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Carlo Gozzi
Opere

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  • APPENDICE
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APPENDICE

 

 

 

I

 

LO SCRITTORE DELLA «MARFISA»

a' suoi lettori umanissimi

 

Leggesi che gli antichi padri della Chiesa greca, non meno gran santi che gran filosofi, usavano ne' sermoni che esponevano da' pergami alle adunanze raccolte ad ascoltarli, l'innestare de' ritratti degli uomini affascinati e perduti nel vizio.

Le loro accurate osservazioni sulla umanitá fornivano il loro pennello di tratti e di colori i piú vivi ed espressivi per porre sotto agli occhi degli uditori le figure degli ebbri, degli iracondi, de' golosi, de' superbi, degli avari, de' molli effeminati, de' sfrenati, libidinosi e d'altri brutalmente abbandonati ne' vizi; e con tali fisonomie, tali guardature, tali attitudini, tali scorci naturali, veri e abborribili ne' loro aspetti, che destavano negli ascoltatori ribrezzo e timore di somigliare a que' schiffi ritratti.

Una filosofica efficace facondia pittrice faceva qualche buon effetto, e metteva alcun freno di vergogna nella umanitá traviata e corrotta da' vizi.

L'urbano satirico osservatore sul genere umano, buon ritrattista e non cinico detrattore, laceratore, uccisore alla vita civile; che si attiene a' generali e non si scaglia a mordere particolarmente e nominatamente; non mosso da collera, da ambizione, da invidia e da vendetta o da venalitá, ma soltanto mosso da un sentimento di zelo inclinato al bene di tutti, potrebbe lusingarsi di purgare colle tre pitture in iscorcio ridicolo o schiffo, ma sempre naturali e vere, almeno in parte, il contagio di que' rei ammorbati costumi, che presto o tardi involgono ne' flagelli le intere nazioni.

Devo dire con mio intenso dolore ciò che altri dissero e affermarono con franchezza.

La patria mia, un tempo specchio di soda religione, di pietá, di giustizia, d'integritá, di valore, di coraggio, di prudenza, di costanza e d'ogni virtú, poco a poco, e particolarmente dopo l'insidiosi sparsi sofismi novelli, detti «filosofia», tendenti ad offuscare cervelli, a capovolgere tutte le leggi, tutti gli ordini salutari e a dar libero il corso a tutte le passioni degli uomini e delle femmine, è divenuta il ricinto delle leggerezze, delle immodestie, delle sfrenatezze, della infingardaggine, della ignoranza, della malafede, della stolida miscredenza e di quel lusso, di quelle mollezze, incontinenze e lussurie, che cagionarono un giorno la caduta de' regni de' Sardanapali d'Assiria.

Furono pochi quelli della mia patria scopritori che le parole sparse «dirozzare», «ripulire», «umanizzare», «risvegliare», «illuminare», «spregiudicare», fiancheggiate da ingegnosi insidiosi sofismi adulatori e commiseratori delle umane passioni tenute a freno (sofismi coperti dal velo mentitore della parola «virtú», degenerati ne' due stolidi e in un seducenti ululati: «libertá» ed «eguaglianza»), non erano che stimoli alle sanguinarie rivoluzioni alla frattura delle provvide leggi de' saggi, dettate dalla gran maestra esperienza, e sofismi guide ad una generale corruttela de' costumi e della solida e sana morale.

Coloro i quali non iscorgono quest'infelici precursori effetti conseguenti, avvenuti, prima che in altri climi, nel clima medesimo dond'ebbero scaturiggine le parole e i sofismi sopraccennati (effetti conseguenti di generale angoscia, dilatati poscia negli altri climi) non sono né «dirozzati» né «ripuliti» né «umanizzati» né «risvegliati» né «illuminati» né «spregiudicati», ma ciechi ed ebbri sonnambuli disumanati, che girano brancoloni per entro una densa nebbia contagiosa e fetente, da essi creduta lume risplendentissimo e quintessenza di cribrata e purificata filosofia.

La Marfisa bizzarra, poema di aspetto scherzevole, non è che un quadro storico del costume corrotto, di ritratti naturali, di caratteri veramente de' nostri giorni, della mia patria infelice e un'allegorica predizione del di lei finale destino.

Convien dire che gli antichi greci, i quali ascoltavano i loro predicatori, avessero i cuori piú atti alla sensibilitá, alla vergogna, alla compunzione, de' miei patrioti.

Si pongano nel conto de' nulla parecchi tratti giocosi satirici contenuti nel mio poema contro alcuni scrittori del tempo in cui lo composi, i quali, assecondando la corruttela del costume, sviavano la gioventú dalle regolaritá e guastavano la nobile semplicitá, la fedele legittimitá, la nitidezza del nostro eccellente idioma e il buono e vero gusto di scrivere in prosa ed in verso della nostra un tempo brava nazione; i quali cattivi scrittori non si astennero di pungere e dividere sgraziatamente e dozzinalmente la opinion mia, ch'io sostenni per legittima con quella inutilitá medesima con la quale ho combattuta per quanto potei la irreparabile inondazione della epidemica corruttela guastatrice della soda e sana morale.

Alcuni hanno giudicato che le importanti mire con le quali presi a scrivere la Marfisa dovessero essere esposte con uno stile differente, vale a dire piú serio, piú elevato e piú altitonante.

