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III.
Cinque anni sono
trascorsi dagli avvenimenti che abbiamo narrato.
In un albergo d'un
piccolo borgo, in una brutta stanza bassa, tappezzata d'una carta ch'era stata
rossa mezzo secolo prima, un signore dal dorso curvato, dai capelli bianchi,
dal viso rugoso, è seduto in un'ampia poltrona, e sembra assorto in pensieri.
Affrettiamoci di dire che questo vecchio è il conte di Montsauron, altrimenti
non lo si riconoscerebbe certo. Il conte era d'eccellente costituzione e di
tempra fortissima; questo solo l'avea salvato dal seguire sua figlia nel
sepolcro; poichè il dolore che lo aveva fulminato era di quelli che ben sovente
uccidono; perdendo lei, egli aveva perduto tutto ciò che ancora lo riteneva
quaggiù.
Come avesse sopportato
il terribile colpo l'abbiamo visto più sopra. Solo, come fu già detto, non si
era sentito la forza di tornare in quelle mura dove Ida aveva reso l'ultimo sospiro,
ed era partito per Parigi. Qui tentò distrarsi, ma invano. Comperò dopo qualche
tempo una piccola villa sulle ridenti rive della Senna, ed ebbe un momento la
speranza che una vita tranquilla, in un sito ameno e bello, ben lontano dalla
scena della disgrazia, potesse a poco a poco chiudere la piaga che sanguinava
ancora. Vi stette due mesi, ma la solitudine aumentava anzi di giorno in giorno
la sua tetra malinconia. - Decise allora di viaggiare.
Qui cominciò lo
spettacolo tristissimo di quel vecchio che andava, andava, fuggendo il suo
dolore. Percorse tutta l'Italia e la Spagna, e dappertutto non trovò altro che
l'imagine di sua figlia morente - e le ultime sue parole e l'ultimo suo sguardo
egli le udiva, lo vedeva sempre. - Fuggiva invano quei pensieri che lo
seguivano come fantasmi: pareva che si fossero in lui incarnati.
Inoltre, a poco a poco,
suo malgrado e benchè cercasse combatterlo, un nuovo sentimento si era
impossessato di lui.
Un nuovo male lo rodeva,
un male più grande che si aggiungeva al primo: il rimorso. Questo pensiero
orrendo ch'egli non fosse innocente della morte della sua Ida, s'infiltrò
adagio nella sua mente, a gradi a gradi, e una volta padrone di lui, non gli
lasciò più un momento di pace. Era certo ch'ella era morta di dolore. E al
matrimonio col marchese egli non l'aveva forzata, ma pure... Qualche volta si
svegliava di notte in sussulto e gli sembrava vedere in mezzo alla stanza la
sua Ida ancora vestita da sposa, ma già pallida dell'ultimo pallore. Egli non
era mai stato superstizioso; pure v'erano ora dei momenti in cui aveva paura
della solitudine.
Lo ritroviamo - cinque
anni dopo - stanco di viaggiare. Un bel giorno si era sentito un violentissimo
desiderio assai strano. Come subito, dopo la disgrazia, egli aveva voluto fuggire
dalla sua vecchia casa, così invece provava ora una brama intensissima di
tornarvi. La malinconia che lo seguiva dovunque era ora raddoppiata da quel
nuovo sentimento non da tutti compreso, che si potrebbe chiamare la nostalgia
del dolore. Non potendo obliare, voleva che tutto gli parlasse della sua
sventura; non volendo consolarsi, trovava un'acre voluttà nel bere fino
all'ultima goccia la coppa d'amarezza. Bramava rivedere la stanza ov'era morta
e deporre de' fiori sulla sua tomba. Stanco di tutto, egli voleva affogarsi
nella sua afflizione.
Fu per ciò ch'egli compì
il viaggio del ritorno con la stessa celerità con la quale era stata
effettuata, cinque anni prima, quella partenza che rassomigliava a una fuga.
Per istinto e per
indole, per educazione e convinzione, il conte era eminentemente religioso. E i
conforti della religione gli aveva cercati, ma erano stati vani essi pure.
Tutte le consolazioni che gli furono date per lenire il suo male, non valsero a
nulla. Cosa triste alla sua età, perfino la fede scemava in lui!
La superstizione
subentrava.
