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V.
Penetriamo nella casa in
faccia. Pensate all'impressione di Faust che per la prima volta entra nella
stanza di Margherita; invece della semplicità tedesca imaginate il pittoresco
spagnolo, invece dell'arcolaio un lavoro in lana a colori vivacissimi e una
chitarra; invece del letticciuolo bianco, dei mobili lucenti e dello
specchietto accuratamente ripulito della eroina di Goethe, un'alcova semichiusa
da una tenda di lana bruna e rossa, nell'ombra della quale si travede una
palma, una Madonna ed una candela benedetta; dei mobili rozzi, di stile
barocco, anneriti e guasti dal tempo, ed uno specchio a cornice anticamente
inargentata - solo di tanto in tanto come rischiarato dalla graziosa imagine
che vi si riflette - ed avrete un'idea dell'effetto che produceva la stanza di
Paquita a chi si soffermasse sull'uscio per la prima volta.
Per completare il quadro
potete imaginare la graziosa fanciulla vicina alla finestra, curva sul lavoro
incominciato; ma ella non vi stava con troppa costanza, poichè la sua natura
viva, irrequieta, leggiera, le faceva cambiare sovente di posto e girar qua e
là con quel passo saltellante che le era particolare. Ella era padrona in casa.
Sua nonna, con la quale viveva, aveva sempre fatto ogni sua volontà. Ben inteso
che in contracambio la Paquita era da tutti i conoscenti giudicata un modello
di ragazza. Essi erano quasi ricchi per la loro condizione, sebbene in realtà
quasi poveri; ma con le economie della nonna, una piccola pensione ed il lavoro
della fanciulla se la passavano bene e talvolta andavano al circo o si sedevano
a tavola con qualche amico dinanzi a delle natillas preparate dalle
bianche mani di Paquita. Un giorno vi si assise anche il duca di Westford,
senza, è d'uopo il dirlo? che le due donne sapessero quale illustre invitato
esse avevano....
L'accesso nella casa di
Paquita non era certo facile; come aveva dunque fatto egli, con la sua
indolenza per di più, a penetrarvi? - Ne duole più che mai, ma siamo costretti
a dire che non fu nè gettandosi in mezzo alle fiamme per salvare le due donne,
nè fermando col pugno un cavallo che correva a schiacciarle, nè saltando in un
torrente, e nemmeno riportando loro una croce d'oro smarrita o un fazzoletto
caduto dalla finestra. Nulla di tutto ciò.
Un giorno egli
passeggiava solitario, assorto presso a poco in questo soliloquio: «Sono
felicissimo d'esser lontano e libero, questa vita mi aggrada assai, ma la è
monotona e non come me l'aspettavo. Bisognerà che io scuota la mia inerzia, che
parta, che vada a vedere l'Alhambra e a studiare la poesia delle altre città,
che salga sulle montagne altissime donde si devono godere delle vedute di cui
non ci possiamo fare un'idea, e dove forse, chi sa? incontrerò perfino i
briganti!... Si vede che il pensiero di Paquita non lo tormentava poi troppo.
D'improvviso egli fu interrotto da un giovane che aveva conosciuto a caso, il
quale venne a battergli amichevolmente la spalla con la mano e si unì a lui nel
passeggio. Giorgio aveva una certa simpatia per questo povero diavolo, che
viveva Dio sa come, non trovando lavoro di sorta, benchè ne avrebbe accettato
uno qualunque. - Il nuovo arrivato chiese a Giorgio cosa avrebbe fatto quella
sera.
- Davvero, non lo so,
rispose il duca.
- Allora verrete con me.
- Dove?
- Dove vorrete. - Ma
prima, e per deciderci, vi condurrò a pranzo da mia zia; la tavola non è
sontuosa, ma mia zia è la miglior donna della terra e Paquita una delle più belle
fanciulle di Madrid. Sarete ricevuto come me. È molto tempo che non vi vado;
vedrete che festa ne faranno.
Giorgio, felice all'idea
di vedere un interno spagnolo e non volendo rifiutare un invito così cordiale,
s'incamminò con l'amico ed a sua grande sorpresa si trovò in faccia a casa sua.
- Io abito in quella
casa, disse al compagno.
- Allora avrete certo
veduto Paquita. Quella è la finestra della sua stanza, rispose l'altro
accennando alla ben nota finestra ornata di fiori.
Giorgio seppe a stento rattenere
un senso di grata sorpresa - e trovandosi un quarto d'ora dopo come uno di casa
seduto a tavola tra la vecchia e Paquita, pensò quanto fosse vero qualche volta
che la fortuna ne sorprende addormentati. Pensò che se invece di accontentarsi
di gettare di tanto in tanto uno sguardo dalla sua finestra a quella della
fanciulla egli avesse tentato di penetrare nella casa in qualche modo o di
attaccar discorso, forse sarebbe stato mal ricevuto e poco ascoltato, mentre
invece, avendo tutto lasciato in balìa del caso, si trovava d'un tratto accolto
in un modo famigliare. Ciò che vide però, aiutato dal suo fino spirito di
osservazione, non gli fece certo nutrire speranza di «toccare il cuore» di
Paquita; subito si capiva che non era una conquista facile, e che chiunque non
si fosse presentato pour le bon motif avrebbe fatto meglio a tirar
dritto per la sua strada. Quando era entrato nella stanza, appena Paquita lo
vide, si era fatta rossa fino nel bianco degli occhi, il che aveva mostrato
chiaramente al duca ch'egli era stato riconosciuto; e quando l'amico lo aveva
presentato, il saluto della fanciulla era stato freddo ed imbarazzato, e tale
che lo si poteva interpretare in vari modi.