Oltre a che io fui sempre di un naturale piú inclinato al socco che al coturno, e sempre risibile sugli oggetti che presenta al mio sguardo questo basso mondo, per la opinion mia, cotesti giudici condannavano la mia composizione ad avere pochi lettori, siccome avviene oggidí per lo piú alle opere di morale scritte con sublimitá e catedraticamente per combattere i costumi corrotti.

A me stava a cuore che la Marfisa fosse letta e intesa universalmente da tutti senza promuovere sbadigli; e sapendo che le veritá innegabili de' miei ritratti e de' costumi della mia patria, pennelleggiati comicamente con uno stile italiano colto, ma che pizzica dell'urbano satirico lepido, avrebbe avuto maggior numero di lettori, volli scriverla com'ella è scritta.

Fui da alcuni ecclesiastici tacciato di troppo ardire e d'imprudenza nel dipingere nella Marfisa parecchi della loro classe in un'attitudine indecorosa al loro carattere.

Se questi alcuni tali avessero mantenuta la dovuta decenza, inseparabile dal loro carattere, non comparirebbero nel mio quadro di veritá in uno scorcio indecente, esoso e ridicolo.

Al tenere in silenzio i vizi di alcuni ecclesiastici della mia patria non avrei giammai potuto dare il titolo di prudenza, ma piuttosto il titolo d'ipocrisia, vizio infernale e da me piú ch'altro vizio abborrito e perseguitato.

In una cittá, in cui i vizi giungono di gran lunga a preponderare sulla virtú, comunicano il loro veleno anche in quelle persone le quali dovrebbero con l'esempio e con la forza e la facondia d'una logica efficace combattere e fugare il vizio medesimo.

Questo mostro, che deride la rattenutezza, i riguardi, la modestia, il pudore, la castitá, la temperanza, la sobrietá, accresce il numero all'infinito de' bisogni, al di lui alimento, e protetto dalla innumerabile schiera de' suoi seguaci possenti, riduce l'umanitá alla natura de' bruti, senza distinzioni di grado, di nascita o di ministero.

I giusti veri osservatori e conoscitori del corrotto costume della mia patria confesseranno che le pitture, con le quali delineai e tinteggiai tratto tratto nel mio (in apparenza) scherzevole poema della Marfisa alcuni ecclesiastici nostri, rappresentano originali ritratti della veritá.

L'avvilimento da me dipinto, di cui lordarono que' tali il loro rispettabile carattere con perniciosissimo esempio, meritavano la sferza del zelo mio, siccome l'hanno meritata i loro protettori, che accrebbero l'avvilimento di quelli con que' modi che appariscono dal poema della Marfisa.

Nel colloquio che tiene il mio allegorico paladino Ruggiero col mio allegorico Turpino, arcivescovo del mio allegorico Parigi, nell'ottavo canto del mio allegorico poema, si rileverá in qual rivolta il vizio avesse ridotte le famiglie; di qual guasto costume il vizio avesse lordata una infinitá di ecclesiastici, e con quale impossibilitá le viziose protezioni sopraffatrici incatenassero la pia volontá dei piú saggi e santi capi della Chiesa, di frenare, correggere, castigare e riformare il contegno de' loro leviti sfrenati, scandalosi e viziosi.

Non si creda giammai ch'io abbia preteso di porre in un fascio tutti i viventi a' giorni miei nella mia patria con gli accecati gruffolatori nel marciume e nel lezzo de' vizi rovinosi alla patria mia.

Non meno che nella lega del popolo e ne' particolari da tal lega separabili, conobbi ne' présidi al governo politico, civile e criminale e nel ceto ecclesiastico nostro, secolare e regolare, delle persone venerabili, fornite di ottimi sentimenti, di dottrina, di prudenza, di fervente zelo, di religione, di retta morale, veggenti non lontani i fulmini smantellatori, e adoperarsi con tutto lo spirito loro per allontanarli, ma con quella inutilitá con cui dugento d'intelletto intemerato e fermo vorrebbero porre a dritto cammino cento e piú mila intelletti sviati, frenetici, guasti da falsi dettami, guidati soltanto dalle sguinzagliate passioni e da' sensi viziati e brutali, ridotti torrente insostenibile e dominatore.

Ma i pochi saggi, buoni, divoti e credenti furono dalla moltitudine de' viziosi considerati imbecilli, accecati da' pregiudizi d'una stolida educazione falsa e antiquata.

I pochi buoni zelanti ecclesiastici furono dalla immensitá de' viziosi giudicati furbi, impostori, ipocriti, spaventacchi e lusingatori de' popoli di eterni celesti beni, per cupidigia di beni e d'oro terreno.

I pochi ottimi présidi al governo, che osarono, con troppo tardi maturi decreti emanati, di ridurre la gran massa de' viziosi al raccoglimento, alla moderazione, alla temperanza, e di regolare il costume disordinato e corrotto, di separare le ore del divertimento da quelle del riposo, di procurare che il giorno fosse considerato giorno, la notte considerata notte, onde i tribunali di giustizia e gli uffici non fossero occupati e amministrati da persone sonniferose, rese astratte, balorde ed ebbre dalle veglie, da' stravizi, dal giuoco, da' liquori, dalle notturne lussurie, di por freno a' vestiti immodesti, lascivi, attraenti, solleticatori e coltivatori del vizio nelle femmine rese baccanti dalle furie e dalle sfrenatezze del vizio, furono chiamati dalle orrende strida di un enorme tumulto di voci assordatrici, uscite dalle gole dell'immenso brulicame vizioso fremente, sopraffattori, ignoranti, vaneggiatori addormentati nelle goffaggini e muffaggini smodate, deliranti, disumanati, tiranni della natura e punibili.

