a
FRANCESCO PASTONCHI.
Nobile
amico, ricordate i Capricci del Goya? Smorfie di megere innanzi al beffardo
specchio delle illusioni, piccole dita di fanciulle agilmente occupate a
spennacchiar pollastrini, musical giuoco di scimmiotti per allietare gli ozi di
re Ciuco, infine tutte le umane miserie raffigurate, tra macchie d'ombra e
chiazze di luce, in una serie di acqueforti tremendamente vere nonostante la
veste fantasiosa, profondamente tristi sotto la maschera gaia. Anche il buffone
di re Lear ride e piange ad un tempo: e con la risata avvolge in un morbido
velo di arguzie le forme rudi e angolose di una dolente realtà, e col pianto
interpreta e chiosa i più intimi moti del proprio cuore, che è, poi, il cuore
di ognuno.
Così
questi Commenti.
Faccian
essi i tre inchini di prammatica innanzi al vostro indulgente sorriso e da ogni
taccia di temerità si scagionin col dire: Noi, pur togliendo i nostri titoli da
fiabe straniere, chiedemmo alla novella schiettamente italiana e inspirazione e
panni e movenze. Siate Voi, dunque, supremo giudice del tentativo: Voi, che
un'arte impeccabile e un austero culto dell'italico idioma opponete contro la
straripante fiumana di una letteratura bastarda.
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