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Luigi Gualdo
La gran rivale

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  • CAPRICCIO
    • III.
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III.

 

La Corte si era trasportata a Versailles. Il re, con la Marchesa, come i cortigiani chiamavano la Pompadour, vi andavano spesso, preferendo i giardini di Lenôtre al Louvre; e in quello splendido soggiorno, ancora tutto pieno delle memorie del gran re e del gran secolo, le feste si succedevano, una più variata dell'altra: balli, ricevimenti, caccie, recite, e frammezzo a tutto questo, i facili intrighi, improntati della leggerezza del tempo, si legavano, rompevano e riannodavano incessantemente.

Poche sere dopo ciò ch'è stato narrato, le sale di Versailles si aprivano ad un ballo sontuoso. Le sale di Diana e d'Apollo, quelle della Primavera e delle Muse, e tutti que' magnifici appartamenti, improntati del marchio di mitologia galante che Luigi XIV aveva posto su tutto, erano illuminati a far impallidire il sole. Le belle signore passavano e ripassavano, dando la mano, anzi la punta delle dita, ai loro affettati cavalieri, e camminando un po' di profilo per non guastare i loro paniers, tutte fulgenti di gemme, in cui i mille lumi dei candelabri si riflettevano mille volte, tutte superbamente vezzose ed abbellite dai loro trionfi. La loro bellezza non era quella che avrebbe innamorato un amante della natura, poichè la cipria nascondeva i loro capelli, il belletto ed il bianco coprivano le loro guancie d'un leggiero strato come di vernice, le labbra erano ravvivate dal minio, le ciglia, gli occhi, tutto era dipinto; i fianchi erano artificiali. Pure erano ben sontuosamente belle, con le loro bocchine di corallo, coi loro vestiti luccicanti, con le affettate movenze di testa e di spalle, con la pronunzia smangiata e coi loro sguardi sapienti. - Nella sala da ballo, accompagnate dall'orchestra, venti coppie ballavano il minuetto. I gentiluomini, coperti di raso e di velluto al par delle signore, facevano strisciare la punta de' piedi, tenendo sollevati i loro alti talloni rossi, e si movevano effeminatamente, porgendo con grazia la destra alla ballerina, con un movimento arrotondato del braccio, mentre la sinistra poggiava sulle impugnature d'oro e di madreperla delle loro spade, che ne' sottili foderi di velluto, sollevavano le ampie falde degli abiti di color tenero e riccamente ornati. - Pareva intanto che le galanti pastorelle e i mille amorini della vôlta sorridessero a quello spettacolo e si movessero lievemente anch'essi, tra i dolci suoni dei violini, frammezzo alle loro ghirlande di fiori. - Le pareti erano ornate dei capolavori di Vanloo, e Luigi XIV, in piedi, in fondo alla sala, imponeva ancora, benchè dipinto.

In una sala d'angolo, dalle pareti coperte di quadri, vi era un piccolo crocchio che circondava il conte di Choisy, uno dei signori più alla moda, il quale stava raccontando qualcosa che pareva interessasse moltissimo il suo piccolo uditorio. Egli aveva una gran riputazione d'uomo di spirito, ma non troppo meritata.

- Si deve confessare, stava dicendo la contessa di Grives, ch'è uno de' più bei giovani che si possano vedere.

- Questo poi sì! esclamò una piccola signora, che sebbene sembrasse vicina ai cinquant'anni, aveva ancora molta pretesa. Io non lo aveva molto guardato; chi guarda quella specie di gente? Ma ora che l'ho ben osservato devo confessare ch'è un piccolo Apollo.

- E lo sa la marchesa di Saint-Aubin, soggiunse Choisy ridendo. Vi assicuro l'autenticità di ciò che vi ho narrato.

- Ma ne siete certo?

- Certo quanto che voi siete questa sera d'una bellezza irresistibile, contessa. Mi voglio appiccare domani se non è vero che ho veduto coi miei occhi Larose che saliva la scala della dimora di quel pittorello - di cui non so, del resto, perchè si parli tanto, aggiunse stizzosamente.

- Ma siete certo che abita dove dite?

- Me ne sono informato e lo so di sicuro! - E il più bello di tutto è che il giovane è etico marcio e dicono che sia per colpa della marchesa. Pretendono che sul principio ella si sia beffata di lui. Forse qualcuno se ne ricorderà; parlano d'una scena successa ad un ballo. Io era allora in Inghilterra.

- Oh mi par di ricordarmene!.... Ma sapete che se è vera la storia è stranamente bella e che fra due giorni farà il giro di Parigi? Si susurra che il re voglia fermarsi qui solo alcuni giorni. Appena a Parigi me ne informerò.

Il piccolo crocchio si sciolse e Choisy appoggiandosi al braccio di Breteuil, rientrò nella sala da ballo.

- Ne sei sicuro, conte?

- Sicurissimo, cavaliere, rispose Choisy. Ora poi si dice anche di più, si pretende che pure la contessa di Grives ne sia un pochino invaghita. Aveva un bel fare la disinvolta, si vedeva ora che il mio discorso la interessava molto.

- Per Dio! questo pittore è noioso! Ma ora si racconta che è ammalato, pallido da far pietà.

- È forse quello che piace. Le donne sono tanto capricciose!....

In quel momento un giovane delle guardie di S. M. si avvicinò a loro:

- Parlate del pittore?

- Sicuro, capitano, rispose Breteuil. Oramai non si parla più che di lui...

- Sapete che la Champrosé ieri sera mi disse che ne è innamorata?

- Anche lei?.... Il diavolo le porti tutte! esclamò Choisy.

- Ma guardatelo ! - disse Breteuil. - Anche a Versailles deve venire?