Noi gli vedemmo rovesciati da' lor tribunali con tempesta di viziosi voti repubblicani forsennati iracondi, e vedemmo il vizio vittorioso gl'interi giorni e le intere notti scorrere la cittá pel suo dilatarsi, consolidarsi, torreggiare e signoreggiare.

Ben lo disse l'ottimo filosofo morale francese, osservatore profondo, Giovanni La Bruyère, ne' suoi Caratteri: che chi pretende di por argine agli abusi del corrotto vizioso costume, dilatati, impossessati, inveterati sopra le popolazioni, non fa che come colui che fruga in una cloaca per iscemare il puzzo: altro non fa che innalzare piú violento e piú insoffribile il fetore.

Se si vorrá considerare senza collera, senza maligna prevenzione e a mente serena il poema intitolato La Marfisa bizzarra, si troverá che tra il piccolo numero dei buoni inutili, a fronte degl'innumerabili guasti e corrotti, campeggiano, in quel poema giovialmente e urbanamente satirico, gli Orlandi, i Dodoni, gli Uggieri, gli Angelini, le Aldabelle, le Ermelline ed alcuni altri buoni personaggi, le cui grida, le cui lagnanze, le cui predichette zelanti furono derise e seminate tra le ortiche ed i pruni, come quelle de' pochi buoni della mia patria.

Preghiamo e speriamo che de' benigni influssi delle fulgenti stelle che ci soprastano purghino le menti sviate e guaste e le rimettano a dritto cammino, per la pace e tranquillitá d'una patria in cui nacqui, crebbi e invecchiai, desiderando ognora il legittimo bene di tutti i miei concittadini, spoglio di presunzione, alienissimo dalla piú minuta pretesa, salvo quella di voler dire apertamente la veritá mal sofferta.


 

 

 

II

 

ANNOTAZIONI

 

 

AVVERTIMENTO

 

Dovrebbe essere superfluo l'avvertire i lettori che chi si è posto a scrivere la Marfisa bizzarra, poema faceto, non abbia presa materia (com'egli tratto tratto asserisce scherzevolmente) da Turpino; e che Carlo Magno, Parigi, i paladini e i personaggi descritti dal Boiardo, dall'Ariosto e da alcuni altri scrittori degli antichi poemi, non sieno stati presi dallo scrittore della Marfisa che per coprire d'una veste allegorica un piccolo abozzo del prospetto de' costumi, della morale de' giorni suoi e de' caratteri in generale de' suoi compatrioti, riformati da' scrittori perniziosi e dalla scienza del nostro secolo detto «illuminato».

Tuttavia do questo avvertimento preliminare alle annotazioni fatte sulla Marfisa, onde le fantasie interpretatrici non escano dal quadro storico de' costumi e de' caratteri in generale ch'esistevano nella patria dello scrittore della Marfisa, poema faceto, nel tempo che fu composto.

 

 

 

ANNOTAZIONI AL CANTO PRIMO

 

Stanza 1.

 

Se non credessi offender gli scrittori

che han rotto con lo scrivere ogni sbarra,

e son fatti del mondo inondatori,

io canterei di Marfisa bizzarra...

 

Ardeva, nel tempo in cui l'autore si pose a scrivere il poema della Marfisa, una controversia lepidamente satirica tra gli accademici denominati «granelleschi» esistenti in Venezia, gran difensori della lingua litterale italiana e della colta poesia di vario genere, e gli scrittori che le sfiguravano e guastavano colle opere loro, d'un libero e goffo mescuglio di esteri linguaggi, di maniere e frasi grossolane, di ampollositá snaturate, di corrotti vernacoli.

Uno scopo, tra i molti altri dell'autore della Marfisa, accademico granellesco sotto il nome del «Solitario», fu di prendere di mira i cattivi scrittori che in quella stagione in Venezia sviavano le menti dalla coltura, e particolarmente il Goldoni ed il Chiari, scrittori di commedie, di romanzi, di prose e di poetiche composizioni in ogni genere e metro infelicissime. Si troveranno nel poema della Marfisa buon numero di squarci di censura e dileggio diretti a' cattivi scrittori del tempo in cui fu composto, né si nega che, nel mezzo agl'infiniti caratteri presi in generale, che campeggiano nel poema, sotto i due nomi de' paladini Marco e Matteo dal Pian di San Michele sono figurati particolarmente il Chiari e il Goldoni, i due maggiori e piú arrabbiati nimici degli accademici granelleschi accennati.

 

Stanza 2.

 

...e farò come il Cordellina e Svario,

c'hanno l'interruttore dietrovia

al loro arringo che grida il contrario...

 

 

Nel fòro veneto, alle dispute delle cause degli avvocati, v'è un avvocato che interrompe a diritto ed a torto con voce tuonante quell'avvocato ch'è l'ultimo ad arringare nella causa, e vien data poca retta da quello che arringa all'interruttore.

Cordellina e Svario furono due de' piú celebri avvocati del fòro veneto.

 

Stanza 5.

 

Di Marfisa bizzarra cantar voglio.

