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IV.
Ritrovando il nostro protagonista
un mese e qualche giorno dopo il suo arrivo nella nobilissima ed insigne
capitale della Spagna, siamo costretti ad accorgerci dal suo alloggio e
dall'attitudine nella quale lo troviamo che la sua smania di vagabondare si è
scemata di molto. Lo ritroviamo infatti seduto in un'ampia poltrona, vestito il
più leggermente che sia possibile, vicino a una finestra del terzo piano di una
casa pulita e affatto moderna, in una via tortuosa d'uno dei vecchi quartieri.
I vetri erano chiusi e Giorgio coi piedi più alti del capo in una postura
ultramericana, teneva un libro alla mano, la cui lettura però sembrava
interessarlo mediocremente, poichè di tratto in tratto gettava uno sguardo
indagatore tra gli interstizi delle cortine di mussola bianca, come volesse
spiare qualcosa dalla parte opposta della via.
Questa, malgrado fosse
stretta assai, non era però triste come lo sono le viuzze nelle città
settentrionali, tanto il sole ardente sa in quel paese penetrare dovunque; e
nel giorno caldissimo di cui parliamo, gettava un raggio che rischiarava molto
pittoricamente la parte più alta della casa in faccia a quella ov'era Giorgio,
lasciandone la base nella relativa frescura dell'ombra. Quella casa era, si può
dire, l'opposto di quella abitata dal duca, poichè, sebbene di aspetto povero e
poco pulito, aveva un carattere di vetustà assai romantico ed era di
un'architettura barocca e contorta, affatto speciale. In quegli ornamenti
spezzati, in quei fregi interrotti qua e là, in quelle pitture quasi cancellate
oramai, v'era un contrasto assai spiccato di opulenza passata e di decadenza
presente, che è pur troppo un carattere abbastanza spagnolo.
La finestra, posta
precisamente di contro a quella del nostro protagonista, e sulla quale sembrava
posarsi il suo sguardo tutte le volte che lo spingeva attraverso i vetri,
avrebbe certo da sè sola invogliato un pittore a fermarsi per farne uno
schizzo. - Il contrasto di cui parlammo or ora era qui assai palese, giacchè
tutt'all'intorno girava una cornice di pietra rozzamente, ma riccamente
intagliata, i cui arabeschi mozzi mostravansi qua e là coperti da un pugno di
verde muschio o erba, che vi aveva vegetato, Dio sa come, e lo stipite si
vedeva esser stato ricco assai, mentre i vetri della finestra erano color di
piombo e malamente incassati in una cattiva intelaiatura di legno dipinto in
verde chiaro. Al di sotto intravedevasi come un avanzo di scudo sul quale uno
stemma doveva essere stato inciso altre volte, ma la parte di esso che sembrava
meno obliterata, era a metà coperta da un panno bianco posto sul parapetto ad
asciugare al sole. Sopra un'assicella al di fuori un grosso vaso panciuto in
terraglia comune gialla a disegni turchini conteneva dei garofani in piena
fioritura che toccavano un punto vivace sul fondo grigio della casa ed
animavano, si può dire, la finestra, del resto affatto deserta in quel momento.
La stanza abitata da
Giorgio era piccola, ma pulita ed allegra, ed egli con le sue abitudini di
eleganza, l'aveva già assettata in modo da renderla simpatica. I vasi e le
scatolette a coperchio d'argento di un nécessaire, ordinati su di una
tavola coperta di bianco, contrastavano con la semplicità delle pareti nude,
dei mobili in legno comune e delle sedie di paglia. Da mille indizi indescrivibili
si capiva però che quella stanza era stata scelta da Giorgio per farvi una
dimora di qualche tempo - il che ne fece dire che sentisse già il bisogno della
quiete.
Appena giunto a Madrid,
era sceso ad uno dei grandi alberghi. In qual modo dunque, poco più di un mese
dopo, lo troviamo nella viuzza in questione? - La spiegazione sarà certo già
presentita dalla lettrice, ed essa non sarà troppo stupita se le diciamo che
proprio in uno dei momenti in cui il duca volgeva più attento lo sguardo verso
la finestra di faccia, questa si aprì, ed una figura di donna vi apparve che
sicuramente avrebbe fatto molto piacere anche a quel pittore che abbiamo
supposto arrestato nella via a schizzare le linee sbiadite di quelli ornati
ridotti quasi a vestigia.