Infatti se ne stava vicino ad una porta, conversando con Verny. Egli era pallidissimo. Si vedeva che il suo male inesorabile progrediva e che malgrado i suoi apparenti trionfi, tutto era finito per lui.

Ma, dirà il lettore, come è avvenuto un tale mutamento? Perchè se ne parlava tanto? - Perchè? - Ah! domandar dei perchè ai tempi di Lebel! Tutto allora era guidato dal capriccio. La sua storia con la Saint-Aubin, svisata, raccontata in mille modi diversi; la simpatia che la marchesa poi sembrava realmente aver sentito per lui, l'avevano d'un tratto messo di moda, e subito dall'esser nulla, divenne l'eroe del quarto d'ora. Sotto la Pompadour questo non era insolito. La sua figura triste che lo aveva sul principio quasi reso antipatico e che aveva impedito alla naturale bellezza di fare il suo effetto, dopo la specie d'intrigo con la marchesa era diventata un vezzo, e il suo pallore malaticcio che non poteva piacere senza motivo a' tempi di Richelieu, ora che se ne sapeva il perchè e che dava luogo ai pettegolezzi, lo rendeva interessante, come se fosse vissuto a' tempi di Goethe e di Byron.

Larose, il ben noto cameriere della signora di Saint-Aubin, era stato veduto mentre saliva le scale del pittore con una lettera in mano. Dunque egli era l'amante della marchesa.

Povero ragazzo! Era ben lungi dall'esserlo; ma ciò era bastato per metterlo di moda.

Com'era venuto a quel ballo? - Il cavaliere credendo che un po' di distrazione gli farebbe bene, l'aveva quasi costretto a venire. Verny gli voleva bene; ma dacchè non aveva più la febbre lo credeva in via di guarigione e supponeva che i divertimenti lo guarirebbero anche dai mali morali, tanto più ora che sembrava avviato sulla strada della fortuna. Ma quanto si sbagliava! Armando era veramente ammalato e al ballo di Versailles stava peggio del solito. Benchè semplicemente vestito egli era però talmente bello nel suo pallore, che pochi nelle sale potevano venirgli paragonati.

Venne presentato alla contessa di Grives, la quale lo accolse con una così marcata preferenza da far girare un tantino la testa all'uomo il meno vano della terra. Ella stette con lui assai lungamente, quasi compromettendosi, e furono tante le occhiate, le parole a doppio senso, che Armando ne rimase un po' sbalordito. Ma ormai ogni forza di volontà, ogni scintilla era spenta in lui, e con la sua solita timidità per di più, non poteva pensare a vendicarsi della scena del ballo.

La festa sontuosa, splendida, durò fino al mattino e le mille fiamme dei candelabri lottarono coi raggi del sole ch'entravano dalle finestre e che subito valsero a far fuggire le signore.

Ma Armando non potè restare. Fu preso da una febbre ardente e dovette andarsene.

La cura del cavaliere era sbagliata completamente; le distrazioni, le emozioni specialmente non potevano che peggiorare il suo stato. - Il medico disse che il caso si faceva gravissimo; la tosse aumentava.

Il cavaliere portò nella dimora dell'artista tutti i conforti che la ricchezza può dare, e fu curato il meglio possibile. Ma l'etisia progrediva.

Intanto, di giorno in giorno, Armando continuava ad essere più in voga. Ricevette venti lettere dalla Champrosé, che non ebbe la pazienza di leggere tutte. Un'altra delle più alla moda lo mandò a invitare ad una delle sue cene intime. La contessa di Grives andava tutti i giorni, nel suo cocchio dorato, a prenderne le notizie. Perfino la marchesa fece lo stesso; anzi chiese di vederlo.

Ma oramai era troppo tardi. Tutto era finito, e dei trionfi che avrebbe potuto avere, dell'amore e perfino della gloria non si curava più. Ora la stessa società che lo aveva disprezzato, lo portava alle stelle, ma che gliene importava? E intanto, essa che lo aveva respinta si occupava ora di quel morente, lassù in quella soffitta, come certo non se ne sarebbe mai occupato se non fossero state le circostanze che influivano sulla moda del momento.

Contro i comandi del medico, egli stava alzato e dipingeva. Il cavaliere lo lasciava fare, pensando ch'era inutile contrariarlo. Il quadro a cui lavorava era quello, coperto misteriosamente di seta verde, che Verny aveva veduto la prima volta che lo aveva trovato.

Era la testa della marchesa di Saint-Aubin ch'egli disegnava di memoria. Nei giorni di vita e di passione l'aveva abbozzata; ed ora, sull'orlo della tomba, quasi staccato dalle cose terrene, gli venne il desiderio di finirla, - unico resto del morto amore, ultimo addio al mondo, che pur lasciava senza rimpianto. Egli si sentiva il bisogno di lavorare indefessamente, ansiosamente, e di finirla.

Si mise al lavoro e terminò prima il disegno che aveva schizzato sulla tela.

Allora avvenne una cosa straordinaria.....

La sua mano non rispondeva più alla mente. Egli era come spinto da una forza superiore, e ciò che la matita segnava non era più quello che suggeriva l'immaginazione. Egli voleva tradurre sulla tela quel profilo fino, aristocratico, capriccioso; quel modello di donna forte, voluttuosa... e invece il suo pennello tracciava una figura aerea, purissima, vergine, più d'angelo che di donna. Voleva segnare quell'ammasso di capelli coperti di cipria, in cui si frammischiavano fiori e gemme, e involontariamente invece sulla tela ondeggiavano delle chiome bionde sciolte, naturali, che cadevano su d'una veste candida e baciavano una guancia bianca, diafana. - La figura che appariva sul quadro era ideale, angelica, bella come un sogno di poeta, con due occhi celesti che ignoravano la terra.

