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APPENDICE
I
LO SCRITTORE DELLA «MARFISA»
a' suoi lettori
umanissimi
Leggesi che gli antichi padri
della Chiesa greca, non meno gran santi che gran filosofi, usavano ne' sermoni
che esponevano da' pergami alle adunanze raccolte ad ascoltarli, l'innestare
de' ritratti degli uomini affascinati e perduti nel vizio.
Le loro accurate osservazioni
sulla umanitá fornivano il loro pennello di tratti e di colori i piú vivi ed
espressivi per porre sotto agli occhi degli uditori le figure degli ebbri,
degli iracondi, de' golosi, de' superbi, degli avari, de' molli effeminati, de'
sfrenati, libidinosi e d'altri brutalmente abbandonati ne' vizi; e con tali
fisonomie, tali guardature, tali attitudini, tali scorci naturali, veri e
abborribili ne' loro aspetti, che destavano negli ascoltatori ribrezzo e timore
di somigliare a que' schiffi ritratti.
Una filosofica efficace facondia
pittrice faceva qualche buon effetto, e metteva alcun freno di vergogna nella
umanitá traviata e corrotta da' vizi.
L'urbano satirico osservatore sul
genere umano, buon ritrattista e non cinico detrattore, laceratore, uccisore
alla vita civile; che si attiene a' generali e non si scaglia a mordere
particolarmente e nominatamente; non mosso da collera, da ambizione, da invidia
e da vendetta o da venalitá, ma soltanto mosso da un sentimento di zelo
inclinato al bene di tutti, potrebbe lusingarsi di purgare colle tre pitture in
iscorcio ridicolo o schiffo, ma sempre naturali e vere, almeno in parte, il
contagio di que' rei ammorbati costumi, che presto o tardi involgono ne'
flagelli le intere nazioni.
Devo dire con mio intenso dolore
ciò che altri dissero e affermarono con franchezza.
La patria mia, un tempo specchio
di soda religione, di pietá, di giustizia, d'integritá, di valore, di coraggio,
di prudenza, di costanza e d'ogni virtú, poco a poco, e particolarmente dopo l'insidiosi
sparsi sofismi novelli, detti «filosofia», tendenti ad offuscare cervelli, a
capovolgere tutte le leggi, tutti gli ordini salutari e a dar libero il corso a
tutte le passioni degli uomini e delle femmine, è divenuta il ricinto delle
leggerezze, delle immodestie, delle sfrenatezze, della infingardaggine, della
ignoranza, della malafede, della stolida miscredenza e di quel lusso, di quelle
mollezze, incontinenze e lussurie, che cagionarono un giorno la caduta de'
regni de' Sardanapali d'Assiria.
Furono pochi quelli della mia
patria scopritori che le parole sparse «dirozzare», «ripulire», «umanizzare»,
«risvegliare», «illuminare», «spregiudicare», fiancheggiate da ingegnosi
insidiosi sofismi adulatori e commiseratori delle umane passioni tenute a freno
(sofismi coperti dal velo mentitore della parola «virtú», degenerati ne' due
stolidi e in un seducenti ululati: «libertá» ed «eguaglianza»), non erano che
stimoli alle sanguinarie rivoluzioni alla frattura delle provvide leggi de'
saggi, dettate dalla gran maestra esperienza, e sofismi guide ad una generale
corruttela de' costumi e della solida e sana morale.
Coloro i quali non iscorgono
quest'infelici precursori effetti conseguenti, avvenuti, prima che in altri
climi, nel clima medesimo dond'ebbero scaturiggine le parole e i sofismi
sopraccennati (effetti conseguenti di generale angoscia, dilatati poscia negli
altri climi) non sono né «dirozzati» né «ripuliti» né «umanizzati» né
«risvegliati» né «illuminati» né «spregiudicati», ma ciechi ed ebbri sonnambuli
disumanati, che girano brancoloni per entro una densa nebbia contagiosa e
fetente, da essi creduta lume risplendentissimo e quintessenza di cribrata e
purificata filosofia.
La Marfisa bizzarra, poema
di aspetto scherzevole, non è che un quadro storico del costume corrotto, di
ritratti naturali, di caratteri veramente de' nostri giorni, della mia patria
infelice e un'allegorica predizione del di lei finale destino.
Convien dire che gli antichi
greci, i quali ascoltavano i loro predicatori, avessero i cuori piú atti alla
sensibilitá, alla vergogna, alla compunzione, de' miei patrioti.
Si pongano nel conto de' nulla
parecchi tratti giocosi satirici contenuti nel mio poema contro alcuni
scrittori del tempo in cui lo composi, i quali, assecondando la corruttela del
costume, sviavano la gioventú dalle regolaritá e guastavano la nobile
semplicitá, la fedele legittimitá, la nitidezza del nostro eccellente idioma e
il buono e vero gusto di scrivere in prosa ed in verso della nostra un tempo
brava nazione; i quali cattivi scrittori non si astennero di pungere e dividere
sgraziatamente e dozzinalmente la opinion mia, ch'io sostenni per legittima con
quella inutilitá medesima con la quale ho combattuta per quanto potei la
irreparabile inondazione della epidemica corruttela guastatrice della soda e
sana morale.
Alcuni hanno giudicato che le
importanti mire con le quali presi a scrivere la Marfisa dovessero
essere esposte con uno stile differente, vale a dire piú serio, piú elevato e
piú altitonante.
