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LA CANZONE DI WEBER
I.
Era una vecchia casa
piena di memorie; grande, bruna, uniforme, coperta qua e là del verde severo
dell'edera. Stava su di una piccola altura e vi si arrivava per un lungo viale,
tetro ed aristocratico, fiancheggiato d'ambe le parti da piante secolari. In
fondo vedevasi un gran cancello di ferro irrugginito dal tempo, che cigolava
mestamente ogni volta lo si facesse girare sui malconnessi cardini. In
confronto al vecchio castello feudale, le cui superbe rovine scorgevansi su di
una collina lontana, la casa di cui parliamo sembrava nuova; ma se la si fosse
paragonata invece alle bianche casuccie e alla moderna chiesuola del villaggio
sottoposto, inspirava già un profondo rispetto. E benchè non avesse, come il
castello là in alto, veduto svolgersi tra le sue mura i tenebrosi drammi del
medio evo, ed a' suoi piedi passare i cavalieri vestiti di ferro, pure a molte
e molte cose aveva assistito essa pure. Edificata sul finire del regno di Luigi
XIV, aveva avuto tra le sue sale le magnifiche feste di quel tempo, coi
marchesi dalle enormi ed arricciate parrucche, con le belle dame dal viso
dipinto e dall'occhio scintillante di promesse... tutte coperte di raso e di
gemme, gonfie di gonnelle e d'orgoglio. Più tardi aveva veduto le orgie della
Reggenza trasportate da Parigi alla vie de château, e rammentava la
cipria ed i talloni rossi dei gentiluomini e le bianche mani effeminate degli
abbatini galanti.
Il soffio terribile
della rivoluzione era passato sul suo capo senza abbatterla; le guerre
dell'Impero l'avevano rispettata. Dopo le cene della Reggenza, aveva assistito
ai bagordi del Direttorio; tra le sue mura si era udito imprecare contro il
Buonaparte (come i sostenitori dell'antico stato di cose chiamavano
l'imperatore), ed ora nella prima metà di questo secolo se ne stava al suo
posto ancor forte ed altera, sebbene un po' mal in arnese per la noncuranza dei
proprietari.
Apparteneva ai conti di
Montsauron, una gran famiglia già illustre al tempo delle crociate. Ma di
quella lunga stirpe, coi suoi blasoni tutti coperti d'inquartature, chi restava
oramai? - un vecchietto, reliquia vivente di un'epoca trapassata, che
attraverso alle scosse della rivoluzione e alle vittorie dell'imperatore aveva
conservate le sue idee per intero, i suoi beni in parte, la sua cipria ai
capelli, e le sue fibbie dorate alle scarpe. Non era un uomo senza ingegno, ma
ostinatamente aggrappato ai suoi pregiudizi, come l'edera a una rovina, pieno
di boria e dello spirito ormai rancido del suo tempo.
Ricco ancora malgrado le
vicissitudini politiche, non poteva però più tenere la sua casa nello splendore
di prima; ed ora la gramigna vegetava tra le pietre spezzate della corte
d'onore, e le grandi terrazze e le balaustre riccamente ornate erano tutte
verdeggianti di umidità. I parassiti viventi avevano finito il loro regno
nell'interno ormai quieto assai, ma in compenso sulle mura esterne tutta una
vegetazione parassita si arrampicava in disordine con libertà veramente rivoluzionaria.
- Le grandi sale erano nude, fredde e severe. Quelle sedie della malcomoda e
disgraziosa forma che si usava sotto l'Impero, quei tavoli coperti di gelido
marmo bianco o venato, con le gambette ornate in alto da bocche di leone
dorate, e assottigliantisi verso il basso, quei sofà dritti dritti e duri coi
cuscini attaccati alle sbarre di legno con de' nastri, davano un'idea assai
sconfortante e poco in relazione con le abitudini moderne. I sopraporte, di
stile Pompadour, avevano nulla a che fare col resto. - Nel giardino i regolari
disegni e le figure in cui erano stati foggiati gli arbusti secondo la moda
d'allora, avevano ripresa completa e pazza libertà e stendevano i loro rami
nella più disubbidiente licenza.
E là viveva il vecchio
gentiluomo, solo con sua figlia, una fanciulla sui vent'anni, bella, alta, dal
corpo elegante, dalla espressione delicata, dai lineamenti finissimi. La quale
possedeva de' magnifici capelli castani chiari che alla gran luce prendevano
dei riflessi impossibili a ritrarre, e due grandi occhi azzurri, pensosi e
appassionati, che vi guardavano come ben pochi occhi guardano.
E tranne il curato del
villaggio e di tratto in tratto qualche famiglia dei dintorni e i vecchi
servitori - che si credevano un po' della casa e portavano la loro sdruscita
livrea verde e oro con la fierezza con cui il loro padrone portava il costume
di corte - egli non vedeva nessuno e viveva solitario con la sua Ida, la cui
gioventù era come un raggio di sole che attraversasse la vecchia casa.
I domestici ricordavano
ancora il tempo quando il loro padrone viveva a Parigi, tra i molteplici
divertimenti della società, e non lasciava quel brillante soggiorno che per
pochi mesi, i quali però invariabilmente veniva a passare nella vecchia dimora.
