Carlo Cattaneo
FEDE E BELLEZZA
DI NICCOLÒ TOMMASEO12
Una istoria d'amore, una
monografia di passioni, è lavoro facile e quasi triviale in Francia, in
Germania e sopratutto in Inghilterra, dove i grandi scrittori ne apersero per
tempo il cammino, e dietro l'orme loro una intera tribù vive descrivendo
passioni, come altri vive copiando musica o correggendo stampe. E il mondo
leggente colà consuma ogni anno una messe novella di romanzi, non
altrimenti che i pacchi di guanti e le casse di tè. E la vasta ed assidua
manifattura ha talmente addestrato le menti e domato la lingua, che la minima
maestrina di pensione scriverebbe un tollerabil paio di volumi, mescolando non
senza garbo quegli otto o dieci caratteri di convenzione e quelle venti o
trenta combinazioni d'uso, con cui si può comporre un numero qualunque di
romanzi, a un dipresso come con un mazzo di carte, o con una scatola di
scacchi, si può far un numero qualunque di partite. Questa specie di ricamo
letterario, colorito, giusta la moda del momento, o col chiaroscuro quasi
academico della Staël e della Pichler, o colle tinte orientali di
Chateaubriand, o coi vapori ardenti di Giorgio, è opera quasi di memoria e di
poco ardimento. Ma in Italia, nella terra della bella lingua, tra il Dizionario
della Crusca e quello dei Sinonimi, una pagina di romanzo è lavoro di più
astrusa ragione che non un atto di tragedia od un canto d'epopea. E nei nostri
paesi corrono formidabili racconti di decina d'anni omericamente spesa a fare
un romanzo, od anche solo a rimeditarne lo stile, anzi a crearlo; poiché ogni
scrittore nostro è troppo grande da scrivere come gli altri. Sarebbe come chi
per fare un borsellino da regalare, cominciasse a torcersi e tingersi da sé le
sete variopinte, e fabbricarsi le stellette d'oro e le perline d'acciaio.
Questa profonda e quasi fatale
preoccupazione della lingua assedia lo scrivente in tutto il corso della sua
fatica, e gli tarpa i voli dell'immaginazione, e gli congela i calori
dell'affetto, e gli disfiora ogni freschezza e naturalezza di modi. V'è tra noi
chi sogna di vocaboli e di sapore di lingua, come altri sognerebbe di tesori e
di troni. Tanto tanto al tempo di Foscolo e di Cuoco lo stile, o alla francese
o alla tedesca, o ad uso Goethe o ad uso Barthélemy, seguiva l'indole propria
del romanzo. Ma da certo tempo in poi nacque la pretesa d'uno scrivere che
certuni chiamano popolare; e con ciò intendono una certa compostura di
parole, il più delle quali non solo non è inteso da popolo alcuno, che abiti
cinquanta miglia di paese; ma riesce assai malagevole anche ai più studiosi.
Noi per certo vorremmo piuttosto tradurre una pagina di Plauto, che scommettere
d'indovinar sempre che cosa siano i daddoli, e le tetta, e le pezzolate,
e il damo, e il codrione, e il coso, e il viso
ammencito, e la donna guitta, e la madre sgargiante, e la fanciulla
malita, e le lettere giucche, e i letterati matterugi, e l'impiegato
tarpano e favetta, e la gente trincata, e il vaso incrinato,
e la natura improsciuttita, e l'anima che aleggia, e poi
s'accascia, e grufola più bestialmente che mai. Dio buono! E tutto questo
spinaio di voci ruvide e strane e pazze in un libretto che vi si fa innanzi
gentile come una fanciulla, con un frontispizio tutto sgombro e puro, e col
soave titolo di Fede e Bellezza.
Ma, è questa dunque la lingua
italiana, la lingua che cinquecento anni sono, fra i trabocchetti e le gabbie
di ferro, sapeva cantare: Solo e pensoso i più deserti campi? La lingua
schietta e limpida come cristallo, che narrava di Fiordiligi e d'Armida e
d'Ildegonda? che verseggiata sulle marine di Sorrento, e sulle pendici
dell'Appennino veniva con eco voluttuoso ripetuta dalle gondole della laguna?