Egli continuava senza quasi accorgersi di ciò che faceva. Era spinto da qualcosa di fatale e una luce serena usciva dal suo sguardo. Una forza invincibile lo costringeva.

Egli dipingeva....

Il cavaliere taceva, guardandolo attonito e addolorato.

E sulla tela la mistica figura, lavoro quasi involontario, rivelazione dall'alto, si staccava a poco a poco dall'ombra del fondo.....

Finalmente l'ultima ora scoccò. Il pennello gli cadde dalla mano. - Fu portato sul letto. Vedendolo, non lo si sarebbe detto un morente, poichè un sorriso passava sulle sue labbra.

Oh quanto era lontano dagli appartamenti della marchesa e dalle sale di Versailles! - Nel suo occhio ingrandito mille visioni passavano. Eran figure di donna, ma figure celesti che non rassomigliavano agli angeli della terra; non erano più i sontuosi abiti di broccato e di raso, le alte pettinature incipriate, i visini aristocratici e imbellettati, ornati di qualche neo, le scarpette a talloni rossi, i ventagli miniati; - erano vesti bianche e cadenti, eran pupille azzurre e pure, eran chiome lunghe e finissime, erano sguardi pieni di bontà e d'amore!...

All'estremo istante, la marchesa di Saint-Aubin entrò nella stanza.

- Silenzio! disse il cavaliere. Fermatevi; egli non vi vede più, marchesa.

Infatti, Armando non la vedeva; era ben lontano da lei. Nel suo occhio vi era il raggio supremo.

Egli era assopito. La sua testa stanca posava sui cuscini; la bocca gli si agitava. D'improvviso una luce sembrò passargli sul viso. Si rianimò debolmente e allungò la mano bianca e magra verso il quadro.

- Oh guardate! guardate!.... Si distacca dalla tela e viene verso di me.... disse con un filo di voce arcana. Oh, non vedete? Viene, viene, s'avanza..., mi stende le braccia!.... Oh come è bella!.... E non è una donna, è un angelo!....

Furono le sue ultime parole. La testa ricadde sui cuscini per non sollevarsi più.

In quel momento un prete ch'era stato chiamato in fretta, entrò - troppo tardi.

Il cavaliere uscì con la marchesa. Sulla scala trovarono la Champrosé che voleva per forza vedere Armando. Ma vide Verny che piangeva e non chiese più nulla. La marchesa le passò davanti sdegnosamente ed ella la guardò in traverso.

La marchesa non si potè consolare della morte d'Armando che arrivando a prendere il posto della Grives nel cuore del Re. - Questa volle portare il lutto per il pittore, a grande scandalo di molti.

La storia d'Armando fece una tale impressione che se ne parlò per quindici giorni. Ora non può accadere che si arrivi a parlarelungamente d'un avvenimento qualunque; ma in quei tempi rococó anche questo era possibile. UNA SCOMMESSA

 

Ecco cosa seppe dirmi il mio amico a proposito del conte Sotowski, la cui insolita tristezza eccitava tanto la mia curiosità:

Io lo conosco da molti anni ed avendolo sempre trovato divertente, allegro, brillante, fui stupito quanto te e gli altri del mutamento ch'ebbe luogo in lui. La cosa era infatti incomprensibile. Come sai, egli è favolosamente ricco, affatto indipendente, di figura aggradevole, di carattere lieto, ed in ogni cosa fortunatissimo; non fu mai conosciuto come una di quelle teste balzane che sanno crearsi dei fantasmi con la loro propria immaginazione; è continuamente accarezzato da tutti, ha una quantità di amici che farebbero qualunque cosa per lui. Come spiegare dunque che prima fosse vivace, sereno, scintillante, per così dire, e che d'improvviso, senza alcun motivo palese o presumibile siasi dato in preda a una cupa mestizia?

Era qualche mese che io non lo vedevo, quando, incontrandolo a Nizza, mi accorsi della sua insolita malinconia. Non gliene chiesi il motivo, sapendo ciò affatto inutile, essendo egli uno di quelli che parlano solo quando vogliono parlare. Ma non potevo a meno di pensarvi sovente e mi torturava il cervello per giungere a scoprire qualcosa. Tu che conosci quanto m'interessino gli studi psicologici potrai facilmente fartene una idea. Naturalmente il primo pensiero che mi venne fu ch'egli soffrisse per qualche segreta passione. Quale altro motivo poteva infatti far cadere nella malinconia un uomo di così allegro carattere e sì fattamente ricolmo di tutti i beni della fortuna, se non l'eterna sorgente delle lagrime di quaggiù - l'amore? - L'idea di un delitto, di un rimorso, non si poteva ammettere per cento ragioni. E però la mia fantasia volava nei campi del possibile ed ogni giorno mi sorgeva dinanzi agli occhi una nuova imagine di eroina pel mio romanzo. Talvolta supponeva ch'egli avesse amato una fanciulla che, uccisa da lento malore, fosse morta nelle sue braccia; tal altra che fosse stato tradito da una donna seducente, fatale.