Allora, per otto mesi all'anno, le vôlte delle lunghe sale non erano colpite da
alcuna eco, le imposte stavano chiuse ermeticamente e tutto non ripigliava vita
che nell'autunno. All'approssimarsi di codesta stagione si vedevano sfilare
lungo il tetro viale le carrozze impolverate che giungevano da Parigi, tirate
da quattro vigorosi cavalli montati da postiglioni vestiti della livrea del
conte, che facevano allegramente scoccare le loro fruste.
Ora invece la sua vecchia
casa non la lasciava più, abitandola le quattro stagioni di seguito. Pranzava,
con sua figlia, in una gran sala a pian terreno servito da cinque servitori,
molto affaccendati a far nulla; e certo tanta opulenza nella solitudine a molti
sarebbe sembrata ben triste.
Un bel giorno il vecchio
conte ricevette una lettera con un gran sigillo stemmato. L'aperse
frettolosamente, e leggendo le prime righe, un lampo di gioia gli passò negli
occhi. La rilesse più volte con visibile contento e per tutto quel giorno fu
d'umore insolitamente faceto, come se una decina d'anni gli fosse stata levata
a un tratto dalle spalle. Camminava tutto svelto e ringalluzzito, chiacchierava
assai più del consueto - sorridente con tutti - ad ogni momento baciava sua
figlia in fronte e le diceva che non l'aveva mai veduta così bella.
All'indomani poi il suo
contegno divenne decisamente stravagante. Sembrava che avesse cambiato natura.
Egli, che amante dell'ordine a modo suo, non voleva fosse mosso un mobile da
una stanza in un'altra; egli nemico dichiarato di tutti i trambusti, cominciò a
porre tutto sossopra, a fare e rifare, a riaccomodare quanto si vedeva
d'intorno. Pareva volesse dare una nuova fisonomia alla sua vecchia casa, che
pure amava tanto com'era. Le grandi sale di ricevimento, chiuse da molti anni,
furono aperte; le coperte di tela levate dai mobili, le pieghe maestose delle
tende accuratamente spolverate, le ragnatele spazzate dagli angoli della vôlta
dove si stendevano comodamente, i veli tolti agli specchi, i vasi riempiti di
fiori. Il magnifico servizio in argento massiccio, dono di un duca di Savoia
alla casa di Montsauron, fu tolto da un vecchio armadio dove stava al buio chi
sa da quanto tempo. I servitori si aggiravano frettolosamente dovunque,
interrogandosi sommessi l'un l'altro, molto stupiti dell'ordine ricevuto di
pulire alla meglio e d'indossare le livree di gala.
Si strappò la muffa
ch'era sul terrazzo. Il giardino fu pettinato, le foglie cadute levate dai
viali, i fiori appassiti strappati; i rami troppo lunghi tagliati, e si tentò
di far ripigliare ad alcuni degli arbusti l'architettonica figura primitiva.
Certo doveva accadere
qualche cosa di straordinario.
Di tutto questo Ida non
sapeva nulla. Ella non osava mai disturbare suo padre, quando egli non venisse
da lei. Quella mattina dunque, non avendolo veduto comparire, si era già posta
nella sua dimora favorita, una sala d'angolo che si trovava in fondo all'ala
sinistra della casa. Là vi era il suo più intimo amico, il pianoforte.
E qui è a dirsi della
passione fortissima che Ida aveva per la musica. Essa sapeva suonare il cembalo
per istinto, - cantava perchè Dio le aveva detto di cantare.
L'unico maestro che
aveva avuto, e assai tardi, era un giovane protetto dal conte, che apparteneva
ad una famiglia rifugiatasi dopo il Terrore in quel tranquillo villaggio. Suo
padre, benchè povero e sconosciuto, era un vero artista - uno dei tanti che
passano, fulgenti ma non veduti. Egli pose tutte le cure della sua vita nella
educazione del figlio. La madre era morta; il povero fanciullo non aveva che
sedici anni quando anche il padre morì. Egli si trovò solo, ricco soltanto di
gioventù e di speranze. Il conte di Montsauron si diede a proteggerlo: fece
comperare alcune sue composizioni da un editore a Parigi, e l'incaricò di dar
lezioni a sua figlia. - A molti parrà strano che un uomo con le idee del
vecchio conte avesse a mettere così vicino a sua figlia un giovane di
venticinque anni, ma bisogna pensare che Paolo era serio, posato, e che Ida lo
aveva veduto per tanto tempo da doverlo considerare come parte della mobilia di
casa. Inoltre, in quei tempi in cui l'aristocrazia sosteneva ancora fieramente
tutti i pregiudizi di casta, non poteva entrare nemmeno un momento in capo al
conte che sua figlia potesse volgere un solo sguardo verso una persona cotanto
oscura qual era il povero artista. Assisteva anche spesso alla lezione.
Ida dunque aveva aperto
il cembalo e lasciava che le sue belle dita errassero alla ventura sui tasti, -
quando a un tratto il conte entrò - cosa insolita a quell'ora. Era vestito con
molta cura ed il suo viso sembrava irradiato da una espressione di contento. Si
avvicinò a sua figlia, le prese le due mani nelle sue e baciandola in fronte le
disse:
- Ti raccomando, mia
cara, che oggi ti abbi a far bella, più bella che sia possibile.
E un sorriso che voleva
dir molte cose passava intanto sulle sue labbra.