Egli provava davanti a
Paquita una sensazione che non si ricordava di aver provato, e si accorse,
quando ebbe udito la sua voce, che esercitava un fascino non posseduto da
alcuna delle cento donne da lui conosciute fino allora.
Si pranzava in una
piccola stanza - adiacente a quella di Paquita da una parte ed alla cucina
dall'altra - che sebbene semplicissima, era pulita assai e ornata di fiori e di
un grande armadio in legno dipinto, bizzarramente intagliato. - A destra di
questo era un quadretto rappresentante due guerrieri a cavallo su di una strada
in riva al mare, che forse aveva qualche valore; ed a sinistra un altro quadro
di quasi eguale dimensione, coperto da una tendina rossa, che eccitava non poco
la curiosità di Giorgio.
Egli non poteva
distaccare gli sguardi da Paquita, ed ella, sebbene tentasse sembrare
distratta, lo guardava pur molto a sua volta, e quando gli occhi loro
s'incontravano, le belle guancie di lei si coprivano di nuovo di un leggero
rossore che non era prodotto solo dalla timidità naturale.
Ben inteso che Westford
era stato presentato sotto al suo nome falso ed era creduto un pittore, certo
non ricco, venuto per studiare i capolavori della scuola iberica. Nulla nel suo
vestire o nei suoi modi poteva far dubitare del contrario, tanto egli aveva
saputo, da perfetto attore, assumere l'aspetto della persona che voleva
rappresentare; ma la sua bellezza e la sua distinzione non passavano perciò
inosservate, e Paquita confessava a sè medesima che era difficile trovare un
giovane più compito dell'amico di suo cugino. Bisognerà però ammettere che gli
sguardi assassini e la sapiente cortesia di Giorgio avevano certo molto
influenzato un tale giudizio.
Il pranzo, affatto
spagnolo e molto modesto, fu animato ed allegro assai, e Giorgio pensava quanto
si potesse esser felice con poco. La vecchia era una buona donna un po' grossolana
ne' suoi modi, ma sebbene ridesse spesso fragorosamente, aveva impressa sul suo
volto quell'ombra di mestizia che lascia il dolore da lungo tempo trascorso. La
conversazione era allegra, divertente, un po' chiassosa. Giorgio piacque molto
alla nonna. Egli sapeva benissimo raccontare, e si crederà facilmente che di
aneddoti di ogni specie ne conosceva in gran copia. Vi era nel suo discorso
qualcosa di così svariato ed originale, che in chiunque lo ascoltasse per la
prima volta attirava straordinariamente l'attenzione. Il sole era già
tramontato ed essi si trovavano ancora a tavola, non trattenuti dalla varietà
dei cibi o dei vini, ma dalle risa e dall'interesse che le storielle di Giorgio
suscitavano. Il suo cattivo accento spagnolo, anzichè diminuirla, aumentava la vis
comica; e con quel tatto finissimo che lo distingueva in sommo grado aveva
subito saputo stabilire la confidenza fra sè ed i suoi nuovi amici e stare nel
modo più adatto ad esser simpatico nell'ambiente in cui si trovava.
Il rossore ch'era
montato alle guancie di Paquita, appena vedutolo entrare, e che gli aveva
provato d'essere stato subito riconosciuto, erasi mutato dopo in un pallore
proveniente forse da una emozione nuova, che non aveva più abbandonato le
guancie della bella fanciulla; mentre, al tempo stesso, v'era qualcosa di non
naturale nei suoi modi e non sembrava partecipare francamente dell'allegria
comune (ella tanto allegra di solito), come accade quando un pensiero ne
preoccupa fortemente.
Fu proposto di uscire a
prendere il fresco della sera.
L'aria era soavemente
profumata, il caldo un po' meno eccessivo, le vie piene di gente. Giorgio che
si era, a tavola, occupato un po' troppo di Paquita, cominciò ad intrattenere
la vecchia, mentre la fanciulla camminava dinanzi a loro, conversando col
cugino.
- La mia Paquita è una
perla, signore, diceva la vecchia. È la mia consolazione; dopo tanti guai e
tanti dispiaceri, Dio mel perdoni! al passato non penso quasi più, tanta è la
gioia che sento nel cuore quando l'ascolto ridere nella stanza vicina. Voglia
il cielo ch'ella possa esser felice!
- E come può essere
altrimenti?
- Sono vecchia, e V. S.
comprenderà che se non la marito prima di andarmene, la poveretta resterà sola
al mondo, senza appoggio, senza consiglio, senza mezzi.... Or qui sta appunto
la difficoltà.
- Come? bella com'è
vostra nipote, non trova pretendenti?
- Non ne trova? Dieci,
cento alla volta, se li volesse. Ma ella rifiuta tutti! - E senza andar
lontano, il vostro amico, suo cugino, un bravo giovane, non troppo fortunato,
ma eccellente, la sposerebbe stassera; ma per quanto l'abbia pregata,
consigliata, volete credere ch'ella rifiutò sempre?
Quando tornarono verso
casa era notte inoltrata. Camminavano come prima, adagio adagio, due a due. Ma
i posti erano cambiati; il cugino e la vecchia rimanevano indietro, il duca e
Paquita davanti. Nè l'uno nè l'altra forse aveva avuto l'intenzione (Paquita
no, certamente) di mettersi vicini, ma vi si trovavano. Il povero diavolo si
lamentava ad alta voce con la nonna dell'ostinato rifiuto di Paquita ed
aggiungeva che non era mai stata così poco cortese con lui quanto quella sera.
La vecchia lo esortava ad aver pazienza, al solito, ed a lasciar agire il
tempo. - E i due davanti di che parlavano? Non lo sapremmo dire con esattezza,
poichè le poche parole che proferivano, erano pronunziate a bassa voce come
fossero in chiesa.
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