Oltre a che io fui sempre di un
naturale piú inclinato al socco che al coturno, e sempre risibile sugli oggetti
che presenta al mio sguardo questo basso mondo, per la opinion mia, cotesti
giudici condannavano la mia composizione ad avere pochi lettori, siccome
avviene oggidí per lo piú alle opere di morale scritte con sublimitá e
catedraticamente per combattere i costumi corrotti.
A me stava a cuore che la Marfisa
fosse letta e intesa universalmente da tutti senza promuovere sbadigli; e
sapendo che le veritá innegabili de' miei ritratti e de' costumi della mia
patria, pennelleggiati comicamente con uno stile italiano colto, ma che pizzica
dell'urbano satirico lepido, avrebbe avuto maggior numero di lettori, volli
scriverla com'ella è scritta.
Fui da alcuni ecclesiastici
tacciato di troppo ardire e d'imprudenza nel dipingere nella Marfisa
parecchi della loro classe in un'attitudine indecorosa al loro carattere.
Se questi alcuni tali avessero
mantenuta la dovuta decenza, inseparabile dal loro carattere, non
comparirebbero nel mio quadro di veritá in uno scorcio indecente, esoso e
ridicolo.
Al tenere in silenzio i vizi di
alcuni ecclesiastici della mia patria non avrei giammai potuto dare il titolo
di prudenza, ma piuttosto il titolo d'ipocrisia, vizio infernale e da me piú
ch'altro vizio abborrito e perseguitato.
In una cittá, in cui i vizi
giungono di gran lunga a preponderare sulla virtú, comunicano il loro veleno
anche in quelle persone le quali dovrebbero con l'esempio e con la forza e la
facondia d'una logica efficace combattere e fugare il vizio medesimo.
Questo mostro, che deride la
rattenutezza, i riguardi, la modestia, il pudore, la castitá, la temperanza, la
sobrietá, accresce il numero all'infinito de' bisogni, al di lui alimento, e
protetto dalla innumerabile schiera de' suoi seguaci possenti, riduce l'umanitá
alla natura de' bruti, senza distinzioni di grado, di nascita o di ministero.
I giusti veri osservatori e
conoscitori del corrotto costume della mia patria confesseranno che le pitture,
con le quali delineai e tinteggiai tratto tratto nel mio (in apparenza)
scherzevole poema della Marfisa alcuni ecclesiastici nostri,
rappresentano originali ritratti della veritá.
L'avvilimento da me dipinto, di
cui lordarono que' tali il loro rispettabile carattere con perniciosissimo
esempio, meritavano la sferza del zelo mio, siccome l'hanno meritata i loro
protettori, che accrebbero l'avvilimento di quelli con que' modi che
appariscono dal poema della Marfisa.
Nel colloquio che tiene il mio
allegorico paladino Ruggiero col mio allegorico Turpino, arcivescovo del mio
allegorico Parigi, nell'ottavo canto del mio allegorico poema, si rileverá in
qual rivolta il vizio avesse ridotte le famiglie; di qual guasto costume il
vizio avesse lordata una infinitá di ecclesiastici, e con quale impossibilitá
le viziose protezioni sopraffatrici incatenassero la pia volontá dei piú saggi
e santi capi della Chiesa, di frenare, correggere, castigare e riformare il
contegno de' loro leviti sfrenati, scandalosi e viziosi.
Non si creda giammai ch'io abbia
preteso di porre in un fascio tutti i viventi a' giorni miei nella mia patria
con gli accecati gruffolatori nel marciume e nel lezzo de' vizi rovinosi alla
patria mia.
Non meno che nella lega del popolo
e ne' particolari da tal lega separabili, conobbi ne' présidi al governo
politico, civile e criminale e nel ceto ecclesiastico nostro, secolare e
regolare, delle persone venerabili, fornite di ottimi sentimenti, di dottrina,
di prudenza, di fervente zelo, di religione, di retta morale, veggenti non
lontani i fulmini smantellatori, e adoperarsi con tutto lo spirito loro per
allontanarli, ma con quella inutilitá con cui dugento d'intelletto intemerato e
fermo vorrebbero porre a dritto cammino cento e piú mila intelletti sviati,
frenetici, guasti da falsi dettami, guidati soltanto dalle sguinzagliate
passioni e da' sensi viziati e brutali, ridotti torrente insostenibile e
dominatore.
Ma i pochi saggi, buoni, divoti e
credenti furono dalla moltitudine de' viziosi considerati imbecilli, accecati
da' pregiudizi d'una stolida educazione falsa e antiquata.
I pochi buoni zelanti
ecclesiastici furono dalla immensitá de' viziosi giudicati furbi, impostori,
ipocriti, spaventacchi e lusingatori de' popoli di eterni celesti beni, per
cupidigia di beni e d'oro terreno.
