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II.
Non vi era motivo perchè
alcuna cosa cambiasse in quella casa; se non che, dopo qualche tempo, tutti
quelli che vi dimoravano, e specialmente Maria (chiameremo così la povera
ragazza di cui abbiamo scordato il nome), si fecero inquieti sul conto del
nostro protagonista; e di una inquietudine che andava tutti i giorni
aumentando.
La sua vita continuava
in fatti, per così dire, a stringersi e diminuire da una parte e ad aumentare
ed allargarsi dall'altra. La parte del lavoro materiale si riduceva ai minimi termini,
quella dell'arte prendeva vaste proporzioni. Come viveva intanto? Bisognava
pensare che egli fosse riuscito a far passare a poco a poco tutto il necessario
nella categoria del superfluo. Non usciva quasi più di casa, quelli che gli
avevano data della musica da copiare l'aspettavano inutilmente, mentre invece
il cembalo si udiva più spesso e pareva fosse toccato sotto l'impulso di una
inspirazione novella. Egli non era stato in alcun modo fortunato e l'unico suo
tentativo grandioso era stato un grandioso fiasco; benchè anche i suoi nemici
lo avessero giudicato un giovane d'ingegno affatto speciale.
Ma egli aveva quella
confidenza in sè stesso che è fortemente sicura, aveva quel coraggio che nulla
può abbattere. Lo scoraggiamento momentaneo che aveva seguito la sconfitta e
che si era tradotto in quel tempo in cui viveva meglio perchè copiava di più,
era scemato, ed ora il coraggio riempiva di nuovo gagliardamente il suo cuore e
si sentiva tutto invaso dalla speranza. Allo stesso tempo era naturale che la
sua guancia, impallidentesi sempre più, le lunghe ore di reclusione cui si
condannava e nelle quali soltanto pareva si dilettasse, dovessero inquietare
chi lo conosceva da vicino. L'amico venne a vederlo e fu fortemente
impressionato dal suo aspetto e dai discorsi scuciti che gli tenne. Egli,
d'ordinario pieno di dubbii, sembrava ora tutto gonfio di superbia e parlava
con sicurezza dei suoi trionfi per l'avvenire. Fece udire all'amico qualcosa
delle sue ultime composizioni e questi fu afflitto dalla strana piega che il
suo ingegno prendeva. Infatti, dopo alcune battute sublimi, venivano delle
pagine intiere di robaccia.
È necessario, per capire
ciò che raccontiamo, farsi un'idea del carattere e della vita poco felice che
aveva condotto Guglielmo. La sua era di quelle nature stanche e indolenti che
non vogliono lottare; non tentò nemmeno di reagire contro alla sfortuna che lo
lasciava nell'isolamento e metteva il suo ingegno nell'ombra. Si rassegnò
mestamente alla povertà, alla solitudine, all'incognito. La vita non gli
sembrava bella abbastanza da dover far troppa fatica per giungere a goderne in
un buon posto; qualunque sforzo gli pareva soverchio, inutile ogni tentativo.
Giudicava l'arte talmente bella per sè stessa e fonte di gioie intime tanto
intense, da parergli vano il manifestare le proprie idee, puerile persino il
cercare la gloria e l'applauso. In altri momenti invece cambiava completamente,
e si sentiva nell'animo una tristezza amara vedendo i suoi sogni svanire e le
sue illusioni cadere inesorabilmente una dopo l'altra. Ma tali momenti erano
eccezionali, e, in generale, era rassegnato alla sua sorte, e tanto serenamente
che pareva contento. Quando non era costretto a lavorare e che si metteva al
cembalo, col leggìo da una parte per notare le idee di mano in mano che gli
venivano, egli scordava tutte le sue miserie, pareva noncurante dell'avvenire,
e tutto assorto nella felicità presente non avrebbe cambiato la sua sorte con
nessuno. I giorni veramente tristi erano quelli in cui il cembalo era obbligato
al silenzio.
Egli fu dunque
relativamente in piena felicità quando riuscì a ridurre i suoi bisogni talmente
da poter dedicare quasi tutto il suo tempo all'arte e vivere così quella vita
intellettuale che cominciava, come dicemmo, ad inquietare i suoi amici.
Ma pur troppo la
passione della solitudine, la indifferenza per tutto, tranne che per l'arte,
quel sentimento di felicità in mezzo alle miserie, quell'estasi vana e non
sempre possente, cominciavano a prendere a poco a poco il carattere di una
monomanìa. Vi si dovrebbe forse aggiungere la completa mancanza d'amore in cui
viveva, non conoscendo alcuna donna; non vedendone alcuna, tranne Maria, che
dal canto suo lo guardava anche troppo, ma di cui egli naturalmente non si
curava punto.
Un'idea gli era venuta
che gli pareva bellissima, vasta, nuova, - ed aveva con moltissima fede e
qualche speranza incominciato questo nuovo lavoro. Era dunque indispensabile di
abbandonare il resto, ed egli aveva tutto abbandonato, vivendo Dio sa come.
Nulla lo arrestava, il suo coraggio paziente e calmo non conosceva ostacoli, la
sua forza di volontà era invincibile. L'amico, udendo qualche cosa qua e là che
gli parve sublime, e vedendo quella fermezza di propositi insieme a tanto fuoco
sacro, credette per un momento che fosse davvero alla vigilia d'un capolavoro.
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