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1[1]
2
Sacra cosa il dolore; e l'uomo
dee con religione appressarglisi, e temere di non essere immeritevole di
comprenderlo. Vedesti le lacrime mie, stringesti la mia mano, anche tu
lagrimante: ma nel pianto nostro non era viltà. Non l'offeso orgoglio, ma
l'amore ferito traggono lagrime dall'anime generose. Pur nelle lagrime in
compagnia de' cari versate, è una virtù sanatrice, che il sorriso de' fortunati
non ha.
Tra le ruine del bene, la viltà
dell'uom tristo striscia e s'asconde come serpe in terreno di fango. Morde e
fugge; fugge e a un tratto si volta; fugge e fischia di lontano, e aspetta
aggomitolata entro una macchia, e improvvisa si lancia, e morde veleno.
Non ci irritino ad ira o a
disprezzo le sozzure dell'anima umana contaminata. Piangiamo l'ingiustizia,
gl'ingiusti amiamo.
3
Riandando coll'anima i luoghi
sin dalla mia fanciullezza veduti fin qui, gli è un dolore come sì poche
imagini me ne vivano in mente. Il sentimento rimane: ma al desiderio e al
bisogno non basta. Vorrei rifare l'educazione de' sensi miei; vorrei dalle
grandi acque della natura dedurre più rivi, che più vivi zampillino nel mio
pensiero.
4
Il mio cielo natìo mi lasciò
delle sue bellezze piuttosto un sentimento indefinito che imagini rilevate e
spiranti. Ma questo sentimento primo è il fondo e la forma dell'indole e
dell'ingegno. Ora, con la memoria raccapezzo le impressioni tenui
dell'infanzia: e più tenui sono, e più la tela che c'intesso mi vien delicata.
Quanto ci vuole a formare un'anima! a farla accorta del bello! Quant'è
difficile che la bellezza di fuori aggiunga sino in fondo, e, nel passare, non
perda!
5 [2]
6
L'affetto è a me fede, le
lagrime lingua, patria il dolore. Chi soffre è mio congiunto. E abbracciare gli
altrui patimenti m'è ristoro de' miei.
7
Corsica.
Il cielo tutto sereno: non sai
se più l'oriente o più l'occidente. Le nubi o d'un ranciato allegro, o d'un
bianchiccio mondo, o d'un cenerino vivo; altre quasi lasche che guizzano
lucenti nel vano. Tra settentrione e ponente nuota nell'alto un'imagine che par
della Vergine col Bambino, tutta d'oro: la luna le sorge rimpetto. Le case
paiono scendere frettolose e festive verso la riva. L'aria è tranquilla: il
mare, quasi affaticato da interno travaglio, flotta e manda larghe e pacate con
rumore lento ai lidi le schiume.
8
Dalmazia.
Singolare nella schiettezza e nella
pace sua, la mia vita, in diverse condizioni, trasportata d'un tratto; come
soldato che pernotta, ora sul mare agitato, ora tra i bicchieri ed i canti, or
fra i terrori di chi fugge e gli aneliti de' morenti.
Voglio un mese dell'anno
consacrar la mia voce alla povera gente illirica; ch'amo qui rimanga una
qualche scintilla della mia fiamma, e questi colli ignudi echeggino alla buona
novella dello universale amore del quale vorrei essere e banditore e martire.
9
Parigi.
Quel tratto tra di campagnolo e
di vecchio, indizio d'anima schietta e forte, fermò gli occhi miei sopra te.
Alle prime parole noi due selvaggi fummo insieme domestici: te dal primo
presentii amico immutabile. Oh le serate non gaie, ma liete d'intendente
sorriso e d'alti desiderii e di lacrime! In te la potente semplicità
dell'affetto. Ne' tuoi colloquii trovai la parola che va rotata e diritta nel
segno. Per lodare un concetto e' diceva: "grande!"; per lodare
un'anima, e' la chiamava fonda. Me non lodava in parole, ma col sorriso, quasi
involontario, delle labbra e degli occhi. E i difetti miei tanti pativa, egli
sdegnoso. Oh che severa e sicura e candida tenerezza!
Visitai, lui lontano, i suoi be'
colli natii, là dove il Tirolo s'ingentilisce e s'allegra nel baciare l'Italia,
ed è, Italia già. Visitai la sua casa; conobbi sua madre: egli, in sapendolo,
pianse.
Mentre tu nel tuo villaggio ti
pasci della Bibbia e di Dante, o scorri cacciatore ne' monti, o contempli le
patrie colline scendere adagio e salire nell'orizzonte sereno; e mentre io
sfango per sentire con ribrezzo le serve parole di qualche professore del
Collegio di Francia; mentre beo questo latte ch'è amido, e questo vino ch'è
acquavite allungata; e mentre d'un raggio di sole che tra scossa e scossa
faccia capolino e dispaia, ringrazio Iddio come di gioia miracolosa; le
nostr'anime, spero, si rincontrano in via, e come uccelli da diverso vegnenti,
si parlano in loro linguaggio, e volano.
10 [3]
11
Val d'Arno.
Vidi da Santa Maria a Monte
discendere coll'Arno la lieta campagna, lieta di paeselli e di ville, com'anima
gentile di pensieri gentili. E vidi il fiume dall'alto; e passeggiai quindi
nella rigogliosa ombra delle sue rive: e pensai gli anni avvenire non così
procellosi né ardenti come corsero a me.