Quanto mi sbagliava! - Una sera ch'eravamo insieme, lontano dal passeggio elegante, dalla parte del ponte del Varo, e ch'egli pareva ancor più preoccupato del solito, mi raccontò d'improvviso il motivo della sua tristezza, senza che io glielo chiedessi e quando meno me l'aspettava. Non vi era anima vivente per un lungo tratto di strada; il sole si apparecchiava a discendere nel mare, coprendo d'oro e di porpora la limpidezza del cielo, l'aria cominciava ad essere un po' meno soffocante di quel ch'era stata durante il giorno, e le parole del conte risonavano stranamente in mezzo a quella solitudine e nel silenzio della natura che stava per assopirsi:

- Bisogna che lo confessi, egli disse, e d'altronde ho subito veduto che ve ne siete accorto, una tristezza insormontabile mi penetra spesso da qualche tempo e non posso scacciarla. Capisco che quelli che lo vedono, conoscendomi da un pezzo, devono rimanerne molto stupiti; la fortuna mi ha colmato de' suoi doni, e sono per di più dotato d'un carattere facile ed allegro. Fui sempre spensierato, vivace, non ebbi mai dispiaceri e non me ne procurai. Le sfortune d'amore mi sono sconosciute.

- Davvero! risposi, io invece, pensando alla vostra malinconia subito ne accusai una passione infelice, non sapendo quale sventura vi avesse potuto colpire.

- Infatti, io non conobbi mio padre e l'unico dolore di cui mi ricordo è quello della perdita di mia madre, ma avevo solo dieci anni e a quell'età non si sente molto e si dimentica facilmente. Dopo d'allora non ebbi mai una sola nube nera sull'orizzonte della mia vita. Tutto mi sorrise sempre; gli uomini e le cose. - Ma un male terribile procurato ad un altro e di cui io fui causa, sorto senza mia precisa colpa, e per un motivo stravagante e futile mi depose un'amarezza nell'anima che, temo assai, lascierà lunga traccia di . La è una storia abbastanza strana.

- Raccontatela; non potete immaginare quanto m'interessate.

Egli serbò il silenzio per un momento; come assorto nei suoi pensieri, poi mi domandò:

- Non avete mai udito nominare Arnoldo D.?

- Mi par di sì, risposi. È uno scrittore, se non mi sbaglio.

- Era, dovreste dire.

- È morto? chiesi io.

- No; ma ha finito di scrivere. Egli era un giovane di straordinario ingegno, e che certo non sarà dimenticato da chi ha letto la poche sue cose. Ma per la sua vita poco regolare era antipatico a molti; povero, non fortunato, di una natura vivace e variabile, cercava spesso di affogare le noie nella ubbriachezza o di cercarvi una più pazza inspirazione. Egli era nato per essere ricco e spesso la miseria, spettro nefasto, si avvicinava a lui! Amava le cose belle, le ricche stanze, la luce dei doppieri e delle gemme, i morbidi tappeti, il lusso dell'oriente; avrebbe voluto tutte codeste cose, e invece non le possedeva che nei sogni, procurati dalla fantasia o dal vino. Il suo ingegno non era di quelli che fioriscono dovunque; abbisognava per espandersi di essere circondato dal benessere, dall'opulenza. Perciò quando guadagnava qualcosa, viveva per un mese da principe, poi si chiudeva a lavorare e certo con successo; ma ritrovandosi al verde, cadeva nell'abbattimento, l'ispirazione fuggiva e non era più capace d'altro che di bere per stordirsi. Soleva dire che se avesse avuto cento mila lire di rendita, sarebbe stato il più gran poeta del mondo.

Tutti questi particolari mi vennero narrati in seguito; non ne sapeva nulla quando lo vidi per la prima volta. Parlo di varj anni fa. Dall'Italia io aveva fatta una corsa a Parigi e me ne tornava in Italia. Eravamo sul Cenisio; era notte, ed io dormiva tranquillamente nel mio posto d'angolo del coupé della diligenza. Degli altri due posti uno solo era occupato, quello dell'altro angolo naturalmente, da un uomo che vi stava incantucciato e tutto chiuso in un mantello che lasciava solo vedere gli occhi. Svegliandomi di tratto in tratto, avevo osservato ch'egli non dormiva, ma non mi era stato possibile vedere la sua fisonomia. Al comparire del giorno egli lasciò cadere il mantello, e il primo albore illuminando la sua faccia pallida riconobbi Arnoldo D., al quale non ero mai stato presentato, ma che aveva molte volte incontrato qua e e dei cui scritti aveva letto qualche cosa. Gli rivolsi la parola pel primo, gli dissi che lo conosceva, e gli declinai il mio nome, ed egli, sebbene fosse un po' ritroso da principio, presto cominciò a conversare con molta scioltezza e di tratto in tratto con spirito. La sua conversazione era divertente al sommo grado; aveva una maniera di esporre affatto originale e sentii presto per lui una simpatia fortissima, mentre al tempo stesso m'accorgeva di non dispiacergli, poichè ad ogni momento sempre più si animava, si espandeva con maggior famigliarità. Dopo qualche ora eravamo quasi amici. Mi disse i suoi progetti, le sue aspirazioni, le sue noie; mi confessò che non sapeva sopportare la povertà, che per lui era il più grande incaglio allo sviluppo del suo ingegno, mentre per altri era stata talvolta uno sprone a lavorare. Il mio nome non gli era sconosciuto ed egli sapeva quale colossale fortuna io posseggo. Mi disse che se egli ne avesse solo una ventesima parte, scriverebbe un libro che non verrebbe tanto presto dimenticato, e che lo arricchirebbe a sua volta.

Parlammo d'arte lungamente. La stima del suo ingegno che io avevo acquistata leggendo le opere sue, si aumentò ancora e mi persuasi ch'era un giovane che avrebbe potuto arrivare alla gloria, purchè non si abbrutisse nei vizi. Ma questa era pur troppo la strada sulla quale egli s'inoltrava cinicamente. Il suo viso ne portava già le impronte, sebbene i lineamenti fossero assai belli e l'occhio pieno di luce e di pensiero; - e perfino i suoi discorsi se ne risentivano un poco, poichè di tanto in tanto divagava in ogni sorta di puerilità o usciva inutilmente in bestemmie ed imprecazioni. Malgrado ciò, quella giornata fu per me piacevolissima, e quelle ore in diligenza, d'ordinario tanto noiose, passarono invece veloci.