Tutto ciò che nel lungo
corso della sua vita aveva udito raccontare che si riferisse a storie
sopranaturali, quegli aneddoti di fantasmi e di spettri di cui abbiamo avuto
tutti la nostra parte, ora gli tornavano alla mente e lo agitavano e
conturbavano. Gli pareva che tutti avessero a ripetersi per lui; e veramente -
sebbene non se lo volesse confessare - non era senza inquietudine che pensava
alla prima notte nella sua gran camera, così grave con la tappezzeria di lampas
giallo e la vôlta a dorature annerite dal tempo.
Questo però non
diminuiva per nulla la brama intensa di tornare in quelle mura dove sua figlia
era spirata - e il timore, ch'egli voleva scuotere, ma che pure aveva, delle apparizioni
notturne, timore derivante dal rimorso, non faceva che aumentare il desiderio
di essere ancora nella vecchia casa. Aveva, per così dire, la curiosità della
paura; voleva vedere cosa ben gli potesse accadere.
Egli se ne stava dunque,
quando lo ritroviamo, seduto in un ampia poltrona in quella brutta stanza
d'albergo, inabissato ne' suoi tristi pensieri. Arrivando in quell'ultima
stazione del suo viaggio di ritorno, spinto da quella febbrile impazienza che
aveva di risoffrire dove aveva sofferto, agitato da una tremenda curiosità,
aveva deciso, sebbene stanchissimo, di passarvi solo la notte e ripartire
all'indomani.
Alla mattina infatti,
Antonio, il vecchio cameriere entrò nella sua stanza.
- Signor conte, egli
disse, i cavalli sono attaccati e tutto è pronto.
- È inutile. Non parto
oggi, rispose il conte.
All'indomani fu lo
stesso. Finalmente diede l'ordine che non si pensasse alla partenza fino a
nuovo avviso.
Abbiamo talvolta simili
tetri avvertimenti che sembrano venire dall'alto. Il presentimento si mette
sulla nostra strada e ne addita l'abisso. Il conte, sapendosi a poche leghe
dalla sontuosa tomba di famiglia dove la sua Ida riposava, sentiva già un
fremito arcano per la vicinanza. La paura del sopranaturale si faceva ogni
giorno più forte e diventava terrore.
Tutto in lui era
contraddizione. - Voleva vedere la sua antica casa, ma temeva. E triplicato dal
presentimento che pesava su di lui lo spavento soprastava.
Rimase così una
quindicina di giorni in quel brutto albergo e non si decideva a partire. Egli
era come un uomo che teme d'aprire una porta.
Una notte ebbe un sogno.
Gli pareva d'esser vicino al monumento di sua figlia; ma la tomba era
trasparente ed ella agitava le braccia, e malgrado gli occhi chiusi, il suo
volto pallido era radiante. L'espressione del suo viso era d'una tristezza
ineffabilmente dolce.
Quella visione lo
impressionò gravemente. Si sentì addolorato e pieno di rimorso per la soave
malinconia impressa sulla faccia della sua morta. Pure il desiderio di rivedere
quella tomba ridivenne più gagliardo della paura dei fantasmi. Anzi, sebbene in
fondo all'anima conservasse una tema indistruttibile, arcana, pure non erano
più le apparizioni che paventava. Che paventava dunque? Non lo sapeva più. Ida
ora l'aveva vista e quella visione non gli era stata un incubo, ma anzi quasi
un conforto. Pure quel terrore vago e indefinibile lo provava ancora, e
peggiore forse perchè segreto ed ignoto.
Ma superò tutto la brama
di rivedere la sua casa,
Non frappose più verun
indugio. La sua impazienza a un tratto si fece delirio. Si alzò, ordinò i
cavalli, fece in fretta e in furia i suoi preparativi e mezz'ora dopo la
pesante carrozza rotolava già sulla strada postale.
Era il tramonto. Sul
terrazzo della vecchia casa stavano riuniti domestici e contadini e con essi la
cameriera d'Ida. Tutti protendevano avidamente lo sguardo verso la strada. Un
bisbigliare animatissimo serpeggiava tra i gruppi. Perchè accorsi tutti? Per
l'annunzio di un servitore che dichiarava di aver veduto dalla finestra una carrozza
sulla strada postale. Non sembrava che un punto nero; ma si dirigeva verso la
casa. - Tutti sapevano che il conte doveva presto arrivare, quella carrozza in
vista suscitò dunque una gran commozione.
- Mi par che non arrivi
più. Non sarà stato lui, disse finalmente il giardiniere.
Non aveva finito di
pronunziare queste parole, che si vide spuntare in fondo al magnifico viale, la
carrozza tutta nera e impolverata del conte. I cavalli, benchè sembrassero
stanchi, coperti di sudore e di spuma, salirono bravamente di galoppo fino al
terrazzo.