12 [4]
132
14
Chi mi dà correre teco, Samuele,
la tua dolce Brianza, teco salire il monte che San Girolamo Miani sceglieva a
tempio d'intendente carità: e redivivi vedere, tra le ruine di minacciosi
castelli, i signori orridi di ferro e d'orgoglio, e lasciare libero il volo
(come il cuore lo spinge) all'ardita parola? Tu, Samuele, que' secoli del medio
evo, a me bui, illuminasti sì, ch'io vi lessi tra lampi il nome di Cristo: e
per te le voci della natura mi sonarono dentro men gaie ma più profonde: e
intesi le torri antiche, e la croce lampeggiante tra l'armi, e le donne
struggentisi in amore illibato, e le voluttà selvagge del cacciatore ch'ha il
suo cuore ne' monti. Rammento le sere passeggiate ne' dolci colloquii sotto la
splendida pace del cielo, nel prospetto dell'ampia campagna: rammento la quiete
dell'anime riposanti insieme abbracciate alla fede comune, la fede ai misteri
insegnatici dalle madri nostre, creduti dalle nostre sorelle: rammento le
preghiere da te singhiozzate nella memoria di tuo padre morto, quando nel duomo
buio per la notte cadente stavamo inginocchiati, tre anime concordi, io di
tutte men pura. E debbo a te se più mesi mi furono consolati dalle cure materne
di donna tenera e santa. Oh spirito lamentoso, a cui dall'ingegno cadde ombra
sul cuore, pace sia teco!
15
Fortunato chi muore prima che
mondana viltà gli contamini la dignità dell'affetto; prima che i dolci pericoli
gli preparino pentire tardo. Più fredda che la pietra della sepoltura è la
freddezza dell'uomo spietato. La morte ti ferisce una volta, la lingua del
fratello tuo sette al dì. Che dico: ferisce? Non è la morte scheletro con
falce, che miete dal mondo i conforti e semina guai; è vergine che va tra'
fiori, e coglie or questo ora quello e li mette nelle mani degli angeli: noi
miseri, aggrappati a una tavola fluttuante, paventiamo la calma del porto. O
porto degli addolorati, o degli stanchi riposo, o libertà de' prigioni, o
Morte, io t'adoro.
16
Conoscere alquanto a fondo le
cose straniere giova a non disprezzare le proprie, e a nazionalmente
promuoverle. Io di questa varietà son troppo forse invaghito: ma le varietà
sempre più m'innamorano di questa Italia e della possente sua lingua. E dopo
lungo errare mi è dolce riposarmi nel seno di lei: e rammentare le gioie rare
che, miste agli antichi dolori, andavano in quelli come fiori nel turbine.
L'armonia che esce impensata
dalle cadute e da voli, da' sonni e dalle battaglie, da' patimenti e dalle
meditazioni della vita, vedute nella memoria tranquilla e nella coscienza
severa è delle più arcane cose che umilino ed esaltino l'anima. Pare fortuito
il riscontro di certe parole e atti e sensi in tempi lontanissimi e in quasi
contrarii stati: ed è naturale. Gli è il seme medesimo che si svolge in tronco
ed in fiori, e in polloni trapiantati via in altre terre; gli è il medesimo
fiume, che or povero or abbondante, va per dirupi, per valli, per piani,
passeggia, precipita, si perde, riesce, straripa, s'incanala, impaluda. Ma
l'animo si compiace del ritrovare in qualche atto o parola degli anni primi il
germe d'una feconda idea; la sorgente d'un proposito generoso; si compiace del
sentire il passato echeggiar l'avvenire. Così nel viso infantile sono i
lineamenti che sola la morte sfigurerà. E questa gioia è più umile che
orgogliosa; perché alla natura, all'educazione, a Dio, reca il merito d'ogni
bene; e dallo sforzo che il male ci costò, sentiamo ch'egli è fattura propria
nostra! E pensando degli anni ne' quali le facoltà sue si vennero aprendo,
l'uomo talvolta si maraviglia del non rammemorare il luogo né il modo: così la
donna innamorata vorrebbe riandare passo passo le rapide vie del suo cuore, e
in que' bagliori tenebrosi si perde con vertigine simile a sogno.
17
Da queste tombe solitarie il pensiero
vola ad altre tombe calcate la notte da me giovanetto ne' chiostri del Santo di
Padova. Quivi entro i' avevo una stanza; lieta del fiume corrente sotto
coll'onda quieta tra il verde vivo. In essa avevo pensati i primi concetti di
filosofia, e in essa i primi d'amore; ivi goduto de' quotidiani colloquii
d'uomo innamorato dell'antica bellezza, che della bellezza il sentimento affinò
in me, disgombrandolo dalla nebbia del secolo. E quest'uomo, a taluni dispetto,
io l'amai: e una sera ch'e' mi pareva accasciato, pensando alla sua morte,
piansi. Rammento il luogo dove lasciai lui lasso, io intenerito: là presso al
ponte alle Torricelle, all'uscire d'un portico. Forse non ama tanto egli me
quant'io lui. Ma quando, travolto da un giovanile amore, io correvo risico di
perire, e' mi scrisse lettera senza rimprovero, addolorata, con parole che
l'ingegno non crea ma il cuore ha.
18
Trovo in vettura una madre che
colle solite carezze educa a molli amori sin dall'infanzia la sua bambina e le
chiede un bacio, dicendo: "io languisco" — e avuto che l'ebbe:
"un solo? Gli è come nulla".
I baci, né le parole, non hanno
più valore oramai. Ma il sorriso n'ha più: perché dice più cose, e più
indeterminate; che l'imaginazione e l'affetto possono nobilitarle, ampliarle.
19
S. Nicolò vicin di
Padova.
Il sole scherza con gioia quasi
giovanile nell'acque e sull'erba novella; e moltiplica l'erba nelle acque pure,
e in esse tuffa i suoi raggi tremoli, serpeggianti, a fasci, a zampilli; e in
vortici variati li gira.
Desino nella casa d'un vecchio
venerando, che l'esperienza della città vicina congiunge alla semplicità
campagnuola. Voce schietta, guardatura serena, canizie lieta, discorso distinto
di proverbi e di sentenze; autorità indubitata ed amata sui figli, e sui figli
de' figli. Vita vera.
20
Genova.