Quale invasione di barbari è codesta? Qual ribellione d'ortolane, e di
pettegole, e di raccattoni da Fiesole e da Pescia contro la lingua d'una
nazione, contro il solo vincolo della vita e del nome comune? Per certo quest'è
opera di tenebre e di confusione, contro la quale parlar dovrebbe chiunque ha
caro questo prezioso patrimonio dei poveri e dei ricchi, dei dotti e del volgo:
la lingua, la lingua, che, più dell'Alpi inutili e del mare non nostro, segna
il confine e la divisa della nostra gloriosa nazione.
Deve dunque ad ogni tratto il
fango, che dorme in fondo al lago, alzarsi e intorbidare le chiare acque, ove
s'abbevera il nostro pensiero? Queste parole vostre, che andate con tanto
studio razzolando lungo i pagliai di Val d'Elsa o dentro gli ossari della Crusca,
quando son elleno nate? Se vivevano già nei giorni di Dante e d'Ariosto, e
perché non furono accolte fra quelle pagine immortali di bellezza e di
semplicità, e festeggiate con unanime adozione da tutta Italia? Non vedete in
questo rifiuto di sei secoli il loro destino pel secolo presente e pei futuri?
E se sono nate ieri, oggi, come funghi e muffe, lasciatele dove stanno; ché la
nostra lingua è cosa fatta, grazie a Dio, non cosa da fare.
Ciò che manca alla lingua
italiana non è per fermo la copia dei vocaboli, ché ne abbiamo per mala ventura
da farne tre lingue di popolo savio, che adoperi le parole per capire e per
farsi capire, per far piangere e far ridere, e sopratutto per arma della
ragione e stimolo della volontà. Ciò che manca all'Italia, e per colpa di chi
troppo sa, non di chi sa poco, è il modo sicuro e fermo e concorde ad uno di
valersi della lingua. Siamo per questa parte ancora ai tempi barbari, quando
ogni baroncello batteva la sua moneta, e tutti gareggiavano a batterla più
bassa e più falsa. Questi non vorrebbe scrivere se non con parole già morte;
quegli cerca nei trivi le parole non nate. Per un altro l'italiano non ha
parole che bastino agli alti pensieri, e inflette con desinenza italiana le
voci francesi, e prodigalizza delle frasi per regolarizzare la marcia della civilizzazione
e la moralizzazione delle classi operaie. Un altro fugge il francese,
come lingua di popolo antropofago; e poi vi tartaglia in gergo mezzo greco di otoepia
e di callofilia, e di prodromi, e di profilassi. Un altro
ricanta di capitali e d'interessi a banchieri e speditori con una intricatura
latina, essere e dover essere, non doversi fare e potersi
non fare, e dover movere per divenire, e dover soddisfare dopo
aver soddisfatto! Un altro salirebbe al patibolo piuttosto che farsi
infedele al Trecento; un altro tollera il Cinquecento, purché si tratti di voci
vili e buffe, purché le auguste pagine di Tacito diventino trastullo
all'ignobile Davanzati. Un altro, come se la lingua non vi fosse ancora, prende
il bordone da peregrino, e va ramingo per Toscana a far abbaiare i cani delle
cascine, per raggranellare atomi novelli da far lingua; e spera che i milioni
dei viventi in Italia si faranno ad un subito mùtoli e bimbi, per rifarsi da
capo la memoria, e rivivere contadini e piazzaiuoli, e dire calen di maggio
e acqua ghiaccia. E sono queste inezie che all'uomo della fede e della bellezza
sembrano i sommi e santi fini, a cui si deve giurar la vita, e patirvi le
fatiche, e l'esilio, e la povertà!
E non è in ciò solo che questo
bell'ingegno pare stranamente traviato, e tutto fervoroso di traviare altrui.
Fede e Bellezza sono due voci nelle quali, chi altro non sapesse, a prima
giunta correrebbe a sottintendere purità immacolata. Ma che fede è questa? che
fede morta, senz'opere e senza costume? È l'istoria d'una Maria di Corsica,
povera vagabonda, a cui per certo noi peccatori non getteremo la pietra del
fariseo; ma solo vorremmo ch'ella si facesse inanzi con altro nome più vero; a
cagion d'esempio: La fanciulla abbandonata; oppure Fede e Peccati;
oppure, dacché si tratta di modello imitabile: Una strada lunga per trovar
marito.
