
in sulle circostanze e
conseguenze.
Sospendi le pozion quando è l'uom
sano,
o sotterra anderá per le
scorrenze.
Infin dall'avol del re Carlo Mano
fûr poste in uso le prime
avvertenze,
Pipino il padre l'avea seguitate,
ma Carlo a briglia sciolta l'ha
cacciate.
96
Ed aspettando
le borse in poltrona
dai mille re del suo impero
tiranni,
fa elogi al cuoco se la zuppa è
buona,
non prevedendo i suoi futuri
affanni.
Frattanto a doppio in sul regno
si suona,
traggonsi i cuoi poiché son
tratti i panni,
e Carlo Magno è imperatore esoso
d'un popolo avvilito e
pidocchioso.
97
La gola, il
lusso, la poltroneria
gli aggravi ogni anno accresciuti
in contanti,
il non pagar per truffa o
carestia,
facea fallire ogni giorno
mercanti;
sicché il commercio era una
sodomia,
un capital in ciarle di birbanti,
ed accigliato ognun rammemorava
l'antico ben, la fede, e
sospirava.
98
Molti gridavan
con gli agricoltori:
- Piantate, lavorate, seminate. -
Rispondeano i villan: - Cari
signori,
abbiam le carni in sui terren
lasciate.
Dio vede i nostri affanni ed i
sudori;
son le vostre campagne
migliorate:
ma abbiam aggravi molti e pochi
aiuti,
e i buoi per i gran debiti
venduti.
99
Era un dí il
nostro pane di frumento,
ed or che ne facciam piú d'una
volta,
l'abbiamo nero di saggina a
stento,
ché il diavol se ne porta la
ricolta.
Non abbiam piú né forza né
talento,
ogni nostra speranza è omai
sepolta;
guardate pelli secche e
abbrustolite,
e giudicate poi di nostre vite.
100
È ver che
andiam talora alla taverna,
perocché il vin sopisce col
vapore
quella disperazion che abbiamo
interna
del stato nostro, stato di
dolore;
ché la miseria spegne ogni
lucerna
e degenera in vizio traditore. -
Cosí diceano i villan disperati,
ché anch'essi eran filosofi
svegliati.
101
Il requiescat
conte di Maganza
vide i sudditi oppressi per le
vie,
e aveva detto: - Un util
d'importanza
puossi anche trar dalle
malinconie,
ché molta forza ha nell'uom la
speranza, -
e a Carlo fece aprir le lottarie;
ché certo egli era un uom da
gabinetto
ed un filosofaccio maledetto.
102
Or, s'era
Carlo re de' pidocchiosi,
con questa maganzese malizietta
lo fu di scalzi, rognosi,
tignosi,
di mummie, d'una gente affatto
inetta;
perocché i bisognosi ed i viziosi
venduti aveano insino alla
berretta,
a quel cento per un, che dalle
chiese
passato è alla lusinga maganzese.
103
Dico cosí,
perché le chiese allora
eran quasi del tutto abbandonate.
Di prediche facevano una gora,
ché non eran temute né ascoltate.
Erano giunte alla sezza malora
le faccende del prete o vuoi del
frate;
gente ridotta quasi a un
sorpassare,
per non perdere il ius del
confessare.
104
Sappiasi che
con lunghe insidie ed arti,
gl'indefessi ecclesiastici
mascagni,
colle idee delle immense eterne
parti,
sui prischi ricchi, troppo buon
compagni,
avevan fatto cosí bene i sarti,
e tanti e tanti sacri e pii
guadagni,
che piú di mezzi i beni temporali
erano permutati in celestiali.
105
Alcuni
maganzesi consiglieri,
che credean nella salsa e nel
cappone,
avevan consigliato l'imperieri
a dare il sacco alla religione.
Non eran falsi in tutto i lor
pareri,
ma perigliosi nella esecuzione,
ché un popolo commosso in tal
materia
è da temersi, ed una bestia
seria.
106
Tenner quei di
Maganza un gran consiglio,
e stabilîr che fogli pubblicati
de' popoli mettesser sotto al
ciglio
le magagne de' cherici e de'
frati,
e dipignesser l'antico naviglio
in confronto alle navi de'
prelati,
e usurpi e vizi e gran
taccagnerie
de' direttori delle sacristie.
107
Quest'argomento,
fontana perenne,
anzi pur fiume, anzi pur vasto
mare,
e questa libertá data alle penne
aveva fatto un bel dilucidare.