- Perchè, mio padre?
domandò Ida, fissandolo coi suoi grandi occhi azzurri.
- Perchè? Lo vedrai fra
non molto.
- Attendete forse
qualcuno?
Un nuovo sorriso, più
prolungato del primo, venne ad illuminare il volto del conte.
E in poche parole
raccontò a sua figlia, la quale molto si stupì di un avvenimento tanto
straordinario, come davvero attendesse qualcuno, il marchese di Sentis, un
parente lontano.
- La lettera che mi hai
veduto leggere era sua. Egli deve arrivare oggi. È un bravo, simpatico e bel
giovane, buon gentiluomo e padrone di grasse terre in Normandia che quei
briganti del 93 non gli hanno potuto carpire. Solo i possedimenti del castello
di Sentis gli rendono cinquanta mila scudi all'anno.
Un paio d'ore dopo il
marchese giunse. Ida trovò che suo padre le aveva detto il vero. Poteva avere
dai trentacinque ai quarant'anni; alto, benissimo fatto, coi lineamenti
regolari, col viso distintissimo e che dinotava un uomo di un certo ingegno.
Aveva bellissimi modi, un timbro di voce assai simpatico ed era vestito con una
eleganza sobria che lo caratterizzava uomo di gusto dal capo ai piedi.
Arrivò in una gran
berlina da viaggio, ne scese prestamente e montò i gradini del terrazzo (dove
il vecchio conte era venuto ad incontrarlo) col cappello alla mano e il sorriso
sulle labbra. Rispose calorosamente all'accoglienza calorosa che gli fece il
signore del luogo, e poi, voltosi ad Ida, che se ne stava un po' in disparte,
le baciò la cima delle dita con una galanteria rispettosa che rammentava
Versailles, dicendole:
- Mia bella damigella,
permettete che un vostro cugino vi presenti i suoi omaggi. Son venuto preparato
ad ammirare la bellezza e la grazia, ma se avessi saputo la realtà che mi
aspettava non avrei creduto poterla trovare senza uscire dai confini della
terra.
Dopo di che si rivolse
al conte, e si dedicò affatto a lui come se Ida non ci fosse stata.
Un po' più tardi si andò
a tavola, e per tutto il tempo del pranzo il marchese sostenne una
conversazione brillante e fiorita, essendo sempre cordialissimo col padre, e
colla figlia di una galanteria che datava da due secoli.
Quella notte Ida dormì
male. Un avvenimento qual era l'arrivo sì poco aspettato di quell'elegante
cugino non poteva a meno di occupare la sua immaginazione. Inoltre una voce
segreta, ch'ella stessa non sapeva ben spiegare, l'avvertiva che il marchese di
Sentis era venuto per lei.
Ne pare di aver già
detto che Ida aveva quasi vent'anni. La sua bella gioventù le splendeva in
fronte come un'aureola e le cantava in cuore come una sirena. Pure era vissuta
ben tranquillamente. Ella sapeva poco del mondo; l'esistenza brillante che le
giovani sue pari conducevano nella capitale, quella splendida cerchia di
divertimenti e di noie, non la conosceva che di nome. Il suo cuore batteva, ma
non aveva mai palpitato. Il soffio inebriante della primavera, che fa sembrare
più fragranti le rose e più lucenti le stelle, era passato su di lei - pure
ignorava ancora l'amore. Era di quelle nature passive e indifferenti in
apparenza, sovente piene d'ardore nascosto - ma ella lo ignorava. Le avevano
dato, per l'epoca, una buona educazione - nella quale i più severi principii
religiosi tenevano il primo posto - e le avevano ben ficcato in testa che i
Montsauron erano tra le prime famiglie di Francia, e che ella era destinata ad
un gran matrimonio.
Le sue previsioni
riguardo al marchese non erano errate. All'indomani suo padre entrò di buon
mattino nella sua camera, la baciò ancor più affettuosamente del giorno prima e
si assise al suo fianco dicendole che aveva a parlarle di cose importanti. In
due parole le disse che il marchese di Sentis era venuto apposta dal fondo
della Normandia per vederla - perchè voleva prender moglie e l'unione con la
loro casa la credeva un onore - che l'aveva trovata più bella di quel che si
aspettava e che domandava la sua mano. Ch'egli aveva ancora alcuni affari da
terminare al castello di Sentis, ma fra poco sarebbe tornato a prendere la
risposta.
- Egli ha un gran nome
ed è assai simpatico. Ieri mi pareva che non ti dispiacesse. Mia cara, non
dubito della tua risposta.
Tutto ciò Ida se lo
aspettava un poco. Perchè dunque le parole di suo padre le fecero uno strano
effetto? Si sentì una fitta al cuore ed il leggiero rossore, che le era montato
al viso in principio, si cambiò in pallore. Era forse un presentimento?
Il conte, attribuendo
tale confusione a tutt'altro motivo che al vero, soggiunse sorridendo
sapientemente:
- Non rispondi, mia
cara? Già, il silenzio in queste circostanze è la maggior risposta, e così
dicendo uscì frettolosamente.
Ida, rimasta sola, si
sentì turbata. Si assise e pensò.
Pensò per un buon quarto
d'ora, con le mani incrocicchiate, l'occhio fisso al suolo, la testa bassa, la
fronte oscurata.