Infatti non è vita di fede forte
e fruttifera quella d'una donna, che, com'ella medesima si fa senza riserbo a narrare,
dopo aver accettato a sedici anni il facile bacio del primo amore, si accomoda
a vivere a Parigi in casa di lontana parente, che dava a dozzina a gente ricca;
e la sera aveva musica o ballo in casa o fuori o al teatro; e v'erano i libri
più caldi, e i vestiti meno accollati, e le osservazioni più sguaiate; e si
sbertava ogni atto modesto come monacelleria, e si sogghignava d'ogni
inverecondia. E tuttavia ciò non metteva ribrezzo alla pura giovinetta, la
quale non trovava la forza di detestare gli esempi, che la bella cugina
accordava alle massime. Anzi all'arrivo d'un bel conte russo in quell'alloggio,
cominciò in lei la smania d'uscire da quello stato di ragazza nubile, bramoso,
accattatore, al quale il pudore è men velo che maschera; laonde, lasciati soli,
si fu presto ai baci, e poi alle lunghe veglie ed ai lunghissimi
abbracciamenti. Poiché un vincolo non suo obbligava la giovinetta della fede
e della bellezza al conte russo; essendoché grandi spese facev'egli in casa,
ch'era rincalzo alle faccende un po' dissestate di quella donna; e si prese una
villa coi denari di lui; e la ragazza esemplare si vergognò tosto dei rimorsi e
della dignità dell'anima; e trovandosi perduta e venduta, tuttavia per sommo di
virtù cedé, non concesse, non inebriata, ma astratta. Queste
distinzioni, che il mondo semplice non apprezza gran fatto, si spiegano
sottilmente assai dall'autore, il quale pizzica di metafisico, e fa talora da
teologo: che Dio gliel perdoni! Ma noi gli diremo, che nel mondo dei vizi il
calcolo rende turpi ed abiette anche quelle nudità che l'ardor solo
dell'affetto vela, e riconcilia quasi col senso morale.
Fatto sta che l'animo della
giovinetta, calcolatrice per amor di cugina, "forse era più puro di prima,
e sentiva il bisogno di Dio... e quand'era sola... seduta sull'angolo della
terrazza, rimeditava i baci e gli sguardi, e ricomponeva il peccato, e
desiderava i desiderii di lui" cioè del contino. E temeva le parigine non
glielo rubassero; e le pareva sempre più bello, e quand'era a braccetto seco,
se ne teneva come bambina di vestito nuovo; e ogni sguardo di giovine donna la
faceva trepidare di gioia e di gelosia. E queste coserelle sono tratteggiate
qui molto graziosamente, e anche in lingua italiana; ma non sono atti di fede.
Venuti a Parigi, erano a tutti i
passatempi, ma egli ne usciva svogliato: "ond'ella dopo pochi dì, pensando
sul serio alla faccenda, cominciò a dire tra sé: e ora come me lo digerisco io
quest'uomo?" Vedete gentilezza di modi in un oracolo di lingua! Dopo
quella villeggiatura avevano casa da loro; e un bel dì, per duemila franchi che
la signora richiese, a fine di liberare la cugina incarcerata per debiti,
nacque un tal parapiglia fra la bellezza e l'amore, che prima l'italiana cacciò
fuor di casa il Russo; e poi se ne andò via vagabonda e disperata essa
medesima, e si assise sugli scalini del Ponte Reale colla fronte sui ginocchi.
E qui compare tosto un'altra Italiana, a braccetto d'uno Svizzero; e così Dio
conservi questo scrittore alla gloria delle donne italiane. E dopo aver
consolato la infelice e accoltala in casa per qualche settimana, ne diviene ad
un tratto gelosa, e la manda a viver sola in due stanzine ad un quinto piano,
dove Maria comincia tosto un altro amore con uno studente di Provenza, che
"le piacque, si promise marito; fu amante, e penò poco"! Cominciò
anche questa volta il rimorso, e quando la virtuosa giovine si segnava, doveva
nascondersi da lui; pur nondimeno se ne andò a viver seco a Marsiglia per un
anno. Ma un bel giorno lo studente se ne va in campagna, e una lettera annunzia
a Maria prossime le nozze fra la nipote d'un droghiere e "il suo
coso". Disperata da capo, s'imbarca per Livorno; nella vettura di Firenze
rifiuta bravamente l'amore e gli scudi d'un vecchio bolognese; e a Firenze
rifiuta un pittor sassone, onesto d'onestà quadra; e gli antepone un
pittor senese, che le diede a sentire il bello dell'arte, visitando seco
giardini e chiese, e leggendo poesie laddove l'Arno è più amorosamente cinto
d'ombre quiete. Abbandonata anche da lui, amaramente gode, e si butta in un
amore senz'affetto, che perciò vien dall'autore oltrepassato in casto silenzio.
