|
III.
Si accorse ben presto e
dolorosamente d'essersi sbagliato. Il lavoro di Guglielmo procedeva a sbalzi,
irregolarmente, falsamente; qualcuna delle sue facoltà si era affievolita
qualche altra eccisivamente esaltata. L'amico si rimproverò di averlo un poco
abbandonato, e benchè non fosse sempre benissimo ricevuto, ripigliò le sue
visite frequenti come prima. Era stupito, e qualche volta un po' paurosamente,
dell'umore variabilissimo di Guglielmo, il quale passava con la massima
facilità, in un giorno, dall'orgoglio dell'assoluta confidenza alla triste
spossatezza dello scoraggiamento.
Lo trovò una sera in
quest'ultima fase, completamente abbattuto. Se ne stava al cembalo con la testa
tra le mani ed i gomiti appoggiati alla tastiera in un'attitudine
d'istupidimento morale. Non si mosse punto udendo qualcuno entrare, e non fu
che dopo aver fatto uso alternativamente delle preghiere e delle minaccie, come
si fa coi fanciulli, che si potè udire il suono della sua voce. Ma, rotta la
diga, uscì un torrente di parole che pareva non si dovesse arrestare. Ripeteva
spesso, cambiando solo di modo, le medesime idee; disse che non vi era alcuna
speranza per lui, che ogni tentativo era inutile, che gli uomini e le cose,
tutto gli era ostile. Cadeva in contradizione, ora malediceva l'ingiustizia
umana, ora diceva che nulla gli poteva arridere, ma che lo meritava, il suo
genio essendo una illusione e nulla più. L'amico riuscì a calmarlo un tantino, ma
lo lasciò senza poter nascondere a sè stesso che quello stato non era certo
rassicurante.
Nell'uscire trovò Maria
sulla scala. - Dica, esclamò appena lo vide, come sta il signor Guglielmo?
- Abbastanza bene, egli
rispose, un poco stupito dell'inquietudine della fanciulla.
- Ah! signore, riprese
Maria, la guardi che non v'è bisogno d'essere a letto per essere ammalato.
- Ma Guglielmo non è
ammalato.
- Voglia il cielo
ch'ella possa aver ragione! Eppure, a dirle il vero, ho paura ch'ella si
sbagli. Quel ragazzo si rovina a forza di studiare sulle note....
È impossibile farsi
un'idea dell'effetto straziante che facevano quelle parole da nonna, dette da
quella fanciulla. La voce malferma indicava poi chiaramente ch'ella era
turbata. Che accadeva in quell'anima oscura?
- Maria, disse il
giovane, sono assai contento d'averti trovata; puoi essere utile a me ed a
Guglielmo.
Gli occhi infossati
della fanciulla sfavillarono.
- E come?
- Ascolta: io dovrò probabilmente
partire per qualche giorno, forse per qualche settimana. È meglio che ti
confessi che anch'io non sono tranquillissimo sul conto di Guglielmo; badaci
dunque tu più che ti sia possibile durante la mia assenza. Spero di poter
venire ancora domani, ma se dovessi subito partire, te lo affido fin da oggi.
Guarda come sta, osservandolo bene, e al mio ritorno, che affretterò, sappimi
dire cosa fece in questo tempo.
- Stia sicuro, si fidi
pur di me. Le saprò dir tutto. - Poi aggiunse con una paurosa espressione di
tristezza: - speriamo che stia bene.
- Addio, Maria. Non
dubito di te. Vedo che Guglielmo ti sta molto a cuore.
Dicendo queste parole
guardò fissamente la poveretta con un lieve sorriso, ed ella, forse per la
prima volta, arrossì.
È necessario dire quanto
Maria fosse felice della missione affidatale? Ora aveva una scusa per entrare
il più sovente possibile nella stanzuccia dell'artista (giacchè oramai
l'aspettarlo sulla scala era inutile), una scusa anche verso sè stessa, per
occuparsi di lui il più che le venisse concesso. L'indomani di buon mattino
entrò da Guglielmo portandogli un mazzetto di fiori, di cui egli quasi non si
accorse. Nella mezz'ora che rimase nella stanza si rese colpevole d'un furto
che non vogliamo tacere: rubò un ritratto di donna che trovò a caso tra due
fogli di musica.
Lo stato di Guglielmo
parve migliorare, poichè dallo scoraggiamento eccessivo era passato, come gli
accadeva, alla eccessiva speranza. Era sicuro di riuscire, sentiva che sarebbe diventato
il primo maestro del mondo, non si accorgeva più dei cento mali che prima lo
facevano soffrire. Ma la Maria non era sì facilmente ingannata dalle apparenze,
giacchè l'amore è talvolta assai meno cieco di quello che si crede, e deperiva
ella pure contemporaneamente ai progressi che il male, forse da lei sola
traveduto, faceva in Guglielmo.
Quasi senza confessarlo
del tutto nemmeno a sè medesima, come accade ben sovente, ella ne era davvero
innamorata. Ogni suo pensiero, ogni suo sentimento era volto verso quella
stanza; ella piegava tutta verso lui. In lui era la sua vita, solo su di lui i
suoi occhi, fissandosi, non si toglievano più. Le preghiere, imparate da
bambina, prendevano ora un significato novello; poichè la sua mente non poteva
rivolgersi al cielo senza al tempo stesso rivolgersi a lui; pregava perchè
fosse fortunato. Aveva, ancor più di prima, lunghissime ore di distrazione,
talvolta non capiva quando le si rivolgeva la parola, tanto la sua mente era
costantemente altrove. I suoi zii si accorgevano che una metamorfosi si stava
compiendo in lei, senza che giungessero a comprenderla.
Guglielmo dal canto suo
non vedeva nulla, ed ella soffriva maggiormente di questa sua indifferenza che
di qualunque altra cosa. Anche senza essere riamata, le sarebbe paruto un
altissimo grado di felicità ch'egli indovinasse ciò ch'ella non osava dirgli.
Perfino la sua gentilezza, non essendo motivata da alcun sentimento, le
riusciva quasi molesta. Sarebbe morta per lui, ma non poteva sopportare la sua
noncuranza.
Se si volesse tentare di
analizzare l'effetto prodotto dall'amore in quella meschina, si potrebbe
scrivere lungamente senza forse aver finito. Quel sentimento era gradatamente
penetrato in lei e l'aveva tutta invasa, ed ora non poteva più negarselo, poichè
s'affliggeva, si tormentava, si struggeva e ben sovente nella notturna
solitudine piangeva.
|