A che pensava? - Non lo
sapeva troppo nemmeno lei; i suoi pensieri andavano, andavano senza che ella si
potesse render conto della via che percorrevano.
Chi sa fino a quando
sarebbe stata a quel modo se a un tratto non avesse udito picchiare all'uscio.
Entrò la cameriera,
dicendo:
- Il maestro di musica è
nella sala verde ed attende madamigella.
La sala verde è quella
di cui abbiamo già parlato, quella dov'era il pianoforte. Derivava la sua
appellazione dalla tappezzeria d'un verde pallido, sbiadito dal tempo. Non era
molto grande, ma altissima; poco addobbata e assai in disarnese, ma dalla
finestra aperta si godeva di una vista splendida e del susurro del vento tra le
foglie di un castagno i cui rami si stendevano davanti.
In mezzo era il
pianoforte, il clavecin, come dicevasi allora. Anch'esso, come il resto
dei mobili, era della forma empire, alto e stretto, di un legno chiaro
tutto intarsiato.
Quando Ida entrò, Paolo
era al cembalo e sonava alla sordina un pezzo di Gluck. Al suo apparire egli si
alzò, la salutò con una inflessione di voce che dinotava a un tempo e la
famigliarità derivante dal vedersi assiduamente e il rispetto dovutole. Ida gli
si sedette vicino e la lezione incominciò.
Eran quasi due anni che
ciò accadeva due o tre volte per settimana.
Paolo era stato di rado
a Parigi e non aveva, per così dire, mai avuto il tempo d'esser giovane. Era
costretto a soffocare le prepotenti aspirazioni della sua età. La vita gli era
apparsa fin dai primi anni con una ben seria fisonomia, e l'aspra lotta con le
necessità e la scuola della sventura avevano posto sulla sua fronte un marchio
di maturezza precoce.
È da stupirsi se la
compagnia frequente d'Ida lo avesse ad impressionare fortemente?
In una parola - per
quanto avesse tentato di lottare contro il sentimento che lo invadeva, non
potendo esso avere che tristi conseguenze - dovette però alla fine confessare a
sè stesso che l'amava.
E veramente l'amava al
punto da non osare più esaminare pacatamente il proprio animo; temeva la
vertigine e non voleva guardare nell'abisso.
E Ida?
Dell'amore non sapeva
ancor nulla, pure l'anima sua impressionabile e più di tutto quell'innata passione
per la musica - la più grande traduzione dell'amore che vi sia sotto il cielo -
dovevano a vent'anni ben presto commuoverla.
Fra quei due non si era
pronunziata una parola non frivola, ma esisteva già un vincolo - l'armonia.
Molte volte, quando le
belle dita della fanciulla correvano sui tasti d'avorio del vecchio cembalo,
facendolo vibrare con gli accenti appassionati della musica italiana o delle
soavi melodie tedesche, il cuore le batteva stranamente e non osava voltarsi a
guardare il suo maestro, che immobile dietro la sedia, suo malgrado, adorava.
E quando cantava e
ripeteva le armonie dei grandi maestri che in quel momento parevano
improvvisazione dell'anima sua - con l'occhio d'azzurro che guardava lo spazio e
si accendeva di una luce arcana, come avesse veduto una visione del cielo
aprirsi d'un tratto - coi capelli mossi dal vento ch'entrava dalla larga
finestra - oh! in quel momento il povero artista avrebbe dato la vita per
poterla stringere fra le braccia, sentendola sua!
Ma aveva saputo
contenersi e niuna parola era mai uscita dalla sua bocca. Ella, dal canto suo,
era gentile con lui, talvolta amichevole, ma nulla più.
Questa volta dunque la
lezione incominciò come al solito. Paolo era pallido, di un pallore che non gli
era abituale.
Soffriva assai. Egli
aveva tutto udito. L'arrivo del marchese era stato per lui una rivelazione e un
colpo di fulmine. Subito aveva capito lo scopo da cui era condotto. E sebbene
il suo amore per Ida fosse privo d'ogni speranza - pure quell'annunzio di un
matrimonio imminente gli aveva fatto l'effetto di una fredda lama di pugnale
che gli venisse piantata in cuore.
Maritandosi, Ida sarebbe
partita. Quel conforto, che n'era pur uno, di vederla quasi sempre, di venire
sovente a sedersi al suo cembalo, di udire la sua voce adorata.... gli veniva
tolto crudelmente. E saperla d'un altro!... Egli non si poteva arrestare a
questo pensiero. E poi il tormento, la tortura di dover assistere alla gioia
degli altri col viso sereno e l'inferno nel cuore, di dover essere spettatore
della festa, della cerimonia forse!... E la paura di tradirsi!... Avrebbe egli
saputo tacere all'ultimo momento, comprimere i battiti del suo cuore, rattenere
le lagrime dagli occhi? Avrebbe avuto la triste forza di recitare bene la sua
parte fino alla fine, di tenere sempre la maschera che si era messa?
Anche Ida era triste. -
D'improvviso lasciò il pezzo che sonava e si appoggiò al leggìo con la testa
tra le mani. Paolo taceva.
Ella si rialzò dopo
pochi istanti, e invece di continuare il pezzo incominciato, cantò la sua
canzone favorita.
Era una canzone di Weber
- non sappiamo più bene quale - una di quelle in cui il gran Tedesco ha infusa
tutta la sua anima d'artista.