Lì la carrozza si fermò.
- Fu, per gli assembrati, un momento d'indicibile emozione. Tutti si sentirono
un brivido passare per le ossa.
L'istante era solenne.
Il loro vecchio padrone,
cui volevano tanto bene, che avevano veduto fuggire, abbattuto da quel colpo
tremendo, la morte dell'unica sua speranza, ora lo vedevano tornare dopo cinque
anni di assenza, che ben sapevano essere stata vana a calmare il suo dolore.
Lo sportello si aprì e
il conte si affacciò, e ristette un momento. Provava come un'ultima esitazione.
Com'era cambiato!.....
Finalmente scese, e
curvo, appoggiato da ambe le parti, salì lentamente i gradini del terrazzo.
Tutti gli si erano
precipitati incontro, baciandogli le mani, le falde dell'abito,
sorreggendolo.... Egli li ringraziò con voce malferma.
Quando entrò nella sala,
si videro due lagrime silenziose che gli scendevano lente lente per le guancie.
- Dopo la morte d'Ida piangeva per la prima volta.
Passò nella gran sala da
pranzo dove trovò già apparecchiato. Cenò servito da tutti, discorrendo con
tutti, ringraziando tutti, domandò notizie di quel che si era fatto nella sua
assenza. Egli era ben contento di ritrovarsi alfine, nella vecchia casa; si
felicitava di aver avuto il coraggio di venire.
Dopo si ritirò nella sua
camera da letto, e si coricò.
Quando fu solo ancora
per la prima volta dopo tanto tempo, nella sua gran stanza così severa, non
potè frenare un momento di paura. Pure finì coll'addormentarsi, ed il suo sonno
non fu turbato in alcun modo.
Insomma, e per
abbreviare, un mese passò senza che nulla gli accadesse di straordinario. Era
stato molte volte anche nella stanza dove Ida era morta, aveva posato la sua
vecchia testa su quel cuscino dove la povera sposa aveva esalato l'ultimo
sospiro, aveva pianto come un fanciullo, poichè oramai poteva piangere, ma
nulla gli era accaduto.
Aveva girato le sale
silenziose, le lunghe gallerie, i corritoi, ma nulla egli aveva veduto
d'insolito o di sopranaturale. Le sue apprensioni, le sue superstiziose paure
cominciavano a diminuire. Ma le apparizioni egli non le temeva: Ida gli era
apparsa e gli aveva sorriso. L'inquietudine, il presentimento ch'egli provava
così fortemente, da che derivavano dunque?
Un giorno egli usciva dalla
biblioteca e vide aperto un uscio che ordinariamente stava chiuso. Metteva a un
lungo corridoio, conducente nel fondo dall'ala sinistra della casa. In fondo a
quel corridoio trovavasi la sala verde, quella che conosciamo, la sala del
pianoforte, il luogo favorito della povera Ida. Gli balenò al pensiero che,
dopo il suo ritorno, non vi era mai stato. Dipendeva probabilmente da
abitudine, poichè anche prima non usava andarvi.
Era un luogo amato da
sua figlia; egli che non respirava più che per quella sacra memoria si sentì
subito invogliato ad entrarvi. Passò nel lungo corritoio, e appoggiandosi al
bastone (che non lo abbandonava più oramai), si diresse verso la sala verde.
Andava curvo, con
l'occhio spento, la testa bassa. Sentiva in cuore una tristezza più forte della
consueta. Spinse l'uscio ed entrò. - Subito le sue superstiziose paure lo
assalirono. Sebbene in pieno giorno tremava più che di notte nella sua stanza
tetra.
Tutto nella sala era al
suo posto, tutto come l'ultima volta che Ida vi aveva messo il piede. Nessuno
dopo quel giorno eravi penetrato. L'antico clavicembalo stava aperto e sul
leggìo vedevasi aperta una musica. Era la canzone di Weber - la canzone
favorita ch'ella aveva ripetuto tante volte con Paolo, quella che li aveva
fatti cadere nelle braccia l'un dell'altro, e scambiarsi quel lungo bacio
d'amore che fu il loro unico istante di felicità; quella che aveva sonato
l'ultima volta, con lo sguardo fisso, col cuore spezzato, con l'accento d'un
inconsolabile dolore, con una voce che non era già più di questo mondo.
Quella triste melodia
d'amore aveva echeggiato lungamente tra le vecchie pareti. E quand'ebbe finito,
tutta la sala pareva impregnata di quegli accenti....