I pochi ottimi présidi al
governo, che osarono, con troppo tardi maturi decreti emanati, di ridurre la
gran massa de' viziosi al raccoglimento, alla moderazione, alla temperanza, e
di regolare il costume disordinato e corrotto, di separare le ore del
divertimento da quelle del riposo, di procurare che il giorno fosse considerato
giorno, la notte considerata notte, onde i tribunali di giustizia e gli uffici
non fossero occupati e amministrati da persone sonniferose, rese astratte,
balorde ed ebbre dalle veglie, da' stravizi, dal giuoco, da' liquori, dalle
notturne lussurie, di por freno a' vestiti immodesti, lascivi, attraenti,
solleticatori e coltivatori del vizio nelle femmine rese baccanti dalle furie e
dalle sfrenatezze del vizio, furono chiamati dalle orrende strida di un enorme
tumulto di voci assordatrici, uscite dalle gole dell'immenso brulicame vizioso
fremente, sopraffattori, ignoranti, vaneggiatori addormentati nelle goffaggini
e muffaggini smodate, deliranti, disumanati, tiranni della natura e punibili.
Noi gli vedemmo rovesciati da'
lor tribunali con tempesta di viziosi voti repubblicani forsennati iracondi, e
vedemmo il vizio vittorioso gl'interi giorni e le intere notti scorrere la
cittá pel suo dilatarsi, consolidarsi, torreggiare e signoreggiare.
Ben lo disse l'ottimo filosofo
morale francese, osservatore profondo, Giovanni La Bruyère, ne' suoi Caratteri:
che chi pretende di por argine agli abusi del corrotto vizioso costume,
dilatati, impossessati, inveterati sopra le popolazioni, non fa che come colui
che fruga in una cloaca per iscemare il puzzo: altro non fa che innalzare piú
violento e piú insoffribile il fetore.
Se si vorrá considerare senza
collera, senza maligna prevenzione e a mente serena il poema intitolato La
Marfisa bizzarra, si troverá che tra il piccolo numero dei buoni inutili, a
fronte degl'innumerabili guasti e corrotti, campeggiano, in quel poema
giovialmente e urbanamente satirico, gli Orlandi, i Dodoni, gli Uggieri, gli
Angelini, le Aldabelle, le Ermelline ed alcuni altri buoni personaggi, le cui
grida, le cui lagnanze, le cui predichette zelanti furono derise e seminate tra
le ortiche ed i pruni, come quelle de' pochi buoni della mia patria.
Preghiamo e speriamo che de' benigni
influssi delle fulgenti stelle che ci soprastano purghino le menti sviate e
guaste e le rimettano a dritto cammino, per la pace e tranquillitá d'una patria
in cui nacqui, crebbi e invecchiai, desiderando ognora il legittimo bene di
tutti i miei concittadini, spoglio di presunzione, alienissimo dalla piú minuta
pretesa, salvo quella di voler dire apertamente la veritá mal sofferta.
II
ANNOTAZIONI
AVVERTIMENTO
Dovrebbe
essere superfluo l'avvertire i lettori che chi si è posto a scrivere la Marfisa
bizzarra, poema faceto, non abbia presa materia (com'egli tratto tratto
asserisce scherzevolmente) da Turpino; e che Carlo Magno, Parigi, i paladini e
i personaggi descritti dal Boiardo, dall'Ariosto e da alcuni altri scrittori
degli antichi poemi, non sieno stati presi dallo scrittore della Marfisa
che per coprire d'una veste allegorica un piccolo abozzo del prospetto de'
costumi, della morale de' giorni suoi e de' caratteri in generale de' suoi
compatrioti, riformati da' scrittori perniziosi e dalla scienza del nostro
secolo detto «illuminato».
Tuttavia do
questo avvertimento preliminare alle annotazioni fatte sulla Marfisa,
onde le fantasie interpretatrici non escano dal quadro storico de' costumi e
de' caratteri in generale ch'esistevano nella patria dello scrittore della Marfisa,
poema faceto, nel tempo che fu composto.
ANNOTAZIONI AL CANTO
PRIMO
Stanza 1.
Se non credessi offender gli scrittori
che han rotto con lo scrivere ogni sbarra,
e son fatti del mondo inondatori,
io canterei di Marfisa bizzarra...
Ardeva, nel
tempo in cui l'autore si pose a scrivere il poema della Marfisa, una
controversia lepidamente satirica tra gli accademici denominati «granelleschi»
esistenti in Venezia, gran difensori della lingua litterale italiana e della
colta poesia di vario genere, e gli scrittori che le sfiguravano e guastavano
colle opere loro, d'un libero e goffo mescuglio di esteri linguaggi, di maniere
e frasi grossolane, di ampollositá snaturate, di corrotti vernacoli.
Uno scopo,
tra i molti altri dell'autore della Marfisa, accademico granellesco
sotto il nome del «Solitario», fu di prendere di mira i cattivi scrittori che
in quella stagione in Venezia sviavano le menti dalla coltura, e
particolarmente il Goldoni ed il Chiari, scrittori di commedie, di romanzi, di
prose e di poetiche composizioni in ogni genere e metro infelicissime. Si
troveranno nel poema della Marfisa buon numero di squarci di censura e
dileggio diretti a' cattivi scrittori del tempo in cui fu composto, né si nega
che, nel mezzo agl'infiniti caratteri presi in generale, che campeggiano nel
poema, sotto i due nomi de' paladini Marco e Matteo dal Pian di San Michele
sono figurati particolarmente il Chiari e il Goldoni, i due maggiori e piú
arrabbiati nimici degli accademici granelleschi accennati.
Stanza 2.
...e farò come il Cordellina e Svario,
c'hanno l'interruttore dietrovia
al loro arringo che grida il contrario...