L'Introibo, il Deo
gratias e l'amenne
e le indulgenze e gl'inni
sull'altare
erano fole, spaventacchi e abusi
per empier sacre pance ed ugner
musi.
108
Molti preton,
molti fratoni accorti
sosteneano i partiti secolari,
come color che tengon da' piú
forti
per l'amor delle zuppe e de'
danari.
Non lasciavan però di vista i
morti,
per beccar anche l'obol degli
altari:
cosí sendo or filosofi ed or
santi,
erano onesti e facili e forfanti.
109
Ebbero il loro
intento i maganzesi:
fûr presto gli ecclesiastici
abborriti,
ma in conseguenza anche i plebei
francesi
furon zibibbi e datteri canditi.
Erano di ladron boschi i paesi,
si avean per sogni gli eterni
conviti;
e per menar di qua la vita amena,
scannavasi un fratel per una
cena.
110
I filosofi
tristi il lor partito
traean dall'adottar la passione,
e dal provar ch'ogni umano
prurito
doveva aver la sua soddisfazione.
Ridean del stabilito e proibito
dai re, dai papi e da religione,
e insin commiseravan gli
assassini
come oppressi e infelici
pellegrini.
111
Dicean che al
mondo tutti aprivan gli occhi
per caritá, per zelo e per
bontade.
Creder possiam che i sudditi
pitocchi
di Carlo non facean difficoltade:
furon tutti filosofi agli
scrocchi,
agli adultèri, all'assaltar le
strade,
e franchi a' piú funesti oscuri
casi,
delle nuove dottrine persuasi.
112
Sicché tra il
fren spiritual giá rotto,
ed il poter dei re dipinto
brutto,
non v'era pei cervelli piú
cerotto:
l'umanitá credea poter far tutto.
Altro non si vedea che un cacciar
sotto
ed una sbrigliatezza di mal
frutto:
era un sciocco l'uom giusto, il
savio matto;
non era ben parlar, ma lo star
quatto.
113
Pur nondimeno
il secolo era quello
detto universalmente
«illuminato»;
ma il male antico era anche mal
novello,
ed accresciuto ad esser
smisurato.
Era il bene evangelico ancor
bello,
ma soppresso, deriso e
conculcato;
ché i dotti, i quai dánno ragione
al vizio,
hanno assai concorrenti al loro
uffizio.
114
Non eran di
Parigi i bei talenti
dall'util filosofica scrittura,
perché a Parigi in quel tempo
studenti
non si premiava né letteratura.
In Francia esser potean quindici
o venti,
che viveano a giornata
d'impostura,
stampando fogli settimanalmente,
rubati da altri libri malamente.
115
Aveano in
questi i poltron paladini
storia, commerzio e gran
filosofia,
tutto per dieci o quindici
carlini,
semi, piante, scoperte,
geografia,
manifatture, macchine, mulini,
novelle, agricoltura, chirurgia,
mediche controversie e pro e
contrario,
e carta da fregarsi il
taffanario.
116
Marco e Matteo
non eran piú scrittori,
ché di seccar le coglie erano
rei.
Scrive Turpin che i loro
successori
eran peggior de' Marchi e de'
Mattei,
audaci, sciupator, sussurratori,
anticristi, messia, cure,
cristei,
senza eloquenza, senza
raziocinio,
guasto d'ogni intelletto ed
esterminio.
117
Se v'era
qualche buon cervello a caso
che pubblicasse una colta
scrittura,
i dotti bagascioni, senza naso,
ne' dizionari, pinzi di pastura,
la dicean pisciarel da nessun
caso,
picciola idea, fanciullesca
fattura;
e crocidando e senza produr
nulla,
i buoni indegni sommergeano in
culla.
118
Un'altra setta
d'uomini arroganti,
per comparir comete di dottrina
e geni di quel secolo giganti
di testa originale arcidivina,
si posono a vagliar che per lo
avanti
i dotti erano cosa assai
meschina,
che i lor sistemi, i libri, i
precettori
erano nebbie, pregiudizi, errori.
119
Incominciando
dalle auguste carte,
dalle legislazioni stabilite,
da' padri santi, e va' di parte
in parte,
tutte fûr opre false e scimunite.
Senza sublimitá, fredde,
senz'arte
furon le poesie prima gradite;
e gli orator defunti ed i
politici
e i filosofi ciechi, inetti e
stitici.
120
Gridâr che i
giovinetti assassinati
erano nelle loro educazioni
da pedantacci sciocchi
addormentati
sulle pagine antiche e sui
marroni.