Al vedere quella musica
sul leggìo e quel cembalo ancora aperto, il conte si sentì rabbrividire.
D'un tratto, le sue
guancie si coprirono d'un pallore mortale, le gambe gli tremarono, un freddo
sepolcrale gli passò per le vene, e dovette appoggiarsi al cembalo -
aggrappandosi con le due mani per non cadere.
Una musica lieve lieve
si faceva udire. Il cembalo senza che alcuna mano visibile lo toccasse, mandava
degli accenti. Era un motivo triste triste; una dolce melodia che pareva il
lamento di un cuore gonfio d'amore....
Era la canzone di Weber.
E le note, quelle meste
note abituate ad echeggiare in quella stanza, sorgevano, sorgevano con una
espressione straziante che non pareva più appartenere a questa vita.
Sul principio la voce fu
lieve, un filo di voce, come venisse da lontano, come partisse da sotto terra.
Al padre pareva sorgesse
dalla tomba.... e preso da indicibile terrore si tenne con tutta forza al
cembalo.
Il suo presentimento si
avverava: egli non temeva più le apparizioni, ma sapeva che qualcosa lo
attendeva. Ora sentiva un'orribile paura, e non vedeva fantasmi.
La voce sorgeva,
sorgeva, e si faceva più forte. Sembrava il fragore della tempesta, sembrava
l'irrompere del pianto, sembrava una battaglia del cuore. E le note succedevano
una all'altra, chiare, distinte, spiccate, con un accento arcano, come se una
mano maestra e divina avesse toccato i tasti.
Le mani del conte si
agitavano convulsivamente.
Il suono proseguiva. Il
canto prendeva degli accenti inimitabili di musica celeste. Artisticamente, era
la più splendida esecuzione che si potesse imaginare.
Era infatti una
esecuzione come nessuna mano mortale o voce umana possa mai sperare di rendere.
V'era in quelle note una sonorità così strana, in quegli accenti una
espressione così divinamente straziante, che certo se avesse dovuto uscire da
un petto umano, l'avrebbe infranto. Era di quei canti che fanno morire.
Qualunque creazione
d'arte è un tentativo; l'artista non esterna mai tutto quello che lo agita
internamente, non esprime mai tutto quello che vorrebbe. Qui invece tutto il pensiero
di Weber era forse espresso. Era una nuova edizione del suo canto, riveduta e
corretta in cielo. Si sarebbe detto che gli angeli vi avevano messo mano.
Pareva in quelle note sentire il fruscio delle loro ali azzurre.....
La canzone continuava
forte, intricata come il lottare degli elementi; ma il triste motivo del
principio s'udiva sempre - pareva filtrare per entro. Quella voce angelica, che
somigliava alla voce d'Ida, s'udiva fra quella divina tempesta di note.
Il conte balbettava
parole incoerenti.
Finalmente quella
burrasca, ch'era giunta al colmo e pareva il tuono d'una collera celeste,
cominciò insensibilmente a scemare.
Si acchetava lentamente,
a poco a poco. E il primo motivo, quella dolce melodia d'amore, che si era
sempre udita attraverso tutto, ma fiocamente, ora tornava a dominare.
Il conte tremava. Un
gelo mortale gli serpeggiava pel corpo. Le sue labbra tentavano di pronunziare
una preghiera. Finalmente il motivo fu nuovamente solo, ma questa volta lieve
lieve come l'eco di un'altra vita.
Poi, d'improvviso, gli
accenti divennero talmente sonori, arcani, che pareva il cembalo dovesse
spezzarsi.
Le ultime note erano
tremende di dolore. - Erano gli ultimi gridi di un'anima che un male troppo
intenso strappa violentemente dalla spoglia mortale.
Il vecchio si sentiva
mancare la vita. Il canto continuava - un'agonia di note.
Poi l'ultima vibrò
lunga, tetra, triste, sopranaturale, con un accento che una mente umana non può
imaginare. Pareva partire dalle viscere della terra e come una freccia volare
in cielo. Era il grido supremo, era il grido di chi muore d'amore.
Al conte sembrò
riconoscere in quell'accento l'accento d'Ida.
Le sue mani persero a un
tratto ogni vitalità e abbandonarono la sbarra del cembalo, a cui si era per
tutto il tempo di quella strana agonia tenuto abbrancato; di pallido ch'era si
fece subitamente bianco e con un rantolo soffocato, stramazzò per terra.
Quell'ultima nota
echeggiava ancora.
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