Cantolla un altro, e non ebbe concetto...

onde rimase con Paris e Vienna

ad aspettar qualche moderna penna.

 

Un certo Dragontino da Fano scrisse un poema nel Cinquecento, intitolato La Marfisa bizzarra, seguendo le fantasie romanzesche del Boiardo e dell'Ariosto meschinamente.

Quel cattivo poema ebbe il destino ch'ebbero i triviali poemi di Paris e Vienna, del Buovo d'Antona e di parecchi altri cosí fatti, comperati soltanto dal basso popolo.

 

Stanza 6.

 

Voi, che non isdegnate i versi miei

e de' nostri buon padri avete stima...

 

Intendasi gli accademici granelleschi e tutti coloro che apprezzavano la puritá e l'indole della nostra lingua litterale, della colta poesia italiana in tutti i generi, ed erano fedeli agli antichi celeberrimi nostri conformatori e fondatori di quelle.

 

Stanza 14.

 

I romanzieri dall'eroiche imprese,

dalle battaglie e da' sublimi amori

piú non si nominavan nel paese,

perché i moderni eran usciti fuori...

 

E sino a tutta la stanza 16 è satira dileggiatrice sul profluvio de' romanzi pubblicati dall'abate Chiari, ed è pittura satirica sopra alcune commedie del Goldoni.

 

Stanza 17.

 

Altri scrittor piú dotti e disonesti

per i lor fini, a tal cominciamento,

stampavan libri sottili e infernali

dipingendo i mal beni ed i ben mali.

 

Cioè i sofisti perniziosi del secolo, i quali col pretesto d'illuminare il genere umano rovesciarono infiniti cervelli per universale sciagura e trambusto.

 

Stanza 48.

 

Talor soletto andava passeggiando

dove son le dinunzie secrete...

 

Si chiamavano in Venezia «denunzie secrete» alcune teste spaventose di marmo, fitte nelle muraglie de' magistrati, le quali teste o mascheroni avevano una gran bocca aperta, in cui i delatori, che volevano star celati, scagliavano le querele scritte in una cartuccia contro coloro che volevano accusare ed esporre a' processi d'inquisizione.

 

Stanza 53.

 

...fatto vecchio servente a Galerana...

 

Galerana, secondo gli antichi romanzi, fu imperatrice e moglie di Carlo Magno. Il titolo di «servente» è abbastanza in costume a' giorni nostri per intendere qual sia l'uffizio di quello.

 

Stanza 55.

 

Marco e Matteo del Pian di San Michele..

 

Si è detto che sotto le persone de' due paladini antichi Marco e Matteo dal Pian di San Michele sono figurati i due poeti Chiari e Goldoni.

 

Stanza 61.

 

Ma Dodon dalla mazza, paladino...

 

Non si cela che sotto il nome del paladino Dodon dalla mazza è figurato l'autore del poema della Marfisa; il quale, unito agli accademici granelleschi di lui soci, fu il martirio maggiore de' due suaccennati poeti.

 

 

 

ANNOTAZIONI AL CANTO SECONDO

 

Stanza 1.

 

Io mi son dilettato alquanto invero

il critico arruffato immaginando...

 

Fino compresa la quarta ottava è un immaginato dialogo tra l'autore della Marfisa e l'abate Chiari, uomo di carattere altero e presuntuoso.

 

Stanza 21.

 

Or vorrebb'esser stata ballerina,

or cantatrice divenir vorria...

 

Titoli di alcuni tra i moltissimi romanzi pubblicati dal poeta Marco, cioè dall'abate Chiari, scrittore dei detti romanzi, de' quali Marfisa era studente e associata alle stampe, ammiratrice e inclinata a seguire le massime e i dettami di quelli.

 

Stanza 63.

 

Filinor non si scuote e non si move:

- Il mio costume - rispose - l'appresi

da' cavalier delle commedie nuove...

 

In questi versi sono sferzate alcune delle commedie del paladino Matteo, cioè del Goldoni, nelle quali in confronto delle persone del basso popolo, da lui dipinte virtuose, metteva conti, marchesi ed altri titolati cavalieri in aspetto di bari, d'impostori e d'un pessimo carattere di mal esempio.

 

 

 

ANNOTAZIONI AL CANTO TERZO

 

Stanza 31.

 

Io trovo ne' romanzi di que' tempi

certe avventure magre da pidocchi

e fatti da sbavigli e casi scempi

di que' poeti, e lunghi un tirar d'occhi,

che informavan quegli antichi esempi

di battaglie, di giostre...

 

Il tratto satirico è diretto a' novelli romanzi, ma particolarmente a quelli dell'abate Chiari.

 

Stanza 34.

 

Perocché prima di cantar la messa

avea dato il manipolo a baciare...

 

A Venezia quasi tutti i preti ordinati da evangelo e da messa da' prelati siedono nella chiesa con degli assistenti a fianco e con un gran bacile dinanzi. Essi dánno a baciare a infiniti invitati, pregati e spinti dagli uffici, quel sacro arredo che si chiama «manipolo»; e i baciatori concorrenti tutti scagliano nel bacile divotamente una moneta, chi grossa e chi minuta per offerta al prete novello. Tale offerta giunge talora ad essere la somma di cinque o sei cento ducati, secondo gli amici, i conoscenti e i protettori del prete. Questo pio costume fu introdotto in Venezia per soccorso dei preti, i quali per la maggior parte sono ordinati sacerdoti senza patrimonio, per la loro povertá e per il solo merito d'aver servita la Chiesa sino da cherichetti.