Alla moral de' preti o vuoi de'
frati,
e alla moral de' dotti, retti e
buoni,
dissero spaventacchi, inezie e un
nulla,
indegno d'una balia ad una culla.
121
Che
riedificare si dovea
de' nuovi piani di letteratura;
che a ciò che si dicea, che si
scrivea
mancava il comun senso e la
natura;
ch'era un balordo quel che si
perdea
in sullo studio della lingua
pura;
che all'uom d'ingegno e pensator
bastava
scriver con quel gergon che si
parlava.
122
Fu agevol cosa
suader le genti,
che studian sempre poco
volentieri,
a ributtare antichi sapienti,
vocabolari e metodi severi.
E perché ognor di novitá e
portenti
fu vago l'uman genere e leggeri,
dagl'impostor miracoli
attendendo,
ei fu ignorante, dir possiam,
dormendo.
123
Avvenne allor
che i sussurroni arditi
furon considerati originali,
con certe lor scritture fuori
usciti
piene d'idee fantastiche e
bestiali,
credute da' cervelli stupiditi
scoperte nuove e lumi celestiali,
quanto piú strane e meno
intelligibili,
piú rispettate e dette
inopponibili.
124
Con un gergon
formato non so dove
di venti lingue e formole
scorrette,
quasi faceti fulmini di Giove,
ridicean cose dagli antichi
dette,
che all'ignoranza comparivan
nuove,
e le faceano por nelle gazzette,
perocché i giornalisti e i
gazzettieri
eran degl'impostori i
candellieri.
125
I riflessi
prudenti e regolari
chiamò «fredda ragion» questa
genia,
e «novelle scoperte salutari»
chiamò i vapori della fantasia;
onde i commiserevoli scolari
appreser che «ragion» vuol dir
«pazzia»,
e appreser che «pazzia» vuol dir
«ragione»,
ed Arlecchin divenne Salomone.
126
Donde il
pensar fu presto un vaneggiare
ed un sognare da febbricitante;
lo scrivere, i concetti e il
fraseggiare
furon maccheronee col
guardinfante.
Lo stil fu una vescica singolare
in tutte le materie somigliante:
vorticoso, rigonfio, snaturato;
filosofico, energico chiamato.
127
E gridando di
dir delle gran cose,
e promettendo de' volumi assai,
ed insultando l'opre giudiziose
de' colti, da lor detti
«parolai»,
colle dissertazion stolte
ampollose,
senza dare un buon libro al mondo
mai,
sbalordendo fanciul, donne e
merlotti.
fûr per supposizione i matti
dotti.
128
A questa
epidemia degl'intelletti,
ch'era ridotta un guasto
universale,
sei o sette scrittor sani e
corretti,
e non entrati ancora
all'ospedale,
andavano a Dodone, poveretti,
dicendo: - Poniam freno a tanto
male. -
Dodon rideva sgangheratamente
del zelo inopportuno e
inconcludente,
129
e rispondeva
lor: - Cari fratelli,
il mondo letterario s'è ammalato,
vaneggia; i capi sono Mongibelli.
Io son di que' dottor che l'han
sfidato.
Questa è una crisi degli uman
cervelli;
l'impedire una crisi è un gran
peccato;
lasciatela sfogar - Dodon dicea,
-
che forse avrá buon fine. - E poi
ridea
130
e soggiungeva:
- Il secolo a me pare
pregno di quelle strane
gravidanze,
che fanno a donne gravide bramare
cibi sognati e mille stravaganze.
Conviene il suo gran ventre
rispettare
ne' cambiamenti delle
circostanze:
rimettiamo alle nostre
discendenze
il ripurgar le fetide influenze.
131
Son ben altro
che Marchi e che Mattei
questi archimiati audaci
innovatori;
son maganzesi astuti gabbadei,
c'han per lo naso principi e
signori.
Se vi opponete lor, fratelli
miei,
sarete giudicati traditori,
e fien sospesi i vostri scritti e
oppressi
come perturbator de' dèi
progressi.
132
Feci per lo
passato il mio possibile
per sostener la veritá e la
regola:
la barca è rotta, la procella è
orribile;
dal canto mio non ho piú stoppa e
pegola.
Cosí dicea Dodon sempre risibile,
chiamando Carlo Man bestia
pettegola,
ed adducendo il detto vero
ancora:
che dalla testa il pesce puzza
ognora.
133
Deggio tacervi
molte circostanze
che in cifera Turpino lasciò
scritte,
e non s'intendon piú le antiche
usanze
di quelle cifre dal tempo
sconfitte.