Era il suo il vero tipo
spagnolo - non precisamente quello che fuori di Spagna si reputa tale, e che è
piuttosto il tipo arabo o moresco. L'irregolarità bellissima dei suoi
lineamenti non era quella che c'imaginiamo quando parliamo delle manolas,
avendo un carattere di grazia un po' manierata ed indescrivibile che ne sarebbe
forse sembrata piuttosto francese, e la sua pelle era bianchissima. La bocca
piccola e porporina, gli occhi allungati, espressivi, un po' infantili nello
sguardo, il collo robusto e snello ad un tempo, le mani lunghe, strette, un po'
magre, l'ovale del volto graziosissimo, ed una espressione derivante dal
sorriso della bocca e più ancora da quello degli occhi, dall'arco delle
sopracciglia, dalla linea del naso e del mento che solo il pennello potrebbe
forse tradurre, rendevano la sua bellezza molto originale. I capelli neri,
attortigliati in massa sulla nuca, erano tenuti da un alto pettine di tartaruga
tutto traforato, di strano disegno, come in tutte le famiglie spagnole si
tramandano di madre in figlia.
Il suo vestito non aveva
nulla di speciale, poichè il costume nazionale va perdendosi a poco a poco
anche nelle classi meno alte, ma la sua veste bruna e casalinga disegnava delle
forme che molte duchesse avrebbero invidiato.
Ella si affacciò alla finestra
tenendo nella destra una caraffa piena d'acqua che versò tutta sui fiori, quasi
già avvizziti dal sole, ed essi si rianimarono d'un tratto sotto quella
benefica pioggia di cui avevano gran bisogno. Per amore della verità, dobbiamo
però constatare che nel far ciò, gettò sbadatamente uno sguardo alla finestra
opposta e vedendola ben chiusa, depose la caraffa, e si appoggiò al parapetto,
guardando ora i suoi fiori che sembravano ringraziarla allargando le corolle,
ora i rari passanti nella via. In uno di questi momenti, Giorgio aperse a sua
volta lentamente la finestra e si affacciò, osservando fissamente il bel
quadretto che aveva davanti. - Ma questa manovra non gli riuscì troppo, chè
appena la bella fanciulla, sollevando ancora gli occhi, se ne accorse, senza
affettazione ma abbastanza prestamente si tirò indietro, e come si accorgesse
allora dei raggi cocenti del sole che le battevano sulla fronte, abbassò la
tenda di paglia grossolanamente dipinta a fiori e foglie - calando così, per lo
spettatore di faccia, il sipario prima che la scena fosse incominciata.
Come avrebbero riso
sgangheratamente i suoi amici se avessero veduto Westford nell'esercizio di
quella manovra da collegiale! E siamo certi che anche il lettore ne taccierà
d'inverisimiglianza e non saprà comprendere come quel giovane, che aveva tanto
e così svariatamente vissuto, potesse giungere ad alloggiarsi in faccia ad una
bella fanciulla qualunque con lo scopo semplicissimo di farle comodamente gli
occhietti. Ma siamo obbligati a dire che i suoi amici (e questo non stupirà
certo) non lo conoscevano punto se ridevano per una tal cosa; e che noi, con
nostro grande rincrescimento, non abbiamo saputo in tal caso delineare come
volevamo il carattere piuttosto eccezionale del duca. Infatti, uno dei
distintivi principali di esso era di seguire spessissimo la sua prima
impressione. Inoltre, non bisogna dimenticare ch'egli poteva trovare interesse
oramai solo nelle cose che non aveva fatto prima, e che la semplicità doveva
riuscirgli più nuova della raffinatezza.
Dopo qualche giorno di
dimora a Madrid, il primo entusiasmo di trovarsi davvero indipendente, il
piacere della solitudine nella folla e dell'incognito, diminuirono, e dovette
confessare a sè medesimo che il progetto che gli era sembrato così divertente
non lo era troppo, posto in esecuzione, e che perfino questo tentativo di
mutamento non riusciva. Gli venne una terribile paura che Tibaldo ed il suo
calzolaio avessero ragione e ch'egli fosse proprio irrimediabilmente blasé.
Riuscì a scuoterla però; ma malgrado questo, quando ebbe visitato tutti i
monumenti, penetrato in tutte le chiese, ammirati tutti i quadri, dai
paradisiaci Murillo fino ai Goya ed ai Ribeira tenebrosi e mistici, passeggiato
e ripasseggiato al Prado guardando le senoras avvolte nel velo e
mostrando le belle manine agitando il ventaglio irrequieto, fumato tutte le
qualità di tabacco, bevute tutte le bevande e gustati tutti i sorbetti
nazionali, capì che non sapeva bene cosa farebbe della propria persona
all'indomani. Acquistò un nuovo costume completo da un sarto indigeno, fece
ampia conoscenza con la cucina spagnola, tentò di far la corte ad una signora
che stava nel suo albergo, ma tralasciò per paura di riuscire, - e finalmente
dovette ammettere che si annoiava.
Un combattimento di tori
(che la lettrice non chiuda il libro troppo precipitosamente! non lo
descriveremo) che lo divertì per la novità e l'eccitamento dello spettacolo, e
qualche conoscenza fatta per caso, al caffè, lo aiutarono a sopportare la noia
incipiente che lo invadeva, ma non bastarono a distrarlo.