Nel fòro
veneto, alle dispute delle cause degli avvocati, v'è un avvocato che interrompe
a diritto ed a torto con voce tuonante quell'avvocato ch'è l'ultimo ad
arringare nella causa, e vien data poca retta da quello che arringa
all'interruttore.
Cordellina e
Svario furono due de' piú celebri avvocati del fòro veneto.
Stanza 5.
Di Marfisa bizzarra cantar voglio.
Cantolla un altro, e non ebbe concetto...
onde rimase con Paris e Vienna
ad aspettar qualche moderna penna.
Un certo
Dragontino da Fano scrisse un poema nel Cinquecento, intitolato La Marfisa
bizzarra, seguendo le fantasie romanzesche del Boiardo e dell'Ariosto
meschinamente.
Quel cattivo
poema ebbe il destino ch'ebbero i triviali poemi di Paris e Vienna, del Buovo
d'Antona e di parecchi altri cosí fatti, comperati soltanto dal basso
popolo.
Stanza 6.
Voi, che non isdegnate i versi miei
e de' nostri buon padri avete stima...
Intendasi gli
accademici granelleschi e tutti coloro che apprezzavano la puritá e l'indole
della nostra lingua litterale, della colta poesia italiana in tutti i generi,
ed erano fedeli agli antichi celeberrimi nostri conformatori e fondatori di
quelle.
Stanza 14.
I romanzieri dall'eroiche imprese,
dalle battaglie e da' sublimi amori
piú non si nominavan nel paese,
perché i moderni eran usciti fuori...
E sino a
tutta la stanza 16 è satira dileggiatrice sul profluvio de' romanzi pubblicati
dall'abate Chiari, ed è pittura satirica sopra alcune commedie del Goldoni.
Stanza 17.
Altri scrittor piú dotti e disonesti
per i lor fini, a tal cominciamento,
stampavan libri sottili e infernali
dipingendo i mal beni ed i ben mali.
Cioè i
sofisti perniziosi del secolo, i quali col pretesto d'illuminare il genere
umano rovesciarono infiniti cervelli per universale sciagura e trambusto.
Stanza 48.
Talor soletto andava passeggiando
lá dove son le dinunzie secrete...
Si chiamavano
in Venezia «denunzie secrete» alcune teste spaventose di marmo, fitte nelle
muraglie de' magistrati, le quali teste o mascheroni avevano una gran bocca
aperta, in cui i delatori, che volevano star celati, scagliavano le querele
scritte in una cartuccia contro coloro che volevano accusare ed esporre a'
processi d'inquisizione.
Stanza 53.
...fatto vecchio servente a Galerana...
Galerana,
secondo gli antichi romanzi, fu imperatrice e moglie di Carlo Magno. Il titolo
di «servente» è abbastanza in costume a' giorni nostri per intendere qual sia
l'uffizio di quello.
Stanza 55.
Marco e Matteo del Pian di San Michele..
Si è detto
che sotto le persone de' due paladini antichi Marco e Matteo dal Pian di San
Michele sono figurati i due poeti Chiari e Goldoni.
Stanza 61.
Ma Dodon dalla mazza, paladino...
Non si cela
che sotto il nome del paladino Dodon dalla mazza è figurato l'autore del poema
della Marfisa; il quale, unito agli accademici granelleschi di lui soci,
fu il martirio maggiore de' due suaccennati poeti.
ANNOTAZIONI AL CANTO
SECONDO
Stanza 1.
Io mi son dilettato alquanto invero
il critico arruffato immaginando...
Fino compresa
la quarta ottava è un immaginato dialogo tra l'autore della Marfisa e
l'abate Chiari, uomo di carattere altero e presuntuoso.
Stanza 21.
Or vorrebb'esser stata ballerina,
or cantatrice divenir vorria...
Titoli di
alcuni tra i moltissimi romanzi pubblicati dal poeta Marco, cioè dall'abate
Chiari, scrittore dei detti romanzi, de' quali Marfisa era studente e associata
alle stampe, ammiratrice e inclinata a seguire le massime e i dettami di
quelli.
Stanza 63.
Filinor non si scuote e non si move:
- Il mio costume - rispose - l'appresi
da' cavalier delle commedie nuove...
In questi
versi sono sferzate alcune delle commedie del paladino Matteo, cioè del
Goldoni, nelle quali in confronto delle persone del basso popolo, da lui
dipinte virtuose, metteva conti, marchesi ed altri titolati cavalieri in
aspetto di bari, d'impostori e d'un pessimo carattere di mal esempio.
ANNOTAZIONI AL CANTO
TERZO
Stanza 31.
Io trovo ne' romanzi di que' tempi
certe avventure magre da pidocchi
e fatti da sbavigli e casi scempi
di que' poeti, e lunghi un tirar d'occhi,
che informavan quegli antichi esempi
di battaglie, di giostre...
Il tratto
satirico è diretto a' novelli romanzi, ma particolarmente a quelli dell'abate
Chiari.
Stanza 34.
Perocché prima di cantar la messa
avea dato il manipolo a baciare...
A Venezia
quasi tutti i preti ordinati da evangelo e da messa da' prelati siedono nella
chiesa con degli assistenti a fianco e con un gran bacile dinanzi. Essi dánno a
baciare a infiniti invitati, pregati e spinti dagli uffici, quel sacro arredo
che si chiama «manipolo»; e i baciatori concorrenti tutti scagliano nel bacile
divotamente una moneta, chi grossa e chi minuta per offerta al prete novello.