Dal piú al meno avete le
sembianze
di Carlo Man cosí in abbozzo
pitte;
lo stato del suo regno e della
chiesa
e la letteratura avete intesa;
134
la gola, il
sonno e l'oziose piume,
i cambiati caratteri, il pensare;
chiaro de' paladini v'è il
costume,
delle dame e del popolo volgare:
tutto è confusion, buio, bitume,
cecitá, boria, lussuria, usurpare,
debito, inganno e fervido
maneggio
per far le cose andar di male in
peggio.
135
Marsilio, re
di Spagna saracino,
teneva chiuse in cor le sue
vendette,
ché l'esercito antico parigino
gli aveva date gran sconfitte e
strette.
Cheto era stato il diavol
tentennino;
a' cambiamenti gran riflessi
mette,
e un giorno disse: - È questo il
tempo nostro
di porre a Carlo un servizial
d'inchiostro. -
136
E le sue
truppe vigilanti e destre
chiama a rassegna e inalbera
stendardi.
È l'armata a cavallo e la
pedestre
di dugento migliaia, uomin
gagliardi,
per dare a Carlo di amare
minestre
e i paladini a pettinar co'
cardi.
La fama è in Francia, e suona
colla tromba,
che il re Marsilio coll'armata
piomba.
137
Or chi vedesse
i paladin puliti,
co' cappellin sotto al sinistro
braccio,
far lor passini ed atti
sbalorditi
perché al Consiglio suona il
campanaccio!
Dodon rideva ai ceffi
impalliditi;
Orlando sembra l'ira nel
mostaccio,
e grida: - Ah porci! or peserá la
lancia;
è giunto il fin della gloria di
Francia. -
138
Si mandan
messi al papa, alla Romagna,
nella Borgogna, in Scozia, in
Inghilterra,
per la Francia, l'Irlanda,
l'Alemagna,
per ogni buco a dir di questa
guerra.
I signor parean uomin di lasagna.
I soldati vivean per ogni terra
facendo i sgherri, i bari ed i
ruffiani:
mangiavan le lor paghe i
capitani.
139
I maganzesi
mostravan costanza,
e zelo grande per l'imperatore,
dicean di far eserciti in Maganza,
ed era un tradimento il lor
fervore.
Giuravano a Marsilio un'alleanza
per via d'un lor secreto
ambasciatore,
traendo in premio, i menzogner
felloni,
le sacca di crociati e di
dobloni.
140
Da Montalbano
era venuta nuova
che pel gran ber Rinaldo in
agonia
e col parroco al letto si ritrova
per un colpo di forte apoplesia.
Rugger, Dodon ed Orlando non
cova;
quanto può va facendo tuttavia.
Dodon ridendo dicea: - Su,
Nembrotto! -
a Morgante, residuo del casotto.
141
Sopra un soffá
Carlo grasso piangea,
dicendo al cuoco suo: - Ti
raccomando
que' beccafichi, - e ad Orlando
dicea:
- Metti novelle imposte, caro
Orlando. -
Dodon ardito per lui rispondea:
- Che vuoi tu de' coglion venir
cavando?
I tuoi sudditi mangian pastinache,
e mostrano cul magri senza
brache.
142
Gli antichi di
provincia tuoi fedeli
son quasi tutti fuggiti alle
ville,
in castellacci discoperti a'
cieli,
con figli e figlie e nipoti e
pupille,
ripieni di pensieri acri e
crudeli,
allor che suonan mezzodí le
squille.
Educazion non han, mangiar né
bere:
pensa se daran nerbo alle tue
schiere.
143
Non son nelle
cittá minor gli affanni.
Piú non han dote per le figlie i
padri;
o le maritan con lacci ed
inganni,
o fan nuziali inventati
leggiadri.
Hanno in dote la mensa per tre
anni
gli sposi, che procreano de'
ladri,
perché, saldato il conto, vanno
al sole
gli sposi, i figli e la futura
prole.
144
I tuoi
gabellier, tristi, sciagurati,
co' tuoi governatori in alleanza,
hanno tutti scannati, scorticati:
non aver piú ne' sudditi
speranza.
Una gran parte andaron turchi o
frati,
per fuggir le influenze e la
possanza. -
Carlo cresce al suo pianto
un'appendice,
con una bocca poco imperatrice
145
dicendo: -
Adunque pon' mano all'erario;
resterò miserabil senza cena. -
Ecco i ministri ch'alzano il
sipario,
e son piú di duemila giunti in
scena;
con un milion di conteggi in
summario
e numeri minuti come arena
provano, co' lor visi ilari e rossi,
che nell'erario v'eran pochi
grossi.