Ho sempre ammirato il genio, sotto qualunque forma si mostri, e le opere della fantasia altrui hanno sempre potentemente eccitata la mia. - Egli era felice, si vedeva, di aver trovato qualcuno che lo capisse davvero, e parlò delle sue più intime cose con un abbandono che forse stupiva lui medesimo. La confidenza ch'era nata così spontaneamente fra due che per natura erano tutt'altro che espansivi, doveva certo essere cagionata da una segreta e quasi magnetica simpatia. Egli si riscaldava sempre più parlando, ed io lo ascoltava con un interesse sempre crescente, finchè uscendo anch'io dalla mia riserva abituale, gli confessai quanta ammirazione il suo ingegno destasse in me, e quanta speranza io avessi ch'egli si acquisterebbe un posto imperituro nella storia dell'arte. I suoi occhi brillavano d'entusiasmo mentre io gli diceva queste parole d'incoraggiamento. Egli si accese sempre più, mi disse dei versi, ch'erano pieni, armoniosi, possenti. Poi mi narrò i suoi progetti; mi espose la tela d'un romanzo che aveva intenzione di scrivere; mi parve ricca di nuovi effetti e lo esortai ad incominciarlo prontamente. Parlando di argomenti mi raccontò come egli avesse anche un gusto speciale per i soggetti poco comuni, stravaganti, hoffmanneschi. Fra gli altri me ne raccontò uno che non aveva ancora tentato di scrivere, e che forse non tenterebbe mai, essendo difficilissimo, ma che da moltissimo tempo gli frullava nel capo. Era infatti molto strano e di una difficoltà poco comune, poichè tutta la bellezza doveva consistere nel modo con cui era fatto e perchè bisognava per riuscirvi, quasi incarnarsi nella persona del protagonista. Era però bellissimo, e non dubitavo che se Arnoldo fosse riuscito a scriverlo, sarebbe stato un piccolo capolavoro. Mi piacque tanto l'argomento, e per la sua fantastica originalità talmente m'interessò, che restai silenzioso, pensandovi a mia volta. La stranezza era quasi raddoppiata dalla estrema difficoltà del porlo in opera.

Per molto tempo tacemmo ambedue, immersi nello stesso pensiero; il primo a rompere il silenzio fu Arnoldo:

- Questo è uno di quegli argomenti, egli disse, che non si possono sviluppare che in un momento d'inspirazione. È affatto inutile progettare d'incominciarlo alla tal ora o di finirlo alla tal altra; bisogna che in un dato giorno, che certo non possiamo scegliere, ci troviamo d'un tratto immedesimati nel nostro protagonista in modo da parlare ed agire come avrebbe parlato ed agito in quella data circostanza. È necessario che per un momento diventiamo lui, e allora, adoperando le sue espressioni, mantenendo i suoi gesti, la sua figura, il suo carattere, parliamo e facciamo talmente come lui, da dare al racconto, per quanto ideale, una impronta innegabile di verità. Il poeta in tal caso è veramente schiavo del quarto d'ora, fa se è giunto il momento di fare; bisogna che tralasci se la mente gli è ancora ribelle. E per quanto mi piaccia è inutile ch'io tenti nemmeno di comporlo a poco a poco, poichè deve uscire di getto, e bisogna pazientare ed attendere un giorno, forse lontano, nel quale prenderò la penna e lo scriverò, senza fermarmi e senza correzioni...

Disse molte cose ancora in questo senso, aggiunse come la elevatezza dell'arte stesse talora appunto in questo, che non siamo solamente noi che compiamo il lavoro, ma inoltre una particella di fuoco sovrumano che scende in noi e ne rende possenti ad eternare nel fatto le idee labili e sbiadite che si disegnano vagamente tra le nebbie della nostra immaginazione. Mi spiegò tutte coteste cose con vera eloquenza e con profonda sicurezza di convinzione.

Ma rideva facilmente di tutto; dopo che il suo labbro aveva preso una piega severa, subito si atteggiava ad un sorriso cinico e beffardo, e con molto spirito, in compenso della facondia, provava con giustezza il contrario di quello che aveva detto.

Fece lo stesso nel caso di cui parliamo. Le sue parole calorose che mi avevano riscaldata la mente e costretto a pensare, echeggiavano ancora per così dire, ch'egli cominciò a dire il contrario. Rivoltò tutti i propri argomenti, mise in ridicolo le proprie idee e seppe quasi provarmi che tutta l'arte non è che un meccanismo, che ogni cosa si può fare con certi elementi e che, purchè si faccia uno sforzo di volontà, qualunque momento è buono. Trovava ora delle intonazioni così cinicamente giuste, come prima ne aveva trovate di entusiastiche, che durai fatica a combattere la sua ironia, malgrado fossi munito delle sue stesse armi. Lo tentava però e mi animava a mia volta nella discussione, quando d'un tratto ei disse, come per conchiudere:

- Del resto, lasciando da parte le teorie, potrei spiegarvi con un esempio la verità che sostengo ora contro al mio falso entusiasmo di poc'anzi - e sono certo che non sapreste più cosa rispondere.

- Ebbene, ditelo, io risposi, assai curioso di udire cosa diavolo mi avrebbe tirato fuori.