Poi s'incontra a caso nel suo primo amore dei sedici anni: ma, sentendo la
troppa gravezza de' suoi peccati, si appaga di bagnar di lagrime i biondi
capelli di lui, chiuso fra le sue braccia, né più lo rivede. E pone affetto in
un mercante francese, e s'avvia per raggiungerlo e sposarlo a Lione, ove trova
che nel frattempo egli è fallito. Ammalata se ne va all'ospitale; e quindi
attraversa tutta la Francia, per recarsi nella Bassa Bretagna a camparvi a buon
patto; ed ivi la troviamo in principio del libro, scendendo non so qual fiume
con Giovanni, e sbarcando a dritta, e lasciand'ire il bacchetto, per
raccogliersi in una casuccia abbandonata, e metter fuori un desinarino di
verdura, ova e frutta; a compimento del quale ella racconta con esemplare
schiettezza tuttociò che siam venuti fin qui accennando. E s'innamora tosto di
Giovanni, e vien pensando al sentimento nuovo, e con elegantissima frase si
vien dicendo: "questo Italiano ora è venuto per rompermi le tasche
davvero!"
La povertà del tessuto e la
poc'arte della narrativa danno sentore che questo racconto non sia figlio
d'imaginazione; e la congettura si conferma nel libro seguente; dove Giovanni,
per fare riscontro alla bella vita narratagli da Maria a voce, le regala un
quaderno di manoscritto, in cui stanno a registro diverse memorie di quattro
anni della vita sua. Vien primamente una mezza pagina in data di Milano, che comincia:
ero a Padova; poi un brano scritto a Crema, e un altro scritto a
Bergamo, che per nulla si riferiscono né a Bergamo né a Crema; poi un altro,
scritto a Brescia, ove si descrive la luna rosseggiante che si stende sul
mare! Solo in data di Verona si viene alla vera vita ed ai peccati; e si
narra d'una povera serva che Giovanni fece cacciar di casa perché onesta seco;
poi d'un'altra servetta, che lo vide partire, e gli fece le sue dipartenze
piangendo. Dal che il metafisico ricava, che non c'è gente più grossolana
della gente sensibile, poiché, dopo straziato per vezzo il cuore altrui,
quand'e' sentono scalfito il proprio, belano! Oh qual fu il pecoraio che vi
scoprì questa gemma delle metafore pastorali?
Vien poi un'altra data, ove dice
di temere ad ogni tratto che il Duomo di Pisa non dispaia, scalzato dai
peccati degli uomini! Poi a Prato si lagna che le donne lo hanno capito fin
troppo; e a Firenze vi narra d'esser vissuto puro tre anni accanto a
donna non sua, e sempre affettuosa. E poi narra d'una bella marchesa che lo
paragonava ad un morto; e d'un'altra bella che più gli piacque, ed a cui meglio
piacque; e giunto a Padova si ricorda, che, anni addietro, bruciava
d'una donna che aveva passato i trentatre anni, e lo tormentava ferocemente
con lunghissimi abbracciamenti; e la rimandava delusa ma non disperata,
per ritrarsi a leggere Fra Bartolomeo da S. Concordio, e inzepparne i
vocaboli nella sua prosa amorosa, della qual prosa leggeva all'idolo suo
qualcosa. E qui si veda qual duro orecchio abbia codesto scrittore, che vi
accozza ad ogni tratto le parole in così neglette assonanze, ed ora vi descrive
le acque quiete, ora le erbe, che "col verde vivo avvivavano il luccicare
de' fiori". Ma torniamo alla donna, ch'egli rivedeva nell'idea, grande
la persona, e le forme in pieno rilievo, ignuda le braccia bellissime, e sul
collo ignudo una pezzolina non distesa. E così d'inezia in inezia Giovanni
giunge in un'isola dirupata della Dalmazia, in cima alla quale desidera di
poter rivedere Milano, e scendere nell'ampie sue vie; poiché per
quelle vie un'altra donna cercava incontrarlo; ed egli un giorno parlando co'
suoi pensieri le sorrise; ed ella, passando, prese quel sorriso per uno
scherno; il che prova che Giovanni avesse un sorriso molto soave; e la povera
schernita allora si raccolse nella vergine solitudine del cuor vedovato.