Genova è piacente città: e dalla
riviera sua si diffonde letizia sul mare: e gli uomini in essa animosi, e le
donne, belle; e pronti con la favella, gl'ingegni: e se l'accorgimento è di
molto, molto anche il senno. — Perché mai le corone dell'arte ti mancano? Ma le
avrai
21
Dell'origine illirica e della
italiana un misto era in te che temprasti, Giuseppe, a piacevolezza fra mesta o
sdegnosa e scherzevole l'ingegno mio. Tu, ingegno sereno, anima tetra, occhio
torbo, labbro arridente: esempio tra tanti, come la facezia sia lampo sovente
di nuvola minacciosa. Molto debbo io a te che poco m'amasti. Quando sedevamo
alla mensa inornata ma ricca degli eletti doni della terra d'Italia, e sul
fiore delle antiche cose e delle moderne volava la parola festevole e snella; o
quando con una carrozza guardavamo in Padova i cavalli correnti e gli uomini
applaudenti alle bestie; o quando seduti dinanzi a un'osteria di campagna, i
raggi cadenti luccicavano nel tuo non avaro bicchiere; o quando a Milano, in
vedermi una dolce mattina di primavera entrare nel duomo, tu sclamavi celiando,
che questo mio fallo avresti confessato nello scrivere la mia vita, e mi
mostravi per tempio la distesa de' cieli; né tu pensavi né io al torrentello
che, non lontano da Trieste, doveva riceverti vivo, e renderti a tua madre
cadavere. E tua madre è morta: e nessuno più si ricorda di te se non l'uomo del
quale tu sprezzasti in sul primo la fede e le semplici apparenze; del quale poi
l'ingegno indovinasti, non l'animo.
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23 [6]
24
Uno dei più amari desiderii
della mia vita viene dal non avere, quant'io potevo, sin da' primi anni,
contemplata la bellezza delle cose, avere di toni fatta siepe alla campagna,
ombra al sole. Ma il ronzio delle parole acchiappate ne' libri non m'assordi in
tutto alla modesta favella delle creature mute, maestre grandi di stile.
Giovano a questo i viaggi, rinnovando l'aria che il pensiero respira, facendolo
co' paragoni più destro, mostrando l'unità terribile, e l'elegante varietà delle
cose. La mente allora dall'osservazione traendo sentimenti, si compiace nella
fecondità propria, e osserva quindi con più intento volere. E i templi, i
monti, le statue, le nubi, le acque, i visi umani, ogni cenno delle cose e
dell'uomo, è loquela. Tra la natura e l'arte scopronsi insperate armonie: e
dell'una i diletti con quelli dell'altra s'innalzano e affinano: s'educa il
criterio del sentire, il gusto del cuore
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26 [9]
27
Ha ciascuno stato le gioie sue; tutte
di tutti unire, impossibile: e a questo impossibile l'avida anima tende.
L'abitudine ha le sue gioie; ha
la novità le sue; questa scuote più forte, quella penetra più profondo.
Infelice chi presume godere i beni d'entrambe le vite, cogliere i fiori e
gustare le frutta. Io sovente bramai congiungere le dolcezze della quiete e del
movimento: ma la nave nella bonaccia non corre, né nella fortuna può il
nocchiero sdraiato dormirsene in sulla prua. Allorché siedi a un ruscello che
scende per l'erbe novelle, non puoi ritrovarti rannicchiato in gondola nera che
voga per la notte serena. Divisi beni io confondo in un desiderio; e quegli che
ho, e que' che mi mancano, sono angustia all'animo dall'agilità soverchia
affaticato. Non è veramente il bene nemico del bene; ma le corte braccia
dell'uomo non possono abbracciare ogni cosa. Conviene scegliere: e che il cuore
insaziato restringa in pochi oggetti la terribile forza sua.
Ma i frutti della quiete insieme
e del movimento cogliere in parte si può. Ogni giterella è viaggio, pur che
scuota il pensiero. E, fatto l'abito, anco nel luogo medesimo rimanendo, è
viaggio ogni passo; viaggi sono le memorie, i colloquii, ogni novello
atteggiarsi, innanzi a noi, delle cose.
28
Confine turco sopra
Knin.
Un assito mal commesso è dunque
barriera alla morte? Quel turco ch'io veggo di là grande e bello della persona,
e semplice e grave, col fucile a armacollo, e tre coltelle e due pistole in
cintola, ha forse la peste; domani forse sarà cadavere nero. Da questa parte
salgono il pianoro squallido su brenne e ronzini, portando acquavite e metallo
lavorato, e i ciondoli della civiltà: dall'altra scendono l'ignuda montagna,
chi lesto a piede; chi lento dietro il passo sonante de' greggi e degli
armenti; chi a tutta corsa in sul cavallo fumante, e non men bello del barbaro
cavaliero. Contrattano a cenni, e un cenno al Turco è giuramento: scorre
l'acquavite in docciettine di legno: il danaro si purga nell'aceto, i buoi in
una vasca. E se la peste non salta il confine, se non distende il suo fiato
sulla Dalmazia, l'Italia, l'Europa, ringraziatene... Chi? Il tavolato che la
tiene addietro?
Si desina in una baracca.
Accanto a un Croato tarpàno, dal viso fegatoso, siede una giovane donna, di
grandi forme e belle, di languido candore sparso di lentiggini voluttuose, che,
posta giù ogni vergogna, riposa il capo sulle larghe spalle del vecchio, e lo
accarezza: ed egli vorrebbe arrossire e contenerla, ma la dolcezza lo vince, e
il timore di dispiacere a lei, che addossata all'uomo, rivolge intorno gli
sguardi, e par lieta.
Dall'alto di questo colle
inameno penso alle ubertose campagne della Bòssina, e alle provincie governate
da Milos; e medito i futuri destini di questa parte ignorata del mondo. Poi
penso ai monumenti d'Italia: e all'incorrere delle memorie prepotenti si
ritirano timide le speranze.
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Non è l'amenità che renda
memorabili i luoghi; e né anco i grandi diletti provàtici, o le impressioni
gagliarde: ma in un punto di tempo si dà tale una congiuntura d'impressioni di
fuori, e di sentimenti dentro, che non ti scuote né ti solletica, ma ti vince.