146
Mostran che
gli stravizzi giornalieri
e del palagio i mobili moderni,
il lusso, il fasto, gli agi ed i
piaceri
l'erario avean mandato sui
quaderni;
che duemila salari all'anno
interi
alle Lor Signorie, del Stato
perni,
per tener il registro e la
scrittura,
la dispensa rendeano chiara e
pura.
147
Era a Parigi
lo scompiglio grande.
Piangeano i paladin con le
ragazze:
pur cercan l'arme da tutte le
bande;
son rugginose, verdi e pavonazze,
con i prosciutti e simili
vivande.
Sbucano i topi fuor dalle
corazze,
che le nidiate avevan fatte
drento,
tanto che a' paladin mettean
spavento.
148
Trovaron elmi
assai da' ferravecchi,
venduti a peso da' staffier bevagni;
da' finestrai ne trovaron
parecchi,
foconi a' stagnatoi per dare i
stagni.
I famosi spadon, pesanti e
vecchi,
eran ridotti a moderni guadagni,
in fili per tener le cuffie dure,
spille e forchette per le
acconciature.
149
Alcun de'
paladin si prova l'armi
in faccia alla sua dama afflitta
e mesta,
che dice: - Voi volete
tormentarmi;
mi sembrate un tincone in una
cesta.
Se m'amate, un favor dovete
farmi:
scansatevi di abate con la vesta.
-
A corte il paladin fedi ha
mandate
ch'ei s'era messo il collarin da
abate.
150
Orlando irato
fa gobbe le spalle,
e me' che può rattaccona le cose.
Fu questo il tempo delle gote
gialle,
ed argomento al Pulci che compose
quella rotta funesta in
Roncisvalle,
ma in altro modo le faccende
pose.
Di questa guerra io non vi dico
nulla,
e torno alla bizzarra mia
fanciulla.
151
Condur la
deggio in porto, ch'ella è stata
l'oggetto principal dell'opra
mia.
Ogni arte, ogni scamoffia aveva
usata
per far di matrimonio mercanzia;
ma ognun la fugge come spiritata
e come la beffana od un'arpia.
La favola s'è resa della piazza:
non v'è piú caso ch'ella faccia
razza.
152
La tossa è
insuperabil, la febbretta
era una lima sorda quotidiana;
tal ch'ella finalmente si
rassetta
ad una santitá bizzarra e strana.
Toglie di fare una vita negletta,
declama sopra la miseria umana;
si vesta da pinzochera,
scegliendo
per direttore un padre reverendo.
153
Vuol una
stanza picciola e dimessa
con poche sedie, semplice e
sfornita.
Ogni giorno per patto si
confessa,
ogni tre dí va al pane della
vita.
Tien la divota Ipalca sol con
essa.
Per cibo una panata ha stabilito,
e in una sua scodella la volea,
che il nome di Gesú nel fondo
avea.
154
Destava
compunzione e riverenza
questa vergine mia pinzocherona,
quando uscía col suo velo da
Fiorenza,
che la copriva, e in man colla
corona.
Avea di poverelli concorrenza
dove passava, e un soldo a tutti
dona;
le baciavan le vesti, ed ella
umíle
dicea: - Non fate; io sono un
vermo vile. -
155
Tal fin la
bizzarria di Marfisa ebbe,
vivendo con la tossa ben
trent'anni;
e il fine a Bradamante molto
increbbe
piú dei bizzarri oltrepassati
danni,
perché la santa in casa era un
giulebbe,
una lingua da dar di molti
affanni,
che col labbro divoto e il cor
zelante
trattava da bagascia Bradamante.
156
E nota il
tempo ch'ella si confessa,
se cambia confessore, e s'egli è
bello,
se ragiona con uomini alla messa:
sempre è scandalezzata d'un
bordello.
Con ironia la chiama padronessa;
eran le fanti mezzane a pennello:
per le finestre spia le sue
vicine,
e fa che son zambracche e
concubine.
157
Lettor,
giacché Marfisa è fatta santa,
io non ho cor d'ucciderla
altrimenti,
ché il buon esempio è una bella
pianta
da non tagliar, s'è specchio a
malviventi;
e perché eternamente non si canta
per non seccar le natiche alle
genti,
e perché pur sgonfiata ho la
zampogna,
fo punto e attendo il plauso o la
vergogna.
FINE DEL CANTO DUODECIMO ED
ULTIMO
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