L'offerta, per quanto si dice, deve servire a que' preti per provvedersi di libri ecclesiastici, da studiare per erudirsi nel loro sacro ministero; ma parecchi de' preti veneziani consacrati fanno l'uso di quell'offerta, che fece don Guottibuossi, cappellano in casa di Ruggiero e servente di Bradamante.

 

Stanza 69.

 

Voi siete pien di antichi pregiudizi,

né alle commedie nuove andate mai,

né i romanzi novei, pien d'artifizi

dotti, leggete, che insegnano assai.

Certe antiche virtudi ora son vizi...

 

Sferza a' costumi introdotti dalla falsa scienza del secolo, e precisamente a' sentimenti e alle massime sparse con aria filosofica nelle commedie e ne' romanzi del Chiari. Si noti che l'astuto don Guottibuossi cappellano adulava ironicamente Marfisa, gran estimatrice delle dette opere, per prenderla nella rete e per farla sposa di Terigi.

 

 

 

ANNOTAZIONI AL CANTO QUARTO

 

Stanza 37.

 

Marco e Matteo dal Pian di San Michele,

ch'eran torrenti della poesia,

a don Gualtieri accendevan candele

perché Terigi a un d'essi l'ordin dia...

 

Cioè l'ordine di apparecchiare la raccolta di poesie per le nozze: ufficio che fruttava zecchini. Nella mala influenza poetica del Chiari e del Goldoni, figurati nei due paladini Marco e Matteo, e che in quel tempo passavano in Venezia per due poeti alla moda eccellenti, venivano appoggiate quasi tutte le raccolte di poesie, in costume nell'occasione de' matrimoni o di monacazioni o di esaltazioni a gradi sublimi di personaggi illustri.

Bastava però che i celebrati fossero ricchi e splendidi, perocché si vide una raccolta poetica, celebratrice di uno sposalizio ebraico, formata da Marco poeta, sacerdote cattolico. Tali raccolte in quella stagione servivano di campo a' morsi trivialmente satirici de' cattivi scrittori verso gli accademici granelleschi, e servivano a' granelleschi, difensori del retto pensare e del purgato scrivere, per mordere e porre in dileggio i cattivi scrittori.

 

Stanza 43.

 

Rugger per il costume del paese

qualche libretto anch'ei doveva fare.

Dodone il santo, figliuol del danese,

gli aveva detto: - Non farneticare,

ché un libriccin vo' farti alle mie spese

da far Marco e Matteo divincolare...

 

L'autore della Marfisa, accademico granellesco, figurato in Dodone dalla mazza, si divertiva, all'occasione delle raccolte di poesie per le dette circostanze, a far stampare delle facete composizioni in versi, ch'erano giuste censure e dileggi arditissimi contro gli scritti del Chiari e del Goldoni e de' scrittorelli lor partigiani e i ARGOMENTO.

mitatori, come si può rilevare nel di lui poemetto intitolato I sudori d'Imeneo e in una moltitudine di poetiche bizzarrie, fatte da lui stampare ne' giorni di quelle ridicole controversie.

 

Stanza 45.

 

E dalle Madri tradite dir posso...

 

La Madre tradita è il titolo che portava una commedia del Chiari.

 

Stanza 46.

 

dell'Impressario turco dalla Smirne...

 

Tale è il titolo d'una commedia del Goldoni.

 

Stanza 47.

 

poi vanno a partorir Filosofesse...

 

Romanzo del Chiari, intitolato La filosofessa italiana. Sino l'ottava 52 è critica sugli scritti pubblicati dall'abate Chiari.

 

Stanza 72.

 

Un di carnoval era, e la pressa

de' cavalieri e paladini è grande,

per gir nella Ruet dopo la messa,

ch'è una via in piazza, chiusa dalle bande

da' sedili di paglia...

 

L'autore della Marfisa cambia nel nome di «Ruet» ciò che a Venezia si chiama «Liston», ch'era una viottola nella piazza di San Marco, formata da sedili posti in due lunghe file, in cui avvenivano le cose descritte nelle ottave 72-76. Da parecchi anni tal adunanza non è piú in costume.

 

 

 

ANNOTAZIONI AL CANTO QUINTO

 

Stanza 2.

 

Non sempre e in ogni loco curiosa

soffro la gente molto volentieri,

e, verbigrazia, a un'opera fecciosa

che corra e spenda e gridi e si disperi.

Questa curiositade è perniziosa,

io dico, e di cervei troppo leggeri...

 

Allude al fanatismo risvegliato in Venezia dalle opere sceniche dell'abate Chiari e del Goldoni.

Quel fanatismo aveva divisa la intera popolazione in due partiti infuocati. Le chiavi de' palchetti de' teatri si vendevano un occhio. I contrasti d'opinione de' due partiti assordavano e cagionavano delle dissensioni fino nelle famiglie tra padri e figli, fratelli e sorelle.

 

Stanza 44.

 

e ciocche di cristallo risplendente,

non dico del Briati, che non c'era...

 

Giuseppe Briati muranese fu benemerito inventore privilegiato in Venezia della pasta del terso cristallo, e particolarmente di ciocche magnifiche da illuminare le sale de' gran signori, i teatri e le vie in occasione di solennitá.