Io vidi, giovanetto, una fonte spicciare modesta mormorando pe' passi, e non
lontano attenderla il mare; e tra il mare e lei l'erba fitta e minata, allegra
di bruna verdura; e di qua e di là poderetti posati come su un ciglio, e gli
alberi radi, e il sole potente, ma temperato da un ventolino soave; e nell'aria
diffuso non so che festa; e l'anima mia senza gioie, ma libera, quasi giovane
corpo che tergendosi in chiare acque, si senta più snello. E fu un punto: ma
quante imagini fresche e lieve alianti, di là mi vennero nell'alidor della
vita; in quanti pensieri forse si rifranse variato quel raggio, e zampillò
infaticabile quell'acquicella cortese!
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Io conto tra gli amici di mia
gioventù, amici nell'alto senso del vocabolo, quattro preti Uno di loro,
dall'adolescenza dell'ingegno e dell'anima mi condusse per mano nella gioventù:
primo mi fece sentire la santa, l'intellettuale amicizia. Egli tutta
consolazione a me, io molta a lui. Io l'intendevo, egli ascoltava me. Parole
d'affetto spiattellate non mi disse mai: né a me pareva essergli amico; tanto
lo riverivo. Ma stare un giorno senza vederlo m'era tormento: vederlo due volte
in un giorno, beatitudine. Passeggiavamo taciti e soletti, e malinconicamente
lieti tra i verdi silenzii sul margine delle quete acque. Una sera (memorabile
a me sopra ogni gioia d'amore) sedevamo non lontano dal fiume, guardando al
cielo candido e caldo degli ultimi raggi, e ci perdevamo levati in quella pace
beata. Quand'egli, dopo lungo silenzio, quasi rispondendo a' miei pensieri,
esclamò: com'è bello questo paese! Parole non di letterato ma di donna, e
(pronunziate con voce commossa e sommessa, in quel sereno, dopo quel silenzio)
sublimi! Ripensandole, piango.
Egli l'anima mia chiusa e mesta
aperse e allegrò. Egli mi fece quel po' ch'io sono. Egli i suoi avversarci, da
cui nulla aveva a sperare, nulla a temere, m'insegnava come farmeli benevoli,
pur per amore di me. Poi la mia scapataggine e le faccende sue ci divisero, ci
raffreddarono un poco: ma io non ho mai pensato altre cose che affettuose di
lui; ed egli nel dirmi addio, pianse. E m'ama. — Caro uomo, sia consolata
solata da tutte le consolazioni del cielo la tua vecchiezza.
36
Venezia.
Sovente la sera io passeggerò
solitario la riva che si stende di faccia a San Cristoforo solitaria, di faccia
alla muta ultima abitazione nostra, e vedrò il fumo levarsi dalle fornaci
ardenti, vedrò le nubi lente ammontarsi sul mare, e la luna dicontro mostrare
appena il vergine raggio, e gli astri radi dispersi per il cielo profondo; udrò
il mormorio cupo dell'onde, e la preghiera aerea delle campane, e il canto
delle barchette adagio adagio voganti, che vien di lontano: e penserò allora ai
sepolti, a' dimenticati dal mondo. [12]
37 [7]
38
Cimitero di Pisa.
La terra che copre quest'ossa di
forti guerrieri e di tenere donne, di peccatori e di santi, è terra forse
toccata dal piede del più amante e del più puro e del più forte tra gli uomini.
Da Gerusalemme la tolsero come tesoro le navi pisane: e bene era degno di
splendere su questa polvere il sole d'Italia: ben degno di tal suolo era il
tempio dagli artisti tuoi, Pisa, eretto alla morte. Il qual pare una preghiera
che innalzino gli spiriti purganti già presso a salire; tanto è lieto in sua
pace, e agile delle forme, e libero dalla terra, e aspirante a' cieli, e pieno
di loro armonia. Risparmiate, o venti del mare, le care vite dipinte su queste
mura: non si dissolvano, quasi corrose dal verme della morte, queste forme, che
cantano la serie de' secoli, le glorie di Dio e dell'ingegno italiano. Oh
potesse in questa polve sacra posar la mia polve!
39 [13]
40
L'anima pura di lui penetrava
nella torbida mia; e senza parole c'intendevamo. Un giorno, così di lancio, con
tenerezza accorata mi disse: durum est tibi contra stimulum calcitrare.
E ben lo provai: che al male da me fatto, Iddio mandò sempre, non minacciosa
seguace, ma pronta e amorosa ammonitrice, la pena. E il dolore ed il tedio mi
furono gemelli all'errore.
Egregio uomo, e quasi colonna di
luce sul mio cammino. Seco spirai le vispe aure dell'Adige, e vidi la montagna
franata di Marco mostrare, quasi giganti, le moli bianchiccie del capo infranto:
seco lungo la Brenta che tacita passa tra i portici angusti e l'umili case
dell'antica città solitaria: seco mirai sotto al ponte dell'Ammannato viaggiare
tra palazzi il fiume che parea bello all'esule irato, il fiume che menò tanti
fiori e tanti cadaveri. Ma egli, il raro uomo, sempre diritto andò l'ardua via,
e io misero per che tetri declivii precipitai! Tuttavia non in tutto indegno di
lui, che pur m'ama.
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43 [15]
44
Marsiglia.
Questi sentieri che solcano il
piano ignudo, contristano il cuore. Imaginavo questo suolo sì povero,
frondeggiante di fitta verdura: e la verdura disposta non in quadri e in
triangoli come la geometria de' ricchi ama, ma in grandi e nuovi disegni
architettonici, dalla pianura salenti al poggio, e nel lor giro abbraccianti
chiese, case, cascine, villaggi. Se nella fabbrica d'un solo edifizio si segue
disegno, perché piantare a caso paesi e città? Perché non istendere ad
un'intera provincia l'idea creatrice?
45
Tolone.