Il motivo sorgeva
semplice, chiaro - una melodia mesta, triste, piena di dolci languori e di
accenti strazianti, incantevole come una poesia d'amore, tetra come lo
sperdersi di una speranza. Poi si accendeva, si animava, diventava forte come
il muggire di una tempesta, combattuta come una lotta del cuore. Il motivo
intanto filtrava attraverso. Poi si ritrovava ancora solo e finiva con un'eco
ripetuta e morente.
Ida la sonava e cantava
venti volte al giorno. E come lo faceva!... In quei momenti era tanto bella da
non sembrare quasi più una creatura terrena. Questa volta con l'anima
involontariamente piena di mestizia, cantò quelle note sublimi con tanta
espressione che parevano un grido supremo del cuore.
A Paolo le note di quel
canto sonavano tutte come una nota straziante d'addio. Quando la musica cessò,
agitato e non potendo più resistere alla brama di sapere la verità, l'intera
verità (sebbene si fosse promesso di non aprire bocca su tale argomento), disse
con voce sommessa e che tentava invano di render pacata:
- Madamigella, scusate
la mia indiscrezione.... avrei una domanda da farvi.
- E quale?
- Intorno a qualche cosa
che vi concerne molto.... molto intimamente.
- Dite, dite, rispose
Ida, impallidendo suo malgrado.
- È vero che....
Il povero giovane si
sentiva soffocare.
- Che il marchese di
Sentis ha chiesto la mia mano? interruppe Ida vivamente. - Sì, è vero.
Disse queste parole
rapidamente con accento franco e sicuro.... pure era turbata. Si alzò e chiuse
il cembalo. Stette un momento immobile e pensierosa, disse che bastava per quel
giorno, salutò Paolo che pareva impietrito, ed uscì.
Quando fu solo, prese il
posto che Ida aveva lasciato e si nascose la faccia fra le mani.
Ida dal canto suo aveva
tutto indovinato dalla commozione di Paolo. Per una rivelazione subitanea,
aveva al tempo stesso traveduto l'amore e compreso ch'egli l'amava.
Intanto il matrimonio
progettato le sorrideva assai poco. Sentiva per il marchese un'antipatia, non
certo motivata, ma invincibile.
E dichiarò quella sera a
suo padre che non lo avrebbe sposato.
Ma allora cominciò da
parte del conte un lento lavoro di persuasione. L'accarezzò come non aveva più
fatto da molto tempo. Le seppe dimostrare che rifiutando la mano offertale
rifiutava la propria felicità; le disse ch'ella certo avrebbe poi amato il
marchese; e tutte insomma le ragioni buone e cattive che potè trovare. Le cantò
le lodi del marchese enumerando le sue molteplici qualità, lusingò la giovane
immaginazione di lei con la dipintura del lusso e dei trionfi che l'attendevano
a Parigi. Disse tanto e così bene ch'ella finalmente si lasciò piegare, e diede
il suo consenso.
Ah imprudente!... Non
sapeva quel che faceva. Quel cuore che ella si lasciava persuadere di concedere
ad un altro, non era già più suo.
Non tardò ad
accorgersene.
La sera si ritirò nella
sua stanza presto e si trovò ben triste per la decisione presa. Le parve che le
sarebbe impossibile di lasciare quella casa ove era nata, di abbandonare suo
padre e i pochi suoi vecchi amici.
E quel povero Paolo?...
- Non canterò più con lui
quella canzone di Weber che io adoro e ch'egli ama tanto ascoltare!....
Pensando a tutto questo,
là nella solitudine notturna della sua stanza virginale, che presto doveva
lasciare, il suo cuore a un tratto si gonfiò, sentì una tristezza ignorata fino
allora e diede in un pianto dirotto. O amore!... Tu eri giunto!
All'indomani, quando
uscì dalla sua stanza, trovò nella sala Paolo. Perchè era venuto, mentre non lo
si vedeva che nelle ore prescritte per la lezione? - Era pallido ed il suo
sguardo spento indicava una lunga notte d'insonnia.
Ida sentì il cuore che
le balzava contro la seta del vestito.
La povera fanciulla era
un po' esaltata.
- Paolo, ella disse, ho
acconsentito.
Era la prima volta
ch'ella lo chiamava così.
Egli capiva che non
resisteva più.
- Ho acconsentito, ella
ripetè. Oggi mio padre scrive al marchese di Sentis, che non tarderà ad
arrivare. - E fra un mese sarò sua moglie.... e dovrò lasciare questa casa....
e mio padre, e gli amici....
Nascose il bel viso nel
fazzoletto e pianse ancora.
Paolo era bianco e il
suo labbro tremava convulso.
- Madamigella, le disse
alfine, e dei vostri amici di qui ve ne ricorderete qualche volta?...
- Sì, sempre.... mormorò
Ida. Ma ora addio.
Così dicendo gli stese
la mano.
Egli la prese; era
gelida. La strinse passionatamente. - E l'argine fu rotto.