Tale offerta giunge talora ad essere la somma di cinque o sei cento ducati,
secondo gli amici, i conoscenti e i protettori del prete. Questo pio costume fu
introdotto in Venezia per soccorso dei preti, i quali per la maggior parte sono
ordinati sacerdoti senza patrimonio, per la loro povertá e per il solo merito
d'aver servita la Chiesa sino da cherichetti.
L'offerta,
per quanto si dice, deve servire a que' preti per provvedersi di libri
ecclesiastici, da studiare per erudirsi nel loro sacro ministero; ma parecchi
de' preti veneziani consacrati fanno l'uso di quell'offerta, che fece don
Guottibuossi, cappellano in casa di Ruggiero e servente di Bradamante.
Stanza 69.
Voi siete pien di antichi pregiudizi,
né alle commedie nuove andate mai,
né i romanzi novei, pien d'artifizi
dotti, leggete, che insegnano assai.
Certe antiche virtudi ora son vizi...
Sferza a'
costumi introdotti dalla falsa scienza del secolo, e precisamente a' sentimenti
e alle massime sparse con aria filosofica nelle commedie e ne' romanzi del
Chiari. Si noti che l'astuto don Guottibuossi cappellano adulava ironicamente
Marfisa, gran estimatrice delle dette opere, per prenderla nella rete e per
farla sposa di Terigi.
ANNOTAZIONI AL CANTO
QUARTO
Stanza 37.
Marco e Matteo dal Pian di San Michele,
ch'eran torrenti della poesia,
a don Gualtieri accendevan candele
perché Terigi a un d'essi l'ordin dia...
Cioè l'ordine
di apparecchiare la raccolta di poesie per le nozze: ufficio che fruttava
zecchini. Nella mala influenza poetica del Chiari e del Goldoni, figurati nei
due paladini Marco e Matteo, e che in quel tempo passavano in Venezia per due
poeti alla moda eccellenti, venivano appoggiate quasi tutte le raccolte di
poesie, in costume nell'occasione de' matrimoni o di monacazioni o di
esaltazioni a gradi sublimi di personaggi illustri.
Bastava però
che i celebrati fossero ricchi e splendidi, perocché si vide una raccolta
poetica, celebratrice di uno sposalizio ebraico, formata da Marco poeta,
sacerdote cattolico. Tali raccolte in quella stagione servivano di campo a'
morsi trivialmente satirici de' cattivi scrittori verso gli accademici
granelleschi, e servivano a' granelleschi, difensori del retto pensare e del
purgato scrivere, per mordere e porre in dileggio i cattivi scrittori.
Stanza 43.
Rugger per il costume del paese
qualche libretto anch'ei doveva fare.
Dodone il santo, figliuol del danese,
gli aveva detto: - Non farneticare,
ché un libriccin vo' farti alle mie spese
da far Marco e Matteo divincolare...
L'autore della
Marfisa, accademico granellesco, figurato in Dodone dalla mazza, si divertiva,
all'occasione delle raccolte di poesie per le dette circostanze, a far stampare
delle facete composizioni in versi, ch'erano giuste censure e dileggi
arditissimi contro gli scritti del Chiari e del Goldoni e de' scrittorelli lor
partigiani e i ARGOMENTO.
mitatori,
come si può rilevare nel di lui poemetto intitolato I sudori d'Imeneo e
in una moltitudine di poetiche bizzarrie, fatte da lui stampare ne' giorni di
quelle ridicole controversie.
Stanza 45.
E dalle Madri tradite dir posso...
La Madre
tradita è il titolo che portava una commedia del Chiari.
Stanza 46.
dell'Impressario turco dalla Smirne...
Tale è il
titolo d'una commedia del Goldoni.
Stanza 47.
poi vanno a partorir Filosofesse...
Romanzo del
Chiari, intitolato La filosofessa italiana. Sino l'ottava 52 è critica
sugli scritti pubblicati dall'abate Chiari.
Stanza 72.
Un dí di carnoval era, e la pressa
de' cavalieri e paladini è grande,
per gir nella Ruet dopo la messa,
ch'è una via in piazza, chiusa dalle bande
da' sedili di paglia...
L'autore
della Marfisa cambia nel nome di «Ruet» ciò che a Venezia si chiama
«Liston», ch'era una viottola nella piazza di San Marco, formata da sedili
posti in due lunghe file, in cui avvenivano le cose descritte nelle ottave
72-76. Da parecchi anni tal adunanza non è piú in costume.
ANNOTAZIONI AL CANTO
QUINTO
Stanza 2.
Non sempre e in ogni loco curiosa
soffro la gente molto volentieri,
e, verbigrazia, a un'opera fecciosa
che corra e spenda e gridi e si disperi.
Questa curiositade è perniziosa,
io dico, e di cervei troppo leggeri...
Allude al
fanatismo risvegliato in Venezia dalle opere sceniche dell'abate Chiari e del
Goldoni.
Quel
fanatismo aveva divisa la intera popolazione in due partiti infuocati. Le
chiavi de' palchetti de' teatri si vendevano un occhio. I contrasti d'opinione
de' due partiti assordavano e cagionavano delle dissensioni fino nelle famiglie
tra padri e figli, fratelli e sorelle.