Il cielo italiano tuttavia, la
terra già troppo francese. — Algeri è a Tolone ricchezza, e vergogna a tutta
Francia, che fa tra' barbari sprezzata e abborrevole la sua civiltà. Tante
forze sprecate, fatte ministre d'ingiuria! Questi vascelli superbi, che sotto
alla tettoia che li cova, paiono agitarsi, e chiedere le vele e lo spirito de'
liberi venti; quest'altri che mostrano appena compaginata la forte ossatura;
questi che già suonano delle larghe lastre di rame confitte a' loro fianchi; e
questi che, stracchi dall'edace mareggiare degli oceani, riposano a sdraio,
aspettando di nuovo battaglia col mare e con gli uomini; potrebbero da' fianchi
profondi ben altro spargere che la morte. O nuotanti castella, o città
pellegrine, possiate innalzare benedetta sulle rive deserte, sull'acque ospitali,
l'insegna di pace.
46 [17]
47
Ce n'è di modeste nel brio,
modeste negli ornamenti dell'ingegno; modeste nelle virtù, nell'affetto e
nell'eleganza; ma non son quelle che più dieno nell'occhio, e che più sappiano di
Parigi. Le francesi più veramente amabili o nacquero in provincia, o hanno fuor
di Parigi condotta parte della vita, o vivono in Parigi raccolte in sé, facendo
del pudore recinto alla grazia. Ma siccome l'alito de' crocchi raggianti, così,
e forse più, l'alito della scienza sfiora con la grazia il pudore, se umiltà
non la temperi. Quel che sciupa e uomini e donne, ma queste più, è l'esser
messe in iscena, il sentirsi dare grande importanza, il vedere altri dipendere
da' vostri cenni, il potere impunemente comandare, disubbidire impunemente.
Un'altra malora delle donne ch'hanno nome d'amabili è non aver nulla al mondo
da fare di serio. Più l'anima è forte, più l'ozio la corrompe e tormenta.
48
Mompellieri.
Sull'alto del passeggio, là dove
l'acqua per lungo corso condotta dall'alte doccie, zampilla dolcemente, e
dolcemente riposa, trovo seduto un Polacco che sotto questo lieto cielo sospira
alle brume natìe.
Guardavo alla croce ritta su una
colonna di contro, e dicevo: Ecco dopo tanti schiamazzi, ecco la croce,
sbandita già, nelle piazze adesso nonché nelle chiese, guardare dall'alto i re
e i deputati e i giornali che passano.
49
In Brera a Milano mi si apersero
gli occhi al bello dell'arte. Di Raffaello mi stava ne' pensieri una lieta
idea: ma non vorrei essermi per primo abbattuto a un quadro della terza
maniera. Primo fu lo Sposalizio, per grazia di Dio. Quella vita potente perché
modesta, quell'armoniosa e pensata schiettezza; quella fanciulla che sposandosi
ad un vecchio puro, a tutt'altro pensa che a gioie mortali, ed è pur fanciulla
mortale; e non ha il vizio delle donne di Raffaello, e delle più tra le donne,
il piacere ad altrui; mi tenevano dinanzi al quadro a guardarlo con lungo
amore.
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51 [18]
52
Sotto l'azzurro luminoso de' cieli,
sulla lussureggiante verdura della terra, che danza ne' poggi, si riposa ne'
piani, si raccoglie pudica nelle valli, pensosa ne' seni; sentire scolpiti da
labbra affettuose, avvalorati dalla virtù d'occhi arguti e di forme parlanti, i
suoni soavi d'un'antica e freschissima favella, gli è troppa felicità. E tanta
vena di delizie porre di secolo in secolo, quasi fiume di valle in valle,
limpido, profondo, quieto, sia che lo sguardo umano l'ammiri, sia che lo
vagheggino sole l'alba e la notte, che antiche piante del margine e l'erba
novella.
Anch'io pe' tuoi monti, o dolce
terra toscana, anch'io po' tuoi monti salii, raccogliendo dal popolo canzoni
amorose e modi belli, dal suolo imagini, e dal suolo e dagli uomini affetti; e
a nuove fantasie aprendo l'anima.
53
Montagna di Pistoia.
Bello seguire la via che di
poggio in poggio vien dominando i burroni ed i campi; e lasciar sotto sé l'alte
cime degli alberi gialleggianti e frementi sotto il vento d'autunno; e vedere
listata di sentieretti biancheggianti la valle, che salgono e svoltano e si
nascondono nelle gole del monte, e la Lima sotto gli abeti romoreggiare nel
basso! Ma poco di tante gioie gustai; poco e tardi: ché a grado a grado penetrò
la luce del bello ne' miei pensieri. Lente si vennero le imagini accumulando:
poi quando la materia fu assai, venne allora lo spirito dell'amor tuo, Signore,
e levarono in fiamma.
Apritevi, profondità terribili
della bellezza, apritevi all'anima mia: ch'io sorbisca le vostre gioie
affannose. Deh che il senso e l'orgoglio non ingrossino il velo ch'è posto tra
me e te, santa natura. E se il dolore bisogna a più caldamente e più castamente
sentirti, venga il dolore. Ogni fiore ch'io colgo, s'imperli delle mie lagrime.
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59 [21]
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61
A Rimini, mi ricordo, non passai
che poch'ore; e pur mi ci veggo tuttavia: nella quale imagine Francesca e Dante
entrano, credete, ben poco. Di Forlì non conosco altro che la strada dove si
fermò la vettura un istante: ma di lì vidi il cielo in sua pace tanto sereno
che ancora me ne brillano quietamente i pensieri.