 

Stanza 46.

 

che pareva quel giorno il bucentoro...

 

Il bucentoro era un naviglio ricchissimo, tutto intagli e dorature, d'un costo sommo, in cui il doge di Venezia nel giorno dell'Ascensione veniva condotto al porto di mare detto del Lido, con un sèguito di galere e gran numero di barche; laddove giunto, per segno di antico dominio del mare Adriatico, sposava, con un anello gettato nell'onde, codesto mare.

 

Stanza 114.

 

Marco dal pian di San Michel, poeta...

 

Cioè l'abate Chiari, di cui l'autore della Marfisa un'idea del carattere in quell'ottava e nella seguente.

 

Stanza 113.

 

Anche Matteo, poeta suo nimico...

 

Il Goldoni ed il Chiari erano in quel tempo rivali e nimicissimi. Si censuravano ferocemente nelle opere loro. In quell'ottava l'autore della Marfisa fa una pittura del carattere del Goldoni, gran coltivatore d'un grosso partito agli scritti suoi con una umiliazione e un'adulazione niente poetica.

 

Stanza 117.

 

Dodone dalla mazza, detto «il santo»,

era venuto, e guardava ogni cosa

stando a un tavolier solo da un canto,

facendo vista di fiutar la rosa.

 

L'autore della Marfisa, figurato nel paladino Dodone, si spassava continuamente a far l'osservatore e l'anatomista sui caratteri, sul pensare e sul raziocinare dell'umanitá, come si può rilevare dal suo poema e da tutti gli scritti suoi.

Il giuoco dell'«undici», descritto nell'ottava soprapposta, è giuoco cappuccinesco e da solitario, che cerca un passatempo in una combinazione semplice di numeri da sé solo in disparte, per non impegnarsi in partite di giuochi di carte d'applicazione, da lui abborrite, e per star separato da una societá romorosa.

 

 

 

ANNOTAZIONI AL CANTO SESTO

 

Stanza 32.

 

Pareva scritta dal fine al principio,

siccome l'orazion di sant'Alipio.

 

L'«orazione di sant'Alipio» è una di quelle poesie di versi trivialissimi, che i pitocchi e i ciechi cantavano per le strade e sotto alle finestre delle case, accompagnando il canto loro con un chitarrone, per trarre qualche elemosina.

 

Stanza 33.

 

E cominciava: «O vergin, vergin bella,

estro e natura canora e sonora».

Marco poeta a rider si smascella,

e critica ogni detto che vien fuora...

 

Si è detta la rivalitá che correva allora tra il Chiari e il Goldoni. I due primi versi dell'ottava 33 contengono in caricatura lo stile del Goldoni, qualora voleva impacciarsi a comporre de' versi sostenuti.

 

Stanza 35.

 

Dodone alcuni versi avea finiti

pel maritaggio, e pronti per le stampe,

che correggean que' vati fuorusciti.

I parigin non voglion che gli stampe,

e vanno minacciando i revisori

ché, caschi il ciel, non gli lascino ir fuori...

 

Alludesi a' due partiti infiammati divisi de' partigiani del Chiari e del Goldoni. I garbugli, i sottomani, gli occulti uffici, che facevano quei due partiti onde non fossero licenziate per le stampe le composizioni dell'autore della Marfisa, facetamente derisorie le poesie del Chiari e del Goldoni, erano instancabili e furenti.

 

 

 

ANNOTAZIONI AL CANTO SETTIMO

 

Stanza 3.

 

contro anche san Francesco, e va nel verde.

 

Nelle concorrenze agli uffici in Venezia s'usano tre bussoli da raccogliere i voti secreti. L'uno di questi bussoli è bianco, l'altro rosso, l'altro verde. I voti che si trovano nel bussolo verde escludono il concorrente dall'officio al quale aspira.

 

Stanza 30.

 

Una bocca facea, che somigliava

le denonzie secrete e peggio ancora...

 

Addietro s'è detto che le denunzie secrete, fitte nel muro esternamente a' magistrati di Venezia, erano teste di mascheroni mostruosi con una bocca larga oltre misura.

 

Stanza 32.

 

svimèr, landò, carrozze, venti legni...

 

«Svimèr», «landò», «cucchier», «cudesime» ed altri nomi, che non si trovano nel vocabolario della Crusca, sono carrozze posteriori alla compilazione del detto vocabolario, ma carrozze in costume a' tempi nostri, introdotte dalla mollezza e dal lusso, giunte dalla Francia, dalla Germania e dall'Inghilterra in Italia.

 

Stanza 51.

 

e tremila zecchini veneziani...

 

L'autore della Marfisa ha protestato, nella prefazione al suo poema, di voler usare quanti anacronismi vuole per far chiara la sua allegoria, e di non curarsi di critici in questo punto. I zecchini ch'escono dalla zecca di Venezia sono di purgatissimo oro e in pregio di tutte le nazioni.

 

Stanza 52.

 

Or qui potrebbe dirmi alcun lettore

che una dama alle truffe non discende.

Ed io rispondo che Matteo scrittore

faceva in quell'etá commedie orrende...

 

E fino a tutta l'ottava 54 sono censure alle commedie del Goldoni, il quale spesso metteva in iscena de' nobili titolati d'un pessimo carattere e come si legge nelle soprannotate tre ottave.