Stanza 44.
e ciocche di cristallo risplendente,
non dico del Briati, che non c'era...
Giuseppe
Briati muranese fu benemerito inventore privilegiato in Venezia della pasta del
terso cristallo, e particolarmente di ciocche magnifiche da illuminare le sale
de' gran signori, i teatri e le vie in occasione di solennitá.
Stanza 46.
che pareva quel giorno il bucentoro...
Il bucentoro
era un naviglio ricchissimo, tutto intagli e dorature, d'un costo sommo, in cui
il doge di Venezia nel giorno dell'Ascensione veniva condotto al porto di mare
detto del Lido, con un sèguito di galere e gran numero di barche; laddove
giunto, per segno di antico dominio del mare Adriatico, sposava, con un anello
gettato nell'onde, codesto mare.
Stanza 114.
Marco dal pian di San Michel, poeta...
Cioè l'abate
Chiari, di cui l'autore della Marfisa dá un'idea del carattere in
quell'ottava e nella seguente.
Stanza 113.
Anche Matteo, poeta suo nimico...
Il Goldoni ed
il Chiari erano in quel tempo rivali e nimicissimi. Si censuravano ferocemente
nelle opere loro. In quell'ottava l'autore della Marfisa fa una pittura
del carattere del Goldoni, gran coltivatore d'un grosso partito agli scritti
suoi con una umiliazione e un'adulazione niente poetica.
Stanza 117.
Dodone dalla mazza, detto «il santo»,
era venuto, e guardava ogni cosa
stando a un tavolier solo da un canto,
facendo vista di fiutar la rosa.
L'autore
della Marfisa, figurato nel paladino Dodone, si spassava continuamente a
far l'osservatore e l'anatomista sui caratteri, sul pensare e sul raziocinare
dell'umanitá, come si può rilevare dal suo poema e da tutti gli scritti suoi.
Il giuoco
dell'«undici», descritto nell'ottava soprapposta, è giuoco cappuccinesco e da
solitario, che cerca un passatempo in una combinazione semplice di numeri da sé
solo in disparte, per non impegnarsi in partite di giuochi di carte d'applicazione,
da lui abborrite, e per star separato da una societá romorosa.
ANNOTAZIONI AL CANTO
SESTO
Stanza 32.
Pareva scritta dal fine al principio,
siccome l'orazion di sant'Alipio.
L'«orazione
di sant'Alipio» è una di quelle poesie di versi trivialissimi, che i pitocchi e
i ciechi cantavano per le strade e sotto alle finestre delle case,
accompagnando il canto loro con un chitarrone, per trarre qualche elemosina.
Stanza 33.
E cominciava: «O vergin, vergin bella,
estro e natura canora e sonora».
Marco poeta a rider si smascella,
e critica ogni detto che vien fuora...
Si è detta la
rivalitá che correva allora tra il Chiari e il Goldoni. I due primi versi
dell'ottava 33 contengono in caricatura lo stile del Goldoni, qualora voleva
impacciarsi a comporre de' versi sostenuti.
Stanza 35.
Dodone alcuni versi avea finiti
pel maritaggio, e pronti per le stampe,
che correggean que' vati fuorusciti.
I parigin non voglion che gli stampe,
e vanno minacciando i revisori
ché, caschi il ciel, non gli lascino ir fuori...
Alludesi a'
due partiti infiammati divisi de' partigiani del Chiari e del Goldoni. I
garbugli, i sottomani, gli occulti uffici, che facevano quei due partiti onde
non fossero licenziate per le stampe le composizioni dell'autore della Marfisa,
facetamente derisorie le poesie del Chiari e del Goldoni, erano instancabili e
furenti.
ANNOTAZIONI AL CANTO
SETTIMO
Stanza 3.
contro anche san Francesco, e va nel verde.
Nelle
concorrenze agli uffici in Venezia s'usano tre bussoli da raccogliere i voti
secreti. L'uno di questi bussoli è bianco, l'altro rosso, l'altro verde. I voti
che si trovano nel bussolo verde escludono il concorrente dall'officio al quale
aspira.
Stanza 30.
Una bocca facea, che somigliava
le denonzie secrete e peggio ancora...
Addietro s'è
detto che le denunzie secrete, fitte nel muro esternamente a' magistrati di
Venezia, erano teste di mascheroni mostruosi con una bocca larga oltre misura.
Stanza 32.
svimèr, landò, carrozze, venti legni...
«Svimèr»,
«landò», «cucchier», «cudesime» ed altri nomi, che non si trovano nel
vocabolario della Crusca, sono carrozze posteriori alla compilazione del detto
vocabolario, ma carrozze in costume a' tempi nostri, introdotte dalla mollezza
e dal lusso, giunte dalla Francia, dalla Germania e dall'Inghilterra in Italia.
Stanza 51.
e tremila zecchini veneziani...
L'autore
della Marfisa ha protestato, nella prefazione al suo poema, di voler
usare quanti anacronismi vuole per far chiara la sua allegoria, e di non
curarsi di critici in questo punto. I zecchini ch'escono dalla zecca di Venezia
sono di purgatissimo oro e in pregio di tutte le nazioni.
Stanza 52.
Or qui potrebbe dirmi alcun lettore
che una dama alle truffe non discende.
Ed io rispondo che Matteo scrittore
faceva in quell'etá commedie orrende...