- È un esempio facilissimo a capirsi, egli soggiunse. Mi accorderete, spero, che il soggetto eccezionale di racconto che vi esposi or ora è abbastanza difficile, perchè se io giungessi a provarvi che lo si può fare in qualunque momento, date però alcune circostanze, voi vi dichiarereste persuaso che l'ispirazione non è un elemento indispensabile. Bisognerà però che vi accontentiate di credere alla mia parola e che vi fidiate della mia convinzione, perchè certo non vorrete tentare la prova. Ascoltate: è molto tempo, come vi dissi, che questo soggetto mi occupa e mai lo seppi porre in fatto; sono quasi certo che il momento d'ispirazione non verrà mai, perchè non potrò mai entrare davvero nel carattere strano del mio eroe. Ebbene, or sono stanco dal viaggio, abbattuto, ho sonno.....

- E lo scrivereste ora? io interruppi stupito.

- Non credo, egli rispose, che lo potrei fare con la nessuna voglia che ne sento e in un momento così poco adattato, solamente per uno sforzo di volontà. Avrei bisogno di un eccitamento, ma capirete che se io lo potessi fare con un eccitamento non artistico sarebbe provato che il fuoco sacro non è necessario. Ebbene, se qualcuno mi dicesse: domattina sarai ricco, se questa notte scriverai il racconto, per dio! scommetterei di farlo.

Io era ammaliato dalla originalità del mio nuovo amico. Un'idea pazza mi traversò rapidamente la testa: me ne venivano così molte in quel tempo. Gli dissi: che somma vorreste?

- Una somma come certo non troverò alcun negromante che me la voglia dare. Cinquecento mila franchi, per esempio.

- Li avrete domattina se la novella è fatta.

Arnaldo non voleva credere. Mi disse che io scherzava. Io presi una cartella da viaggio contenente tutto ciò che occorre per scrivere e formolai chiaramente la mia promessa, poi sottoscrissi con tutti i miei nomi e gli consegnai il documento. Gli dissi:

- State certo che non mi pentirò di quello che faccio ora. Se voi perdete, sarà una prova fortissima contro tutti quelli che non credono all'inspirazione; se guadagnate, avrò il piacere di aver contribuito al vostro avvenire, poichè il vostro ingegno, come lo diceste voi stesso, prenderà uno slancio novello e non abbisognerete più di cercare il coraggio nel.....

- Avete ragione! egli m'interruppe. Non saprete mai il bene che fate in questo momento e quanta sarà la mia riconoscenza! Che le Muse vi benedicano!

Egli non sapeva moderare la sua gioia; cantava, rideva, diceva ogni sorta d'insulsaggini. Era perfettamente sicuro di riuscire. Parlava pazzamente di cosa avrebbe fatto quando sarebbe ricco; diceva di esser sicuro oramai di farsi veramente un nome. Io era felice nel vederlo così allegro per merito mio; gongolava a mia volta (bisogna che lo confessi) all'idea aver fatto una cosa che non si fa certo tutti i giorni. Pensava, che se egli guadagnasse, forse passata l'ebbrezza del momento mi annoierebbe un poco il dare una sì grossa somma ad uno che in fine non conosceva che di nome; ma d'altra parte mi sembrava di tanto in tanto assai probabile ch'egli avesse a far fiasco, malgrado la sua sicurezza.

Si giunse a Torino verso le undici, e appena scesi all'albergo egli ordinò la sua cena e disse di portargliela in camera. Ci stringemmo la mano ed egli mi disse:

- Vado a lavorare. Domattina avrete la vostra novella.

Io dormii profondamente tutta la notte essendo stanchissimo, e mi risvegliai verso le nove.

Subito corsi alla camera d'Arnoldo e ne trovai la porta spalancata. Dentro nessuno. Scesi abbasso e chiesi nuova all'albergatore del signore che era arrivato con me.

- È partito un'ora fa, circa.

- Come! è partito?

- Sì signore. Anzi.... non vorrei inquietarla, ma mi pare che gli debba essere accaduto qualcosa a quel signore.

- E perchè? chiesi io, malgrado incominciassi a sospettare la verità.

- Come ella sa, il suo amico si fece portare da cena in camera ieri sera quando arrivarono, il cameriere gli accese due candele, domandò se avesse bisogno di qualcosa, al che fu risposto: nulla! e partì. Or bene, il cameriere stette alzato quasi tutta la notte ed il lume brillava ancora alla finestra del suo amico. L'altro cameriere che si alzò alle cinque, quando quello andò a letto, vide il lume brillar sempre. Finalmente, verso le otto, il signore suonò il campanello, ed il cameriere che entrò nella sua stanza lo trovò seduto al tavolino, con delle carte dinanzi; le due candele pressochè finite, e (da questo fu molto impressionato) pallido come un morto.

- E cosa gli disse?

- Era di un pallore che faceva spavento e la sua voce corrispondeva al viso, poichè era tremante e un po' rauca. Egli chiese a che ora partisse il primo treno, disse che si portasse giù la sua valigia, e avvoltosi nel mantello venne qui e si sedette su questa sedia ad aspettare che i cavalli fossero attaccati all'omnibus. Io stava a quel tavolo, scrivendo, e fingevo di non guardarlo, ma l'osservavo di soppiatto, e lo vidi battersi due o tre volte la fronte e pronunziare a bassa voce delle parole strane. Non osai chiedergli nulla, perchè mi sembrava talmente di cattivo umore, che certo non avrebbe troppo bene accolto la mia domanda.

- E partì?

- Sì signore. Montò nell'omnibus, diede - come distratto - una ricca mancia al cameriere, fu condotto alla stazione dove prese il treno di Genova, il primo che partisse.

Tutti questi particolari mi restarono impressi nella memoria. Chiesi se non avesse lasciato nulla per me e mi fu detto di no.