 

Stanza 79.

 

Turpino scrive che le sputacchiate...

 

Gli applausi, che si fanno nelle chiese di Venezia a' predicatori e alle fanciulle che cantano nei pii conservatorii musicali, quando piacciono, sono di raschiamenti universali delle trachee e un gran sputacchiare catarroso degli uditori.

 

Stanza 89.

 

Dalle commedie e da' romanzi nuovi

traea gran parte de' suoi bei riflessi...

 

Nuovo scherzo satirico alle commedie del Goldoni e alle commedie e romanzi del Chiari, ch'erano le letture predilette di Marfisa, riformata dall'antico costume.

 

 

 

ANNOTAZIONI AL CANTO OTTAVO

 

Stanza 19.

 

e le stimate fece colle mani,

giunta a Marfisa...

 

Modo usato da Luigi Pulci nel suo poema del Morgante, forse tratto dall'attitudine in cui è dipinto san Francesco dalle stimate, con le braccia e le mani aperte in atto di preghiera.

 

Stanza 30.

 

Facendo il sordo o albanese messere...

 

«Far albanese messere» è proverbio toscano antico, e vale finger di non capire.

 

Stanza 38.

 

Di Marco e di Matteo nelle riforme

scopre il bel, vede il buono, è a me conforme.

 

Altro scherzo derisorio satirico sugl'infiniti volumi posti alle stampe dal Goldoni e dal Chiari, tenuti da Marfisa per classici ed eccellenti.

 

 

 

ANNOTAZIONI AL CANTO NONO

 

Stanza 44.

 

suo padre di Martan fu servitore...

 

Martano è dipinto, nell'Orlando furioso di Lodovico Ariosto, codardo, traditore ed esecrabile.

 

Stanza 57.

 

- Corpo di Bacco! - giura in ogni lato -

del primo mio romanzo nella storia

vo' metter la persona del marchese

in vista da far ridere il paese.

 

Il «corpo di Baccoera il giuramento favorito del Chiari. Tal giuramento si legge con frequenza ne' suoi romanzi e nelle sue commedie.

Il Chiari, se aveva collera con alcuno, si svelenava ne' suoi romanzi, mettendo in quelli i suoi avversi in un aspetto ridicolo e abborribile, a misura del di lui cruccio e con una trivialitá plebea, sfogando persino la sua bile a farli perire per le mani d'un carnefice. Dalla ottava 57 fino alla 63 è derisoria censura delle opere del Chiari e del Goldoni e sulle replicate edizioni di quelle.

 

Stanza 63.

 

che sembrava un'idea del Masgumieri...

 

Il Masgumieri fu noto ciarlatano, venditor di balsami e taccomacchi in Venezia.

 

Stanza 64.

 

Un altro scrittorel di simil forma,

il qual delle Stagion facea poemi...,

 

Certo conte Orazio Arrighi Landini, che in quel tempo scriveva e stampava poemetti sulle Stagioni dell'anno ed altre poesie, dedicando le operette sue indistintamente a soggetti da' quali sperava qualche sovvenimento. Egli passava in Venezia per buon poeta alla sprovveduta. Questo signore, niente censurabile sull'ottimo carattere e costume, era però infelice poeta. Un piccolo tratto di gioviale ironia poetica, sopra a' suoi scritti e sopra gli accidenti della sua vita, dello scrittore della Marfisa, lo fece entrare in furore e nel desiderio di vendicarsi con qualche scrittura, che fu ignuda affatto di merito, e di maniere incivili, le quali non fecero che far ridere l'autore della Marfisa. Le ottave 64-67 contengono un cenno di questo fatto.

 

Stanza 68.

 

Gl'impostori scrittor d'allora in caldo

appiccorno question co' buon scrittori.

 

Sino all'ottava 73 è storia veridica e satirica sopra al Chiari e il Goldoni, iracondi con gli accademici detti granelleschi, ch'esistevano in Venezia, gran difensori della puritá del nostro idioma e della buona poesia.

 

 

 

ANNOTAZIONI AL CANTO DECIMO

 

Stanza 3.

 

par loro avere in sul capo il mantello...

 

I birri, che pigliano qualche delinquente in Venezia per condurlo in prigione, gli mettono in sul capo un tabarro per coprirlo alla vista del popolo. I soli ladri sono via condotti, da' birri, scoperti.

 

Stanza 4.

 

ma come, verbigrazia, quel di Praia...

 

A Praia, nel territorio padovano, v'è un ricchissimo convento di monaci cassinensi.

 

Stanza 37.

 

Correa pel monastero una pazzia:

che si tenea per moral lavorio

l'opre e i romanzi del poeta Marco,

ed ogni tavolin n'era giá carco.

 

Le universali letture erano allora le opere del Chiari e del Goldoni. Dalla ottava 37 all'ottava 46 è censura derisoria de' romanzi del Chiari.

 

Stanza 71.

 

...Grazie a Salomone

ed a Rutilio, in altro sono dotto...

Servo mille persone del paese

con la mia Fiorentina e Bolognese.

 

Rutilio Benincasa fu astronomo, e l'opere sue sono molto studiate e considerate da' giuocatori al lotto. La Fiorentina e la Bolognese sono di que' molti libriccini di cabale numeriche, che si vendono agl'infiniti creduli giuocatori del lotto. Quanto agli anacronismi dell'ottava 71, si è detto che l'autore della Marfisa volle usarli a suo talento per render chiara la sua allegorica intenzione, senza curarsi delle stitiche censure in tal proposito.