E fino a
tutta l'ottava 54 sono censure alle commedie del Goldoni, il quale spesso
metteva in iscena de' nobili titolati d'un pessimo carattere e come si legge
nelle soprannotate tre ottave.
Stanza 79.
Turpino scrive che le sputacchiate...
Gli applausi,
che si fanno nelle chiese di Venezia a' predicatori e alle fanciulle che
cantano nei pii conservatorii musicali, quando piacciono, sono di raschiamenti
universali delle trachee e un gran sputacchiare catarroso degli uditori.
Stanza 89.
Dalle commedie e da' romanzi nuovi
traea gran parte de' suoi bei riflessi...
Nuovo scherzo
satirico alle commedie del Goldoni e alle commedie e romanzi del Chiari,
ch'erano le letture predilette di Marfisa, riformata dall'antico costume.
ANNOTAZIONI AL CANTO
OTTAVO
Stanza 19.
e le stimate fece colle mani,
giunta a Marfisa...
Modo usato da
Luigi Pulci nel suo poema del Morgante, forse tratto dall'attitudine in
cui è dipinto san Francesco dalle stimate, con le braccia e le mani aperte in
atto di preghiera.
Stanza 30.
Facendo il sordo o albanese messere...
«Far albanese
messere» è proverbio toscano antico, e vale finger di non capire.
Stanza 38.
Di Marco e di Matteo nelle riforme
scopre il bel, vede il buono, è a me conforme.
Altro scherzo
derisorio satirico sugl'infiniti volumi posti alle stampe dal Goldoni e dal
Chiari, tenuti da Marfisa per classici ed eccellenti.
ANNOTAZIONI AL CANTO
NONO
Stanza 44.
suo padre di Martan fu servitore...
Martano è
dipinto, nell'Orlando furioso di Lodovico Ariosto, codardo, traditore ed
esecrabile.
Stanza 57.
- Corpo di Bacco! - giura in ogni lato -
del primo mio romanzo nella storia
vo' metter la persona del marchese
in vista da far ridere il paese.
Il «corpo di
Bacco!» era il giuramento favorito del Chiari. Tal giuramento si legge con
frequenza ne' suoi romanzi e nelle sue commedie.
Il Chiari, se
aveva collera con alcuno, si svelenava ne' suoi romanzi, mettendo in quelli i
suoi avversi in un aspetto ridicolo e abborribile, a misura del di lui cruccio
e con una trivialitá plebea, sfogando persino la sua bile a farli perire per le
mani d'un carnefice. Dalla ottava 57 fino alla 63 è derisoria censura delle
opere del Chiari e del Goldoni e sulle replicate edizioni di quelle.
Stanza 63.
che sembrava un'idea del Masgumieri...
Il Masgumieri
fu noto ciarlatano, venditor di balsami e taccomacchi in Venezia.
Stanza 64.
Un altro scrittorel di simil forma,
il qual delle Stagion facea poemi...,
Certo conte
Orazio Arrighi Landini, che in quel tempo scriveva e stampava poemetti sulle Stagioni
dell'anno ed altre poesie, dedicando le operette sue indistintamente a
soggetti da' quali sperava qualche sovvenimento. Egli passava in Venezia per
buon poeta alla sprovveduta. Questo signore, niente censurabile sull'ottimo
carattere e costume, era però infelice poeta. Un piccolo tratto di gioviale
ironia poetica, sopra a' suoi scritti e sopra gli accidenti della sua vita,
dello scrittore della Marfisa, lo fece entrare in furore e nel desiderio
di vendicarsi con qualche scrittura, che fu ignuda affatto di merito, e di
maniere incivili, le quali non fecero che far ridere l'autore della Marfisa.
Le ottave 64-67 contengono un cenno di questo fatto.
Stanza 68.
Gl'impostori scrittor d'allora in caldo
appiccorno question co' buon scrittori.
Sino
all'ottava 73 è storia veridica e satirica sopra al Chiari e il Goldoni,
iracondi con gli accademici detti granelleschi, ch'esistevano in Venezia, gran
difensori della puritá del nostro idioma e della buona poesia.
ANNOTAZIONI AL CANTO
DECIMO
Stanza 3.
par loro avere in sul capo il mantello...
I birri, che
pigliano qualche delinquente in Venezia per condurlo in prigione, gli mettono
in sul capo un tabarro per coprirlo alla vista del popolo. I soli ladri sono
via condotti, da' birri, scoperti.
Stanza 4.
ma come, verbigrazia, quel di Praia...
A Praia, nel
territorio padovano, v'è un ricchissimo convento di monaci cassinensi.
Stanza 37.
Correa pel monastero una pazzia:
che si tenea per moral lavorio
l'opre e i romanzi del poeta Marco,
ed ogni tavolin n'era giá carco.
Le universali
letture erano allora le opere del Chiari e del Goldoni. Dalla ottava 37
all'ottava 46 è censura derisoria de' romanzi del Chiari.
Stanza 71.
...Grazie a Salomone
ed a Rutilio, in altro sono dotto...
Servo mille persone del paese
con la mia Fiorentina e Bolognese.