Le bellezze sono nell'anima del
riguardante, messevi e commessevi da Dio: le cose di fuori non fanno che
destare l'armonia dell'interno strumento. La natura men bella ti rimanda, ti
riconduce alla bellissima che già contemplasti, o nella quale, non sentita,
posasti come fanciullo dormente tra' fiori. E allora un'acqua torba che sotto
cielo nebbioso non renda il verde fitto della sponda, una riviera acclive ed
ignuda, un'isoletta alberata tutta, una proda qua e là ingiardinata dove nella
Loira si guardi la rosa del Gange; allora lo scorrere tacito de' battelli sulle
meste acque; e gli alberi delle barche che alla vista si confondono con que'
della riva, e paiono crescere sul medesimo suolo, e le case sparse che dalla
spiaggia vanno salendo il dolce pendio; allora un uomo che seduto su un ponte
legga, o guati stupido l'acqua che infaticabile va; allora un lume che nella
notte trapeli dalle finestre mal commesse di lontana casupola, e poi dispaia;
un raggio di sole che vinca la nube e distingua d'ombre vive e di luce la
terra, e saluti la campagna assorgente a quel cenno, com'esule fuggitivo saluta
la donna amata e amorosa; allora una scossa di pioggia, e il rusignuolo che
sull'umide foglie canta un poco e poi tace; ogni atto, ogni ammiccare a te
della santa natura, ti riferiscono di vitali saette l'anima consenziente.
62 [23]
63
Domare il pensiero sotto questa lingua, m'è noia. E pure può
giovarmi, per il paragone, a pensare più schietto e dominare più forte la mia.
E anche tu nel francese ti compiacesti, o sereno intelletto e ornato di grazia
sublime, o Cristiano, che a me passeggiante nel vestibolo, desti le chiavi
della bellezza, ed entrai.
6410
65
Narbona
Ho compagno tra gli altri un
ingegnere di Tarbes, come la sua bazza diceva: che dopo vent'anni di lavoro
s'era guadagnato un assegnamento di seimila franchi, e una moglie mercantessa
con franchi dugentomila: e pareva strano al brav'uomo, ch'egli che pur si sentiva
quel desso, avesse poc'anzi a essere nulla, e a un tratto, in grazia della
moglie, diventare elettore di deputati, e non so che altro. E a proposito delle
elezioni, mi raccontava la sorte misera de' prefetti a' quali è forza o
andarsene, o mentire. All'atto dello eleggere, promesse grandi: un collegio a
tale città, a tal comune una fonte, a tal provincia una strada. E gli elettori
che fra pochi dì si vedranno burlati, la piglieranno in silenzio, per poi
ricadere nel medesimo lacciuolo: razza ricanzonabile in infinito.
66
Tolosa.
Lo studio di Tolosa è cosa
meschina. Qui almeno la gioventù non tanto quanto a Parigi dissipata né tanto
spoliticante. Ma le università dove si spiega la legge, e la non si subordina a
principii religiosi e storici, saran sempre misera cosa.
Tolosa è città d'antiche
memorie, e di sempre rinfrescatasi civiltà: che meno di tutte quasi le maggiori
città della Francia ritrae di Parigi. Serbata forse col tempo ad alti destini.
67
Auch.
I tre secoli che dalla metà del
sedicesimo vengono alla metà del presente, e forse cencinquant'anni ancora, per
infino al dumila (che un diluvio d'acque o di disgrazie o d'idee o di soldati
purgherà parte delle mondane miserie) debbon pur fare la trista figura nella
storia dell'arte. Guardate quel ch'aggiunsero i begli ingegni moderni alla
cattedrale d'Auch, se volete che i pensieri vi stuonino.
68
Tarbes.
Rincontro il mio ingegnere che
dopo vent'anni rivede i suoi luoghi, e nessuno lo conosce: soggetto di scene
serie e giocose. Ma gl'ingegneri non amano la patria loro d'amore cieco. Al vedere un ussero il mio sclamò: "Ils
ne manqueront pas des femmes ces gaillards là". "Le vostre
donne sono dunque amorose assai?" "Enragées.". Se un
Francese avesse raccolto di bocca a un Italiano confessione simile, che
trionfo!
69
Mentre stavo attendendo la
vettura, mi misi a scrivere a una buona settatrice del Fourrier, la qual vuole
e spera bandito dalla terra il dolore. Ma il Fourrier non pensò che, cacciato
il dolore, due mali rimarrebbero, e la loro atrocità crescerebbe in
insopportabili modi: la morte e la noia.
70
Bagnères de Bigorre.
Bel paese, brutta razza: gente
garbata ne' modi, ma secca, che specula sui complimenti. E con ogni sorriso
vedete spuntare di bocca la domanda di qualche centesimo. I sorrisi, potete ben
credere, sono frequenti.
71
Se amate la civiltà (e chi non
l'ama? chiamiamola civilizzazione alla francese, e l'adoreremo: e mi maraviglio
che le dee Ragioni non fossero tante dee Civilizzazioni, che n'erano degne), se
amate la civiltà, ne troverete qui la sua parte. Fino un teatro. E io l'ho
veduto pieno; e ho sentiti gli applausi patteggiati proprio come a Parigi, e
visti i sorrisi delle dee Civilizzazioni, arridenti per abito e per istituto.
Gli attori del teatro grande di Bordeaux eran venuti apposta per castigare
ridendo i costumi del paese, e recitare le parti create (diceva il cartellone),
create (i comici in Francia creano) da loro.
72
A Bagnères incominciasi a vedere
la vivida, ricca, elegante bellezza dei Pirenei. L'ombre e l'acque congegnate,
per guisa che ogni albero, ogni altura, ogni seno, e il gialleggiare de' campi,
e il verde fremente per vento, diresti dalla cura d'un dipintore sovrano
composti a bellezza. Con tant'arte di natura, paziente e franca, delicata e
possente, vedi curata ogni particolarità; e dalla gentilezza finita risultare
il sublime. Ne' Pirenei senti l'anima di Virgilio.
73
Chi della poesia ne sentisse in
corpo troppa, vada a un luogo di bagni: discorra un'ora al dì co' bagnanti: e
gli passerà. Dico i bagnanti di proposito. Ma se volete non isperdere al vento
quel po' di fiammolina di poesia che Dio buono vi mise nell'anima, guardatevi
da' bagnanti illustri, dalle signore punto punto corteggiate, e da quella gente
sempre ammalata e sempre sana, che non hanno né quaranta né sessant'anni, ma
che n'ha trenta insieme, e sessanta, i capelli dubbi, la barba sempre fatta; e
le guance colore del burro rancio.
74
Campan.