- Voi partite,
madamigella, ed io resterò; ma per poco. Non posso vivere senza di voi, e
quando sarete marchesa di Sentis io morirò. - Mi ero giurato di tacere, ma le
forze umane hanno dei limiti. Vi amo, Ida. In quest'ultima ora, in quest'ora
tristissima d'addio, non so come osi dirlo, ma lo dico. Vi amo, vi adoro, non
vivo che per voi. So quanto ne separa. Voi non avreste mai potuto amarmi. Avete
fatto bene ad accettare la mano del marchese. - Siate felice, Ida.... ma
pensate qualche volta che vi è uno quaggiù che morrebbe col sorriso sulle
labbra se potesse morire per voi....
- Paolo, anch'io....
In quel momento l'uscio
s'aprì ed il conte entrò nella sala. All'attitudine dei due giovani ebbe una rapida
intuizione di ciò che si passava. La sua fronte si corrugò. - Paolo, perdendo
completamente la testa, fuggì.
Ida era esaltata.
- Mio padre, esclamò,
non sposerò mai il marchese di Sentis, mai! mai! mai!....
- Lo sposerai invece tra
una settimana, disse il conte.
La sua voce era ferma,
ma dolcissima.
Entrò in un lungo
discorso. Le disse ch'egli capiva benissimo che questo subitaneo cambiamento
dipendeva da un capriccio di fanciulla per Paolo. - Le mostrò affettuosamente,
paternamente come un tal sentimento abbisognasse combatterlo. - Ella già non lo
poteva sposare, dunque?...
Egli fu dolce, ma
inflessibile.
Per la seconda volta Ida
fu quasi vinta dalle parole di suo padre. E quando egli la lasciò, si era molto
acchetata. Ella era, al pari del conte, imbevuta delle idee aristocratiche del
tempo. Sapeva che Paolo non poteva diventare suo marito. - Perchè dunque non
accettare la mano del marchese? - Perchè arrecare tanto dispiacere a un padre
che la adorava? - Un mutamento di vita le farebbe molto dimenticare; il
marchese era un uomo amabilissimo, e poi.... Paolo lo potrebbe vedere ancora
qualche volta.... di rado, come un amico.... Ella pensava ciò ingenuamente.
Insomma, a poco a poco
si riconciliò coll'idea del matrimonio; e quella sera, stanca delle emozioni
della giornata, non tardò a dormire - un po' triste, ma quieta.
All'indomani Paolo venne
all'ora solita.
Egli aveva riflesso
lungamente sulla sua posizione. Comprendeva che venendosi a frapporre al
momento del matrimonio tra Ida e il marchese, sarebbe stato ingratissimo verso
il conte, cui doveva pur tanto, arrecandogli un fortissimo dolore, mentre
inceppava l'avvenire d'Ida senza alcun vantaggio. Ei l'amava perdutamente, ma
giurò a sè stesso di esser forte.
Si presentò dunque pallido
e mestissimo, ma rassegnato. Ida gli narrò come avesse decisamente
acconsentito. Espose a nudo l'anima sua; non sapendo più tacerlo, confessò il
suo amore con quel sublime accecamento della passione che non esclude il
pudore, e al tempo stesso cercò di partecipare a lui un po' della propria forza
fittizia. Gli disse di ricordarsi ch'ella non avrebbe mai amato che lui sulla
terra, - ma aggiunse ciò ch'egli già pur troppo sapeva: che quest'amore era
impossibile. Che ella gli avrebbe sempre dimostrata la sua affezione e che
sperava - tra un anno - di vederlo al castello di Sentis.
- Mai, egli rispose, non
potrò mai vedervi di un altro. - Avete ragione, madamigella; sposate il
marchese, egli forse vi saprà render felice, e.... dimenticatemi. Io non verrò
più per la lezione. Il conte mi ha detto che ora sareste talmente occupata dei
preparativi da non aver più tempo per la musica. Egli fa bene.... è assai
meglio che non vi veda. Prima della vostra partenza.... - qui la sua voce si
commosse, pur continuò: - tornerò un'ultima volta a dirvi addio.
Ida si sentiva voglia di
piangere, - non poteva parlare. - Gli stese la mano. Egli la portò alle labbra,
e partì.
In pochi giorni, con una
forza di sentimento che non aveva mai provato prima, la malinconia d'Ida si
cangiò in una tristezza nera, cupa, spaventevole. Un amarissimo pentimento di
avere acconsentito l'afferrò bruscamente, così violento che pareva un rimorso e
le rodeva la coscienza. L'amore sorgeva invece lentamente e fortemente in lei,
e tutta la riempiva. Avrebbe sacrificato ogni cosa per non aver acconsentito,
ma ormai capiva che non poteva più retrocedere, e come presa da vertigine,
camminava dritto verso il precipizio. Se ella avesse pregato suo padre, egli
avrebbe trattata la sua preghiera di capriccio.... chi sa?... l'avrebbe forse
forzata. Di giorno in giorno la sua tristezza aumentava. Confessava
dolorosamente a sè stessa che ora al marchese di Sentis avrebbe preferito il
convento; sentiva pur troppo, che non sarebbe mai stata che una vittima rassegnata.
Il marchese arrivò. Nè
la sua gentilezza, nè la sua galanteria compita riuscirono a diradare la nube
di mestizia che pesava sulla fronte della fanciulla pentita.