Rutilio
Benincasa fu astronomo, e l'opere sue sono molto studiate e considerate da'
giuocatori al lotto. La Fiorentina e la Bolognese sono di que'
molti libriccini di cabale numeriche, che si vendono agl'infiniti creduli
giuocatori del lotto. Quanto agli anacronismi dell'ottava 71, si è detto che
l'autore della Marfisa volle usarli a suo talento per render chiara la
sua allegorica intenzione, senza curarsi delle stitiche censure in tal proposito.
ANNOTAZIONI AL CANTO
UNDECIMO
Stanza 8.
e dice: - Eccovi alfin quel del formaggio...
Proverbio
comune in Venezia. «Trovar quel del formaggio» vale abbattersi a chi sa
castigare.
Stanza 9.
ne sa quanto un Macope ad una cura...
Macope fu
celebre professore di medicina nella universitá di Padova.
Stanza 79.
No, che non v'è ne' romanzi del Chiari
sorpresa a quella di Marfisa eguale...
L'abate
Chiari nelle sue commedie e nei suoi romanzi studiava e procurava sempre di
sbalordire gli spettatori e i lettori colle sorprese maravigliose e gli
accidenti impossibili.
Stanza 102.
Certi Macmud dipingono prudenti,
molto teneri in cor, molto pietosi,
certi bey, filosofi saccenti,
moralisti, divoti e generosi;
e per converso cristian malviventi,
marchesi ladri e conti pidocchiosi...
Son prese di
mira le commedie del Goldoni, e particolarmente le Persiane e le altre
commedie turche, che correano in quel tempo ne' teatri di Venezia.
Stanza 108.
perocché certo e' le sapeva tutte
e aggiunge alle dottrine di Margutte.
Margutte è il
personaggio d'un ateo, ladro, ghiottone e colmo di tutti i vizi, dipinto anche
con troppa vivacitá e imprudenza, ma felicemente e comicamente, da Luigi Pulci
nel suo poema del Morgante.
ANNOTAZIONI AL CANTO
DUODECIMO ED ULTIMO
Stanza 5.
Solo i Marchi e i Mattei da San Michele
hanno alcune cagion d'irritamento...
L'ottava
contiene una ingenua e cordiale veritá, non essendo l'autore della Marfisa
(sempre risibile e scherzevole) stato avverso al Chiari ed al Goldoni che per
uno zelo letterario d'opinione, in accordo co' suoi soci accademici detti
granelleschi, e per la sovversione che facevano gli scritti di quelle due
persone, sviando la gioventú dallo studio della nostra lingua legittima
litterale, dalla eloquenza, dalla varietá dello stile e dalla colta poesia
italiana ne' differenti generi.
Stanza 23.
con que' meschin cinque ducati al mese...
Gli ufficiali
militari dell'armata veneta, che venivano riformati dopo il loro servizio,
restavano con la sola paga mensuale di venti soldi al giorno.
Stanza 32.
Dal suo procurator corre volando.
Ecco un messo togato viene ansante,
che intima una gran pena al conte Orlando
e nel casotto sequestra il gigante...
Dalla ottava
32 a tutta la ottava 35 l'autore della Marfisa dá un'idea al lettore de'
raggiri interminabili usati da' causidici del fòro veneto.
Stanza 49.
da que' che balzan giú da' campanili...
I suicidii
erano divenuti frequenti in Venezia. Parecchi disperati avevano scelta la morte
volontaria con lo scagliarsi dall'enorme altezza del campanile di San Marco, e
morivano stritolati e stracciati.
Stanza 56.
a' mascalzoni affamati e assetati...
A Venezia
vivono molti viziosi scioperati della plebaglia vendendo relazioni a stampa,
vere, inventate o false, bandi e notizie di rei giustiziati, gridando con voci
fastidiose e correndo per tutta la cittá, anche prima che l'infelice condannato
abbia subita la sentenza, per trarne sollecitamente danari da spendere alla
taverna.
Stanza 67.
la favola di Mida e del barbiere...
La favola di
Mida, re di Frigia - che aveva le orecchie d'asino e le teneva occulte per
vergogna, e del barbiere che lo tondeva e che, pena la vita, non doveva
palesare il secreto; il quale si sfogò palesandolo in un buco della terra, dal
quale buco spuntarono canne, che percosse dal vento suonavano: «Mida ha
l'orecchie d'asino», palesando cosí la sciagura di Mida, - è favola nota.
Stanza 89.
Si leggea nel lunario da Bassano...
Altro
anacronismo dell'arbitrio dell'autore della Marfisa. Moltissimi lunari
degli anni successivi, che si vendono in Venezia, giungono dalle stamperie di
Bassano o di Trevigi.
Stanza 114.
Non eran di Parigi i bei talenti...
Sotto il nome
di Parigi e di Francia s'interpreti sempre Venezia allegoricamente.
Stanza 116.
Marco e Matteo non eran piú scrittori,
ché di seccar le coglie erano rei...
Le opere
teatrali del Chiari erano rifiutate da' comici, perché non facevano piú alcun
effetto in iscena, ed egli s'era ritirato a Brescia. Il Goldoni era passato a
Parigi a cercar quella fortuna che in Venezia s'era per lui raffreddata.
Stanza 145.
Ecco i ministri ch'alzano il sipario,
e son piú di duemila giunti in scena...
I ministri
della repubblica di Venezia stipendiati e con la cieca facoltá di poter lucrare
quegl'incerti, ch'essi sapevano procurarsi e far certi, erano un numero
infinito.
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