Un orribile sospetto mi afferrò subitamente e capii quanto la mia promessa fosse stata imprudente. Certo egli non aveva potuto scrivere il racconto, e con la sua facilità a cadere nei sentimenti estremi e ad abbandonarsi all'impressione del momento, era piombato nella disperazione. Con quella fantasia abitualmente strana, ed eccitata da un sì forte disinganno, tutto diveniva possibile; un brivido d'inesprimibile paura mi passò per le ossa. Chiesi a che ora partisse ancora un treno per Genova. Ero deciso di ritrovarlo.

Tutte le mie ricerche furono infruttuose. a Genova altrove potei aver notizia di Arnoldo D. Frugai dappertutto, alberghi, case, caffè, teatri, osterie. Annoiai per lo meno cento persone con le mie domande, nessuno mi seppe dir qualcosa di preciso. Certo non si era fermato a Genova. Ritornai a Torino, passai da Milano, cercai ancora e sempre inutilmente. Sapeva ch'egli aveva dei parenti a Venezia; vi andai. Quindici giorni intanto erano trascorsi.

A Venezia finalmente fui informato della triste verità. Benchè la respingessi sempre, l'idea d'un suicidio si era presentata più volte alla mia immaginazione. La verità era forse peggiore: egli era diventato pazzo! -

Il conte s'arrestò e camminò per qualche passo in silenzio, assorto nei suoi pensieri. Io non osai disturbarlo ed attesi finchè proseguì, questa volta a voce bassa e triste:

- Capirete ora la causa di questa malinconia che mi segue sempre e dovunque. È una mestizia mista al rimorso. Per una idea balzana, prodiga, ho forse per sempre offuscato un ingegno non comune e gettata nelle tenebre un'anima che splendeva nella luce. Per consolarmi posso dirmi che io non poteva prevedere una tale catastrofe e che egli era già naturalmente troppo strano perchè si possa dare alla prova fallita tutta la colpa; ma queste ragioni non mi bastano. Fu tale l'abbattimento profondo, la rabbia, il dolore di non esser riuscito a far ciò di cui si credeva sicuro e che gli assicurava la ricchezza - il sogno della sua vita - che tutte le allucinazioni della sua mente, le sue stravaganze, le conseguenze del vizio, presero il di sopra e la sua ragione svanì. Io cercai di vederlo e lo potei circa due mesi dopo il giorno fatale; ma nulla lo potè togliere dalla sua pazzia. È ordinariamente triste, abbattuto, qualche volta quasi furioso; le sue parole accennano sempre a quella notte in cui lavorava mentre io dormiva, inconscio del male che quello sforzo non riuscito doveva fare in quel cervello ammalato.

Era notte quando giungemmo alla casa di Sotowski. La luna riflettendosi nel mare calmo come fosse addormentato formava quella lunga striscia di luce tempestata di brillanti che sembra la via delle visioni; le stelle scintillavano. Io gli dissi che ora capivo tutto, lo ringraziai e gli strinsi la mano, lasciandolo forse meno preoccupato del solito, per lo sfogo avuto. Ora sappiamo la causa della mestizia profonda del conte; è strana, ma chiunque sappia cosa sia il rimorso d'aver fatto un gran male morale, anche involontario, la intenderà.

Io vidi ancora il conte molte volte ed egli non tornò più su cotesto scabroso argomento, io osai spingervelo. Solo un giorno, molte sere dopo quella di cui ho parlato, mi disse che poteva darmi il complemento del curioso aneddoto che mi aveva narrato.

- Lasciando D. quella sera, gli dissi che partivo per Firenze, ed egli due giorni dopo, prima che la sua sventura lo colpisse, m'indirizzò una lettera colà, che non lessi che una ventina di giorni più tardi, quando la pazzia, lo aveva già afferrato ed io sapeva la triste verità. Leggetela, ora vi potrà forse interessare; ma non ne parliamo più.

Io ubbidii e all'indomani gli restituii la lettera senza aggiunger parole; ma davvero mi aveva interessato.

«Al conte Sigismondo Sotowski.

Genova.....