Solo lo divertiva il far
delle lunghe chiacchiere e discussioni con i suoi nuovi amici, di cui quasi
ignorava il nome; buoni ragazzi, fra i quali alcuni artisti di teatro che lo
trattavano con tutta famigliarità e quasi con un poco di protezione che lo
faceva ridere internamente.
Lasciando Parigi, egli
s'era solo proposto di cercare le attrattive di un paese nuovo e di una vita
diversa, e l'idea di mischiarsi in avventure era lontanissima dalla sua
imaginazione. L'elemento femminile non entrava nel suo progetto. Ma si accorse
ben presto che uno dei mezzi che cominciava, quasi involontariamente, ad
adoperare per cacciare quelle prime nebbie di noia minacciose, era di fare
degli studi artistici molto assidui su tutte le donne che passavano e che
potevano forse esser belle. Non gli dispiaceva punto lo sguardo di fuoco che le
donne spagnole gettano con molta rapidità su tutti indifferentemente. - Ma le
bellezze che vedeva erano molto al disotto dell'ideale che se ne era formato.
Singolare pretesa che si ha infatti talvolta di volere che in un dato paese
tutte le donne siano belle!
Malgrado tutto ciò, non
si divertiva, senza che però si pentisse in alcun modo del suo viaggio, poichè
perfino la noia era diversa dalla solita.
Pure capì che una
qualche distrazione ci voleva. Un giorno vide passare la fanciulla che
presentammo al lettore in principio del capitolo, e la trovò più bella di
quante avesse incontrate fino allora. Aveva quella simpatica camminatura viva e
cadenzata particolare alle Spagnole, ed il suo piedino, calzato a perfezione da
una scarpina che ne copriva solo la punta, era elegante di forma e pareva nel
camminare raccontasse molte cose. L'accompagnava una donna vecchia, che un poco
le rassomigliava. Sicuro che nessuno dei suoi amici lo vedeva, la seguì e la
vide entrare nella casa che abbiamo descritto. Un cartello sulla casa in faccia
annunziava che al secondo piano si appigionava; egli entrò, e prese le due
stanze verso strada, proprio in faccia alla dimora della incognita. Dava per
pretesto a sè stesso, che era stanco di stare all'albergo e che così eseguiva
meglio il suo piano.
L'indolenza del suo
carattere, e per dire il vero, la quasi indifferenza che, malgrado tentasse
combinare un romanzetto, egli sentiva per la fanciulla, impedirono che egli
diventasse molto intraprendente, e siamo costretti di confessare che dopo
qualche giorno non si curò molto dello scopo che lo aveva condotto nella sua
nuova dimora e non si metteva che assai di raro al suo posto di osservazione
alla finestra, dove lo abbiamo sorpreso. Pure, quelle volte che vi era stato
lungamente ed aveva attentamente osservato col suo occhio scrutatore, l'aveva
trovata molto bella, e di una bellezza che artisticamente gli rivelava un
orizzonte nuovo e modificava un poco il suo gusto. Egli infatti, come abbiam
veduto, era prima di tutto (chi gli darebbe torto?) ammiratore della bellezza
pura, sculturale, greca. La Venere di Milo era la prima sulla lista - dopo, le
altre. In mancanza di quella bellezza assoluta e completa di forme e di linee,
amava l'espressione, l'anima, il carattere impresso sulla fisonomia, ed
acconsentiva a non darsi cura di molte imperfezioni purchè gli occhi fossero
eloquenti, i lineamenti espressivi, la fisonomia originale, il sorriso
caratteristico, purchè insomma ogni linea raccontasse la sua storia. Nella
bellezza della fanciulla che ora aveva il progetto di corteggiare non vi era nè
la bellezza altissima che Fidia e Prassitele resero immortale, nè quella
bellezza che Tibaldo aveva chiamato moderna nel parlare di Lady
Isabella.
La era semplicemente la
bellezza della grazia, della freschezza, del capriccio. Il suo occhio non era
profondo e non rivelava molto, la sua espressione era allegra, vivace e nulla
più, le sue forme e le sue linee erano belle, ma non perfette. Il suo viso
inoltre non raccontava una di quelle storie che ne invogliano a studiare
l'anima della persona che lo possiede. In compenso però sembrava aspettare che
qualcuno gli narrasse la propria.
Giorgio intanto si abituava
alla sua vita nuova e tornava ad essere assai contento di aver posto la sua
idea in fatto. I suoi nuovi amici, che quasi non conosceva, lo divertivano
molto. Fece con loro qualche gita nei dintorni. I giorni si succedevano; ed
egli che, malgrado tutto, era uomo di abitudine, cominciava a dire: «Chi sa
quando cambierò?»
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