E qui si agita uno splendido problema: se siano più sgualdrine, o, com'egli
dice, più abbracciabili, le donne di Francia o quelle d'Italia; e gli pare che
in Francia si facciano pagare di più; e ne conchiude che "quando non sai
se la donna desideri a' tuoi pochi quattrini, o a te, gli è un imbroglio".
E noi oltrepassiamo una Luisa,
che, cercava a che braccia non ingrate abbandonarsi; e un'altra d'esile
persona, e di casa riccamente addobbata, al cui sorriso egli fece più volte
cipiglio; e una Teresa che amò Giovanni d'amore ultimo; e un'altra fra
tutte memorabile, dalla testa raffaellesca e dalle membra contaminate, e
infetta nel sangue, e ministra di lungo castigo a Giovanni! In fine vien
la schiera, pur lieta e pure infelice, delle donne che Giovanni non amò, e che
amarono Giovanni; e sotto quei visi arridenti, altri visi si nascondono
grondanti di pianto; e sono, come nella lista di Leporello, candide nel
pallore, candide nel rossore, pallide nel bruno, gracili o forti, alte o poche
della persona, ardite o tenere, di città o di campagna, povere o ricche,
divote o indivote, di lunghi sguardi o di brevi parole, e di domestichezza
procace, e d'ebre attitudini della sciolta persona. Ma il povero Giovanni,
a dispetto de' suoi quaderni, non ha memoria da tanto; e già i nomi delle più
gli fuggirono, e i visi tremolano nel pensiero, e l'un l'altro si confondono;
perloché egli si decide a rinvolgerle tutte quante in un solo affetto,
e con un solo sentimento mandarle tutte quante alla malora.
Intanto l'ingegno di Giovanni
"sente di salire; e sale! Ma l'anima aleggia a momenti, poi s'accascia, e
grufola più bestialmente che mai". E nulla di meno egli esclama: "che
gioia dell'essere sì caro a Dio? Son io degno d'annunziare agli uomini il
vero?"
E noi gli diciamo di no! Gli
diciamo di no, a nome degli anni avvenire, ch'egli interroga con anima balda; e
gli diciamo di no, a nome anche dell'anno presente, che non è tempo di tanta
melensaggine, da meravigliare queste miserie d'una smisurata e depravata
vanità.
Dopo questi due libri di
vicendevole confessione, tutta l'istoria viene a ristringersi tra Giovanni e
Maria, che dopo mille dubbiezze finalmente lo sposa; e dopo aver vissuto seco
assai tristamente ora a Quimper, ora a Parigi, ora in Corsica, ora a Lione, ora
a Nantes, dove Giovanni divien maestro d'un collegio, e quindi rimane ferito in
duello, la povera Maria, tra le molte sue disgrazie, e le tante sue
rimembranze, e le orrendissime noie che le dà Giovanni leggendole qualcosa di
suo, e facendosela maestra di stile, miseramente intisichisce e muore. E
Giovanni, non orando, e non sapendo levare il pianto, accende una candela, e
apre piano piano le imposte; e sta guardando alla moglie morta, e al dì che
sorge torbido e nevicoso.