«Non mi è possibile vedervi ancora, non lo posso! e perciò vi scrivo queste righe che indirizzo a Firenze dove vi recherete subito, com'è il vostro progetto. - Eschilo, Omero, Dante, Shakespeare e gli altri, li vedete fulgidissimi nel cielo del passato, circondati da luce eguale ed eterna? I posti sono già presi, nessuno può aggiungersi a quella schiera. Dicono: volere è potere. È falso. Io non ho potuto esser ricco, io che l'ho sempre sognato, io che avrei avuto il genio se avessi avuto il metallo, che avrei trovata la felicità se avessi fatto il racconto. Non l'ho saputo fare. Signor conte, non crediate per questo che l'ispirazione sia necessaria; è solo che il diavolo ci ha messo la coda. Se poteste immaginarvi qual è stato il furore del primo momento! ora sono molto più calmo, mi sento leggiero, stupido e tranquillo. Dalla mia finestra vedo il porto e mi pare che pochi godimenti siano quaggiù simili a quello di contare gli alberi dei bastimenti; ma è molto difficile perchè uno nasconde l'altro. Mi sembra strano che qualche giorno sia già passato: ho le idee molto più chiare del solito, ma qualche volta piango e poi rido senza un motivo preciso. Entrai dunque quella sera nella stanza dell'albergo, deciso a lavorare e sicuro di riuscirvi. Ero allegro e pieno di gioia; un mio sogno si era realizzato. Sì signore, è meglio che ve lo confessi, l'avventura che voi mi avevate procurata, io l'aveva sognata molte volte. Quando esclamavo: - se fossi milionario sarei un gran poeta! aggiungevo spesso: se qualcuno mi dicesse: scrivi qualcosa che possa restare, e domattina sarai ricco, non so cosa non sarei capace di fare! - Mi misi al tavolo e cominciai a pensare. Non avete provata mai quella strana sensazione dei pensieri che deviano per loro conto? che prendono, ribelli, la strada che vogliono? Io lo provai in quel momento. La mia immaginazione invece di rivolgersi al protagonista del racconto, nella cui persona io doveva entrare, mi faceva invece passare dinanzi agli occhi le cinquecento mila cose che sarei stato padrone di fare all'indomani coi cinquecento mila franchi, che intanto dimenticavo di guadagnare. Pensava che il mio ingegno sarebbe sbocciato, che avrei scritto un libro che avrebbe fatta la mia fortuna e in qualche anno avrebbe triplicato il mio capitale. Pensavo che finalmente i desiderii ognor repressi potevano essere soddisfatti, che le cose sempre invano vagheggiate potevano essere possedute: ch'erano miei il velluto ed il raso, i tappeti di Persia e le perle d'oriente, le cene, i viaggi, gli amori; ch'erano mie tutte le cose belle, buone ed aggradevoli che fino allora m'erano sembrate quaggiù retaggio esclusivo degl'imbecilli; che potevo viaggiare con un treno speciale come un monarca e far stampare le mie liriche su carta inargentata con dei caratteri d'oro! - Sognavo la soddisfazione, il successo, il gaudio, il compenso a tutte le miserie trascorse che l'avvenire mi preparava; mi pareva che d'un tratto il paradiso fosse divenuta cosa terrestre, mi pareva d'essere al di sopra di tutto, e un immenso orgoglio mi agitava pensando che avrei potuto fra poco vendicarmi di tutte le umiliazioni ricevute; mi vedevo, fra non molto, più ricco dei Rothschild, mi vedevo padrone di accontentare la mia prodigalità, che si sarebbe divisa in due ruscelli, d'oro e di parole, di diamanti e di rime!

«Udii così scoccare la una. Scrissi poche righe. Ripensai. Mi pareva che solo qualche minuto fosse trascorso quando i due colpi si udirono alla pendola.

«Un brivido mi passò per tutto il corpo. Mi sembrava che il tempo mi sfuggisse come una cosa che scivola tra le mani. Guardai con terrore il quinterno di carta bianco ch'era dinanzi a me. Intinsi la penna nell'inchiostro per continuare, ma le parole non venivano. Inoltre riflettevo che, prima di scrivere, era necessario entrare con lo spirito nel soggetto, pensare col protagonista. Feci uno sforzo violento ed obbligai il mio pensiero in quei limiti; ma di tanto in tanto deviava e non mi era possibile rendermi conto di quanto durasse quella deviazione.

«Scoccarono le tre. Capii che bisognava reagire, farsi forte. Era sopratutto necessario di pensare bene prima e non avere troppa premura di scrivere, altrimenti il tempo passava in tentativi scorretti e la mia mente si confondeva in febbrili sforzi. M'alzai e cominciai a passeggiare innanzi e indietro, tentando di raccogliere i miei pensieri sull'unico punto su cui dovevano riunirsi.

«Un'ora passò ancora così, e alla pendola del camino scoccarono le quattro. Allora il mio sangue freddo di nuovo mi abbandonò e fui preso da una orribile paura. Era d'uopo scrivere. Quella carta ostinatamente bianca dinanzi a me mi adirava. Cominciai risolutamente, in un modo qualunque, tanto per cominciare. Avevo scritto solo qualche riga, ma sentivo già una specie di sollievo.... Restai un istante immobile, non pensando a nulla. Ma volli poi continuare; ricominciai a pensare.... e pensai tanto lungamente che i cinque colpi suonarono alla pendola.

«Goccie fredde di sudore m'inumidirono la fronte. Mi pareva che quei colpi maledetti vibrassero l'ora della mia condanna. Una specie di tremito nervoso m'assalse; mi morsi con violenza una mano. M'alzai e passeggiai ancora in lungo e in largo per la stanza come una belva in gabbia, e ciò mi fece un po' di bene. Mi tornai a sedere più calmo - ma oramai i progetti di cosa avrei fatto con le mie ricchezze e i pensieri del mio protagonista mi brulicavano tutti insieme, confusamente nel cervello. Il tempo passava, la paura si faceva ad ogni istante più forte, cominciavo a capire che perdevo tutto, feci un tentativo supremo e scrissi una pagina intiera. La speranza rientrava lentamente nel mio cuore e mi sentiva un po' riconfortato.

«Pure, nel mentre stesso che scrivevo, mi ritornava di minuto in minuto più gagliardo e pauroso il pensiero che il tempo passava, che il lavoro era lungi dall'esser compito, che non riuscirei a compirlo. La mia penna correva velocissima, ansiosamente sulla carta; la mano mi tremava....

«D'improvviso mi accorsi che il tenue raggio biancastro dell'alba penetrava dalle imposte socchiuse e veniva a battere sul mio viso sconvolto insieme al fioco lume delle candele. Tutto era finito. Sentii una fitta tremenda al cuore e mi parve che la mia ragione si sconvolgesse. Tentai di scuotermi, pregai e imprecai nello stesso tempo. Rilessi quello che aveva scritto: nelle ultime righe mancava il senso.

«La disperazione mi colse. Io aveva perduto! Non vi era più speranza. La mano mi tremolava talmente che non avrei nemmeno potuto più tenere la penna».............. .................

Qualche giorno dopo aver scritto questa lettera egli perdeva completamente la ragione.

Ma, per carità, non dire a Sotowski che io t'ho narrato questa sua storia, perchè la vuol tenere segreta, conchiuse il mio amico.


 

 

 




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