 

 

 

ANNOTAZIONI AL CANTO UNDECIMO

 

Stanza 8.

 

e dice: - Eccovi alfin quel del formaggio...

 

Proverbio comune in Venezia. «Trovar quel del formaggio» vale abbattersi a chi sa castigare.

 

Stanza 9.

 

ne sa quanto un Macope ad una cura...

 

Macope fu celebre professore di medicina nella universitá di Padova.

 

Stanza 79.

 

No, che non v'è ne' romanzi del Chiari

sorpresa a quella di Marfisa eguale...

 

L'abate Chiari nelle sue commedie e nei suoi romanzi studiava e procurava sempre di sbalordire gli spettatori e i lettori colle sorprese maravigliose e gli accidenti impossibili.

 

Stanza 102.

 

Certi Macmud dipingono prudenti,

molto teneri in cor, molto pietosi,

certi bey, filosofi saccenti,

moralisti, divoti e generosi;

e per converso cristian malviventi,

marchesi ladri e conti pidocchiosi...

 

Son prese di mira le commedie del Goldoni, e particolarmente le Persiane e le altre commedie turche, che correano in quel tempo ne' teatri di Venezia.

 

Stanza 108.

 

perocché certo e' le sapeva tutte

e aggiunge alle dottrine di Margutte.

 

Margutte è il personaggio d'un ateo, ladro, ghiottone e colmo di tutti i vizi, dipinto anche con troppa vivacitá e imprudenza, ma felicemente e comicamente, da Luigi Pulci nel suo poema del Morgante.

 

 

 

ANNOTAZIONI AL CANTO DUODECIMO ED ULTIMO

 

Stanza 5.

 

Solo i Marchi e i Mattei da San Michele

hanno alcune cagion d'irritamento...

 

L'ottava contiene una ingenua e cordiale veritá, non essendo l'autore della Marfisa (sempre risibile e scherzevole) stato avverso al Chiari ed al Goldoni che per uno zelo letterario d'opinione, in accordo co' suoi soci accademici detti granelleschi, e per la sovversione che facevano gli scritti di quelle due persone, sviando la gioventú dallo studio della nostra lingua legittima litterale, dalla eloquenza, dalla varietá dello stile e dalla colta poesia italiana ne' differenti generi.

 

Stanza 23.

 

con que' meschin cinque ducati al mese...

 

Gli ufficiali militari dell'armata veneta, che venivano riformati dopo il loro servizio, restavano con la sola paga mensuale di venti soldi al giorno.

 

Stanza 32.

 

Dal suo procurator corre volando.

Ecco un messo togato viene ansante,

che intima una gran pena al conte Orlando

e nel casotto sequestra il gigante...

 

Dalla ottava 32 a tutta la ottava 35 l'autore della Marfisa un'idea al lettore de' raggiri interminabili usati da' causidici del fòro veneto.

 

Stanza 49.

 

da que' che balzan giú da' campanili...

 

I suicidii erano divenuti frequenti in Venezia. Parecchi disperati avevano scelta la morte volontaria con lo scagliarsi dall'enorme altezza del campanile di San Marco, e morivano stritolati e stracciati.

 

Stanza 56.

 

a' mascalzoni affamati e assetati...

 

A Venezia vivono molti viziosi scioperati della plebaglia vendendo relazioni a stampa, vere, inventate o false, bandi e notizie di rei giustiziati, gridando con voci fastidiose e correndo per tutta la cittá, anche prima che l'infelice condannato abbia subita la sentenza, per trarne sollecitamente danari da spendere alla taverna.

 

Stanza 67.

 

la favola di Mida e del barbiere...

 

La favola di Mida, re di Frigia - che aveva le orecchie d'asino e le teneva occulte per vergogna, e del barbiere che lo tondeva e che, pena la vita, non doveva palesare il secreto; il quale si sfogò palesandolo in un buco della terra, dal quale buco spuntarono canne, che percosse dal vento suonavano: «Mida ha l'orecchie d'asino», palesando cosí la sciagura di Mida, - è favola nota.

 

Stanza 89.

 

Si leggea nel lunario da Bassano...

 

Altro anacronismo dell'arbitrio dell'autore della Marfisa. Moltissimi lunari degli anni successivi, che si vendono in Venezia, giungono dalle stamperie di Bassano o di Trevigi.

 

Stanza 114.

 

Non eran di Parigi i bei talenti...

 

Sotto il nome di Parigi e di Francia s'interpreti sempre Venezia allegoricamente.

 

Stanza 116.

 

Marco e Matteo non eran piú scrittori,

ché di seccar le coglie erano rei...

 

Le opere teatrali del Chiari erano rifiutate da' comici, perché non facevano piú alcun effetto in iscena, ed egli s'era ritirato a Brescia. Il Goldoni era passato a Parigi a cercar quella fortuna che in Venezia s'era per lui raffreddata.

 

Stanza 145.

 

Ecco i ministri ch'alzano il sipario,

e son piú di duemila giunti in scena...

 

I ministri della repubblica di Venezia stipendiati e con la cieca facoltá di poter lucrare quegl'incerti, ch'essi sapevano procurarsi e far certi, erano un numero infinito.

 

 

 




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