Il conte si persuase che
era meglio affrettare le cose, ed il matrimonio fu stabilito per la ventura
domenica. Gli invitati arrivarono da Parigi. Erano i pochi parenti del conte, e
gli amici numerosi del marchese di Sentis. La vecchia casa silenziosa e
tranquilla fu ancora, per un momento, piena del rumore e del brio che l'avevano
agitata altre volte. Il conte si mostrò splendido verso i suoi invitati. -
Furono giorni di continua festa. In mezzo a tutto quel frastuono Ida finì col
distrarsi un tantino.
Ma svegliandosi alla
mattina del sabato l'orrore della sua posizione le si affacciò gigante.
- È domani, pensò.
Domani tutto sarà finito.
Paolo non l'aveva più
veduto. Non osava pensare alla sua promessa di tornare a dirle addio....
Cercava anzi di scacciarne il pensiero.... ma il pensiero tornava.
Ella andò nella sala del
cembalo e cominciò a cantare la sua favorita canzone. Acquistava ora un nuovo
incanto a' suoi occhi; era quella che l'ultima volta aveva cantato con lui.
L'ultima mesta nota aveva mestamente echeggiato quando l'uscio si aprì, e Paolo
entrò.
Non si può descrivere il
suo aspetto.
- Madamigella, sono
venuto a dirvi addio. Vedete che in questi giorni non vi ho disturbata. Questa
è l'ultima volta. Vostro padre non sa che io sia qui; non lo vedrebbe
volentieri. Non ho dunque tempo di fermarmi. Addio, Ida, addio per sempre.
Così dicendo le prese la
mano, coprendola di baci....
Poi fece uno sforzo
violento, e si diresse verso l'uscio.
- Paolo, restate ancora
un istante, mormorò una voce dietro a lui.
Egli tornò, e le si
sedette vicino.
Ida avrebbe voluto non
piangere.... ma nel parlare i singulti le tagliavano la parola.
- Voglio cantarvi per
l'estrema volta la canzone di Weber, proseguì. È il canto d'addio.
E con quella voce in cui
vi erano delle lagrime, incominciò....
Non la potè finire. A
metà si fermò e diede in un pianto dirotto.
Allora solo comprese
quanto amasse colui che le stava a fianco.
Paolo aveva voluto esser
forte, ma ora tutte le sue risoluzioni lo abbandonarono.
E con una mano afferrò
la mano d'Ida, mentre con l'altro braccio le cinse la vita, scosso da una
agitazione irresistibile.
La povera fanciulla si
abbandonò. La sua bella testa piegò come un fiore carico di rugiada e venne a
posarsi sul petto del giovane.
Era un anno che lo amava
senza quasi saperlo - ora non poteva più vivere che per lui.
Come fu che le loro
labbra si riunirono e si presero in un lungo bacio?...
Quei due cuori, che il
momento dopo doveva separare per sempre, battevano l'un contro l'altro, come
avessero tentato compenetrarsi....
Ma a un tratto le si risvegliò
il suo instinto di donna; l'idea terribile che non si apparteneva più le balenò
alla mente. Comprese d'improvviso la parola dovere - e si sciolse con
forza dall'abbraccio di lui.
Poco dopo si calmò. -
Poi le venne paura che suo padre avesse ad entrare, e Paolo partì. Partì quasi
felice. Egli era amato.
Ida ebbe la febbre tutta
notte e delirò nel modo il più stravagante; il medico fu chiamato. Si decise
ch'era meglio ritardare il matrimonio.
Il marchese venne a
farle una visita e si mostrò afflittissimo di tale ritardo.
Ma ella non volle. - Si
alzò, disse di star bene. - Vestì il sontuoso abito da sposa tutto coperto di
trine mandato da Parigi; si lasciò posare sulla testa la corona nuziale, e
bianca come il suo vestito, con l'occhio fisso, col passo sicuro, fu condotta
all'altare.
Il conte comprese
allora, suo malgrado, che non era una sposa, ma una vittima che quell'altare
doveva ricevere. Pure si volle illudere ancora, e pensò che le magnificenze del
castello di Sentis ed i fragorosi divertimenti della vita di Parigi le
avrebbero ben presto fatto tutto dimenticare.
È difficile farsi
un'idea dell'affetto che il conte portava a sua figlia. Ella era tutto per lui.
Egli era rimasto, reliquia di un secolo morto, solo, senza amici (la maggior
parte non vivevano più o eran passati nelle file degli altri partiti), e Ida,
l'imagine vivente di sua madre, la sola donna ch'egli avesse veramente amato,
era allora l'unico scopo della sua esistenza. - Fu spaventato dallo sguardo
fisso ch'ella aveva quella mattina.
La cerimonia fu breve.
Ida pronunziò il «sì» sacramentale con voce ferma, ed uscì dalla cappella a
braccio di suo marito con l'istesso passo, e pallida come era entrata.
Le sue idee erano
confuse. Il dolore era scomparso. Si sentiva la testa diventar leggiera. Un
mesto sorriso le sfiorò le labbra. Nel passare dalla gran sala di ricevimento
si rammentò il posto ove era caduta a cinque o sei anni da una delle alte sedie
a braccioli, su cui si era arrampicata. Il suo occhio era fisso e mi po'
vitreo. Non era più una donna; era una bella statua che camminava.