Le cose che Nicolò racconta di
Giovanni si assomigliano a quelle che Nicolò venne altre volte qua e là
narrando di sé medesimo; laonde, chi non avesse memoria fedele e pronto
discernimento, oramai mal saprebbe se si parli di Giovanni o di Nicolò. E noi,
che non amiamo mescolarci nei diritti del vivere privato, eviteremo del tutto
questa ricerca; e diremo solo che il mal esempio di queste leggerezze non può
perdonarsi a scrittore, che, per aver fatto libri di scuola, è notissimo alla
gioventù. Né gli negheremo l'ingegno; né lo scriver con arte, e la novità di
certe descrizioni qua e là sparse. Ma notiamo che intarsiate in luoghi, pei
quali non nacquero, rompono ogni moto d'affetti. Come mai, in procinto
d'intenerirci sulla morte di Maria, ci vien egli descrivendo le bome e le
ancore dell'arsenale di Brest? Ciò nondimeno le descrizioni sono la miglior
parte del libro, e perché un animo naturalmente freddo pur basta a delineare
fedelmente le circostanze dei luoghi presenti, a modo dei pittori di paese; e
perché lo stile in quei tratti lascia le rozzezze del dialetto rustico per
riaccostarsi all'eleganza della lingua commune; e si allarga alquanto, e si
rimette da quella secca breviloquenza, la quale si vorrebbe accoppiare ad una sapienza
da Tacito, e non a tanta rarità e vacuità di pensieri.
Il fondo del suo stile è
certamente e assolutamente della scuola di Foscolo, quantunque egli faccia di
tutto per dissimulare e rinnegare il possente e indelebile modello della sua
gioventù, e dica ingratamente che la roba foscolesca è pagana e carnale.
E se fosse meno ansioso di gloriole grammaticali, e meno avviluppato d'aridi e
superbi sofismi, che reprimono i moti del cuore, egli avrebbe potuto dipinger
forse non solo la morta natura, ma eziandio la vita, e l'amore, e il rimorso e
il pianto. E veramente talora il soggetto lo vince; e quando parla del duello,
si riscalda e arriva a certi impeti di passione insolita: " 'Come? così
tutt'a un tratto? Me lo figuro tranquillo, sano; gioisco nell'imagine di
rivederlo; ed egli vien per morire! Ma non pensasti tu a me?' (e gli si gettò
al collo coprendolo de' suoi capelli sparsi) 'non sai quant'io t'ami?' "
Questo è un fiore; ma un fiore non fa primavera. Ad ogni modo la prosa del Sig.
Tommaseo è scritta con molt'arte, e pecca appunto per troppo d'arte e per manco
di naturalezza; ma la sua poesia, davvero, è roba senza natura e senz'arte;
eccone il finale.
Dove cresciuta sei
E a che pensando or vai,
Donna, ch'ancor non sai
Che ne' contenti miei
Tra poco e ne' miei guai
Palpiterà 'l tuo sen!
I suoi giudizi letterari sono
avventati e falsi. Dove trova egli che Monti rinnegasse la fede cristiana?
Certamente Monti fu debole in politica; ma Giovanni forse è senza peccato? E
perché dire che Boileau spira un alito pestilenziale? e che tre comedie di
Scribe non valgono uno stormir di foglie? e che Béranger, il poeta più popolare
ed efficace e formidabile dei secoli moderni, "è più ruffiano che
poeta"?
Chi esule e povero trova lavoro
in un giornale francese, dove gli è fatto adito anche a ragionar dell'Italia,
con tanto di compenso da camparne la vita, e oltreciò ottiene l'incarico d'un
lavoro letterario e lucroso dalla Commissione illustratrice dei monumenti
francesi, ha certamente dovere di rispondere colla decenza a sì delicata
ospitalità. E allora potrà, se vuole, lagnarsi tuttavia, che Lione sia città
mesta e senza gioie, e disamena la via da Parigi in Provenza, e odioso
l'inverno di Francia. Ma non gli è più lecito venir dicendo per le stampe, che
Parigi è città odiosa, e i Francesi gente ripetitrice, e in questo solo
costante; e che appena intendono un libro latino, e fanno strazio della
loro propria lingua, e hanno menti meschine e più meschini cuori, e avare
gelosie e avari inganni; e che le loro donne hanno soltanto più veli da
gettar via, ma che infine del conto trafficano di sé come schiave nel
Brasile! Noi non siamo per fermo adoratori della nazione francese, né
d'alcun'altra al mondo, e nemmeno della nostra; ma, in nome della civiltà e del
diritto delle genti, dimandiamo, se con questi abomini è onesto che si paghi
dai nostri l'ospitalità, e s'è questo commercio d'insulti e d'infamie, che i
filosofi viaggianti devono andar promovendo fra le nazioni più incivilite. E
dopo questo si può demandare: "Son io degno d'annunziare agli uomini il
vero?"
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