Ora dirò in qual maniera io
venga ad essere cugino del signor d'Arabiac. La parentela deriva dall'avere io
lasciato a casa l'ombrello. Il signor d'Arabiac è parente delle tre fanciulle
dell'albergo, dolci e leggiadre e disgraziate figliuole d'un padre che ganza a
Bigorre. La pioggia sovrasta. La mia guida, senza ch'io lo sappia, si pensa di
darmi fratello a questo signor d'Arabiac: ma le ragazze sapevano ch'e' non
aveva fratelli. — Dunque cugino. — Credettero: ed ebbi l'ombrello. Non mentii,
ma dell'altrui bugia ebbi il profitto: e scampai da un'annaffiata solenne. Non
era egli meglio tornare addietro, e dire: "Sappiate ch'io non sono il
parente del signor d'Arabiac: ripigliatevi, se volete, l'ombrello"?
L'avrei fatto: ma non mi venne al pensiero.
Del resto se le parole più
franche non vengono sempre al pensiero, questa è colpa di falli più vecchi: e le
colpe che paiono inevitabili, son la peggio delle pene. Fatto è che la guida,
che questa volta mentì a servigio mio, altre mentì a disservirmi: e allora mi
fece rabbia: ma mi chetai pensando al mio silenzio di prima, complice della
menzogna sua.
75
Lieta valle Campan: radi gli
alberi, e posti nel luogo appunto che più s'avviene all'eleganza del tutto:
eleganza accurata, limata quasi. E l'acque correnti consuonano gaiamente alle
fronde: e l'Adorno sotto al rustico ponte fugge tra l'ombre spumoso, poi si
spande allegro nel sole, come cavallo che all'aspetto de' luoghi diletti scuote
il collo ed accelera il corso. I campi biondeggianti paiono aiuole di giardino:
tanto diligentemente li tiene, più felice d'ogni arte, l'amorosa natura: poi
s'allargano nella valle, e poggiano per l'erta con soave acclività, e l'uno
all'altro conserti: dilettosa armonia di colori e di forme.
76
Penetrai curvo col lume entro la
grotta che pulita si forma di pure stille. Le nitide colonne vedi, non
gocciolanti ma umidite, luccicare dell'acqua che vien giù senza suono. Non
mota, non melma, non fradiciume. E dopo stropicciate le mani alla bianca parete
e al suolo inuguale, n'esci come se terso nel fiume.
77
Le nubi s'addensano, e fasciano
il capo de' monti, ne velano le spalle; si levano come fumo. La pioggia scende
sonando. Un pastore m'accompagna, che fa vita lì presso alla sorgente
dell'Adorno, e col suo bastone appuntito sdrucciola pe' declivii, balza pe'
massi come in libero piano. E' mi domandava d'Algeri: "noi, in quest'angolo
del mondo, bramiamo nuove di guerra, amiamo la guerra, e di guerra e d'amore
cantiamo canzoni".
Inzuppato d'acque è il terreno,
che si raccolgono in ruscelli fuggenti all'Adorno: e ponticelli li
accavalciano, che traballano sotto il passo. Dalle rupi rimbalza l'acqua
romoreggiante, e battendo alla pietra, spuma, e fuma, e precipita giù; lieta
fretta, spedito concento. Dai monti intorno vedi venir le cascate quasi
striscie di bianco pendenti e tremule: e sempre nuov'onda, e nuovi sprazzi, e
uguale il suono, e infaticabile l'impeto.
78
Strana sorte d'un foglio! Ordito
su un telaio di Lombardia, merce in un fondaco del Piemonte, vestito indosso a
un viaggiatore di Napoli, cencio in un albergo di Romagna, foglio in una
cartiera del Pistoiese, scorbiato a Venezia, corretto a Parigi, riletto in
Bretagna, copiato in Provenza, ricopiato in Corsica, va a finire stracciato sui
Pirenei. Di quant'opre testimone, di che veglie e di che gite compagno, con che
pensieri diversi ripreso; quante memorie con lui vanno al vento! Spariscono le
memorie, ma i sentimenti rimangono, assonnati, commisti nell'anima con altri
diversi od opposti: quasi atomo che nuotante nell'aria, trapassa nella pianta,
nell'animale, nell'uomo, e muor con esso più morti e più vite.
79
Argelès.
Il mercato distinto di cappucci
rossi fiammanti, qual piegato in quadro sul capo, quale scendente fino alle
spalle, e raccolto alle gote: e n'escono gli occhi vivi e i visi asciutti e
composti e sereni di donne non d'altro sollecite che di comprare e di vendere.
Nelle città sei sì stucco di femmine che e ruminano e biascicano l'amore, che
trovarne che a questo non pensino, foss'anche in un mercato, refrigera.
80
Mercanti che vanno alla fiera di
Beaucaire, empiono la vettura: grossa gente, non trista, né cercatrice
d'arguzie parigine, ma schietta nella sua semplice e antica giovialità. Sarebbe
buono computare quanti tra i negozianti minuti, quanti tra' ricchi vincano più
fortemente le tentazioni del duro mestier loro, avuto riguardo alla proporzione
del numero, e alla forza delle tentazioni altresì.
Passando da Saint-Pons mi viene
ripensato alla vanità della gloria mondana. Domandai se lì abitasse il signor
Lamartine. Si strinsero nelle spalle. Uno, più dotto, rispose che uno di nome
consimile c'era, ostiere. Non occorreva che il poeta oratore andasse in oriente
a cercare una terra dove il nome suo fosse ignoto. La fama ha più orecchi che
penne.
81
Mompellieri.
Trovo quattordici lettere che
attendono risposta: e chieggono ed offrono consolazioni, dolori, inviti,
consigli, teorie, fatti, affetti. - E di qui, dopo quattro mesi di soggiorno,
poche memorie e languide porto meco; se non quanto il tempo con l'ombre e la
luce delle distanze le avviverà: e più del tempo, i nuovi tedii e i dolori.