Tutto era finito per lei
quaggiù. La prima gioia era fugata, la estrema speranza sparita. Ora la sua
ragione cominciava a vacillare. La scossa era stata talmente forte, così
violento lo sforzo fatto per vincersi, provava tanta ripugnanza per il vincolo
che assumeva, quel momento d'amore cui non aveva potuto resistere le aveva
rivelato con tanta dolorosa evidenza quanta fosse la sua passione, il delirio
della notte l'aveva sì fattamente agitata, che tutto, dinanzi all'orribile
realtà del suo sacrifizio, si confondeva, si ottenebrava. In quei giorni ella
aveva sofferto più di quello che sapeva, e l'effetto di quella sofferenza ora
le piombava adosso fulminante. Quando l'epoca del matrimonio era stata fissata
e che i giorni si succedevano con la loro inesorabile velocità, le pareva che
quel tempo fatale passasse con una rapidità vorticosa e sentiva un senso di
dolorosissima impotenza nel non poterlo arrestare. Ma per quanto si abbia la
triste certezza di dover giungere ad una mèta triste, finchè non vi si è
giunti, un lieve raggio di speranza s'ostina a posare sul nostro cammino - ma,
una volta la mèta toccata, dinanzi all'innegabile realtà, esso pure si spegne e
ne lascia nel buio.
Sorrideva sempre - e il
conte fu atterrito da quel sorriso. Rispondeva a caso, balbettava parole
incoerenti. Ella era calma e quieta, ma la mente sembrava oscurarsi. Si poteva
temere che la pazzia, spetro orribile, la stesse aspettando per piombarle
adosso.
Ci si permetta una
parentesi. Queste specie di demenze, che vengono ad afferrare tra la penultima
ora e la tomba chi ha lottato intera in un'ora la lotta della vita, fanno sì
che il pensatore si arresti dubitando. Infatti, questi delirii sono veri
delirii? O non è forse invece questo svanire della natura umana, all'ultimo
momento, la saggezza d'una nuova vita che sembra follia in questa? Quell'occhio
che non distingue più chiaramente le cose di quaggiù, è reso cieco da una
tenebra che lo ha invaso, o è invece abbagliato dalla luce del cielo?.....
Quelle parole incoerenti che la bocca pronunzia e che non s'intendono, sono
vuote di senso e prive di ragione - o invece non sono comprese solo perchè le
prime sillabe di un'altra favella?.....
Torniamo alla povera
Ida. Nella sala ricevette le congratulazioni degli invitati con aspetto
distratto, ma la sua forza fittizia scemava d'istante in istante e si sentiva
soccombere sotto allo sforzo troppo grande. Dovette cedere. Si ritirò nella sua
camera e tutta vestita come era, con i fiori dell'arancio in testa, si coricò
sul suo letto di vergine.
Il conte, inquietissimo
per lo stato della sua figlia adorata, lasciò gl'invitati, abbandonandoli alla
brillante conversazione dello sposo, e corse nella stanza d'Ida. La trovò più
calma, ma sempre con lo sguardo fisso e quel sorriso sinistramente dolce.
- Lasciatemi, ella
disse, voglio dormire.
E infatti non tardò ad
addormentarsi. Quando la vide assopita, la baciò in fronte e si ritirò sulla
punta dei piedi.
Ella dormì più di
un'ora, d'un sonno nero, pesante.
Quando si svegliò non
seppe raccapezzare alcuna idea e le pareva d'aver perduto la memoria; solo si
ricordava d'aver molto sofferto. D'improvviso si toccò la fronte con la mano
come si fosse a un tratto risovvenuta di qualcosa. S'alzò e con passo calmo e
lento uscì dalla stanza.
Traversò le lunghe sale,
la galleria, i corritoi ed entrò nella sala verde.
S'assise al cembalo, ed
accompagnandosi, cantò la canzone di Weber.
La sua voce non sembrava
quasi più di questa terra.
Dopo un istante, tutta
la sala era impregnata di quegli accenti....
Nell'uscire trovò Paolo.
Non sembrava vederlo,
benchè lo fissasse coi suoi grandi occhi pieni di luce ignota.
Egli le prese le mani,
coprendola di baci.
Ma ella le ritirò e scoppiando
in un riso convulso che echeggiò stranamente tra le vecchie pareti, disse con
voce rotta:
- Non mi toccate,
signore. - Sono la marchesa di Sentis.
La misera fanciulla non potè
più ristabilirsi. S'ammalò e la malattia fu lunga, e sebbene non dolorosa,
senza rimedio.
Le cure dei medici, le
preghiere, le sollecitudini dell'affetto paterno, tutto fu inutile. Vi furono
in mezzo ai giorni di dolore alcune ore di speranza, ma ahi tosto spenta! Tutto
si tentò per salvarla, ma il male fu inesorabile.
Ell'era di quelle che
all'urto delle passioni si spezzano, ell'era di quelle che muoiono. Nella sua
delicata giovinezza il morale era strettamente unito al fisico.
Finalmente giunse il termine
di quella lunga agonia. Il curato del villaggio ed il conte stavano
inginocchiati vicino al letto. Un po' più indietro il marchese di Sentis.
Ebbe un istante di
tregua e parlò per poco. I suoi discorsi erano incoerenti e strani, ma
affettuosi per suo padre. - Il nome di Paolo tornava ad ogni momento.
Le sue ultime parole
furono: «Lasciatemi dormire». Così dicendo appoggiò la bella testa all'indietro
e chiuse gli occhi.
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