82 [24]
83
Egli è morto; e, sebbene
lungamente sentita, non si preparò alla sua fine. Io, pregato di fargliene
cenno, ricusai: memoria di rimorso. Pareva a me non avere nell'animo suo assai
potere né d'autorità né d'affetto; e gli vedevo accanto una parente pia, affettuosa,
che, come donna e familiare e confortatrice del suo lungo languire, poteva
opportunamente tenergli parola di Dio: donna di bontà italiana, e d'assennata
semplicità, che nelle chiese di Parigi orava, accorata, orava ardentemente per
l'anima del giovane suo nipote consunto. Ma s'ella, non avendo il cuore di
dirgliene, pregava me? Se me faceva degno di tanto? Io temetti irritarlo. Ma
forse la vista pietosa della zia buona, una parola di lei, il silenzio suo
stesso, gli avrà rischiarate le tenebre estreme, e scortatolo a luce.
Facil cosa dire una parola che
ad uomo moribondo rammenti l'eternità: non la dissi. Perché a spirito non puro,
ogni bene, per leggiero che sia (giusta pena), è difficile. Possa io, in
compenso, far consolata di santi pensieri altra morte!
84 [25]
85 [26]
86
L'arte del consentire, più che
alle gioie, a' dolori altrui, non è in tutto negata al mio cuore. Ignoto non
vissi, se qualch'anima penetrò nella mia: questa è fama.
87
Degli umili ed alti, e nel
sorriso mestissimi, e facondi, e dal silenzio avvalorati colloquii ch'i' ebbi,
o diletti, in varie terre, in varii tempi, con voi, ricevete le benedizioni
dell'anima mia. La gioia quasi stillata che in me infusero le ore con voi
discorse, fu tesoro che nei giorni della solitudine mi mantenne ricco e
d'imagini commosse e di parole penetranti per l'anima. Voi mi faceste
insopportabile il consorzio de' tiepidi, non già de' semplici: ché l'accento
dell'affetto le più comuni parole impreziosì agli occhi miei, le fece germe di
concetti novelli. Voi mi rivelaste le cime del vero, e del mio proprio cuore il
tenebroso profondo. Benedizione alla vostra memoria: e se v'offesi, perdono!
88
Uno ch'i' non posso chiamare col
nome d'amico, veduto per pochi mesi, e pur memorabile al mio pensiero, m'è
dalla morte non tolto ma più avvicinato che mai. Francese, e altero della
patria sua, la mia lingua ignorava, conosceva di me più i molti difetti che i
pochi pregi; cogl'impeti austeri suoi contrastava di fronte agli affetti
raccolti della mia impaziente natura: e ciò non ostante m'amò. Nel pensiero del
separarsi da me, pianse lagrime forti, vere lagrime e generose, perché nessuna
speranza né vanità le moveva. Io forse in lui appurai la fiamma della fede;
egli certo in me ringrandì l'imagine della bellezza: io resi forse l'anima sua
più mansueta, egli certo la mia più severa. Mirabili mutamenti che fanno pochi
colloquii, pochi atti, nell'anime preparate. Quel che anni di studio e
d'esercizio non possono, possono brevi parole commentate dal silenzio meditante.
L'edificio di false dottrine penosamente costrutto, crolla, quasi castello
incantato, all'impero d'un nobile affetto.
Il grande arcano de' secoli di
mezzo, e le austere altezze del bello cristiano, e la profonda ingenuità delle
tradizioni del popolo furono rivelati a me da questo francese architetto.
Rammento la gita di due dì fatta seco alle rive dell'Oceano, gita più
memorabile di lunghi e chiusi sbadigliati viaggi: rammento il suo correre agile
in punta agli scogli ne' quali veniva quasi ansante ed affaticata ad
infrangersi l'onda con altero muggito: rammento il suo sguardo sereno che dalle
bellezze severe attingeva la gioia; rammento i colloquii alternati su quelle
sdrucciolevoli punte precipitose, sulle quali il piè danza con la morte:
rammento la nebbia piovosa che dilatata alle ampie foci della Loira faceva più
mesta la solitudine delle sue acque morenti ne' flutti; e per la nebbia il
suono delle campane che annunziavano la preghiera, altro fiume mettente in
altro oceano immenso: rammento dopo la pioggia ruinante, i colloquii di quieta
ilarità, pieni delle antiche memorie, e delle future speranze, e dell'arte e di
Dio. Ne' quali pur tuttavia sobbollivano e sdegni e orgogli. Ma gli sdegni e
gli orgogli un nuovo affetto quietò. Egli credette in intero, e morì. Morì
domenicano in Italia, sconosciuto.
Di tante prepotenti speranze che
il giovane animoso schierava d'intorno a sé quasi esercito armato, di tanti
sdegni baldanzosi contro l'inerzia altrui, e contro l'operosità languida o
trista, di tanta fede in se stesso e nelle dottrine degli amici suoi, non resta
che l'elegante disegno ineseguito d'un tempio, e una tonaca bianca intorno a un
cadavere. Pensare allorché, accanto al lieto foco della mia cameretta egli
assegnava all'umanità i suoi destini, come l'Eterno i suoi limiti al mare; chi
gli avrebbe detto che fra men di quattr'anni quel dito imperioso infradicerebbe
in terra italiana; che le squille d'Italia suonerebbero preghiera per l'anima
sua; e che alla lingua d'Italia aveva ad essere affidata forse l'unica memoria
che di lui rimarrebbe nel mondo! Oh anima non invano ardente, se della tua
fiamma qualche scintilla sopravvive alla tua parola, muta senz'eco per sempre;
ricevi le benedizioni estreme d'un infelice che invidia al letto non imprecato
de' tuoi santi riposi.
Che avrebb'egli fatto nel mondo?
Nell'ore dell'agonia e' si riconosceva atto a nulla, e la morte sentiva un
dono. Atto a nulla, perché di molto capace, di troppo voglioso. I suoi
desiderii magnanimi si sarebbero infranti agli ostacoli della vita, infranti in
ischiuma. Meglio guardare dall'alto l'umana tempesta, e pregare pe' naufraghi
l'onda meno vorace, meno inospito il lido.
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